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Lunedì, 08 Dicembre 2014 20:29

Remake

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investire“Così un giorno presi un sellino di una bicicletta e il manubrio mettendo l’uno sopra l’altro. Facendo di essi una testa di toro. Forte. Ma ciò che feci più tardi fu gettar via la testa di toro. Gettar via. Nello solo della grondaia, da qualunque parte, ma lontano da me.

Poi un operaio si avvicinò e la raccolse dal fosso e decise che forse avrebbe potuto ricavare un sellino e un manubrio da quella testa di toro. E lo avrebbe fatto, sarebbe stata una cosa magnifica.

Questa è l’arte della trasformazione.”   (Pablo Picasso: testa di toro, 1943)

Usare, consumare, gettare, ubriacarsi di cose sempre diverse, perdersi nell’iperscelta, drogarsi di consumi per compensare tutte le possibili mancanze: questa l’esigenza primaria del vivere “contemporaneo”.

La qualità, quella vera, che appartiene all’anima delle cose e non alla loro “apparenza”, chiede di essere mantenuta imparando a conservare con la saggezza dei tempi poveri.

Riusare, trasformare i rifiuti in oggetti d’uso non significa rinunciare alla bellezza ma trovare una nuova forma estetica più prossima al nostro essere.

Una bellezza che si porta dentro le tracce di ciò che è stato, i resti di quanto è trascorso.

Partendo dal riuso si giunge ad attribuire un valore “d’opera d’arte” a un povero oggetto risorto che arriva a rappresentare l’impegno personale nella pratica quotidiana insegnando una nuova lettura dei materiali che possono avere molte vite.

Recuperare e conservare oggetti, cercare di trattenerli, il voler lasciare un’orma, una traccia, tocca una dimensione psicologica che ha accompagnato numerosi artisti.

Nei musei e nelle gallerie di tutto il mondo si sono viste opere realizzate con rifiuti, scorie, scarti, avanzi, rottami e stracci, si guardi, ad esempio, alle tendenze del Nouveau Realisme e Pop Art.

Le opere sono quelle dove prospera l’antica magia di inventare immagini con gli oggetti di scarto.

Pablo Picasso, ad esempio, che con la sua opera “Testa di toro”, coglie l'intrinseca capacità mimetica della rappresentazione che si modifica davanti allo sguardo dell'osservatore. Nulla è come appare in un ribaltamento continuo dei significati.

O ancora Marcel Duchamp con la “Ruota di bicicletta”,un paradosso logico, perché unisce un oggetto che esprime il movimento (la ruota) a uno che lo rende immobile (lo sgabello), uninvestire2 prodotto industriale (la ruota) a uno artigianale (lo sgabello di legno), una forma circolare (la ruota ) a una quadrata (la base dello sgabello).

Il valore del prodotto non è costituito soltanto dalla quantità e pesantezza della sua materia, dalla sua estetica, dalle sue prestazioni, dalla firma del designer, ma anche dai modi del suo farsi.

Questo pensiero ha indotto non solo artisti ma molteplici designers a pensare il progetto che parte dal guardarsi intorno per cercare di vedere le cose quotidiane oltre la loro apparenza, oltre il loro destino assegnato con l’obiettivo di sollecitare una riflessione sulla loro possibilità di risorgere in contesti e in modi diversi.

Passato e presente dialogano perfettamente, gettando un ponte tra ciò che è stato e ciò che è. 

Il nuovo designer deve umilmente ascoltare il “battito” delle forme che i materiali di nuova generazione portano in sé ed intervenire per dare loro una nuova luce.

E’ ciò che ha fatto Marisa Santopietro nella sua mostra “reinterpretare il design con creatività” visibile presso la sede di Gocce D’autore a Potenza fino al 21 dicembre.

Architetto e interior designer, nel 2005 crea MSD design, un concept store dedicato alla progettazione e alla vendita di arredamento e all’attività di restyling su mobili e complementi d’arredo di sua produzione.

Tutta la mostra riadatta il principio ai canoni artistici per cui “tutto si crea, qualcosa si distrugge, tutto si trasforma”.

 

La salvezza non sta nella negazione del progetto e della produzione, ma nella diversa modalità: il fare deve prevedere il disfare, e il disfatto deve potersi rifare.

 

Di Serena Gervasio

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