Racconti Inediti
Lunedì, 19 Giugno 2017 17:48

La pastiera

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Currite, giuvinò! Ce stà a pastiera!”

E’ nu sciore ca sboccia a primavera,

 e con inimitabile fragranza

soddisfa primm ‘ o naso, e dopp’ a panza.

Pasqua senza pastiera niente vale:

è ‘a Vigilia senz’albero ‘ e Natale,

è comm ‘ o Ferragosto senza sole.

Guagliò, chest’è ‘ a pastiera. Chi ne vuole?

Lì ingrediente so’ buone e genuine:

ova,ricotta,zucchero e farina

(è o ggrano ca mmiscato all’acqua è fiori

arricchisce e moltiplica i sapori).

‘E ttruove facilmente a tutte parte:

ma quanno i’ à fa l’impasto, ce vò ll’arte!

A Napule Partenope, ‘ a sirena,

c’a pastiera faceva a pranzo e cena.

Il suo grande segreto ‘o ssai qual è?

Stu dolce po’ ghì pure annanz’ o Rre.

E difatt ce jette. Alludo a quando

Il grande Re Borbone Ferdinando

Fece nu’ monumento alla pastiera,

perché facette ridere a mugliera.

Mò tiene voglia e ne pruvà na fetta?

Fattèlla: ccà ce stà pur’ a ricetta.

A può truvà muovendo un solo dito:

te serve pe cliccà ncopp’ a stu sito.

Màngiat sta pastiera, e ncopp’ a posta

Dimme cumm’era: aspetto na’ risposta.

Che sarà certamente “Oj mamma mia!

Chest nunn’è nu dolce: è na’ poesia!”

La poesia racchiude in se storia e leggenda di un dolce che è un inno al gusto, ed anche miscela di prodotti metafore della rinascita e della Primavera. Nel tempo la pastiera ha incontrato diverse modalità di preparazione, ognuna legata “sì alla tradizione campana” ma anche a quella personale.

Ci fu un tempo una fanciulla che convolò a nozze giovanissima; non sapeva cucinare, non aveva fatto in tempo ad imparare dalla propria famiglia dalla quale fu strappata in tenera età.

Fu una rara occasione della vita a farle incontrare, attraverso il suo amato sposo, una zia acquisita, la Zia Ermelinda.

I suoi figli Mario ed Elvira l’avevano presa a benvolere, le regalavano dolci e ghiottonerie, tra questi la pastiera. Insieme ad essa la sua ricetta più che centenaria, scritta a macchina su un foglio di quelli usati a scuola per i compiti in classe.

La ricetta piegata e ripiegata, consumata dall’uso, fu fotocopiata e distribuita a tutta la discendenza.

Ogni Pasqua per più di cinquant’anni con ritualità ed emozione la ricetta faceva capolino sul quadro della pasta, anch’esso dono di famiglia: farina, burro, uova, liquore Strega, ricotta, grano, crema pasticcera, cannella, liquore Sambuca, canditi rigorosamente tagliati a mano. Le prime volte veniva alta e non andava bene, poi troppi  canditi e bisognava correggere.

Insomma anno per anno la brava sposina aveva raggiunto la perfezione nel confezionare questa delizia per il palato. Prima di raggiungere le papille gustative, la pastiera si assaporava attraverso l’inconfondibile odore che si spandeva nelle stanze di casa, attraendo la golosità di tutti.

La pastiera è il dolce che racconta Napoli, attraverso, odori, colori  sapori e la fanciulla che aveva imparato a prepararla, ricevette il prestigioso titolo di cuoca per pastiere “Patrimonio dell’Unesco”.

Tina

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