Racconti Inediti
Domenica, 12 Marzo 2017 18:22

La folle corsa del tempo

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racconto 1Potrei sembrare uno stereotipo parigino e invece sono solo un vecchio professore in pensione con l’hobby dell’acquerello. Non sono un pittore di strada o un bohemièn né mi sognerei mai di esporre al giudizio altrui le mie povere tele ingenue. Insegnavo filosofia e da sempre mi interrogo sulla natura del tempo.

Ora che il mio si sta esaurendo capirete che la cosa mi interessa a maggior ragione. Ho letto sull’argomento più o meno tutto ciò che era alla portata di un intelletto medio ma sono giunto alla conclusione che per cogliere davvero l’essenza dello scorrere degli istanti dovevo solo osservare. Osservare e fissare. Così, da quando non ho di meglio – o forse di peggio – da fare, vengo quasi ogni giorno qui, davanti alla chiesa di Saint-Sulpice. Monto sul cavalletto una tela immacolata e mi siedo sullo sgabello di legno che porto sempre con me, lungo uno dei due margini dell’ampia piazza, orientandomi di tre quarti, con le spalle rivolte alla fontana centrale, in modo da poter abbracciare con lo sguardo il traffico della strada e l’imponente tempio cristiano. In genere ci passo delle ore, se non intere giornata, e anche oggi non andrà diversamente. Non faccio in tempo ad assestarmi sul mio sedile instabile che un 63 semivuoto mi sbatte sotto il naso la sua tristezza sconsolata. No, gli autobus deserti non fanno per me. Mi piace invece questo papà tutto casa e famiglia che porta a spasso il suo pupo in carrozzina con meravigliosa naturalezza. Merita un primo piano. Voilà. La luce si fa più violenta man mano che si approssima il mezzogiorno. Ma alla luce penserò più tardi perché oggi mi sento crepuscolare. Ecco un altro autobus semivuoto, stavolta un 87, e finalmente un 86 pieno per metà. Questo può entrare nel mio mondo: mi fa pensare alle persone che sanno essere di compagnia senza opprimere e togliere l’aria. I bambini che si rincorrono sotto il colonnato della chiesa dando il tormento a un cane maculato bianco e nero regalano vitalità alla scena che si materializza davanti ai miei occhi. Accendo col pennello una luce nell’edificio di fronte, come ho appena visto fare, e immortalo due signori che entrano nel caffè per pagare la propria consumazione con un divertente siparietto “pago io-paghi tu”. Loro poi escono insieme. Passa un 86 vuoto e, in direzione opposta, un 87 non troppo pieno. Le campane di Saint-Sulpice annunciano l’ora del tramonto. Ecco la luce e il cielo che voglio ricordare. Con l’imbrunire scende una pioggerellina quasi impalpabile. Qualcuno apre l’ombrello e lo apro anch’io per proteggere i miei colori sulla tela. Le auto hanno ormai i fanali accesi ma quasi nessuna ha azionato i tergicristalli. Le mie sì però. Ritraggo fantasmi notturni trasportati da raffiche di vento gelido. Persone come ombre fuggono per non svanire nella pioggia. In mezzo un pakistano in carne e ossa con un bel colorito marcato sembra quasi soccombere sotto il peso dei suoi tappeti. Ora sono stanco e infreddolito ma la mia giornata è giunta al termine. Ho raccolto tanti istanti diversi di pura vita parigina fondendoli e fissandoli in una dimensione che esiste solo sulla mia tela. Ancora una volta ho provato l’ebbrezza illusoria di fermare con uno sguardo la folle corsa del tempo.

Vito Daniele Cuccaro

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