Racconti Inediti
Lunedì, 03 Luglio 2017 13:26

Il treno stride

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Il treno stride, si inclina tra le curve delle colline, scivola sul ferro lucido e rovente, d’estate.

Il treno, trasporto di anime , di vite, ognuna con una direzione un pensiero da raggiungere, una meta, una destinazione.

 Vite che si incrociano attraverso gli sguardi, ognuno è l’enigma dell’altro e i pensieri sono cullati dalle vibrazioni e dal dondolio delle carrozze.

Si sta comodi in quelle poltrone dei pensieri che si interrompono al rumore sequenziale delle giunzioni dei binari.

Lo sguardo talvolta nel vuoto, talvolta catturato da un gesto, un movimento dell’anima che ti sta di fronte.

Quanto manca per arrivare? - ti chiedi - ma poi pensi che in fondo si sta bene adagiati lì, è un motivo per fare un replay della tua vita, per farla scorrere nella mente come il paesaggio che viene risucchiato dai finestrini.

In fondo è bello vedere lungo il viaggio ciò che non avresti mai visto.

Un albero desolato in una distesa che si fregia del tuo sguardo, lì, come ad attenderlo. Ed è come se ti augurasse un buon viaggio, quasi malinconico, per il fatto che egli abbia le radici mentre tu, pur avendole, puoi muoverti. Tanto le tue radici non ti tradiranno mai.

Ecco una casa!... delle finestre ed hai un secondo di vita altrui. I tuoi occhi curiosi scrutano l’interno di quelle finestre e scorgi che le vite sono tutte uguali nello svolgimento giornaliero.

Le case si fanno man mano più numerose, il treno sta per raggiungere una delle tappe del suo viaggio fatto non so quante volte, divorando con la sua maestosità chilometri ,vento, acqua, sole, freddo...impassibile! Eppure a noi tutti, questo animale d’acciaio, con all’interno della sua pancia, (un ristoro di anime), sembra che abbia anch’esso stesso un’anima.

Sento un sorta di gratitudine verso il treno e una sorta di protezione poiché mi consente di viaggiare, di vedere, di scrutare, di pensare nella maniera cosi comoda che in un altro luogo non avrei mai fatto.

I ferri stridono in una morbida frenata dissolvendo altrettanto morbidamente i pensieri, riportandomi alla realtà.

Il brusio delle voci in stazione contrasta con il silenzio ovattato dell’interno delle carrozze.

Si ha un senso di disturbo impattando nella frenetica agitazione di chi ha atteso con ansia l’animale di d’acciaio che, da lontano, avvicinandosi, incute paura ingrandendosi sempre di più ma poi ci si accorge, in pochi secondi, che è un animale buono, pronto per portarti dove desideri nelle viscere delle sue tante pance confortevoli.

Mah!... Proprio ora che stavo adagiandomi in un immobilismo fruttuoso penso: “chissà chi si siederà alla poltrona di fronte ora vuota. Chissà chi riporrà i suoi pensieri scrollandosi dell’ansia e disintossicandosi, per il tempo di un viaggio, dalle tossine della vita e farà le mie stesse scoperte.”

Dal finestrino guardo i saluti, le promesse, le pacche sulla spalla, i sorrisi, i visi seriosi, l’ultima sigaretta e poi su, alla ricerca dell’angolino magari più bello vicino al finestrino. Un po’ come stare davanti al televisore naturale e strappare qualche foto da mandare a chi hai lasciato in stazione o a chi devi raggiungere.

L’ultimo intralcio è la valigia e poi l’angolo sarà un po’ come casa, con le tue poche cose che hai portato da tenere nel viaggio come ancore di salvezza.

Osservo chi sta salendo sul treno e si affretta a trovare il suo posto.

Sento passi leggeri appena dietro di me e una voce delicata che si scusa degli urti in uno spazio stretto.

La presenza è lì, accanto a me, ferma a trovare il numeretto del posto corrispondente alla stampa sul biglietto.

Per un attimo, ora che riesco a vederla, spero che il suo posto sia quello di fronte al mio per quel tratto fino ad ora vuoto.

Nemmeno il tempo di pensarlo che lei inoltra il passo tra le due poltrone opposte sistemando la valigia sul piano alto e con un certo imbarazzo e con un accenno di sorriso fuggente, racchiude in un saluto il piccolo disagio momentaneo.

Si accomoda sul posto ora non più vuoto. I suoi movimenti producono nell’aria una sottile fragranza e mi accorgo ad un tratto che il treno è già ripartito.

Quella presenza mi ha distolto dalla mia bolla di pensieri e sensazioni. Distolgo lo sguardo per non apparire impertinente e per cercare di ritrovare quello stato agiato perso momentaneamente.

Cerco di osservare qualcosa al di fuori del vetro, seguendo con lo sguardo quel rapido movimento. Ma i suoi gesti mi ricatturano.

Sistema le sue cose per poter viaggiare più comodamente controllando se ha tutto ciò che le può servire.

Incrociamo gli sguardi in un battito di palpebre, entrambi. Come sopresi da qualcosa di sconveniente, torniamo con gli occhi di circostanza.

Il cullare del treno ci porta in uno stato rilassante, lei ora, dopo che i suoi occhi hanno ispezionato lo spazio circostante, si fermano sulla sua borsa, adagiata sul suo fianco.

Le dita sottili e curate, frugano all’interno tirando fuori un libro.

Forse non è la lettura che ora le interessa, ma il libro è un mezzo per tenere fermo il suo sguardo, per eludere il mio, per evadere dalla statica realtà o per non dare voce ai suoi occhi e adito ai miei.

E’ lì!... Di fronte a me come una donna di Modigliani in chiave moderna. Con la sua semplice sensualità.

I miei occhi sono, a volte di un osservatore di quel quadro, a volte dell’artista che l’ha dipinta.

Ruba la sua immagine per alimentare la mia fantasia stando attento a non farmi scoprire da un suo battito di ciglia. In fondo il quadro è vivente e non devo dimenticare questo.

Ma il mio sguardo è ingordo. E’ attratto da questa luce di forme, il paesaggio dal finestrino mi serve ormai soltanto come fuga momentanea dai suoi occhi penetranti.

I miei occhi scorrono come acqua su di lei, tra le sue mani e sulle gambe accavallate.

E come acqua si insinuano tra le pieghe dei tessuti che coprono quella sinuosità, quell’armonia iconica.

Gli stessi vestiti sono note di quella musica muta.

Note che avrei tolto delicatamente dallo sparito.

Note contradittorie che avrei voluto rimanessero per non farmi prendere dall’emozione della sua nuda bellezza, che avrei voluto andassero via lasciandola inerme, indifesa ai miei occhi.

Il quadro è lì, di fronte a me. Mi sento come il pittore che guarda la sua opera dopo averla terminata e che guarda ogni piccolo angolo di colore, di luce e ogni angolo è un piccolo quadro, una piccola emozione.

Quel raggio radente, trapassa la lucentezza dei suoi occhi. La mano con le dita esili spostano un gruppo di capelli dalla spalla scoperta, come a permettere a quel raggio di sole di illuminare quella parte di pelle delicata del seno finora nascosta.

Che raggio impertinente! - penso - Lui riesce ad accarezzare ciò che i miei occhi possono soltanto guardare.

E come per dispetto, il sole si diverte ad emozionarmi ancora di più.

I raggi di luce creano ombre delicate che disegnano il volume sinuoso del suo seno.

Osservo questa perfetta fusione. Ma mi accorgo che quel “dipinto” di luci e ombre è vivente soltanto quando il seno si muove con la dolce frequenza dei suoi respiri. Quanto avrei voluto seguire con le dita quel morbido respiro.

La luce si insinua nella cavità dei seni creando una trasparenza sul tessuto che li contiene.

Ora il sole lo sento come un mio alleato.

Come se avesse percepito i miei pensieri.

Un alleato silenzioso all’insaputa di lei.

Quel gruppo di capelli ribelle, che sovente cade sulla pelle bianca, sembra indicarmi il percorso del mio sguardo che si sofferma su quel vestitino bianco di lino la cui leggerezza

sembra una carezza sulle sue gambe e si adagia sul sedile aggrovigliato casualmente.

I miei occhi seguono quelle pieghe leggere, morbide, di quel tessuto precario, fresco, estivo come sfumature di quel concerto sinuoso di forme e si fanno pennello su una tela immaginaria dipingendone le trasparenze.

Osservo il confine tra il lino e la pelle come la riva tra la sabbia e il mare e, come il mare, il vestitino copre le meraviglie, la bellezza, l’estasi. Un confine invalicabile violato soltanto dalla fantasia, dall’immaginazione.

Qui il mio alleato non può far nulla, se non accarezzare col suo raggio quella pelle di velluto bianco. Però lo sfido. Perché la mia carezza sono i miei occhi furtivi, fugaci, attenti a non essere scoperti dai suoi, timorosi di essere traditi dal mio stesso pensiero.

Penso: “ho un’opera d’arte della natura di fronte a me. Quale artista può essere più bravo della natura stessa! Un’artista irraggiungibile che dipinge la sublimazione di se stesso!”

Ma il mio pensiero si racchiude nella frazione di un secondo quando il suo sguardo, legato a un sospiro prolungato, si distacca dalle pagine del libro e s’inoltra nella profondità del paesaggio che come un quadro impressionista scorre all’indietro sui vetri del finestrino. Scorgo il riflesso della sua immagine sul vetro e curioso la direzione del suo sguardo, le osservo gli occhi.

Ho l’impressione che i nostri sguardi si auto costringano a seguire quei colori fuggenti del paesaggio per non tradirsi in un incrocio e non rivelare i pensieri muti ma tanto eloquenti nel momento in cui, in una frazione di secondo, in un battito di ciglia, i suoi occhi sono nei miei.

Un attimo eterno nella sua intensità, lungo quanto lo spostamento rapido di uno sguardo e, nuovamente le palpebre mettono un punto come una interruzione di un contatto mentre il libro aperto cattura la sua attenzione.

Quanto sarà interessante questo libro? - mi domando - Perché l‘ha portato con se’? Non poteva dimenticarselo?

E’ un mio rivale in quel momento. Avrei voluto i suoi occhi solo per me! - Ma si! – mi dico -meglio così! Posso guardarla come voglio in tutta la sua bellezza! E posso scrivere il mio libro di pensieri a volte deliziosamente indecenti senza essere scoperto! - Grazie libro!

Le sue dita affusolate, sottili, adagiate sulle pagine si diramano tra le righe sfiorando il cartaceo.

Le osservo. E sento il loro tatto delicato sulla mia pelle. L’indice e il pollice strofinano delicatamente l’angolo della pagina in alto a destra. E le riporto, attraverso il mio libro di pensieri, con sottile malizia, sul mio lobo insieme a uno sguardo intenso e a labbra semichiuse.

- Ma no!! - che penso! - Questo filtro maschile dell’eros mi deturpa quell’immagine candidamente pittorica e delicata. Come infrangere quella bellezza iconica e statuaria solo da ammirare e sognare.

- Ma si! In fondo voglio solo sentire il suo respiro, strapparla dal quella cornice e farla un pò mia.

Sentire il suo fiato caldo sulla mia pelle e rendermi conto che è reale! Sta li, di fronte a me!

Ecco che come ad ascoltare i miei pensieri muove piano le gambe alternando la loro posizione accavallate.

Il gesto è lento ma in un tempo cosi stretto da volerlo fermare per godere di quell’elegante e sensuale movimento in cui speri che ogni cosa non torni al suo posto, come una mareggiata o un’onda che modifichi il presente; e proprio come le onde, il vestito, si adagia in pieghe diverse facendo trasparire gli scogli e le insenature dai loro fluttui.

Insenature scogliose.

Il gusto del proibito, dell’avventura, del mistero.

Lì, con lo stesso spirito avventuroso, azzardo qualche sguardo con il timore di essere scoperto. Con gli occhi fuggenti di ladro rubo il mistero, l’incognito, il buio, l’abisso e provo il piacere del brivido.

Ma come un ladro intento a rubare, spiazzato, vengo sorpreso dal suo sguardo, quel secondo di anticipo in cui le sue palpebre si alzano prima delle mie, e come un ladro ancora, sento quel senso di arresa.

Mi costituisco al suo sguardo da cui inaspettatamente non percepisco monito ma un sottile compiacimento misto a comprensione, seguito da un leggero e labile accenno di sorriso.

L’incrocio dei nostri occhi questa volta sembra più lungo e intenso anche se nell’attimo tra una battuta di ciglia e l’altra.

Un tempo cosi breve ma tanto lungo da poterci scambiare tutti i nostri pensieri.

Il suo petto si blocca un attimo in un prolungato sospiro, gonfiandosi leggermente per poi riabbassarsi facendo scostare il tessuto dalla pelle, tra i seni; l’inizio di una meraviglioso abisso dove avrei voluto perdermi.

I nostri sguardi si fanno più frequenti, ci scopriamo ladri ognuno dello sguardo dell’altro.

In un certo senso ho confessato le mie emozioni e i miei pensieri; a volte onirici a volte impertinenti a volte indecenti senza dire una parola. Qualsiasi parola avrei detto adesso, rischiava di rovinare quel magico stato di estasi ed emozioni.

Tra noi, seppur apparentemente statici, sentivo che c’era una dimensione quantica in cui la nostra pelle si toccava, si sfiorava, il nostro fiato caldo si avvertiva su ogni angolo del corpo.

Il sussultare del treno trasmette vibrazioni al suo sinuoso corpo cullandolo in un dolce abbandono.

Osservo quella ciocca di capelli ribelle che cade dalle spalle, i seni, morbidamente, attutiscono le vibrazioni della carrozza.

La gamba accavallata dondola lievemente sull’altra; le giunture dei binari fanno la loro parte in un gioco sensuale.

Distolgo lo sguardo in un particolare fuggente al di fuori de vetri. Lo seguo con gli occhi potendo dare un limite o un punto o una virgola ai miei pensieri più caldi.

Lo stridio leggero dei ferri in una curva interrompe il mio pensiero audace fatto di una emozionante passione. Il treno comincia, dopo la curva, un morbida e lunga frenata. La frequenza delle giunture si fa man mano più lunga.

Improvvisamente lei cattura di nuovo il mio sguardo col gesto di prendere qualcosa nella sua borsa. Tira fuori una penna e un pezzetto di carta. Chiude il libro e scrive qualcosa.

Cerco di sbirciare ma non riesco a leggere le sue righe, oltretutto sto in una posizione opposta, difficile leggere al contrario.

Ma si! - Sono proprio sfacciato a voler addirittura leggere cosa scrive! - Però è bella sempre! in tutti i suoi gesti. Il capo chino sul foglietto, lascia cadere in avanti gran parte dei capelli che scendono come cascata.

Le sue mani esili stringono la penna in un gesto rapido. Me la godo finchè non alza di nuovo il capo.

Ecco il vetro è il punto di fuga dei mie occhi.

Il treno rallenta sempre più la sua corsa. Capisco che da li a poco ci sarà una stazione e si fermerà a prendere altre anime in attesa nel suo ventre. - Noo! - penso - è come quando vuoi dormire ancora un pò e qualcosa, qualcuno, un rumore interrompe ciò che piacevolmente stavi sognando.

Di nuovo il brusio, le nuove facce, le ansie alla conquista del posto.

In verità ho il timore di perdere la sua attenzione. - Ma che stupido! Sono anche geloso adesso e di cosa? - Si, di quel magico quadro, di quelle sfumature, di quella luce, di quel sogno che finora mi ha fatto perdere la percezione del tempo e che mi ha trasportato in una dimensione sublime, tanto reale da sembrare finta...anzi no! - tanto finta da sembrare reale!... non so! - io la sento sulla pelle!

Ma ancor di più mi rendo conto che il sogno sta per finire quando lei chiude il libro e con movimenti lenti lo ripone nella borsa.

Un altro fugace incontro di occhi e sento che è l’ultimo sguardo. Si alza, ora la vedo in tutta la sua fluida bellezza, di nuovo l’aria si sposta propagando quella fragranza come all’inizio e alla fine.

In piedi, in quel piccolo spazio tra i sedili, lei si sporge a recuperare il bagaglio in alto e il suo vestito sfiora le mie gambe piegate.

Il suo gesto è prolungato dal mio sogno, lì, dove il limite è tra la realtà e la fantasia.

Ormai sento di uscire da questa bolla di “piacere” e in maniera sfacciata come l’ultimo colpo di coda di balena morente, cerco i suoi occhi per perforarli oltre la loro trasparenza.

Mi gioco tutto in un gioco di una candida e pulita perversione evanescente.

Di colpo i suoi occhi si girano nei miei, lo sguardo è intenso, sono preso, calamitato da quegli occhi immensi come immensa è stata l’emozione di averla di fronte in un tempo piccolo.

Sento la sua voce per la prima volta in un timido saluto in un momento ultimo come una storia al contrario e in un labile e dolce sorriso.

Mi godo la sua figura fino a che scompare dai miei occhi lasciando la scia profumata e il rumore dei passi come quando mi era apparsa.

Purtroppo io devo proseguire! Ma avrei voluto scendere con lei!

Ma forse se il sogno sconfinava nella realtà non aveva più la sua magia - o forse no? - Avrei forse continuato a viaggiare ma non sul treno.

Ma si! - Una forza mi ha tenuto inchiodato alla poltrona. Forse la forza del sogno! - Doveva andare così! - forse è bello per questo!

Mentre ho questo turbine di pensieri, guardo quel posto ora vuoto di nuovo - no!

Non è vuoto! - Scorgo un rettangolino bianco che spicca sulla tappezzeria di velluto blu della poltrona.

Ma cos’è? - Mi pare di averlo visto prima! - ma si! È quel fogliettino che lei stava scrivendo!

L’ha dimenticato? - E, come l’unica cosa rimasta di lei, o almeno nel suo posto, come se le appartenesse, lo prendo e lo apro.

Non ho letto un solo rigo del libro, ma ho letto i tuoi occhi...abbiamo fatto l’amore!”

Lo leggo più volte. Alzo gli occhi verso il suo posto ed è come se la vedessi ancora lì, evanescenza ancora presente.

E giro gli occhi sul vetro verso il brusio della stazione in quel miscuglio di anime e di vite incrociate e penso al nostro incrocio tra queste anime.

Di colpo mi sembra di vederla di nuovo al di là del vetro – si, è lei! - Che bello la sto rivedendo! Con i capelli fluttuanti nel vento caldo e quel vestitino svolazzante, lei, si fa spazio tra la gente con un passo deciso.

Il suo sguardo è quello di chi sa dove deve andare. La seguo con gli occhi. Ecco dove va!

Da quell’uomo fortunato che la stava aspettando forse con ansia o forse no. Sarebbe stata tutta sua questa sera! - Ma lui non sa che l’ho fatta mia in un viaggio di piacere dove nessuno può arrivare e impedire.

Dove non c’è una partenza o un arrivo perchè il viaggio posso riprenderlo quando e come voglio nel mondo vasto dei miei pensieri.

Il treno riparte, si muove lentamente, le figure dal finestrino si muovono all’indietro, man mano più lontane e penso, leggendo di nuovo il suo biglietto, l’unico modo che ho per possederla in una dolce passione è dipingerla su una tela e il pennello sarà la mia carezza sulla sua pelle.

Il paesaggio continua a scorrere come un quadro impressionista sulla superficie del vetro.

Pasquale Palese

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