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Niente a che vedere con prodotti di certo circo letterario, Intransigenze (Adelphi, Milano, 1994) è la raccolta di un discreto numero di interviste che Vladimir Nabokov, l’autore di Lolita e de Il dono, per intendersi, rilasciò nel corso  di molti anni della sua vita e della sua attività di scrittore. Chi s’aspettasse di trovarci qualche gustoso aneddoto, di scorgere tratti intimi dell’uomo dietro la figura pubblica, di far tesoro di trucchi o segreti del mestiere, o financo di arricchire la propria collezione di santini con una ennesima oleografia dell’artista o - perfidamente aggiungo - di scovarvi frasi tanto sibilline quanto banali con le quali farcire la barra di stato di Facebook e fare così incetta di like, sbaglierebbe. Nabokov, non sembri una contraddizione, non amava le interviste, “se per intervista s’intende una chiacchierata fra due normali esseri umani”, non considerava possibile un dialogo sulla scrittura e sulla letteratura, improntato ad una poco rigorosa spontanea immediatezza; tant’è che chi proprio intendesse, veniva invitato a produrre un elenco di domande scritte alle quali egli forniva altrettanto puntuali risposte scritte. Il volume non è quindi in definitiva una stampa anastatica di ritagli di giornale, bensì una ordinata occasione di dar voce alle sue opinioni personali, così si esprime, su temi pertinenti, che non trovavano a suo dire molto spazio nei suoi scritti narrativi. legg nabokov1In questo senso, in questa chiave, è probabilmente sensato proporre questo libro in questo contesto, come un discorso austero sulla produzione letteraria e sullo scrivere, dal metodo alle traduzioni, dalla cura del testo alla conoscenza approfondita delle lingue, alla critica della critica letteraria, oltre che sulla politica, sui costumi, la morale e la dittatura, la Russia e l’America ed altro, fatto da un grande scrittore del secolo scorso. E dire che, sollecitato, proprio Nabokov confessava di non aver mai pensato alla letteratura come una carriera, allo scrivere come una possibile fonte di reddito, avendone spesso immaginata per sé invece “una lunga e appassionante […] nei panni di un oscuro conservatore di lepidotteri in un grande museo”. Intransigenze lo lessi una prima volta nell’agosto del 2006, e l’ho riletto in questi giorni per l’occasione. Non ricordavo, tra le tante cose, certi giudizi su altri scrittori, sui Joyce e sui Kafka, i Tolstoj, Balthus, Balzac, Mann, e altri, che li dividono inesorabilmente, per così dire, tra sommersi e salvati. Non ricordavo nemmeno che da pagina 275, dandole dignità di paragrafo, producesse una così definitiva e sarcastica valutazione del tanto venerato Sartre de La Nausée, a me cara per molte ragioni. Però ricordavo il rigore e la serietà, ben lontani dalle mode o dai miti dello scrivere come viene, con i quali individua, richiesto, le virtù letterarie alle quali cercare di arrivare: “La capacità di chiamare a raccolta le parole migliori, con ogni aiuto disponibile, lessicale, associativo e ritmico, per esprimere con la massima precisione possibile ciò che si vuole esprimere”. Una buona lettura.

Rocco Infantino

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inv CarloLevi1 "Nullus locus sine Genio", ossia “nessun luogo è senza Genio”. L’espressione usata dal relatore latino Servio per commentare l’Eneide è stata utilizzata per raccontare un uomo e i suoi luoghi: Carlo Levi e la Basilicata. Una narrazione attraverso scatti fotografici e opere pittoriche che esaltano il concetto di “spirito” del luogo e dell’uomo. Un’immagine che affonda le sue radici nella cultura classica in cui si parla di sacralità dei luoghi e della funzione che ogni uomo è chiamato ad assolvere e che consegna a noi contemporanei il concetto di “essenza di un luogo”. Luoghi dotati di una certa forza, di un’anima, capaci di influenzare le persone che vi abitano. Affermazioni, queste, che ci portano nei meandri dell’antropologia secondo cui un uomo che vive in certi luoghi, con il passare del tempo ne assume i caratteri, diventa simile ad essi.

Così è stato per Aliano e Carlo Levi. Uno stretto rapporto tra terra e uomo sfociato in amore struggente di cui ha voluto parlare la mostra fotografica e pittorica Genius Loci...persistenze spazio temporali allestita presso la Biblioteca nazionale di Potenza inaugurata lo scorso 8 maggio e visitabile fino al prossimo 10 giugno.

Un’occasione fornita da varie ricorrenze che riguardano lo scrittore e pittore torinese: i 40 anni dalla sua scomparsa, i 70 dall'uscita del romanzo "Cristo si è fermato ad Eboli" e gli 80 dal suo confino in Basilicata. Una mostra che unisce i vari linguaggi espressivi: la fotografia e l’arte figurativa e che dedica uno spazio alle opere letterarie dello e sullo scrittore (Cristo si è fermato a Eboli, 1945, L'orologio, 1950, Le parole sono pietre, 1955, Il futuro ha un cuore antico, 1956, La doppia notte dei tigli, 1959, Tutto il miele è finito, 1964).inv CarloLevi2inv CarloLevi3 inv CarloLevi4

33 scatti fotografici, a cura dell'Associazione Fotografica "Imago Lucus", dedicati ai luoghi leviani del confino, i paesaggi materani di Aliano e di Grassano. 9 opere di Levi, selezionate dal Polo Museale Regionale della Basilicata dal titolo "I dipinti di contenuto sociale". Opere che vanno dal 1953 al 1974 di proprietà della Fondazione "Carlo Levi" di Roma date in comodato al Museo d'arte Medievale e Moderna della Basilicata - Palazzo Lanfranchi, che le ha messe a disposizione per questo evento. Chiude l’esposizione il ritratto di Levi realizzato dall'artista Rocco Santacroce. Un evento che racconta anche un buon esempio di sinergie tra le realtà pubbliche e private che operano sul territorio a favore della cultura investendo in operazioni di tale importanza. inv CarloLevi6inv CarloLevi7inv CarloLevi8

La mostra affronta un percorso geometrico e cromatico che riguarda il paesaggio e i suoi abitanti: linee profonde e scure che spaccano la terra arida, che disegnano il contorno del paese, che segnano i volti arsi dal sole della gente del paese. I colori caldi e materici: il giallo d'estate, l'ocra delle argille, il nero degli stendardi appesi alle porte, della Madonna nera, degli occhi profondi delle nonne, dei veli delle vedove, dei capelli delle streghe. Poi il bianco dei sassi di fiume e delle carcasse delle carogne. Il grigio-verde degli ulivi, delle pale dei fichi d'India, il verdastro-azzurrino delle imposte di legno e poi il blu del cielo terso.

E le curve dei tornanti, delle piccole case arroccate su cui si staglia l'ombra di una figura incorporea ed eterea. Lui, l’uomo, il Genius che non ha mai abbandonato quelle terre, che le osserva dall’alto, da dietro le case, attraverso i muri. Lui è sempre lì. La sua anima non ha emigrato altrove. E’ rimasta tra le colline arse dal sole e levigate dal moto incessante del vento. L'invisibile che sta dietro il visibile. inv CarloLevi5

Immagini incantate di un luogo che non ha mai smesso di raccontare la sua storia rese suggestive dalla sovrapposizione di scatti e dalla esposizione multipla di immagini.

Foto che hanno colto  lo spirito di Carlo Levi, Genius Loci, benevola eterna presenza.  

Eva Bonitatibus

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edi piazzalibri

Istigazione alla lettura. Lo ha detto Erri De Luca, scrittore italiano finito sotto processo per aver preso posizione nei confronti dei cantieri dell’Alta velocità sulla tratta Torino-Lione. Avrebbe invitato al sabotaggio della Tav. Ma lui, dall’aula del Tribunale di Torino dove si è svolto il processo a suo carico, si difende dall’accusa di istigazione a delinquere dicendo che potrebbe “istigare alla lettura, al massimo alla scrittura”.

Le parole sono pietre. Come non cominciare da questo evento per affermare il ruolo degli scrittori nella società odierna? Sembra che sia necessario tornare a soffermarsi sul significato delle singole parole. Le parole sono pietre. Lo scrisse Carlo Levi in un libro così intitolato in cui compie tre viaggi nella Sicilia dei primi anni ’50. Ne scruta il segreto, ne coglie la verità e la speranza. E ci invia un messaggio di amore per tutto quanto è umano, di debole e doloroso, vale a dire nobile. Da qui quella sua straordinaria capacità di guardare, leggere e capire la realtà.

edi piazzalibri2Contagiare la voglia di leggere. E come si può leggere la realtà se non attraverso il vissuto impresso nelle pagine dei libri di intellettuali e scrittori? Torna allora utile, ancora una volta, il ricorso ai libri e alla lettura. E torna utile ricordare che lo si potrà fare coralmente. Dal 21 maggio al 2 giugno arrivano le Piazze del Libro, la manifestazione del Maggio dei libri 2015 che vede il coinvolgimento anche dell’Associazione Nazionale Comuni Italiani il cui compito sarà di contagiare gli italiani da Nord a Sud con un’inguaribile voglia di leggere, di scoprire nuove storie, e tuffarsi in pagine e pagine.

Il nostro invito è allora sempre lo stesso. Leggere con occhi nuovi la realtà nella quale viviamo cercando di cogliere il significato di quello che ci accade. Seguendo le parole dei nostri maestri, non quelli cattivi, che ci hanno tracciato la strada per una vita vera. Continuiamo allora ad istigare e a contagiare…all’uso dei libri e al valore delle parole.

Eva Bonitatibus

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dial Amendolara1

Si definisce un cronista artigiano del Mezzogiorno d’Italia. E’ un giornalista puro, che ama la verità. Conosce il valore dell’informazione e delle parole, che usa con consapevolezza dando a ciascuna il giusto significato. Non ama gli scoop sensazionalistici e prende le distanze da certe trasmissioni televisive che fanno mercimonio di casi umani. Fabio Amendolara, giornalista lucano, è stato ospite di Gocce d’autore per la presentazione di uno dei suoi libri-inchiesta e di recente è stato insignito del prestigioso Premio Internazionale “Rosario Livatino e Antonino Saetta” per le sue inchieste giornalistiche su casi di femminicidio, di persone scomparse e di lupara bianca. Amendolara è autore di numerose inchieste e alcune pubblicazioni: La colpa di Ottavia, controinchiesta sulla misteriosa scomparsa della bambina di Montemurro, Il caso Ilaria Alpi, e-book sul misterioso omicidio dell’inviata di guerra, Il segreto di Anna. Inchiesta su un suicidio sospetto. La misteriosa morte del commissario Esposito e gli intrecci con la scomparsa di Elisa Claps. Impegnato come componente della Commissione garante per l'attuazione della Carta di Istanbul, Fabio Amendolara si batte per la qualità dell’informazione mediatica. Ecco la nostra intervista.

Dove nasce la passione per il giornalismo d'inchiesta?

Nasce mentre a Catanzaro seguivo da cronista le inchieste del pubblico ministero Luigi De Magistris. Ho avuto modo di lavorare a stretto contatto con giornalisti come Francesco Viviano che all'epoca era inviato speciale di Repubblica, Gianmarco Chiocci, inviato del Giornale e oggi direttore del Tempo, Antonio Massari, già con La Stampa e ora al Fatto Quotidiano. Loro non raccontavano soltanto il contenuto delle indagini ma lo valutavano, lo verificavano e lo inserivano in un contesto. Erano inchieste giornalistiche sulle inchieste giudiziarie. Lavorando con loro il mio approccio alla professione è cambiato.

Chi informa deve essere informato. Una regola aurea del giornalismo che non sempre viene rispettata e che in taluni casi genera danni irrimediabili. Come garantire una corretta informazione?

Io aggiungerei: deve essere anche documentato. Più lo è e migliore sarà la sua inchiesta. Purtroppo l'errore è sempre dietro l'angolo. L'unica arma che il giornalista ha in mano per prevenire è verificare, verificare, verificare.

 

dial Amendolara2dial Amendolara3dial Amendolara4

Tre libri su tre donne scomparse: Ottavia, Ilaria e Anna. Un impegno professionale che assume carattere sociale soprattutto per aver riacceso i riflettori su casi ormai finiti nell'oblio. Qual è il suo filo conduttore?

L'oblio è qualcosa di terribile. Su Ottavia e Anna c'era già una pietra sopra. Il caso di Ilaria è stato mantenuto in vita dalla caparbietà di tanti colleghi che l'avevano conosciuta e che avevano lavorato con lei. L’impegno delle famiglie in casi come questi non basta. I familiari sono soli in battaglie giudiziarie complicatissime e costosissime. Sono certo che il giornalismo d'inchiesta possa fare tanto e non solo per la memoria.

Ad Istanbul, dove ha recentemente partecipato al 3' Symposium internazionale sulla protezione giuridica della donna, ha parlato del rapporto tra giornalismo e femminicidio. Cosa pensa del modo in cui questo argomento viene trattato da alcuni programmi televisivi?

Provo paura quando vedo Barbara D'Urso intervistare zio Michele di Avetrana e altri protagonisti di fatti di cronaca. Di recente mi sono occupato del caso di un chirurgo finito nel tritacarne mediatico di trasmissioni televisive non condotte da giornalisti. Lo definirono un macellaio. In realtà, a parte il risultato estetico davvero terribile, aveva salvato la vita a una persona. Questo concetto è stato ribadito in diverse sentenze giudiziarie. Ora vedremo cosa decideranno i giudici per la definizione di macellaio. Sono certo che un giornalista non avrebbe mai usato quel termine con leggerezza.

Può la notizia influenzare il decorso della giustizia? In che misura?

Se l'informazione è corretta non può che influenzare il decorso della giustizia in modo positivo. Non sono pochi i casi in cui testimoni importanti sono stati rintracciati dai giornalisti e non dagli investigatori.


Nonostante il continuo parlarne, il triste fenomeno del femminicidio sembra non conoscere battute d'arresto. Il tam tam televisivo argina o favorisce tali crimini? Si può rimanere affascinati da scoop sensazionalistici?

È proprio ciò che va evitato: gli scoop sui casi di femminicidio.

dial Amendolara5

Qual è stato il caso più difficile da capire della sua carriera?

Senza ombra di dubbio l’omicidio della giovane Elisa Claps. Ci sono continui misteri nel mistero. È inestricabile.

Quale riaprirebbe?

Quello di Sveva Taffara, una ragazza di Settimo Torinese annegata in un pozzo di una masseria dispersa nelle campagne di Barile. L'hanno chiuso come suicidio, ma è un caso che grida giustizia.

Cos'è per lei il giornalismo?

Bella domanda. È informare i propri lettori/ascoltatori senza influenzarne le idee in modo subdolo.

Eva Bonitatibus

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È un brano di sensibilità maschile e vigore femminile, E dimmi che non vuoi morire, scritto da Vasco Rossi e magistralmente interpretato dall’eterea Patty Pravo, tanto da divenirne simbolo.

C’è un’ammissione nella visione del futuro. La consapevolezza della presenza non esclude dalla prospettiva della opportunità.

Una netta verità, fredda come una pioggia improvvisa sul cuore sereno.

Un corollario di questioni inevase è di difficile lettura. Ma la domanda di senso attutisce il colpo.

È una resa formale.

Una rassegnazione costante e lucida.

Un moto del giudizio, una spinta della cognizione personale a non predire con sempre dolorosa puntualità, l’effige della circostanza.

Un monito ad andare altrove. Avanti.

Che sia affacciarsi su uno specchio d’acqua o dentro se stessi, non modifica la sostanza di un viaggio, talvolta necessario come l’aria, sebbene inascoltato come i più pensanti sensi di colpa.

Un’esclusione generale, luminosa come una ferita nei cieli d’estate.

Virginia Cortese

ascoltare pattypravo

Guarda…io sono da sola ormai.

Credi…non c'e' più nessuna che

quando chiedi troppo e lo sai,

quando vuoi quello che non sei te

ricordati di me…forse non ci credi.

Sguardi…guarda sono qui per me

Non ti ricordi…eri come loro te.

Sono tutti quanti degli eroi

quando vogliono qualcosa…beh

lo chiedono lo sai… a chi può sentirli…

La cambio io la vita che

non ce la fa a cambiare me

bevi qualcosa, cosa volevi

vuoi far l'amore con me

la cambio io la vita che

che mi ha deluso più di te

portami al mare, fammi sognare

e dimmi che non vuoi morire...

Dimmi…sono solo guai per te.

Dimmi, ti sei ricordato che

hai una donna che se non ci sei

come fa a resistere senza te.

Piangi insieme a me dimmi cosa cerchi.

La cambio io la vita che

non ce la fa a cambiare me

bevi qualcosa, se non ti siedi

vuoi far l'amore con me

la cambio io la vita che

che mi ha deluso più di te

portami al mare, fammi sognare

e dimmi che non vuoi morire... 

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SimoneMarengo4

di Simone Marengo

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perle ferri0Il 10 Agosto 2007, in una magica serata sul palcoscenico del mitologico Teatro Antico di Taormina Alessandra Ferri dà il suo addio alla danza. Ha appena 40 anni. Una serata impossibile da dimenticare. Lo scenario del Teatro è noto: le antiche pietre color rosa fanno da sfondo, con quello squarcio straordinario sul lontano Etna sempre presente con il suo pennacchio rosso, che sia la scena per una Turandot o un Rigoletto o per la danza della Ferri. Cinquemila spettatori, pubblico della grandi occasioni, oltre ai sempre graditi turisti, era accorso il popolo dei ballettofili e non mancavano le grandi firme dei vip. In prima fila il marito e grande fotografo Fabrizio Ferri e le due bimbe. Insomma un fiore a l’occhiello per il Festival di Taormina diretto da Enrico Castiglione. Nel programma Alessandra passava con naturalezza dalla Cinderella di J Neumeir alla passionale Carmen di R.Petit, dalla languida Dame aux Camelias di Neumeier, dalle coreografie di L. Lubovitch, W. Forsythe, B. Stevenson alla dolce Manon di K.McMillan accompagnata da Giulio Bocca, comunicando agli spettatori una emozione unica.

Al termine e dopo aver accolto commossi e scroscianti applausi, scomparve romanticamente nella notte con marito e figlie sulla barca di e con Sting per far ritorno all’Isola di Pantelleria. Ma perperle ferri1 fortuna non è andata così, Alessandra non ha mai interrotto quel filo indissolubile di una passione, di un destino. Non poteva una artista come lei abbandonare così la scena. Una come lei con la sua storia! Una storia incredibile che inizia quando da bambina comincia i suoi studi alla Scuola di Ballo del Teatro alla Scala e che continua con il suo ingresso al Royal Ballet o essere stata scelta a soli 19 anni da Sir Kenneth McMilan quale interprete dei suoi più importanti balletti. Ha raccolto in seguito nel suo cammino una infinità di prestigiosi premi come il Prix de Lausanne, il Sir Lawrence Olivier Award, il Dance Magazine Award e il Benois de la Danse .

Ha 22 anni quando Mikhail Baryshnikov la invita all’ American Ballet Theatre dove rimarrà fino al 2007. Ha lavorato con i più grandi coreografi del nostro tempo: Sir Frederick Ashton, Sir Kenneth McMillan, Jerome Robbins, Jiří Kylián, Twyla Tharp, John Neumeier, William Forsythe, Roland Petit. Ha danzato nei teatri più prestigiosi del mondo. Voleva farci dimenticare tutto questo? Impossibile. E per fortuna ci ha ripensato: dopo quella sua “minaccia” fatta in una lontana sera ne ha fatte di cose!

Infatti dopo quell'addio alle scene del 2007 e dopo una breve parentesi Alessandra Ferri è stata presente in varie e importanti manifestazioni di danza: al Festival dei Due Mondi di Spoleto, proprio a Spoleto nel 2013 il suo ritorno con "The piano upstairs", ideato dal guru di Broadway John Weidman. A Modena si è esibita in "Trio ConcertDance", spettacolo concesso in prima assoluta per l'inaugurazione di ParmaDanza 201. E ancora si segnala la sua presenza nel 2014 al Ravenna Festival.

perle ferri3Con una bellezza più morbida e ancor più consapevole di se, con il suo copro sempre sottile, flessuoso e parlante Alessandra dimostra e conferma come la maturità può regalare nuove sfumature all’arte della danza e che l’età è solo uno stato mentale e non un impedimento per artisti come lei e altri importanti talenti.

Oggi Roma la accoglie con entusiasmo dopo ben undici anni di assenza. Ci ha pensato Daniele Cipriani, un appassionato di danza e grande organizzatore e produttore di spettacoli indimenticabili. Dunque, arrivata a cinquant’ anni ha deciso di ripercorrere ancora le vie della danza e con una nuova linfa.

Evolution è il titolo della serata del 30 Luglio nella Cavea dell’Auditorium Parco della Musica Roma. Uno spettacolo che segna l’evoluzione di questa grande artista. Il programma della serata molto attesa laperle ferri4 vedrà insieme a un asso della danza internazionale, quale Herman Cornejo primo ballerino dell’American Ballet Theatre che dalla nostra star si sente più stimolato nella sua ricerca artistica. Insieme a loro dueci saranno anche alcuni acclamati danzatori provenienti da compagnie classiche e moderne di punta. Tra loro, Tobin del Cuore (Lar Lubovitch Dance Company), Craig Hall (New York City Ballet) e Daniel Proietto (Russell Maliphant Company), artisti molto diversi tra di loro, eppure tutti profondamente uniti dalla medesima visione della danza.

Diversi anche i lavori coreografici presentati in questa raffinata serata: dall’americano Lar Lubovitch al franco-albanese Angelin Preljocaj, dall’inglese Christopher Wheeldon alla canadese Aszure Barton.

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L’antico divieto di generare orfani o vedove, pena inevitabili nuove colate di piombo fuso, aleggia da secoli tra le ombre delle grandi macchine a stampa. L’anatema germina dallo sviluppo lineare del libro. I libri hanno una struttura lineare - questa è una delle apparenti banalità più profonde dell’esperienza comune -, seguono quindi una estensione che ha un prima e un poi, hanno un numero contato di pagine. Alla bisogna, leggendo, si può fare un salto indietro e riprendere il percorso da un certo determinato punto a seguire. Essi sono anche un oggetto finito, con il quale si può soltanto leggere, non se ne danno altre funzioni intrinseche. Così è. leggere casati1 Oggi prende corpo una nuova forma di vita, di tipo arborescente, che trova il suo proprio habitat negli strumenti digitali: dai pc ai tablet, ai kindle, al famigerato i-pad. Con questi strumenti si può anche leggere. Anche, si badi, ma non esclusivamente: leggere è soltanto una delle tante attività che vi si offrono. E mentre quello che ci si legge perde, anche visivamente, la sua struttura sequenziale - lineare, dell’ambiente di lettura tradizionalmente disegnato tra lo sguardo e le pagine di un libro, i confini rovinano verso infiniti spazi collaterali, opzioni, distrazioni. Quel che ci viene sottratto - rubato? - è l’attenzione, e con essa l’esclusività e la profondità dell’esperienza, non soltanto del leggere. In un testo digitale, il “tornare indietro” non ha il medesimo effetto che con le pagine di un libro. Ma soprattutto, le nuove tecnologie sono orientate ad offrirci continue occasioni di distrazione: dall’essere connessi, all’interagire sui social, al ritenere d’essere o dover essere costantemente informati. Finanche gli ambienti esterni della lettura, quello domestico, quello scolastico, che dovrebbero essere a loro volta protetti, sono invece vulnerati da continue intrusioni. In questi ultimi, la sostituzione dei libri con le tecnologie digitali, mostrata come un progresso, potrebbe rivelarsi una violenza nella formazione degli individui, mutandoli da soggetti consapevoli in semplici terminali nel rapporto uomo - macchina o, peggio, uomo - prodotti. In mezzo, c’è anche una nuvolaglia di probabili sciocchezze, come quella della pretesa specificità dei cosiddetti “nativi digitali”, generazione di giovani evidentemente capaci di usare le nuove tecnologie con naturalezza; fatto dal quale qualcuno però tenterebbe di postulare l’esistenza di una specifica forma di intelligenza, in senso stretto. Con quale utilità?leggere casati2 Roberto Casati, Contro il colonialismo digitale - istruzioni per continuare a leggere, Laterza, 2013. Ho consigliato questo saggio a mia figlia. La ragazzina legge molto, ha sempre letto molto. Non è quindi, il mio, un intempestivo invito alla lettura, bensì una indicazione per acquisire, attraverso determinate consapevolezze, gradi crescenti di libertà. A voler giocare - quanto improbabilmente? - ai complottisti, potremmo magari riflettere sul fatto che non solo se compriamo libri su Amazon, Amazon conosce tutto dei nostri gusti, ma se poi leggiamo i nostri libri su Kindle, qualcuno, in un dove indefinito, è in grado di stabilire, quantitativamente ed anche analiticamente: quali siano i libri i cui ultimi capitoli vengano letti prima dei primi, quali libri vengano acquistati e non letti, quali libri vengano letti di sera prima d’addormentarsi e quali durante le varie ore della giornata, quali quelli iniziati più volte… Debbo continuare? Cosa si riuscirebbe a ricavare da queste informazioni? Immaginiamo, giochiamo? in questo mondo, potremmo allora voler passare, da lettori, in clandestinità (darci alla macchia, ma d’inchiostro), comprando “in piccole librerie fuori mano, pagando in contanti”. E ci tornerebbe cara, da autori, a presidio del momento delicato della correzione delle bozze, la vecchia prescrizione dei tipografi: attenzione a non generare pagine che comincino con l’ultima riga del paragrafo precedente, o pagine che finiscano con la prima, o le prime, del paragrafo successivo (orfani e vedove, appunto); il che avrebbe richiesto di fondere di nuovo il piombo con il quale si componevano, per la stampa, pagine e pagine ad esse successive. In realtà, un rischio ancora più terrificante si dava per i famigerati “canali”. Ma di questo, saprete dirmi.

Rocco Infantino

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scrivere ilgiallo1

Sono quasi le cinque del mattino e un giovane giornalista affetto da insonnia passeggia per i vicoli di Napoli cercando di quietare la propria ansia. Sul più bello si trova davanti ad un orso marsicano disteso a pancia all’aria completamente immobile. Che sorpresa! Che ci fa un animale di tale dimensioni nei quartieri spagnoli? E soprattutto come ci è arrivato? E da dove? Dorme o è morto? E se è morto, chi lo ha ucciso? E perché? Un avvertimento di camorra? Un incidente? Il groviglio dei quesiti che si affastellano nella mente di Tony Perduto, questo il nome del cronista freelance, e dei lettori del giallo di Antonio Menna, giornalista napoletano anch’egli, intitolato Il mistero dell’orso marsicano ucciso come un boss ai quartieri spagnoli, Guanda editore, fa crescere la tensione. E il sonno è “perduto” per sempre.

E così il protagonista della storia si mette sulle tracce dell’orso cercando di sbrogliare l’intricata matassa. La sua curiosità, mista al desiderio dello scoop giornalistico, lo conduce ad esplorare ambienti e storie sconosciute della città. Si inabissa nella Napoli sotterranea e uno strano stupore accompagna la sua ispezione nei cunicoli bui della sottocittà. Viene a conoscenza di fatti di camorra del passato e si documenta sulla famiglia De Concito, un boss, un grande costruttore che tornò dall’America per dominare la vita economica di Napoli. Ora ci sono i suoi figli a mantenere la villa signorile fatta costruire dal padre John De Concito, una struttura imponente immersa in un parco nel quale una volta, si racconta, c’era anche una tigre. Esce fuori anche il nome di un altro camorrista, don Ciccio Martino, il boss dei mercati ortofrutticoli morto in carcere per tumore. Cosa c’entra questi personaggi con la morte dell’orso? Il giallo diventa noir e Tony si trasforma in un investigatore. E cominciano i suoi problemi.

scrivere ilgiallo2Aiutato da una amica di nome Marinella, forse qualcosa di più che una semplice amica, Tony si addentra nel mistero e scopre tante verità che lo conducono dritto dritto alla soluzione del crimine. Passando per lo zoo vicino Napoli e per il circo di Renato Orfeo in quei giorni in città, rischia la pelle e nonostante il motorino incendiato come forma di avvertimento, prosegue la sua ricerca. 

Il romanzo è divertente e i colpi di scena orchestrati sapientemente dall’autore riempiono le pagine di verve ed ironia. La descrizione dei personaggi che circondano la quotidianità del protagonista regalano affreschi di pura napoletanità. Non solo. Antonio Menna dipinge una città che non è solo quella della camorra che uccide e macchia di sangue le strade. E’ una Napoli dalle tante sfumature e dai suoni che ne riempiono le strade. E’ una città che sa raccontarsi, che ha il sapore delle tradizioni antiche, dei fatti che si passano di bocca in bocca, della vita consumata nei bassi. Dietro ogni personaggio c’è una storia che inevitabilmente va ad intrecciarsi con quella generale di una grande città. Si legge nei loro sguardi la genuinità, la sopportazione di una vita non al top, i sogni sfumati di gioventù. E si legge anche tanta determinazione, quella di Tony Perduto che non si arrende di fronte alla precarietà di un simile lavoro, alle umiliazioni inferte da una redazione classista, alla scarsa fiducia che di lui ha la madre, alle lezioni private a Carletto “capa ‘e puorco”.

La sua più grande consolazione è il mare. Sapere che è sempre lì ad aspettarlo e a consolarlo ogni volta che si affaccia dal terrazzo di casa. E con lui si confida. La grande e variegata umanità è probabilmente la reale protagonista del romanzo e, come avviene in ogni noir, il luogo diventa uno dei personaggi della storia. Il finale poi è una sorpresa nelle sorprese. Il lettore mai si aspetterebbe un simile epilogo, che ha una sua logica definita. scrivere ilgiallo3

Dunque, cosa ci fa un orso steso a quattro di bastoni in mezzo a via Speranzella ai quartieri Spagnoli di Napoli? Io lo so, anche Antonio Menna lo sa. Voi acquistate il libro se volete conoscere una delle storie più esilaranti e serie che abbia mai letto in questi ultimi giorni. E buon divertimento!

Eva Bonitatibus

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Pubblichiamo su questo numero il racconto di Leonardo Pisani elaborato nel corso del laboratorio di scrittura “La bottega dello scrittore” tenuto dall’insegnante Luciana Gallo Moles ed organizzato dal Circolo culturale Gocce d’autore a Potenza. Esso rientra nell’ambito della lezione sugli archetipi letterari e sulla funzione ispiratrice di tali figure.

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Giove splendeva, da anni non l’aveva mai osservato così luminoso; era in trigono con Mercurio e transitava nella costellazione della Lira. Ottimo auspicio per un Leone con ascendente Scorpione come lui; significava felicità e benessere. Di solito non sbagliava quando gli chiedevano oroscopi ed aruspici; bastava andare nel vago e promettere qualcosa di buono. Sì; mentiva e sapeva di mentire, però donava un attimo di serenità e infondeva fiducia perché tutto era scritto nelle stelle.

Le Stelle, Le stelle, le stelle. Quante volte le osserva da piccolo, affascinato dalle geometrie celesti e sognava di scappare da quel convento di benedettini. Ora et Labora; pregava poco ma in compenso lavorava molto. La curiosità era sempre stata la sua virtù ed anche il suo castigo. Leggeva, imparava, lavorava nell’orto e poi portava le erbe nel laboratorio di Fra Giuseppe, lo speziale del convento che gli insegnava i segreti della medicina e del preparare farmaci. Le stelle, le stelle, le stelle. Quella notte segnavano presagi di fausti avvenimenti in futuro. Peccato che le dure sbarre troncavano ogni illusione anche se era tutto scritto nella volta celeste.

Alessandro, dalla chioma nera e pelle olivastra; orfano delle terre di Calabria poi divenuto colto nella biblioteca di quei santi benedettini che fece impazzire con le sue marachelle e deliziare per il suo ingegno precoce. Ritornò a sdraiarsi su quel nudo e rozzo tavolaccio che doveva essere il giaciglio su cui dormire, una stanza buia e stretta per i criminali pericolosi. Unica compagnia un ratto veloce ed un topo lento e grasso, che si cibava di quell’orrendo pane nero maleodorante. Unico pasto per il condannato. Alessandro pensò alla sua vita. Beh, ne aveva viste tante e anche si era divertito. La fuga dal convento; il viaggio a piedi dalla Calabria alla Capitale; era la prima volta che vedeva una grande città. Napoli, l’antica Pertenope della quale avevo solo letto; anche se in greco ed in latino. Sorrise, pensando quanto sia strano il destino; proprio per lui il veggente, il mago, il savio, l’illuminato. Ora stregone. Rise anche pensando che fuggi dall’Ora et Labora di Sanctus Benedictus perché la vocazione di monaco non l’aveva. Lui che aveva studiato la Kabala per interpretare numeri e parole ora era chiamato Papista. Stregone e Satanista Non aveva bisogno di scrutare i segni del terreno secondo le regole della geomanzia. Sapeva quale era in suo destino. Non sapeva però perché e non sapeva come avrebbe finito la sua mortale vita.

Il sole pallido, come pallido sa essere in quelle terre della Pomerania però lo illuminò: sbirciando fuori vide il tarocco 12: l’impiccato. Una forca. Ora sapeva come sarebbe finito. La porta si aprì, entrarono due gendarmi e due vestiti di nero; lugubri e tetri. Lo guardarono con odio; rancore; gelidi ma con occhi di fuoco. “Hai finito di peccare e portare malefici ai timorati di Dio; maledetto satanista”.

Alessandro Profumo, conoscitore di 8 lingue e di cento tra Stati, Ducati e Principati rimase sorpreso; aveva avuto tante accuse in passato ma Satanista mai. In uno stentato tedesco chiese “ Mai avuta accusa così infamante e assurda. Come osate di chiamarmi adoratore del diavolo. E perché mi avete imprigionato. Il vostro Lutero vi è apparso nei sogni oppure avete avuto visioni causate dalla pessima dieta e dal vostro ancor peggiore cibo?”.

“Taci Papista, hai avvelenato Frau Anne, moglie del rispettabile Maximilian Papke. Sarai impiccato all’imbrunire. Come giusto che sia per un adoratore delle tenebre”. Nulla altro; condannato e senza un processo. Ma era arrivato da pochi giorni in quel villaggio di cui non sapeva neanche il nome. Doveva andare a Cracovia, invitato da un Marchese appassionato di Alchimia. Un pollo inghirlandato da spennare con la  scusa della Pietra Filosofale. Ed invece no, imprigionato e senza neanche sapere chi era questa Frau Anne, consorte dell’ancor più sconosciuto Papke.

Certo in passato, specie nei primi anni di Napoli aveva usato la destrezza per rubare; ma doveva mangiare. In giro per L’Europa aveva raggirato con la sua abilità di prestigiatore uomini di tutti i ceti; dal popolino alla nobildonna, al cardinale che in segreto voleva un oroscopo per meglio districarsi nel potere della Città Santa, meno santa di quello che molti credevano. inedito2

Si sedette; i pensieri diventavano sempre più assillanti, i ricordi combattevano la logica, la logica cozzava con l’irreale. Fatto sta che dopo Londra, Parigi, Cordoba, Praga, Vienna, Roma, Venezia; Rouen e mille e mille altri Posti: il divino Alessandro da Montefeltro come si faceva chiamare; avrebbe terminato le sue avventure di mago, alchimista, scienziato, Kabalista, letterato e filosofo naturale in uno sconosciuto villaggio prussiano del quel non ricordava neppure il nome.

La porta si riaprì; 3 gendarmi ed i due lugubri pastori luterani; non una parola. Fu soltanto immobilizzato mentre gli legavano le mani dietro la schiena. Poi fuori in quella piazzetta sporca, con il fango dove sguazzavano i maiali. Tutto il villaggio presente che lo fissavano mentre gridavano contro l’assassino papista avvelenatore satanista. Alessandro vide un uomo che lo fissava con un ghigno quello sì malefico, due occhietti segni di una fisionomia da essere meschino gridando “è lui,assassino, stregone ” , accanto a lui una donna; che un tempo doveva essere una bella donna. Bionda ma dall’aria melanconica, vestita con gusto seppur con semplicità; risaltava tra quella plebe di Pomerania. Non l’aveva mai vista prima ma lei con un sussurro disse ai due pastori luterani “ E’ lui, l’altra sera era vicino la nostra casa e faceva strani gesti verso il cielo e poi disegnava sul terreno. Un Maleficio”  Bastarono pochi minuti per chi aveva passato la propria esistenza a conoscere i segreti delle erbe, si certo era un cialtrone ed imbroglione ma la medicina la conosceva, ed aveva esplorato  troppo il mondo e l’umanità , si accorse  che quella donna stava male. Una pelle delicata, che un tempo doveva essere rosea ora era gialla; un colore innaturale. Montefeltro capì tutto; la Frau Anne aveva i segni di un avvelenamento; evidentissimi. Ma fu la prima ed ultima volta che la vide. Poi penzolò come l’arcano maggiore numero 12, una carta che amava perche era il simbolo della decisione e della ricerca di nuove strade, dell’intuizione e del sapere esoterico.

L’impiccagione dell’Alessandro di Montefeltro, senza processo rimase nelle carte di quel piccolo villaggio poi custodite in un archivio statale, nel passaggio delle ere ed dei regni ora sono in Polonia. Il caso incuriosì uno storico polacco, riuscì a ricostruire la vicenda. Anne fu realmente avvelenata ma non dall’avventuriero italiano, ma dallo stesso marito Papke, un commerciante che aveva sposato Anne Neusel, figlia unica di un ricco possidente  per la sua ricca dote ed ereditò anche l’intero  patrimonio . Passarono pochi mesi che il Papke sposò una altra donna, guarda caso anche lei di famiglia benestante, conosciuta nei suoi viaggi di affari. Insieme ordirono l’avvelenamento di Anne, procurandosi un veleno incolore ma potentissimo a Danzica; l’arrivo dello sconosciuto italiano fu l’occasione per trovare un colpevole, del resto gli italiani erano odiati in quella valle luterana; tutti papisti, corrotti e figlie della meretrice Babilonese. In qualche modo riuscì a convincere la ormai debole volontà di Anne, che il suo crescente malore era colpa di quello stregone arrivato da chissà dove. 

Leonardo Pisani

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