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E’ di qualche settimana fa la notizia che il governo argentino avrebbe cancellato il divieto vigente da circa quattro anni di importazione di libri stampati all’estero. Il divieto caducato, a suo tempo, era stato presentato come una misura di carattere ambientale, perché pareva che i libri stampati all’estero contenessero una quantità eccessiva di piombo, nociva per i lettori. Un paio di mesi addietro, invece, sulla pagina di European Digital Rights (EDRi)  si poteva leggere un articolo dal titolo: Did Agcom censor an article about Agcom censorship? EDRi è una rete di organizzazioni che si occupano di diritti civili e diritti umani attive in diversi Paesi europei, con l’obiettivo di sostenere le libertà fondamentali nell’ecosistema digitale. L’articolo, rimbalzato anche sulla stampa italiana, poneva neanche tanto interrogativamente la questione se fosse che Agcom avesse censurato un articolo sulla censura di Agcom, articolo sulla libertà d’espressione e sul diritto d’autore in uscita sul bollettino di un Ufficio Comunitario ed eliminato su richiesta dell’Agcom. Agcom è l'Autorità indipendente per le garanzie nelle comunicazioni. Vertigine? Ok, in rete si può approfondire. Qui tralascio. Il punto: un governo vietava l’importazione di libri perché facevano male alla salute e qualcuno, con il compito, tra l’altro, di garantirla, pareva cavillare sulla libertà di stampa in materia di libertà di stampa. Che cos’è la censura? Quali origini ha, quali tecniche? Quali dichiarate o inconfessate, retoriche o improbabili che appaiano sono le sue motivazioni? E’ censura solo bruciare i libri o vietarne la stampa, o magari la diffusione? E’ censura addomesticarne il contenuto, o valutarne soltanto inappropriati la lingua o il linguaggio? E’ nobile, condivisibile o al meno comprensibile ingerirsi nelle scelte culturali individuali? Mario Infelise, Ordinario all’Università Ca’ Foscari di Venezia, esperto di storia del libro e autore di molti studi sulla produzione e sulla circolazione libraria, affrontava la faccenda in un saggio agile e ricco di spunti, I libri proibiti, pubblicato per Laterza nel 1999 e poi nel 2013 con una edizione aggiornata.

infelise1Il passaggio dal manoscritto, poco diffuso e poco controllabile, alle edizioni a stampa, che si aprivano invece in maniera palese ad un mercato di lettori incomparabilmente più ampio, destò subito una attenzione particolare, nelle Corti continentali e presso la Chiesa romana. Il potere, insomma, fu subito curioso e preoccupato di poter sfruttare tale fenomeno per assecondare, irrobustire e veicolare idee gradite e scoraggiarne, isolarne o ridurre al silenzio delle altre. Sul piano delle metodologie, non per gettare la croce addosso alla Chiesa (il gioco di parole rivendica il suo spazio), fu proprio questa istituzione a mettere a punto quello che ben presto si rivelò «un apparato di controllo … che servì da modello per qualsiasi organizzazione di controllo poliziesco del pensiero del futuro». Ma prima del governo dell’argentina Kirchner, preoccupata per il piombo, prima del venire ad esistenza della miriade di autoreferenziali agenzie indipendenti, preoccupate di tutto a fasi alterne, quali motivazioni spingevano al controllo della diffusione dei libri? Ce n’è, sembra di capire, un’intera risma: dalla repressione delle eresie alla difesa della purezza della lingua, dalla pretesa necessità di “coltivare” correttamente gli intellettuali a quella di proteggere i lettori culturalmente deboli (quanti non conoscessero il latino e le donne, a priori) da contenuti ritenuti per loro destabilizzanti. E, si badi, già allora, persino un semplice devoto pugliese, tale Odo Quarto, portato dinanzi all’Inquisizione a motivo delle sue letture, non dovette spremersi molto per dire: «Se bene gli uomini leggono … non per questo subito si crede quel che si legge». Fa riflettere, poi, il fatto che - è il caso del mandato dei censori nella Spagna del ‘500 - dovessero, tra le altre, esser proibite non solo le opere apocrife, superstiziose o condannate, ma perfino «le cose vane e inutili». Nella metropolitana di Madrid, insomma, o in fila alle poste o nella sala d’attesa del dentista, nel 1500 non soltanto non si poteva leggere Lutero, ma nemmeno, chessò, una Littizzetto, un Vespa, un Volo. Altro tema rilevante è quello della modificazione, dell’addomesticamento, del travisamento talvolta radicali dei testi sottoposti ad espurgazione. Questi, seppur formalmente sopravvivono, sfortunati figli di due padri, l’autore originario ed il correttore, vedono ai ridetti fini stravolti geografie, cronologie, personaggi, senso e significato originari. La questione centrale, tra quelle poste dall’autore, che a chi scrive appare degna di nota, tuttavia è un’altra: soprattutto nel corso dell’età moderna, in Europa tra il XVI e il XVIII secolo, quando il sistema di controllo sulla produzione, la circolazione e l’uso del libro conobbe la sua parabola, esso sistema fu inteso come un naturale complemento di una società ben organizzata. Fenomeni repressivi, limitativi in questo campo delle facoltà o delle libertà personali, non sono letti come un più o meno diffuso stato patologico, ma come elementi stessi della fisiologia della realtà sociale.

infelise2Oggi è così? Proseguendo nella lettura del saggio, si potranno passare in rassegna sia le alterne fortune degli indici dei libri proibiti, sia gli effetti che le varie restrizioni ebbero sul pensiero scientifico, sulla cultura politica ed anche sulla cultura popolare; si potrà ripartire dalle origini del concetto di tolleranza e vedere come, all’età dei Lumi, s’atteggiasse la libertà di stampa. Tanto, non senza passare in rassegna i fenomeni, da sempre conosciuti, del mercato clandestino, dei permessi taciti o delle false date o delle contraffazioni di genere vario, tutti giocatori dell’eterna partita strapaesana tra le squadre del “fatta la legge” e del “trovato l’inganno”. Queste, solo alcune tra le direttrici che prende il discorso di Infelise, al cui incipit consegnava, riferito da Tacito, il fatto che al tempo di Tiberio, tal Cremuzio Cordo fosse stato accusato di un novum ac tunc auditum crimen, per aver pubblicato scritti, prontamente poi dati alle fiamme, in cui s’esprimeva il rimpianto verso le antiche virtù repubblicane. Oggi vien quasi da pensare, con il grande Massimo Bucchi, che sul punto non è già più come non è mai stato.

 

 

 

 

 

 

 

Rocco Infantino

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investire museo 1

I Musei sono i luoghi in cui si conserva la storia della nostra civiltà. Sono spazi che ti restituiscono la dimensione del tempo. Sono quegli ambienti che ti dicono chi sei e da dove vieni. Un’ampiezza spazio-temporale che si dilata e sprofonda nella bellezza delle opere d’arte, testimoni della evoluzione dell’uomo, del suo pensiero, della sua capacità di stare al mondo. E nei Musei trovi tutto questo, ritrovi te stesso, la tua antica dimora, le tracce del tuo cammino. Un cammino che prosegue, che guarda avanti, che proietta nel futuro le origini della propria vita. E’ per questo che i Musei vanno tutelati e sostenuti, affinché il prezioso patrimonio in esso custodito continui a raccontare a tutti le origini del mondo. Noi di Gocce d’autore siamo stati ospiti del bellissimo Museo archeologico provinciale “Michele Lacava” di Potenza, in Basilicata, ed abbiamo potuto ammirare la straordinaria quantità di reperti archeologici mostrati in maniera egregia negli spazi espositivi del Museo e che sono motivo di studio di tanti ricercatori universitari di tutto il mondo. Primo in tutta la Basilicata, il Museo archeologico provinciale di Potenza nacque ufficialmente nel 1901 grazie alla lungimiranza di un poliedrico intellettuale, il dottor Michele Lacava, cui è appunto intitolata la struttura. Nel sito della Provincia di Potenza è raccontata la storia di questo bellissimo Museo che vanta al proprio interno personale di elevato profilo professionale. Accompagnati infatti dall’archeologa Anna Grazia Pistone, abbiamo scoperto e conosciuto la storia millenaria di questa terra che fu l’approdo e la culla della civiltà occidentale. E i numerosi oggetti custoditi nelle teche di cristallo ci raccontano proprio questa storia. Controversa la storia di questo museo che, a causa di eventi calamitosi, fu costretto a subire cambiamenti di sedi.

investire museo 2

Tutto è frutto della grande intuizione di Michele Lacava, ispettore degli scavi di Metaponto dal 1876, che avvertì la necessità di proteggere i beni archeologici del territorio da eventi dispersivi quali il trasferimento al Museo di Napoli, di Reggio Calabria, al British Museum e al Museo di Monaco di Baviera dall'incontrollato collezionismo dei privati. L'inaugurazione del Museo provinciale avvenne nel 1907 presso il Convento di San Francesco e Vittorio Di Cicco, già collaboratore di Lacava, ne divenne direttore. Egli arricchì il patrimonio museale con i reperti provenienti dagli scavi di Garaguso e Latronico e ne realizzò un allestimento organico. Nel 1912 un incendio distrusse alcuni importanti ritrovamenti e rese necessario il trasferimento a palazzo Arrigucci e, successivamente, nel 1921, nella struttura del Rione Santa Maria pensata originariamente per accogliere le degenti definite “semiagitate”. La struttura, infatti, faceva parte del progetto del complesso manicomiale Ophelia, redatto dall'ing. Giuseppe Quaroni e dall'arch. Marcello Piacentini, mai realizzato. Il Museo trovò qui una sede stabile e potè riprendere le attività. Nel 1928 Concetto Valente ne assunse la direzione dando un taglio più scientifico alle raccolte attraverso il riordino e la catalogazione del materiale secondo un criterio crono-tipologico. Il suo lavoro rese il museo uno dei più prestigiosi del Meridione. Ancora un evento catastrofico: il bombardamento del 1943 distrusse il Museo. Ricostruito, riaprì al pubblico solo nel 1956. Il nuovo direttore, Francesco Ranaldi, ebbe il compito di farlo rifiorire dopo la guerra.

investire museo 3

Pertanto, avviò importanti campagne di scavo nel potentino, individuò la necropoli di Serra del Carpine a Cancellara, il complesso pittorico di Tuppo dei Sassi a Filiano e intraprese gli scavi nel bacino di Atella con il prof. Edoardo Borzatti von Löwenstern dell'Università di Firenze. Intanto, l'arch. napoletano Giovanni De Franciscis, vincitore del concorso bandito dalla Provincia, progettò una struttura museale ad hoc, che venne realizzata solo nel 1979 e inaugurata nel maggio del 1980. Anno infausto: il sisma del 23 novembre pur non danneggiando l'edificio, ne cambiò la destinazione d'uso, i reperti dovettero lasciare spazio agli uffici dell'Amministrazione provinciale. L'ultima riapertura al pubblico avvenne nel 1997 e da allora il museo è il fulcro della Rete della Cultura, un sistema museale che comprende anche la Pinacoteca Provinciale e il Covo degli Arditi.

investire museo 4

Nel Museo archeologico provinciale di Potenza è possibile visitare la sezione pre-protostorica, intitolata a Francesco Ranaldi, che include i più significativi reperti provenienti dagli scavi nell’area del Bacino di Atella, dalle grotte di Latronico, da Oliveto Lucano. Sono esposti i materiali riferibili alle tre grandi forme di popolamento in Basilicata (Enotri, Greci, Lucani) a partire dall’VIII secolo a. C. e reperti ascrivibili al processo di romanizzazione avvenuto nel periodo compreso tra il IV secolo a. C. fino alla prima età imperiale.

(Le foto sono di Carla Di Camillo)

Eva Bonitatibus

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Potenza

Scritto da

Qualcuno la vede solo in scala di grigi, per altri è un trionfo di colori, tutti la criticano ma tutti la sfruttano. Potenza! E’ il titolo dello scatto inviatoci da Nicola Albano, fotografo di professione, con il quale invita tutti a guardare la città di Potenza con occhi diversi. Con occhi innamorati!

potenza

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editoriale biancoenero 1

Un editoriale in bianco e nero, bianco come la pagina di un libro e nero come l’inchiostro delle parole. Bianco e nero come un pentagramma musicale o come un’incisione calcografica. Bianco e nero perché metto a nudo la mia anima, che in questo momento è così scoperta da poterla leggere tutta. Bianco e nero non perché amo il monocolore, al contrario, amo tutti i colori dell’universo creativo, ma perché desidero concentrarmi sull’essenziale, sull’ossatura delle questioni, sull’anima delle cose per l’appunto. I colori mi distraggono e mi portano lontano, e io, in questo preciso momento, voglio rimanere chiusa dentro ad una riflessione: la forza della parola. Quella detta e quella non detta, quella sussurrata e quella urlata, quella sottaciuta e quella esplicitata, quella che infiamma e quella che infiacchisce. La forza della parola che non muore mai e che dal rinnovarsi della vita sugge vigore. Insomma l’immortalità della parola che prosegue il suo cammino di vita oltre la vita di chi le ha pronunciate. E’ questa la straordinarietà della parola, quel nero fissato sul bianco che mai digraderà colore, né mai sarà cancellata dal tempo. Il tempo divora ed usura, ma le parole resistono e vanno. E continuano a vivere e a far rivivere. Riflessioni suscitate dal libro del compianto Pino Mango, artista e cantate lucano scomparso un anno fa e che oggi viene ricordato attraverso la sua arte poetica.

editoriale biancoenero 2Mango tutte le poesie è infatti la pubblicazione voluta e curata dalla moglie, Laura Valente, e dai figli Filippo e Angelina, ed edita dalla casa editrice Pendragon. Il volume è stato presentato a Potenza, terza tappa italiana dopo Milano e Roma, all’Università degli studi della Basilicata e al teatro Stabile. Una commovente partecipazione di pubblico ci ha fatto capire quanto sia importante la parola, l’unica entità che continua a far vivere anche chi non c’è più e a far parlare di sé oltre il tempo e lo spazio. Quel tempo e quello spazio che tutti abitiamo in consapevolezze più o meno sensate. Ed è proprio questa la questione, dare un senso a ciò che siamo. E artisti come Mango, Pino Daniele, Lucio Dalla hanno dato un senso alla loro e alla nostra vita grazie alle loro PAROLE. Sono loro a trasmettere emozioni, sono loro a farci commuovere fino alle lacrime, quelle che hanno rigato i volti delle persone che hanno partecipato alla presentazione del libro di Mango a Potenza. Dell’evento ne parleremo più diffusamente nel prossimo numero, soprattutto parleremo di Mango poeta e del binomio poesia-musica che ha caratterizzato la sua esistenza. Ma proseguendo il discorso della valenza della parola, subentra il valore dei numeri. I numeri infatti ci vengono incontro dando concretezza alla valenza delle parole. Mi spiego. Le parole messe in sequenza originano frasi, che originano discorsi, che originano storie fino a comporre veri e propri libri. I libri dunque sono fatti di parole e dietro ogni parola, si sa, c’è un uomo di bradburiana memoria. Tanti i libri scritti, è una verità consolidata ormai. E oggi a questo dato possiamo finalmente aggiungere che ci sono tanti lettori. Il dato, e in questo subentra il valore dei numeri, è stato reso noto dall’Ufficio studi dell’Associazione Italiana Editori (AIE) sul mercato del libro 2015. Finalmente si registrano i segni +, più libri in tutti i principali Paesi UE, anche in Italia dove ben 24milioni di persone leggono un libro. Un ritorno alla carta, a svantaggio del digitale, che fa ben sperare in un 2016 ricco di nuove proposte editoriali e di nuovi volumi da sfogliare. Un dato che da solo riempie di speranza e conforta gli sforzi di tutti coloro che si prodigano per la promozione della lettura. Un lampo di luce su spazi di buio.

Eva Bonitatibus

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Provi qualcosa di simile, se sai cosa intendo, quando ti vedi servire una cassata siciliana destrutturata. Osservi nel piatto la ricotta di pecora, il pan di Spagna lucente di bagna, i canditi, legati magari da un andirivieni ricamato di ghiaccia reale, e attraversi così un dolce momento di smarrimento. Siamo al 26 di gennaio 2016 al teatro Piccolo Principe di Potenza, secondo appuntamento della rassegna “Jazz & entertainment” e sul palco il Valerio Pontrandolfo Quartet. Pontrandolfo, lucano, sax tenore, presenta il suo primo album dal titolo Are you Sirius? Con lui, per la serata, Michele Di Martino al pianoforte, Dario Deidda al basso e la partecipazione particolare di Roberto Gatto alla batteria. gatto1Inutile riportare i profili di questi musicisti, no? Magari proprio soltanto di Pontrandolfo si dirà che, nato a Potenza nel 1975, vive e studia a Bologna con Piero Odorici e Carlo Atti prima, e con Barry Harris, Steve Grossman e George Coleman poi, entrando a far parte, dal 2005 fino al 2012, del gruppo Two Tenors Quintet di Steve Grossman stesso. Stoà Teatro, Tumbao school e Circolo culturale "Gocce d'autore” tentano di riproporre, con un non trascurabile sforzo organizzativo, per metterla così, l’esperienza dei decenni passati, quando, lo si dice per i più giovani o i meno informati, Potenza con il suo pubblico competente è stata per un discreto periodo una piazza non di second’ordine per il jazz. L’album contiene, tra gli altri, quattro brani originali di Pontrandolfo: Twenty, Touched, Tongue Out e Are You Sirius?, oltre che tre standard - You, Make Believe, Recado Bossa Nova - tirati fuori dal Great American Songbook. Così, davanti a un pubblico nutrito, per continuare con metafore in tema, soddisfatto come un gruppo di invitati a un matrimonio d’antàn, l’esibizione inizia proprio con Twenty, sulle cui note d’abbrivio del sax si posa la brina, è evidente, di una genuina emozione e va poi via svelta e serve, imbanditi sul momento, questi ed altri brani, in un fitto colloquio ritmico tra la batteria ed il pianoforte, che per tutta la serata se ne staranno composti agli opposti dell’asse maggiore di quello che pare percepirsi come un ellissoide sonoro, ai capitavola, insomma, mentre Deidda a tratti visibilmente si diverte tra scale, anzi gradinate cromatiche e sfumature melodiche talvolta quasi quasi di suggestione napoletana, e Pontrandolfo s’impegna e in alcuni momenti generosamente s’intigna, ad affermare il potere del sassofono con le sue note gravi. gatto2Roberto Gatto, la special guest, dal canto suo, affronta l’intera serata come un compitissimo travet del ritmo, come un maître di sala dalle tante cerimonie alle spalle, facendosi apprezzare proprio perché non dice «Io sono Roberto Gatto» ad ogni colpo di bacchetta, e però non manca di omaggiare l’ascoltatore attento di una deliziosa lezione di comping e di feathering, onorando l’appuntamento di ogni sedicesimo e arricchendo l’accompagnamento con un dialogo continuo tra mano sinistra e cassa. L’assaggio di jazz della serata conosce i suoi cucchiai più dolci con i brani più slow, con le atmosfere esotiche di Recado Bossa Nova, e ancor più con una bella esecuzione di Delilah di Clifford Brown. Lì Roberto Gatto, posate le bacchette, costruisce suggestivi aloni timbrici con i mallets ed anche, in Delilah, battendo con l’impugnatura sul cerchio del rullante, piacevoli legnosità. Lì Pontrandolfo ben si dispone a trovare sonorità più interiori e  morbide, finalmente meno preoccupato del resto. 

Rocco Infantino

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Dave Brubeck

Magia e realtà.

Come un passo sostenuto in una notte di luna.

Nessun sospeso.

Nessun ripensamento.

Nessun pensiero.

La gioia complessa delle piccole cose.

La convivenza estranea.

L’incontro casuale di sguardi che si sfidano e si scrutano.

Come in un gioco di matematica astuzia.

La forza salvifica di un sorriso che non ha odore.

Che non si imprime nella memoria.

Una ricerca spasmodica di senso.

La inquietudine dolce del vento che spinge i ricordi.

Guardare da una posizione di privilegio restando distanti.

Il vicino non include, rivive un abbraccio che ha tutta l’ambizione di allontanare.

Virginia Cortese

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dialogare cultora 1

Nei numeri scorsi della nostra rivista ci siamo occupati della libreria Cultora di Roma. Ci colpì la storia di questa libreria, in particolare il fatto di essere nata da un sito web, sovvertendo tutte le previsioni sul futuro dei libri di carta. La sua forza è la casa editrice che ha alle spalle, la Giubilei Regnani, e la volontà di vendere libri di editori indipendenti. E’ una libreria giovane dalla mentalità fresca che merita tutta l’attenzione del mondo culturale. Noi, intanto, ci siamo fatti due chiacchiere con Francesco Giubilei,direttore editoriale di Historica edizioni e di Giubilei Regnani editore, fondatore della rivista Cultora e della omonima libreria. Ha solo 23 anni, è l’editore più giovane d’Italia ed è il capo di questa piccola ma grande rivoluzione.

Da portale di informazione culturale a libreria. Come è avvenuta questa decisione?

Il nostro obiettivo è quello di creare una comunità di lettori che si confronti quotidianamente sulle pagine virtuali del nostro sito ma che possa avere un riferimento fisico tangibile, per questo nasce la libreria Cultora, per offrire ai lettori un luogo di confronto in cui riscoprire l'importanza del rapporto umano nell'epoca di internet.


Uno dei pochi casi in Italia a realizzare un processo inverso. Una sfida?

Sicuramente una sfida che speriamo con il tempo si rivelerà vincente. Passare dal web al mondo reale, dall'online al cartaceo e non, come purtroppo accade sempre più di frequente, dai libri di carta agli ebook.


Che tipo di libreria è Cultora?

Una libreria orgogliosamente indipendente, giovane, nuova all'interno della quale il lettore non troverà i libri dei soliti noti o dei grandi editori ma una selezione attenta e accurata di autori ed editori. Una libreria in cui è possibile parlare con il libraio, confrontarsi, chiedergli consigli e suggerimenti. Una libreria che guarda al futuro ma non rinnega la tradizione storica e culturale italiana, un luogo di incontro animato ogni settimana da eventi e presentazioni.

dialogare cultora 2


Alle spalle di questa realtà c'è una casa editrice, Giubilei Regnani Editore. Quale eredità porta con se?

Essere editori, ancor prima che librai, ci permette di conoscere tutte le problematicità e le difficoltà che gli editori affrontano ogni giorno confrontandosi con la distribuzione e con le librerie. Per questo abbiamo deciso di eliminare l'intermediazione del distributore lavorando con gli editori che ci forniscono i libri direttamente.


Si parla dunque di editoria indipendente, qual è il suo ruolo oggi?

Oggi gli editori indipendenti sono gli unici veri custodi della cultura nel nostro paese, gli unici che hanno il coraggio e l'ardire di pubblicare libri in cui credono anche se rischiano di non avere un buon riscontro nel mercato editoriale che è ormai dominato quasi esclusivamente da dinamiche economiche.


In un mercato in continua evoluzione, si pensi al caso Amazon, la vita degli editori indipendenti si complica o si semplifica? Insomma quali sono le loro prospettive future?

Le prospettive future non sono poi così cupe se un editore è in grado di crearsi una propria nicchia, un pubblico di riferimento. Non ha senso rincorrere i grandi editori pubblicando lo stesso genere di libri, così facendo il rischio è quello di soccombere di fronte a chi ha maggiori possibilità economiche e promozionali.


Un rischio è di orientare i gusti dei lettori in base a criteri meramente commerciali. Qual è la strategia di Cultora?

Purtroppo non è un rischio ma una certezza. La nostra strategia, come già detto, è quella di favorire gli editori di qualità che hanno un catalogo di valore, gli editori che prediligono la logica del longseller piuttosto che quella del bestseller che puntano alla creazione di un catalogo che duri nel tempo e non a instant book.


Quali sono gli auspici di Francesco Giubilei?

Che in Italia avvenga la tanto agognata rinascita culturale e che ci sia una forte e decisa presa di coscienza da parte dei cittadini a favore della cultura, quella vera.

Eva Bonitatibus

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 Quando esistevano i giornali, mi piaceva tanto leggere i fatti. E trovavo di conforto, quasi alla stessa epoca, si direbbe, quello che si vedeva scritto in quel coltellino svizzero multiuso delle idee che sono i frammenti di Parmenide. L’essere è e non può non essere, il non essere non è e non può essere, si afferma, cito a memoria, in un punto. Oggi non si potrebbe dire. classico1 I fatti. Qualche giorno fa è stata, in sostanza, chiusa la redazione Basilicata del Quotidiano del Sud, un giornale diffuso in Calabria, Campania e Basilicata, appunto. Giornalisti e poligrafici messi in cassa integrazione a zero ore. Azzerata una delle poche fonti di informazione locale, regionale. Una voce in meno a coprire il territorio. Non intendo sermoneggiare sulla libertà d’informazione: mi mancano titolo, capacità e voglia. Provo a dire qualcosa di diverso, e cioè che c’è di peggio, a ben vedere, che chiudere un giornale: peggio è non chiuderlo. Una volta che hai mandato a casa i cronisti locali che bene o male conoscono e riportano i fatti locali, dovresti chiudere quelle pagine. Bianco, pubblicità di mastici per dentiere, necrologi a morire, fai tu. Ma devi chiudere. Non puoi spacciare per informazione locale quella che informazione non è. Come nulla fosse, invece, dopo di ciò, l’edizione Basilicata del quotidiano continua ad essere diffusa. Chi la scrive? Con quali fonti? Con quale attendibilità? Con quale professionalità? I fatti - il mio mantra preferito - i fatti! Il giorno dopo, sulla prima pagina dell’edizione Basilicata del Quotidiano del sud, dominava in taglio medio, ingabbiata con tanto di fotografia, una notizia sul museo del fischietto di Rutigliano. Non mi turba il fischietto, se ne ascoltano tanti, di falsi intellettuali, ma il Rutigliano, che come subito rileva un bravo giornalista radiofonico potenzese, risulta essere, ancor oggi, Comune in Terra di Bari. Il giorno appresso ancora, su quella stessa pagina, il pezzo d’apertura titola Shell, la società presenta nuove istanze per ricerca di idrocarburi in Basilicata. L’articolo è di millequattrocento battute in tutto, poco più di trenta parole sono il redazionale, il resto, malamente virgolettato, è evidente che sia il sapiente comunicato stampa della società interessata. Così si ritiene di fare informazione? E di farla su un tema come il petrolio su un territorio come la Basilicata? Sappiamo che le metodologie per le stime dei costi dell’attività petrolifera comprendono anche la valutazione della docilità delle popolazioni interessate. E la disinformazione calmiera il livello d’allarme sociale, favorisce la docilità. E’ giornalismo? Più in generale, decidere di trattare con tale approssimazione un territorio, e ripeto, parlarne comunque, anziché più decentemente tacere, significa minare quotidianamente l’identità di quel territorio. Sarà un caso? Per ora registriamo soltanto che paiono finiti i bei tempi quando nel blocco sovietico, ad esempio e tanto per onorare la nostra collocazione geopolitica nella tripartizione del mondo in Oceania, Eurasia ed Estasia, le radiotelevisioni, non potendo diffondere notizie sgradite al regime, mandavano concerti di musica sinfonica. classico2 Oggi l’informazione non muore nel silenzio. Il silenzio pare risultare per sé stesso eversivo. La risacca dell’informazione regala sempre più spesso relitti di propaganda. Tra i fatti positivi di questi giorni, annoto invece la notte bianca dei licei classici, in calendario il 15 gennaio. Scuole aperte fino a mezzanotte: letture di Dante, dei classici latini e dei classici greci, concerti, proiezioni, mostre, lezioni. Io l’ho vissuta nel mio liceo di antica appartenenza, incontrandovi miei vecchi compagni di scuola, tutti accompagnandovi i nostri figli, nuovi studenti. Oggi c’è chi considera l’istruzione come un inutile fastidio, anzi un ostacolo verso la formazione di cittadini meno strutturati, attenti e consapevoli. Con il falso obiettivo di avvicinare più presto i giovani al mondo del lavoro (avvicinarceli, mica farceli entrare), li si vorrebbe scoraggiare dall’approfondire gli studi. E gli studi classici, con la loro forte carica identitaria ed il potente contributo alla formazione dello spirito critico, sono per taluni il nemico da abbattere.classico3 Mi accorgo tuttavia che anche parlando d’altro finisco quasi per convergere sui fatti di apertura. Identità territoriale e identità storica. E sì che Parmenide me lo diceva: Indifferente è per me da quale parte incomincio, infatti ritornerò lì di nuovo. Vorrei anche fare gli auguri a Wikipedia per i suoi primi quindici anni, e su di essa spero di poter tornare.

Rocco Infantino

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Luci alla Darsena è lo scatto che Attilio Bixio, appassionato di fotografia, ha inviato alla nostra redazione.  

LuciallaDarsena

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scrivere curarsi 1

“Qualunque sia il vostro disturbo, la nostra ricetta è semplice: un romanzo (o più d’uno) da leggere a intervalli regolari”

Libreggiando tra i famosi scaffali di una ricca libreria, ho scovato una pubblicazione molto divertente. E’ di quei libri che hai sempre cercato, perché in esso ci sono tutte le risposte alle domande rimaste sospese. E’ uno di quei testi che ti sollevano da ogni dubbio, che ti indicano la strada giusta, che ti dicono esattamente cosa devi fare. Per te e per i tuoi amici e i tuoi familiari. Insomma, è un toccasana. Ma anche una tisana. Meglio di un’aspirina. Anzi, è un vero e proprio prontuario medico capace di indicare i rimedi contro ogni malanno. Un libro per ogni sintomo, un sintomo per un libro. L’opera in questione si intitola Curarsi con i libri. Rimedi letterari per ogni malanno, scritto da Ella Berthoud e Susan Elderkein e pubblicato dalla casa editrice Sellerio. Un gioiello in quanto a ricchezza bibliografica! Le due simpatiche autrici, due esperte biblioterapiste inglesi, hanno redatto in ordine alfabetico tutti i malanni che colpiscono il fisico e il cuore dei lettori, suggerendo per ciascuno una serie di romanzi curativi. I farmaci consigliati vanno da “balsami balzachiani, a lacci emostatici tolstoiani, da pomate di Saramago a purghe di Perec e Proust”. Così, dalla A alla Z, le autrici scorrono duemila anni di letteratura mondiale fiduciose nell’efficacia della narrativa per curare sé e gli altri. “Qualunque sia il vostro disturbo, la nostra ricetta è semplice: un romanzo (o più d’uno) da leggere a intervalli regolari”, scrivono nell’introduzione.

scrivere curarsi 2L’originalità della trattazione sta anche nella posologia del trattamento: i consigli vanno dall’audiolibro alla lettura ad alta voce in compagnia di altre persone. E affinché la cura risulti efficace occorre che sia completata, non lasciarla mai a metà. L’ironia è tutta dentro le pagine dell’opera. Ella e Susan offrono anche consulenza sui disturbi della lettura, nonché suggeriscono i migliori libri per ogni decennio di vita, dall’adolescenza agli ultracentenari, e per ciascun rito di passaggio come ad esempio superare una crisi di astinenza o la fine di una relazione. E poi ci sono i libri per iniziare chi non ha mai letto un libro, per chi russa, per quei certi giorni, per chi è molto triste, per ridere, per piangere. Insomma, ce ne sono per tutti i gusti. I cataplasmi letterari abbondano: se soffrite di abbandono, perché i vostri genitori erano troppo impegnati o perché siete stati affidati ad altra famiglia, leggete Canto della pianura di Kent haruf, vi sentirete subito meglio. Se i vostri figli sono afflitti dalla pubertà, fategli trovare sul comodino Il giovane Holden di Salinger o L’ospedale delle rane di Lorrie Moore o Dietro la porta di Giorgio Bassani. Si sentiranno meno soli nella loro fase di trasformazione, e soprattutto scopriranno che è capitato a tutti! Se invece state cercando di smettere di fumare il romanzo che fa al caso vostro è La coscienza di Zeno di Italo Svevo, capirete che il tema del fumo è il “velo di illusionisti consumati”, una cortina di fumo dietro cui nascondere altro. Scorrete il volume, andate fino in fondo, alla X troverete i rimedi anche contro la xenofobia. Qui le ricette sono tante, da Vita di Melania Mazzucco a Ragazzo negro di Richard Wright a La capanna dello zio Tom di Harriet Beecher Stowe a Un bambino nero di Camara Laye.

scrivere curarsi 3 Le terapie romanzesche, gli antibiotici letterari, i tonici di carta e inchiostro pubblicati da Sellerio reca anche la firma del bravo scrittore Fabio Stassi, che ne ha curato l’edizione italiana. L’autore di numerose pubblicazioni ha definito la biblioterapia una sorta di vaccinazione al male di vivere. Scrive in chiusura: “farsi contagiare dalla lettura, e andare da un libraio come si va dal farmacista, sarebbe un bel modo di decidere, finalmente, di curarci”.

 

 

 

 

 

Eva Bonitatibus

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