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Un omaggio ad una delle madri del Jazz non poteva mancare in questo numero della rivista interamente dedicato alla figura della “mater” che genera e nutre. Carmen Mercedes McRae, è stata una cantante, compositrice, pianista e attrice statunitense, considerata una delle più influenti cantanti jazz del XX secolo. Oltre 60 album, eseguendo concerti e registrazioni negli Stati Uniti, Europa e Giappone, i suoi miti sono stati Louis Armstrong e Duke Ellington. A 17 anni ebbe un incontro folgorante incontrando la cantante Billie Holiday e da lì iniziò la sua carriera dapprima suonando il pianoforte e come cantante nei club di New York. In seguito riuscì ad ottenere il suo primo lavoro importante come pianista nella big band di Benny Carter (1944). 

Nel 1948 si trasferì a Chicago, suonando il pianoforte costantemente per quasi quattro anni, prima di tornare a New York, dove nei primi anni cinquanta la sua carriera incontrò il successo. Nel 1954, è stata votata miglior nuova cantante dalla rivista Down Beat. Sposò il bassista Ike Isaacs alla fine del 1950. Tra i suoi progetti discografici più interessanti ci sono: Mad About The Man (1957) con il compositore Noël Coward, Boy Meets Girl (1957) con Sammy Davis Jr., l'album tributo contenente una raccolta di canzoni di Nat King Cole You 're Lookin' at Me (1983), un album di duetti live con la cantante Betty Carter Duets (1987); ha chiuso la sua brillante carriera con omaggi a Thelonious Monk, Carmen Sings Monk (1990) e a Sarah Vaughan, Sarah: Dedicated to You (1991).

Nel 1955 prese parte al film La giungla del quadrato, nel 1960 I sotterranei e nel 1979 a Radici - Le nuove generazioni. Carmen McRae ha cantato nei jazz club di tutti gli Stati Uniti e in tutto il mondo per oltre cinquant'anni, partecipando al leggendario Monterey Jazz Festival (1961-1963, 1966, 1971, 1973, 1982), al North Sea Jazz Festival nel 1980, al Montreux Jazz Festival nel 1989 e ad Umbria Jazz (1990).

Toni De Giorgi

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investire arteoversize 1

Riceviamo e pubblichiamo l’intervento del Professor Canio Franculli sulla “misura” dell’arte.

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Ci sono schiaffi che sono propri della Natura....diversamente l'uomo dovrebbe evitare di fare altrettanto in quanto figlio di questa Madre Terra!

Francesca Soloperto

Lo Schiaffo

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colore verde petrolioTroppo frettolosamente si chiude la discussione sul petrolio, sullo sfruttamento dei giacimenti, sulle condizioni e sulle criticità, per non dire sui disastri, ambientali. Troppo frettolosamente si archiviano gli esiti di un referendum il quale aveva il merito primario di imporre il tema; un referendum evidentemente ostile per la classe dirigente del Paese e finanche preterintenzionale per alcuni dei suoi stessi promotori. Volentieri si passerebbe già a discutere d’altro, giacché persino per la gran parte dei politici di mestiere e senz’altra qualifica - unico mestiere troppo generosamente pagato e che non conosce disoccupazione - i temi e i problemi posti, in una parola, la realtà, sono solo pretesto, in una società palesemente bloccata. Eppure, nelle più avverse condizioni democratiche, quando finanche nonuagenari presidenti emeriti bizantinavano contro lo spirito limpido della espressione del voto popolare, a votare si sono presentati in quindici milioni, ottocentoseimila e quattrocentottantotto. E di questi, più di tredici milioni e trecentotrentamila hanno votato per il SI. Sono cittadini. Sono persone. Evidentemente tuttavia non bastano, tante persone, per proporre una discussione compiuta sui temi dello sfruttamento dell’ambiente. E neanche basterà quello che stancamente, e tardivamente, emerge per via giudiziaria. Non basta quello che si vede già, quello che si sa già, sugli interramenti, sulle reiniezioni, sulle bonifiche finte o mancate, sui rifiuti, sulle falsificazioni, sulle omissioni, sulle irreversibili trasformazioni, sugli avvelenamenti, sulle radiazioni, sugli incidenti mancati, e quelli taciuti, silenziati, derubricati, reiterati e obliterati assieme. E sulle conseguenze, sulle morti, sulle malattie? Occorreva davvero che nella indolente mancata primavera del 2016 drappelli di carabinieri del NOE  s’affannassero in giro per la Basilicata a mettere insieme, finalmente, raccogliticce pile di cartelle cliniche, racimolate non senza sudare, perché solo ora venisse il sospetto, un acuto quanto improvviso lampo di genio, che possa esservi una certa quale relazione tra uno sfruttamento intensivo e soprattutto mal praticato del territorio e la crescita dell’incidenza di malattie soprattutto tumorali tra una popolazione residente troppo esposta? Cionondimeno ormai un numero sempre crescente di persone, di persone, domanda, con strumenti democratici, di avviare una discussione finalmente vera sui temi dell’ambiente. Che non sia un gioco tra politicanti, che non sia un mottetto superficiale e provinciale, che non abbia esiti preconfezionati. È chiedere troppo? È o non è un diritto? Non le si prenda per bucolici, per sognatori, quelle persone, non le si conti come un intralcio marginale e controllabile sulla via del profitto. Non sono figli di una visione pastorale della vita fuori della storia; hanno invece idee serie, praticabili, e non si arrendono a credere che non vi sia alternativa all’attuale modo di sfruttare le risorse disponibili. L’idea che non si diano alternative praticabili, in politica, nell’economia, nell’ambiente, nella scienza, l’idea che fuor di quello che è tutto il resto sia un irresponsabile salto nel buio, è il nocciolo del più becero oscurantismo e nasconde malamente il gioco della conservazione del potere. Sembrano passati secoli sotto questo cielo eppure era appena ieri quando, fiero con il fiocco delle classi elementari, ascoltavo la maestra parlare di madre Patria e di madre Natura. Alla seconda abbiamo domandato troppo. La prima troppo spesso appare matrigna.

Rocco Infantino

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omaggio a bufalino

SCADENZA: 27 giugno 2016

L'Azienda Caffè Moak S.p.a., in collaborazione con Archinet, indice per l'anno 2016 la XV edizione di Caffè Letterario Moak, concorso nazionale di narrativa. Si concorre inviando un racconto inedito legato al tema del caffè.

Si concorre inviando un solo racconto inedito in lingua italiana sul caffè (tema da intendere nella sua accezione più ampia: come luogo di incontro, bevanda, chicco, pianta, ecc.). La lunghezza del racconto va da un minimo di 5 ad un massimo di 20 cartelle. Per cartella si intende un testo della lunghezza di 1800 battute, spazi inclusi (il numero di caratteri andrà quindi da un minimo di 9000 ad un massimo di 36000 battute, spazi inclusi).

I primi tre racconti saranno così premiati:

1° classificato: € 1.500,00;

2° classificato: € 1.000,00;

3° classificato: € 500,00.

La serata di premiazione si svolgerà a Modica nel mese di ottobre 2016. Gli autori selezionati sono tenuti a presenziare alla serata di premiazione e a ritirare personalmente l'eventuale premio. I racconti selezionati saranno pubblicati nel volume "I racconti sul caffè", edizione 2016.

Per informazioni o ulteriori chiarimenti sul presente bando è possibile rivolgersi alla segreteria organizzativa:

Archinet S.r.l.

Via Virgilio, 30 97013 Comiso (RG)

tel. +39 0932 963866

cell. +39 393 0965902

Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

www.caffe-letterario.it

www.facebook.com/letterariomoak

Vincenzo Pernetti

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ascoltare

Osserva i passi.

È immobile ma protegge il movimento.

Si china.

Raccoglie.

Solleva.

Ascolta.

Ripara.

Insegna.

Carezza.

Perdona.

Accoglie.

Riscalda.

Non si volta, non sospinge, non interferisce nei gesti.

Cheta.

Irradia.

Sostiene.

Vive, gioisce, resta.

Dimostra.

Colora.

Dona speranza.

È isola.

È sicuro rifugio dei figli.

È Madre delle Madri.

Virginia Cortese

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Osserviamo in silenzio il loro andare e ci abbandoniamo alla speranza che domani i nostri sogni diventino realtà!


Francesca Soloperto

tramonto

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Zona d'ombra - Una scomoda verità

zonaDombra

Un giorno di settembre del 2002, l'anatomopatologo Bennet Omalu, nigeriano emigrato a Pittsburgh, ancora non perfettamente al passo con l'America e le sue passioni, si trova a dover indagare la causa della morte di Mike Webster, leggenda del football americano, finito in disgrazia a vivere in un pick-up, tormentato da spaventose emicranie. Omalu è uno che fa ridere i colleghi, perché parla con i morti, vive il suo lavoro come una missione e non lascia mai perdere. Per questo, paga di testa propria i costosi esami al cervello di Iron Mike e scopre una verità a dir poco scomoda, che mette in breve in pericolo la sua carriera e persino la sua famiglia.
"Diciamo che possiedi una multibilionaria lega di football. E diciamo che la comunità scientifica - a cominciare da un giovane patologo di Pittsburgh per continuare con un coro di neuroscienziati da tutto il Paese- viene da te e ti dice che i traumi da scontro stanno facendo impazzire i giocatori, li stanno rendendo pazzi al punto da uccidersi, e lì, nei tessuti del cervello, c'è la prova di tutto questo. Ti unisci agli scienziati e provi a risolvere il problema, o usi il tuo potere per screditarli?" È questo il punto dell'articolo di Jeanne Marie Laskas, apparso su GQ, che per primo ha fatto conoscere al mondo il dottor Omalu e che ha ispirato il film di Peter Landesman, già autore di un accattivante per quanto televisivo dietro le quinte ospedaliero dell'assassinio di JFK.

 

 

 

Codice 999

codice999

Michael e la sua banda sono capaci di colpi grossi: sono ex militari e poliziotti corrotti, addestrati, armati, senza scrupoli. La russa Irina, però, li tiene in pugno, e questa volta l'unico modo per accontentarla sembra essere quello di far scattare un 999. Solo uccidendo un agente, infatti, e sfruttando il richiamo di tutte le volanti sul luogo, Michael e i suoi avranno tutto il tempo di andare a segno altrove. Se poi quell'agente è Chris, nuovo del reparto e nipote del capo, ancora meglio. O forse no. Forse qualcosa andrà storto, in maniera del tutto imprevedibile, perché così è la vita e così funziona il buon cinema.

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Imelda

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Nel lontano 1959, all’età di quindici anni, Imelda, rimasta orfana di madre, fu accolta nell’orfanatrofio gestito dalla Congregazione religiosa delle Imeldine, un Istituto situato a metà strada dal Santuario dedicato alla Madonna Nera in San Luca. Aveva conosciuto l’ordine religioso fondato da  Padre Pio Giocondo Lorgna, ispirato alla figura della Beata Imelda Lambertini, giovane aristocratica che desiderava talmente tanto l’Eucarestia, da essere premiata; durante la Celebrazione della Santa Messa, ad un certo punto l’ostia consacrata si staccò dalla Pisside e si posò sul suo capo, costringendo il celebrante a porla nel suo palato. Al tempo della Beata, nel 1300, non era infatti consentita la Comunione in giovanissima età.

La nostra Imelda affascinata dalle suore dell’ordine, sentì un forte richiamo che lei definì vocazione; nonostante il rifiuto del padre e la derisione dei suoi fratelli, entrò in Noviziato, un edificio antico posto sui colli della città di Bologna. Contemporaneamente frequentava la scuola per diventare maestra, e trascorreva i suoi pomeriggi nella biblioteca del convento fra i libri che amava tanto.

Spesso si recava nel boschetto adiacente al fabbricato e contemplava i fiori che sbocciavano sugli alberi da frutta e nelle aiuole ben curate. Il suo fiore preferito era la violetta le piaceva il colore l’odore, ma soprattutto il vederla sbocciare nascosta ai piedi degli alberi e fra i cespugli, diceva sempre che la viola è come una persona virtuosa: discreta, silenziosa. Un giorno Imelda fu condotta dal medico di fiducia della Madre superiora; al termine della visita, Imelda seppe che la vita monastica non le si addiceva a causa di una salute insufficiente ad affrontare le rigorose regole del convento.

Era delusa e rattristata in più non seppe mai la ragione vera e quale fosse il limite della sua salute che non le avrebbe permesso di realizzare quello che sembrava il suo sogno. Era innamorata dell’amore, il suo sentimento rendeva felice tutto quel che viveva pur nella povertà assoluta. Continuò a studiare e completò conseguendo il diploma per insegnare. Conobbe un giovane uomo del quale si innamorò perdutamente e forse ad essere amato ancora una volta era l’amore.

Dal matrimonio nacquero figli, tanti, ma lei amava tutti e tutto quel che accadeva nella sua vita percorsa da tante gioie ma anche da eventi dolorosissimi che misero a dura prova la sua salute, e allora Imelda pensava alle parole di quel dottore: “Non può fare la suora perché non ha salute”… e si chiedeva se fosse una spiegazione adeguata quella… forse non ne occorrerebbe tanta anche da madre, da moglie?

Interrogativi senza risposta.

Un giorno, tanto tempo dopo, durante un incontro con una donna eccezionale Imelda fu colpita dalla frase espressa da lei: “La vita mi è venuta incontro” .La frase rulla nella sua testa… si chiede: Quando la vita va incontro e quando no? E cosa succede quando è no?

Imelda ama i bambini, ama scrivere, leggere, giocare, preparare i dolci; trascorre le sue giornate a rincorrere la salute, a sfidarla, perché lei ama la vita e tutto quel che in essa accade.

Tina 

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ArteTempo

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Esiste un’arte che manipola il tempo ed un tempo che sfiora l’arte ma non modifica, salvo distruggerla o degradarla. Il tempo nell’arte si presenta in due condizioni differenti: in un caso come tempo di produzione fissato nel prodotto per l’eternità (finché dura), nell’altro come tempo intrinseco dello sviluppo dell’opera d’arte a prescindere dal suo tempo di produzione. Esiste poi il “tempo dell’arte”, quello della storia dell’arte, nel senso che se si va indietro storicamente nel tempo vi si trova, nelle varie culture ed in generale, anche l’arte, in una qualche sua storica manifestazione. Ed infine “il Tempo nell’arte” dove, a riguardo, ci si è  interrogati sul  tempo e la sua natura.

L'arte è stata capace, forse ancor più della filosofia, di trovare sempre nuove domande su nuove idee di tempo e la necessità  di un cambiamento nel momento in cui le immagini della pittura non potevano più competere con la fotografia ed il film nel riprodurre fedelmente la realtà percepita mediante una concezione  tradizionale prospettica. Nel momento in cui l’arte espressa come "passato," "presente" e "futuro” associata  perfettamente alla prospettiva nelle tre dimensioni dello spazio era divenuta insufficiente a dare una descrizione adeguata del divenire del tempo molti artisti percepirono l’esigenza di esprimere l’energia  emotiva  superando definitivamente la dimensione prospettica in una dimensione espressionista della pittura. L’immagine prospettica è limitata dal fatto che può rappresentare solo un istante della percezione. Cosi come nell’immagine fotografica dove è solo un momento quello che viene fissato dall’obiettivo. Pertanto la prospettiva coglie un solo punto di vista come una foto coglie solo un momento quale immagine del  fotogramma. Per dare una nuova idea di spazio-tempo, l’espressionismo cosi come il cubismo pittorico, propongono di esprimere artisticamente sensazioni ed osservazioni percepite da più punti di vista.

osservare KandinskijKandinskij fu affascinato dalla relazione tra la composizione musicale e quella artistica. Suono e tempo venivano così a corrispondere ad onde bidimensionali nello spazio e del tempo. Tale necessità interiore lo conduce ad esprimersi in uno stile intuitivo di una rinnovata composizione pittorica basata su proprietà non più rappresentative delle percezione visiva  di tipo prospettico. Picasso si spinse ancora più in là nel modificare la logica prospettiva della percezione annullando del tutto ogni rapporto prospettico derivante da una concezione dello spazio-tempo cartesiano, rivoluzionando in tal modo il concetto stesso di quadro portandolo ad essere direttamente una “realtà interiorizzata”  e non più la “rappresentazione prospettica della realtà esterna“. Salvador Dali’ invece introduce nella rappresentazione pittorica un nuovo elemento: la “bidimensionalità del tempo”. Il tempo infatti assume la dimensione duale propria di una  effettiva durata, come conseguenza del fatto che per presentare la percezione da più punti di vista l’ osservazione non si può limitare allo sguardo  di  un solo istante, ma il pittore si trova ad esprimere il rapporto temporale della persistenza dell’ immagine effettivamente percepito durante la ricostruzione emotiva e razionale della rappresentazione pittorica.

 

 

 

osservare dali Le ore degli orologi molli sono diverse perché il tempo si dissolve e stemperandosi non risponde più concettualmente ad una successione lineare di falsi istanti. Negli ultimi decenni, i notevoli cambiamenti intervenuti nelle società avanzate hanno imposto al mondo della cultura sempre maggiori interrogativi circa la percezione del tempo. Il termine tempo sembra essere diventato la parola chiave per comprendere la complessità dell'interazione umana nell'era video-informatica e , in campo artistico, nell’ era contemporanea. L’arte contemporanea si riferisce a una porzione specifica dell’arte che non fa più riferimento al concetto di arte tradizionale, è una nozione sfuggente, quando si tenta di spiegare che cos’è si procede per metafore perché legata alla temporalità. Il concetto di tempo è già espresso nel termine di “Contemporaneo” come ciò che avviene nello stesso momento, dichiarando un’appartenenza al tempo presente ma in realtà esprime una potenzialità, una probabilità che si rivolge verso il futuro. Il tempo del contemporaneo è discontinuo, tutto deve ancora accadere e insieme è già avvenuto. L’artista contemporaneo mette in relazione con altri tempi il proprio tempo, non segue una linea temporale, scava nel passato per giungere nel futuro. L’artista percepisce il proprio tempo attraverso una non perfetta aderenza con esso ma, proprio attraverso questo scarto e questa discronia, è capace più degli altri di percepire e afferrare il suo tempo. L’artista è immerso nel tempo da cui nasce la sua particolare visione della realtà.

 

osservare marclaysFamosissima è l’installazione di Christian Marclay’sThe Clock” un filmato di 24 ore, nato dal montaggio di centinaia di spezzoni di film famosi, in cui ogni minuto viene inquadrato un orologio che indica l'ora, in perfetta sincronia con il tempo reale dello spettatore. Le immagini sono montate in maniera tale da scandire ogni minuto e ogni ora della giornata, a volte persino tenendo il conto dei secondi. Dopo le presentazioni a Londra e a New York, ora The Clock approda alla Biennale di Venezia e anche qui sono previste proiezioni speciali di 24 ore consecutive, in cui immergersi completamente in questa fuga alla ricerca del tempo perduto.

 

 

 

 

 

 

 

Serena Gervasio

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