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osservare carosello 1

Arte e pubblicità: che sia su un giornale, all’interno di un film o su un cartellone, quando una pubblicità è ben fatta i nostri occhi non possono fare a meno di fissarla, quasi come fosse una vera e propria forma d’arte. Negli anni la pubblicità è diventata sempre più presente nelle nostre vite, condizionando in maniera oculata le nostre scelte di acquisto di un prodotto. Più è fatta bene ed è accattivante, più usa un determinato pattern di colori, più la musica è riconoscibile, più saremo tentati di seguire le sue indicazioni. Nel corso di questi decenni abbiamo assistito a campagne pubblicitarie così riuscite che ancora oggi possiamo ricordarne le immagini e i motivetti. Prima di giungere all’irreparabile avaria d’oggi, la televisione in Italia è stata sentiero di luminose sperimentazioni e non solo nel campo della didattica, ma anche in quello dell’arte e della creatività. Ricordiamo, ad esempio, i Programmi come “Telescuola” ,andato in onda il 25 novembre 1958, seguito da “Non è mai troppo tardi”, (1960 – 1968) e, all’interno di questi programmi, le strisce di Enrico Accatino che, accanto all’attività artistica ha a lungo operato come formatore, divulgatore e teorico della didattica delle arti visive. Un impegno che nasce tra il 1960 e il 1964 quando riceve l’incarico dalla RAI Radiotelevisione italiana di curare per la televisione una nuova impostazione dell’insegnamento artistico. La sua esperienza all’interno di questi programmi porterà alla produzione di 400 trasmissioni televisive in diretta, ma anche alla realizzazione di testi fondamentali per l’Educazione artistico-visiva e la Storia dell’Arte che accompagneranno la disciplina ad evolvere da “Corso di Disegno” in vera e propria Educazione all’Immagine. Ancora più strettamente creativo è il Manifesto del movimento spaziale per la televisione scritto da Lucio Fontana nel 1952, in occasione della trasmissione sperimentale realizzata per la nascente Rai di Milano che vuole rappresentare il primo esempio di un itinerario che trova nel nuovo mezzo la strada maestra per ricostruire le speranze e i sogni degli italiani di quegli anni.

osservare carosello 2 Pino Pascali ,invece, scultore, pittore, performer, scenografo, costumista e pubblicitario è stato capace di contaminare con la sua creatività forme primarie e al tempo stesso mitiche della cultura, un artista che ha fatto della sua stessa vita un'opera d'arte con quell'inesauribile vitalità che lo contraddistingue. L'artista inizia a collaborare con la Lodolofilm nel 1958 esercitando il proprio impeto creativo, sperimentando ricerche e iniziando racconti in seguito sviluppati nelle opere che la storia dell'arte del '900 ha da tempo consacrato. A lui si deve senz'altro lo sviluppo della comunicazione pubblicitaria, una comunicazione nuova, visiva, fatta di immagini e non più legata alla tradizione orale. E' questo il punto di partenza per l'uomo contemporaneo, il quale ha ormai da tempo assimilato i principi della dominante cultura visiva. Numerosi sono i lavori realizzati per il mondo della grafica pubblicitaria, una produzione generalmente sconosciuta. Si va dai disegni ai collage, ai fotomontaggi fino ad arrivare agli spot veri e propri, trasmessi poi da Carosello.

dialogare imanifestidiseneca 3Tra i committenti: Agip, Alberti, Algida, Cirio, Ferrovie dello Stato, Poste Italiane, Rai. Ci sono poi gli spot per il cinema e le sigle di alcuni programmi famosi. Le componenti più forti sono il gioco, gli elementi naturali (terra e acqua su tutti), gli animali e le armi, interpretate in chiave giocosa, che accomunano questa produzione a quella più strettamente artistica, sviluppata tra il 1960 e 1968, anno della morte prematura, avvenuta a 33 anni.

Carosello è stata sicuramente una delle più innovative forme di arte e di pubblicità perché ha saputo coniugare un vero e proprio spot ad uno sketch recitato da abili attori che dovevano citare il nome del prodotto in maniera regolamentata. Ed è qui che troviamo le spiritose “linee” di Osvaldo Cavandoli che, con la voce di Giancarlo Bonomi ,chiedono continuamente al proprio autore di disegnare o correggere i propri problemi. Il tratto di Cavandoli è tipico della sobrietà funzionale ma anche della giocosa fantasia di disegnatori, progettisti, artisti che in quegli anni lavorano in strettissimo contatto con la produzione industriale e le aziende, loro committenti.

osservare carosello 4Da queste vengono sollecitati a fornire un surplus di immagine, una scintilla di qualità che aiuti a rendersi distinguibili, che serva a galleggiare, in pieno boom economico, sull'onda di piena dei consumi di massa. Negli spot la mano di Cavandoli, munita di penna, irrompe nel video e quando la Linea è in difficoltà invoca l'aiuto del suo protettore. È quasi una parodia michelangiolesca, con la mano (in carne e ossa) che appare creando all’istante una linea capace di rianimarsi, risollevarsi e rimettersi in cammino.

Serena Gervasio

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Basilicata, gennaio 2016 è il titolo dell’immagine che riceviamo da Attilio Bixio, appassionato di fotografia già ospite della nostra rivista. Pubblichiamo ancora una volta il frutto della sua arte per la forza comunicativa dello scatto che coglie alcuni aspetti di questa regione: il silenzio immerso nei colori pastello della natura di gennaio e il senso della vastità di un territorio.

Ridotto 3

A cura della redazione

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dialogare imanifestidiseneca 1

 

Si è tornati a parlare di uno dei più grandi maestri della grafica pubblicitaria non solo italiana ma europea in seguito alla fiction televisiva “Luisa Spagnoli” andata in onda recentemente sui canali Rai.

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cultura ilsegnodisquitieri 1

In una piovosa e fredda sera di marzo, con inesorabile insistenza, il ticchettio delle gocce pesanti d’acqua e l’aria fredda rimarcano il clima impervio di questa città, Potenza, nel cuore della Lucania, arroccata sull’Appennino, una vertebra della spina dorsale dell’Italia.

Le gocce di pioggia che battono e scivolano lungo i gradini di pietra vulcanica antichissimi del vicolo De Rosa, nel centro storico della città, sembrano letterine dell’alfabeto che cadono quasi come un racconto su questa terra martoriata da calamità naturali e il cui popolo, con radici antiche di lottatori, convive e reagisce e si confronta. Una terra impervia ma straordinariamente bella che nonostante tutto ha generato uomini di arte e cultura che l’hanno raccontata e di cui ne possiamo essere orgogliosi.

Al numero civico 6 del vicolo suddetto, nella sede del Circolo Culturale Gocce d’autore si evoca proprio una goccia di storia artistica della Lucania. Una goccia d’arte ma grande e insistente: come la pioggia cadendo accarezza il suolo, cosi Italo Squitieri accarezzava con il pennello la sua tela, con i colori della sua Lucania che amava e che aveva nel DNA.

Perché dico Lucania e non Basilicata? Perché nell’arte di Italo Squitieri si respira e si percepisce proprio la Lucania antica attraverso la forza del colore materico. Egli esprime la forza, la forza di un popolo e di un territorio, il suo, la forza nelle figure, i paesaggi prendono forza illuminati da una luce radente che mette in contrasto i vuoti e i pieni di una pietra lucana che si porta dentro espletandola in tutti i suoi dipinti, anche in quelli dove raffigura le montagne delle Alpi, si trova e si legge sempre la lucanità di cui era pervaso e che impossessava l’artista Squitieri. cultura ilsegnodisquitieri 2

E’ proprio sulle Alpi, a Cortina sua residenza, che Italo Squitieri espleta gran parte della sua vita artistica. Si potrebbe pensare: “ecco! Un altro uomo di cultura che va via dalla sua terra. No!.. o meglio Ni!”

Un artista che come uomo ha profonde radici nella sua terra e di cui non ne ha mai negato le origini e la sua profondità portando con se la testimonianza di un popolo forte, lottatore, ed è nella sua terra che ha voluto che si consumassero le sue ceneri.

Torniamo nel nostro vicoletto, entriamo in una porticina bianca, in una goccia di cultura tra le gocce di pioggia che cadono impenitenti. Un po’ come in un dipinto di Squitieri dove ci sono porte semi aperte e finestre con i fiori, una scena antica in cui si entrava in quelle porticine del vicino per soffermarsi a chiacchierare.

Anche qui entrando troviamo degli amici che vogliono rievocare un amico di tutti noi lucani: Italo Squitieri. Ma questa volta lo facciamo con più ironia e meno solennità. Una solennità che percepiamo dai primi due dipinti: l’autoritratto dell’artista in una espressione solenne con caratteri e pennellate decise, veloci, istintive e la solennità della montagna sulla parete destra della prima stanza, la materia, la forza ma anche il silenzio di un paesaggio da contemplare. cultura ilsegnodisquitieri 3

L’ironia la troviamo appena varchiamo l’arco che divide le due sale. Si, Italo Squitieri era un artista che prendeva la vita con ironia oltre che con profondità.

Il bel calore che ci accoglie ci difende dal freddo e accomuna in un unico intento i presenti in sala: parlare di un amico di cui tutti ne andiamo orgogliosi. Si avverte la presenza dell’artista attraverso i racconti inediti dell’amico medico Luigi Luccioni, come inediti sono i disegni che ci circondano. Siamo tutti intorno ad un pianoforte dall’aria solenne, e anche questa richiama alla mente una scena antica, tutti intorno ad un braciere ad ascoltare racconti. In questo caso il braciere è la cultura.

L’amico che è stato più vicino all’artista, Luigi Luccioni, ci racconta e ci traccia il profilo ironico di un artista. Un’ironia che è presente e si percepisce dalla raccolta di disegni intitolata “Turisti d’oltralpe” affidata in gentile concessione al Circolo Culturale Gocce d’autore dalla Signora Grazia Lo Re, titolare della galleria Idearte del capoluogo lucano.

cultura ilsegnodisquitieri 4cultura ilsegnodisquitieri 5  cultura ilsegnodisquitieri 6

Sono disegni a tratto sottile, a linea fluida, rapida, come una macchina fotografica immortala l’attimo. E’ facile immaginare l’artista seduto in una tranquilla caffetteria di Cortina a ritrarre in pochi tratti, in una essenza di scena, i turisti che osservava con il suo sguardo curioso e critico. Figure che, nonostante l’aspetto comico che strappa sorrisi a chi li osserva, colgono un realismo percettivo. Nei disegni si legge l’ispirazione dalla realtà che colpisce l’artista, estrapolando l’essenza e fermando l’attimo con una rapidità e padronanza del segno disteso su carta comune. Luigi Luccioni ha sottolineato la dote “dell’immediatezza del segno” di italo Squitieri attraverso cui coglieva l’essenza e la comunicazione della figura. Egli disegnava su ogni materiale: su tovagliette di trattoria, su blocchetti di carta, su qualunque pezzo di carta avesse tra le mani per fermare ciò su cui i suoi occhi si posavano. I suoi disegni, i suoi dipinti erano il linguaggio dell’artista, la sua comunicazione, egli aveva la bellezza e la profondità nella sua anima.

Tutti i lucani dovrebbero sapere e conoscere chi, attraverso il suo fare intellettuale, abbia dato lustro e onore alla terra di Basilicata.

cultura ilsegnodisquitieri 7 Mi fermo a raccontare la vernice del 13 Marzo a Gocce d’autore, della vita e delle opere di Italo Squitieri hanno scritto persone più autorevoli e firme importanti della cultura italiana. In chiusura invito i lettori ad approfondire la conoscenza di questo artista lucano che ha introdotto nel mondo la sua “goccia” di cultura.

Pasquale Palese

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locandina junior 2016

“LUIGI NONO JUNIOR” Seconda Edizione

SCADENZA: 7 maggio 2016

L'Associazione "Amici per la Musica" bandisce la seconda edizione del Concorso di esecuzione musicale "LUIGI NONO JUNIOR”, riservata ai giovani musicisti che suonano strumenti acustici presenti nell’orchestra sinfonica, inclusi pianoforte, fisarmonica, chitarra, sax e mandolino. I partecipanti saranno suddivisi nelle seguenti categorie, ciascuna ancora suddivisa in Gruppi e Solisti.

9-11 anni: durata massima dell’esecuzione: solisti: 5 minuti, gruppi 7 minuti.

12-14 anni: durata massima dell’esecuzione: solisti: 5 minuti, gruppi 7 minuti

Per ogni audizione i partecipanti potranno presentare uno o più brani a loro scelta. Al momento dell’esecuzione i concorrenti dovranno presentare due copie degli spartiti dei brani scelti.La domanda di ammissione, redatta sul modulo allegato al presente regolamento, dovrà pervenire ESCLUSIVAMENTE via e-mail al seguente indirizzo: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. entro e non oltre il giorno 7 maggio 2016. L’organizzazione si riserva di accettare esclusivamente le domande che rispondono interamente al presente regolamento.

Per tutte le informazioni si rimanda al sito web www.amiciperlamusica.it.

Vincenzo Pernetti

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 BillEvans

Un’uscita repentina e tiepida.

Un raggio rosa.

L’epifania di un ramo di mimosa.

La corsa di un’infanzia mai dimenticata.

La brezza di una malinconia d’amore.

La nostalgia. Il ricordo. La comprensione.

La rugiada di una alba che non conosce il suo destino.

Rivisitare la stessa strada. Quella del per sempre sulla speranza di un può darsi.

È un velo che prende il suo corso, si innalza verso il cielo e visita spazi dorati.

Danza con le nubi e torna, stanco, ad abitare la sua terra.

Stanze di giochi e sorrisi, spazi di partenze.

Ritorni ebbri.

Profumo di viole.

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Virginia Cortese

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Cultua Un venerdì nei pressi delle isole Lofoten 1Sul finire della primavera di alcuni anni fa, tra le pagine di Come il jazz può cambiarti la vita di quel raffinato trombettista di Wynton Marsalis, mi fermo a lungo sulla seguente frase: «Il processo dello swing - una coordinazione costante all’interno di una mutazione costante - raffigura la vita moderna in una società libera». Il concetto di coordinazione costante all’interno di una mutazione costante, in me che in quel periodo cercavo soltanto di dare un contesto ai miei maldestri tentativi di fare dello swing con un gruppo di amici, deflagrò come una piccola cosmogonia, principiando da lì e per molto tempo a muovere in me una nuova visione delle relazioni tra le persone, o addirittura tra l’io e il mondo, per buttarla giù così. Anni dopo, ancora del tutto casualmente, mi trovo a leggere un libro di un altro notevole musicista: Francesco D’Errico, Fuor di metafora - Sette osservazioni sull’improvvisazione musicale, Napoli, Editoriale Scientifica, 2015. Francesco D’Errico, pianista, concertista e compositore, conosciutissimo nel panorama musicale, è anche docente di pianoforte jazz e armonia presso il Conservatorio “G.Martucci” di Salerno, collabora con il conservatorio di Napoli ed è infine, non accessoriamente, filosofo. D’Errico è venuto a Potenza, ospite dell’Associazione culturale Gocce d’Autore, l’11 marzo scorso, a presentare il suo libro, in una serie di iniziative in diversi momenti della giornata. Il libro parla dunque dell’improvvisazione musicale, dipanandosi lungo sette capitoli contenenti altrettante osservazioni sul tema. Tra le tre accezioni canoniche del fenomeno medesimo e del termine che lo esprime, nell’uso comune e non soltanto nell’ambito musicale, identificate nella meraviglia, nell’attività frettolosa e poco affidabile posta in essere quando si manchi di un che di esperienza o di conoscenza, e nella capacità di risolvere problemi attraverso soluzioni non codificate, la prima osservazione, negletto il secondo, si incentra sul primo e sul terzo connotato del fenomeno. Proprio il problem solving, trattando d’improvvisazione come di un archetipo del processo creativo, mutuabile ed esportabile in ambiti diversi dell’agire umano, è stato il tema del primo appuntamento della giornata, rivolto in modo particolare agli studenti dell’IPSEOA, tenutosi presso il Museo Archeologico Provinciale “Lacava” di Potenza. La seconda osservazione affronta le esperienze sensoriali del corpo come deposito e come soggetto, del movimento divenuto sperimentazione consolidata, esercizio, e la modalità con la quale s’affronta la paura, che sia timore rivolto verso un pericolo concreto ed attuale che attinga magari anche la propria incolumità o anche soltanto verso una propria esibizione artistica: immobilismo? fuga? I concetti di tradizione orale e di tradizione scritta, specificamente riferiti alla letteratura musicale ed alla teorica contrapposizione delle due fonti, nonché il catalogo dei materiali delle pratiche musicali, quali le altezze, i timbri, le attese, le durate, le dinamiche, le fraseologie tipiche e ricorrenti di determinate correnti e quanto ancora, su differenti piani, si ponga come strumento per la fabbricazione musicale del momento dell’improvvisazione, sono oggetto della terza e della quinta osservazione. La sesta osservazione muove tre passi nel mondo dell’economia e del management, in quello del teatro e specificamente della commedia dell’arte, in quello della pittura e tanto pratica, sull’abbrivio, per chiarire intanto quanto possa essere limitante considerare l’improvvisazione quale processo che segua un semplice sviluppo lineare, anziché contare su plurimi apporti di contesto. Nel secondo appuntamento nella intensa giornata dedicata, questa volta in un pubblico incontro mirato proprio alla discussione sui contenuti del libro, D’Errico finisce per confessare come l’osservazione a lui più cara sia l’ultima, la settima, che ha come oggetto le visioni del mondo. Attrezzi, corredo e bagaglio diventano allora gli elementi offerti si dalle neuroscienze, ma soprattutto la filosofia pura, con gli sperimentati canoni della dialettica hegeliana da un canto, e dell’esperienza della, o, meglio, delle molteplicità dalle qualità rizomatiche proprie del pensiero di Gilles Deleuze, il cui sfociare in una apparente non-relazione del pensiero aperto può ancora offrirsi come paradigma ideale al fenomeno dell’improvvisazione. L’approdo diventa, in questo caso, sia il bisogno d’integrazione, sia anche l’accoglienza del paradosso. E’ ancora nel luogo protetto della mia lettura privata che invece io incontro le pagine che fatalmente finiscono per attrarmi più delle altre, quelle cui è rivolta la quarta osservazione, dedicata, nei dichiarati intenti, alle relazioni tra improvvisazione su struttura e improvvisazione libera. D’Errico ricorda che in un oggetto sonoro la struttura si declina in circolarità, flusso temporale misurato e norme condivise. L’esperienza dell’improvvisazione viene proposta come una volta a volta diversa visione delle cose, sia metodologica che emotiva, attraverso uno sviluppo temporale circolare, anzi ad anello. Così lo sguardo del corridore su pista, rivolto sempre a nuovi elementi del paesaggio circostante, nell’esempio che l’autore propone, parallelo del giro armonico presidiato da un flusso regolare di tempo nella musica praticata. Qui mi fermo ancora un momento, nel leggere, perché avverto interiormente come questa visione richiami l’idea della coordinazione costante incontrata anni prima e di cui ho riferito, ma ancora mi sfugge l’elemento che denunci o liberi la costante mutazione. L’osservazione di D’Errico tuttavia incalza, ricordando come l’insieme ordinato delle norme abbia come punto di origine, anzi come generatore costante oltre che necessario proprio il caos. Mi viene allora alla mente come Ilya Prigogine, ne Le leggi del caos, con una frase che è quasi poesia diceva: «l’universo è meno simmetrico di quanto le equazioni di base lascerebbero prevedere». La mia piccola cosmologia interiore viene quindi già attinta dalle leggi del caos. Debbo andare oltre. In questa densa quarta osservazione l’Autore cita anche il musicologo Stefano Zenni, riportando un passo di quel I segreti del jazz – Una guida all’ascolto, libro magico per gli appassionati, che era stato oggetto di una mia precedente altrettanto vorace, sebbene incompetente lettura.

Cultua Un venerdì nei pressi delle isole Lofoten 2Zenni, ora lo ricordo, dedicava a propria volta un intero capitolo in quel libro all’improvvisazione. Il titolo del capitolo era Descent into the Maelstrom: viaggio nell’improvvisazione. Perché quel titolo? Bello ma strano, me lo domando soltanto adesso, ora che mi pare di avvicinarmi al punto. Che sia un riferimento a un racconto di E. A. Poe, o anche soltanto al fenomeno causato dalla marea lungo la costa atlantica della Norvegia, che l’ha ispirato, il punto è che si tratta di un gorgo. Di una spirale. E in effetti il moto circolare del tempo, nelle battute di un brano proprio come nelle ore di una giornata, come nel mio stesso intemperante terzinare di allora quale assai improbabile batterista, segue si un ciclo, ma lungo una traiettoria si immagina costante e s’immagina tesa tra il passato e il futuro, tra un prima e un dopo, tra la prima e l’ultima nota suonata di un brano, almeno nell’esperienza comune. Così tutto improvvisamente mi pare guadagnare maggiore senso, la musica stessa mi appare più compostamente comporsi con l’esistere, o quest’ultimo con essa, non so dire, ora che credo di aver chiara la mia personale, forse fallace, idea di coordinazione costante all’interno di una mutazione costante. Del libro, un testo ricco viepiù se lo si prende a propria volta come l’esposizione del tema dal quale partire per proprie personali improvvisazioni speculative interiori - ma non si sa quanto ricorsive in quanti altri sé -, è corredo tra l’altro un’altrettanto affascinante postfazione di Mauro Maldonato, psichiatra e professore di Psicopatologia generale presso l’Università della Basilicata, dove leggo finalmente che improvvisare è un atto di profonda interiorità. Maldonato, partendo dall’assunto che «il pensiero cronologico è ordinato nel tempo, mentre il pensiero corporeo è simultaneo», mostra come «l’urgenza performativa di gesti, voci e suoni, sebbene declinata in un medesimo orizzonte, rende irriducibile la differenza del tempo individuale. Del resto,» continua e conclude sul punto «se i tempi individuali coincidessero, i musicisti condividerebbero la stessa vita».

Cultua Un venerdì nei pressi delle isole Lofoten 3Per rimanere nella cifra cosmologica, niente ci garantisce, se non l’universo stesso per come lo conosciamo nella nostra limitata quantità di tempo, e cioè niente ancora una volta, che le spirali sulle quali s’avvitano le orbite dei corpi celesti, conservino le medesime relazioni conosciute tra loro. Ciò non ci sgomenta, se consideriamo per un momento che, tolto il tempo, tutto quello che è è soltanto un momento, un improvviso, istantaneo e inaspettato, appunto. E come tale, non può risultare incoerente. Tanto mi dico, per chiudere i miei conti privati con Marsalis. Della giornata intera, generosamente dedicata dal filosofo e dal didatta alla declinazione plurale del tema dell’improvvisazione, è stata naturale conclusione un concerto del pianista Francesco D’Errico, accompagnato da Marco De Tilla al contrabbasso, Olindo Linguerri alla batteria e Alberto De Michele alla chitarra, nei locali del Circolo Gocce d’Autore a Potenza.

Rocco Infantino 

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pericle 1Mi metto nei panni di un povero diavolo, con la radio accesa mentre tiene l’orecchio al primo gloglottio della mòca, o con la tv dai lampi esaltati nella cucina appena appena abitabile. Mi metto nei suoi panni mentre dà le spalle al bancone affollato del bar e sfoglia uno di quei sette o otto giornali di quei due o tre editori padroni, quei fogli già spannocchiati da tanti, che sembrano dirti “solo adesso lo sai?” anziché darti notizie. Sono ancora nei suoi panni al momento in cui dal finestrino rigato di pioggia dell’utilitaria immobile nella coda, con la mente ai fatti propri, guardi montare lungo i marciapiedi, dove ci sono, i pannelli per la pubblicità elettorale. Si vota? Possibile? E per cosa? Mio cognato / cugino / il mio vicino / la maestra di mio figlio non mi ha ancora avvicinato, fatto una telefonata, la solita. Si, fra un mese si vota. Non ne fanno parola radio, giornali e tv, ma si vota. Può darsi che vada come le altre volte, quando hanno dovuto eliminare il ministero dell’agricoltura e ci hanno messo quello delle politiche agricole, o togliere il finanziamento pubblico ai partiti e si sono inventati il rimborso elettorale. Ma si vota. Il referendum c’è, magari pure promosso controvoglia e a cose fatte anche da alcuni che al ricorso intensivo e sostanzialmente senza regole praticate, alle risorse fossili hanno finora dato una mano. Il 17 aprile si vota e il dibattito pubblico sui mezzi di informazione di massa che non siano nicchie nella rete sta, come al solito, su altro. Su altro. Che cos’è diventata, sotto i nostri occhi, questa democrazia italiana, dove l’aggettivo si mangia il sostantivo, ce lo dice pure, secondo l’esperienza comune, questa residente voglia di non pensare, questo domandare persino alla musica, al cinema, alla letteratura, alla comicità, di intrattenerci e basta. E certo loro generoso rispondere. Distrarci. Le schiere di intellettuali che pareva dovessero, loro almeno, tenere il punto, sono evidentemente altrove, l’abbiamo detto altre volte. Chi lo fa il punto sulla realtà? Chi ne parla, si badi, pur senza visioni o conclusioni preconcette? Nel sonno colpevole dei grandi maître à penser la cui celebrata stoffa mostra oggi la grana grossa dell’appartenenza agli apparati, sono proprio quelle che si definivano le persone comuni, talvolta, non infrequentemente e speriamo sempre più spesso, ad impegnarsi. Qualche settimana fa, vado alla presentazione di un libro proprio nel circolo di Gocce d’Autore, con il segreto timore che nutro da una vita di cadere ostaggio del trasognato prosatore di turno e del suo mondo lirico, della sua propria Arcadia, della sua fantasia, insomma, e della sua fuga dalla realtà, cosa che talvolta mi esalta, talaltra mi prostra. Mi trovo davanti un trentaquattrenne concreto, che parla un italiano solido e che ha scritto, si, un romanzo.

pericle 2Ma il romanzo, vivaddio, non è popolato di unicorni. Anzi, racconta di una democrazia senza partiti e senza mezzi d’informazione, di un piccolo Paese ovviamente inventato e presenta in esergo, tanto per esser chiari, un frammento del Discorso di Pericle agli Ateniesi. Vito Daniele Cuccaro, Filodèmia, Eretica Edizioni. Quando nel dialogo con l’autore che segue la presentazione io gli domando quale sia, se ce n’è, il valore politico dell’affrontare certi temi in una forma romanzo, lui lucidamente mi risponde che con un romanzo si raggiunge molta più gente di quella solitamente disposta a occuparsi di politica. Chapeau. Tanto per esser concreti, una buona sintesi del cosa tecnicamente si va a votare il 17 aprile e delle ragionevoli ragioni per cui votare e votare SI, io l’ho trovata nel blog della Società Chimica Italiana, in un intervento a titolo personale dell’autore, che si trova a questi due link, che per impegno civico più che per estro artistico vi riporto qui https://ilblogdellasci.wordpress.com/2016/03/09/referendum-17-aprile-2-parte-cosa-si-decide/ e qui https://ilblogdellasci.wordpress.com/2016/03/07/referendum-17-aprile-1-parte-perche-dobbiamo-dire-no-alle-trivelle/ . Ci piace la rete? Usiamola. E la testa? E quale parola preferiamo tra: cittadini, consumatori e sudditi?  

Rocco Infantino

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ASCOLTA O MUORI

ascolta

Chi non vuole ascoltare deve morire”

Un dito umano mozzato, in decomposizione, fatto recapitare in una busta al kriminalhauptkommissar Stadler. Un macabro biglietto da visita da parte della scrittrice Sabine Klewe. Ai lettori italiani questo nome non dirà molto. Lo stesso, se si aggiunge Martin Sabine, con cui ha firmato anche romanzi storici con Martin Conrath. Ma il grande pubblico non avrà difficoltà a riconoscere Karen Sander, lo pseudonimo con cui la docente universitaria e giallista renana ha pubblicato “Muori con me” (Giunti) nell’aprile 2015 ed ora firma “Ascolta o muori”, sempre per la casa editrice fiorentina.

BULLISMO E CYBERBULLISMO

BULLISMO

Bullismo e cyberbullismo di Alessandro Meluzzi è un testo illuminante, un saggio che si legge con estrema facilità, grazie al linguaggio piano e scorrevole con lui l’autore ci presenta il grave problema che dà il titolo al libro: non solo bullismo, ma addirittura cyberbullismo.
Meluzzi, che è psichiatra e psicoterapeuta, esperto di problematiche della famiglia e della persona, esamina il difficile e controverso comportamento di quelli che definiamo "bulli" e ci porta a capire, attraverso spiegazioni chiare ed esempi, come dietro l’atteggiamento di sfida e di violenza si celi una estrema fragilità e un disperato bisogno di conferma d’amore e di accettazione. 

IO PRIMA DI TE

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A ventisei anni, Louisa Clark sa tante cose. Sa esattamente quanti passi ci sono tra la fermata dell'autobus e casa sua. Sa che le piace fare la cameriera in un locale senza troppe pretese nella piccola località turistica dove è nata e da cui non si è mai mossa, e probabilmente, nel profondo del suo cuore, sa anche di non essere davvero innamorata di Patrick, il ragazzo con cui è fidanzata da quasi sette anni. Quello che invece ignora è che sta per perdere il lavoro e che, per la prima volta, tutte le sue certezze saranno messe in discussione. A trentacinque anni, Will Traynor sa che il terribile incidente di cui è rimasto vittima gli ha tolto la voglia di vivere. Sa che niente può più essere come prima, e sa esattamente come porre fine a questa sofferenza. Quello che invece ignora è che Lou sta per irrompere prepotentemente nella sua vita portando con sé un'esplosione di giovinezza, stravaganza e abiti variopinti. E nessuno dei due sa che sta per cambiare l'altro per sempre. "Io prima di te" è la storia di un incontro. L'incontro fra una ragazza che ha scelto di vivere in un mondo piccolo, sicuro, senza sorprese e senza rischi, e un uomo che ha conosciuto successo, la ricchezza e la felicità, e all'improvviso li ha visti dissolversi, ritrovandosi inchiodato su una sedia a rotelle. Due persone profondamente diverse, che imparano a conoscersi senza però rinunciare a se stesse, insegnando l'una all'altra a mettersi in gioco.

Il 23 giugno è previsto l’uscita del film tratto dal romanzo

Il GGG

Il Grande Gigante Gentile

gigante

Sofia non sta sognando quando vede oltre la finestra la sagoma di un gigante avvolto in un lungo mantello nero. È l'Ora delle Ombre e una mano enorme la strappa dal letto e la trasporta nel Paese dei Giganti. Come la mangeranno, cruda, bollita o fritta? Per fortuna il Grande Gigante Gentile, il GGG, è vegetariano e mangia solo cetrionzoli; non come i suoi terribili colleghi, l'Inghiotticicciaviva o il Ciuccia-budella, che ogni notte s'ingozzano di popolli, cioè di esseri umani. Per fermarli, Sofia e il GGG inventano un piano straordinario, in cui sarà coinvolta nientemeno che la Regina d'Inghilterra. Età di lettura: da 8 anni.

Al cinema a luglio con la regia di Steven Spielberg per la prima volta a casa  Disney

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Percy Jackson racconta gli eroi greci

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Acclamati, adorati, tormentati, perseguitati: gli eroi della mitologia greca hanno conquistato a caro prezzo la celebrità, combattendo contro il fato avverso e l'ostilità degli dei. Percy Jackson ne sa qualcosa, e in qualità di sernidio conosce i retroscena più divertenti delle vicende che riguardano gli eroi. Con la sua proverbiale ironia, il figlio di Poseidone ci racconta come il suo omonimo Perseo sopravvisse in una cassa abbandonata nel mare grazie a un rifornimento quotidiano di sushi; come Ercole si cimentò nelle dodici fatiche con l'aiuto di un navigatore satellitare; come Fetonte venne bocciato all'esame di scuola guida... e molte altre incredibili curiosità.

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ave cesare

Ridere è meraviglioso e necessario: meno male che ci sono i Fratelli Coen, (i registi di: Il Grande Lebowski, Fargo, Non è un paese per vecchi, Il Grinta) a ricordarcelo con questo film, il terzo della loro ‘Trilogia del Cretino’ (Numskull Trilogy).

Il film racconta le vicende che si susseguono in un giorno della vita di Eddie Mannix (Josh Brolin personaggio basato sul vero E.J. Mannix, produttore e fixer della MGM), un impiegato di uno studio cinematografico a Hollywood, che, durante la realizzazione di un film sull'antica Roma, si trova a dover risolvere una serie di situazioni problematiche. Mannix di mestiere risolve problemi, ma stavolta non deve solo barcamenarsi tra i soliti intoppi che si nascondono dietro alla produzione di un film e i problemi di ego dei divi. Stavolta il "fixer" deve gestire qualcosa di più grosso, come il rapimento di uno degli attori più amati al botteghino, Baird Whitlock (George Clooney), portato via proprio nel bel mezzo della produzione del peplum, "Ave, Cesare! “

I Coen, che venticinque anni fa avevano già dedicato a Hollywood il loro Barton Fink, ci fanno entrare in quel mondo dove ogni cosa, ogni singolo movimento e ogni scelta viene fatta per apparire, per stupire e per far sognare. L’errore non è previsto in quel meccanismo complicato che è quella macchina miliardaria. Tutte le carriere sono costruite ad arte e vengono curate in ogni dettaglio, dall’abbigliamento alle frasi da dire, fino ai fidanzamenti e ai matrimoni, alcuni dei quali finti e combinati solo per piacere di più al pubblico. La Hollywood degli anni Cinquanta e della sua Età dell’Oro, quella (ancora) senza il monopolio della tv, ma – soprattutto - quella in cui si realizzavano musical e kolossal leggendari, mega produzioni da milioni di dollari che facevano sognare così come gli attori e le attrici che li interpretavano, vere e proprie star viziate ed esigenti che, spesso, facevano bravate o erano invischiate in scandali (di sesso, droga, alcol) che finivano col mettere nei guai anche gli studios. I fixer – ragazzi factotum reclutati per nascondere alla stampa scandalista la verità dei fatti – nascono proprio in quel periodo.

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Allegiant - The Divergent Series

allegiant

in  Italia il film esce 9 giorni prima  dell’uscita mondiale

Allegiant – il cui titolo intero è in realtà The Divergent Series – Allegiant  –è il terzo film della saga cinematografica tratta dalla trilogia di romanzi scritti da Veronica Roth tra il 2011 e il 2013 e che racconta la lotta di una ragazzina adolescente in un futuro distopico per sconfiggere una tirannia la saga cinematografica finirà nel 2017, quando la seconda metà del libro diventerà il film The Divergent Series: Ascendant.

Prima di Allegiant sono usciti Divergent, nel 2014, e Insurgent, nel 2015: ci sono alcune differenze tra i libri e i film ma, a grandi linee, la storia e i protagonisti non cambiano.

Tutti e tre film sono ambientati in un futuro distopico e post-apocalittico. I primi due film sono ambientati in una Chicago del futuro, o meglio: in quello che resta di Chicago dopo che una grande guerra ha distrutto gran parte di quello che c’era prima. Nel mondo presentato nei primi minuti di Divergent succede che tutte le persone vengono divise in cinque gruppi, che si chiamano “fazioni”. Le fazioni raggruppano le persone in base alla loro professione e alle loro attitudini caratteriali. Dalla nascita fino ai 16 anni si fa parte della fazione dei propri genitori. Quando ragazzi e ragazze compiono 16 anni partecipano invece a una grande cerimonia in cui possono scegliere se restare nella loro fazione o andare in un’altra. La scelta è libera ma prima della scelta ogni ragazzo partecipa a una sorta di test psico-attitudinale in cui – grazie a una simulazione molto realistica che è una specie di realtà virtuale – ogni ragazzo cerca di capire quale dev’essere la sua fazione.

Il terzo episodio, racconta quello che succede quando Tris (la protagonista), Quattro e i loro compagni vanno a vedere cosa c’è fuori dal muro, ma è necessario aver visto i primi due episodi, per comprendere la storia.

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Forever Young

forever young

Oggi nessuno insegue più un sogno, un ideale o banalmente il denaro, tutti sono alla ricerca della giovinezza perduta. Se sei un giovane sei "in", se sei vecchio sei "out". Questa è la storia di un gruppo di amici "finti giovani", ambientata nell'Italia di oggi. C'è l'avvocato Franco, un adrenalinico settantenne, appassionato praticante di sport e di maratona in particolare. La sua vita cambia quando scopre che sta per diventare nonno grazie a sua figlia Marta e a suo genero Lorenzo e che il suo fisico non è poi così indistruttibile. C'è poi Angela, un'estetista di 49 anni che ha una storia d'amore con Luca, 20 anni, osteggiata dalla madre di lui, Sonia, sua amica. Diego invece è un DJ radiofonico di mezz'età che deve fare i conti con gli anni che passano e con un nuovo, giovanissimo e agguerrito, rivale. Infine c'è Giorgio. Ha 50 anni e una giovanissima compagna, ma la tradisce con una coetanea di 50.

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