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madre natura

Alle madri di tutto il mondo vorrei dedicare questi brevi pensieri. Esposte alle atroci intemperie della vita, le madri sono querce, rocce, vette impossibili da scalare. Sopraffatte dalle angosce delle pene, le madri sono petali, albe e abbracci in cui sprofondare per scalare le creste più impervie. Alle madri che oggi piangono i loro figli vorrei provare ad asciugare le lacrime dicendo loro di trarre forza dalla disperazione per provare a costruire nuove dimensioni. Inconsolabile è il loro dolore, e difficile è trovare le parole giuste. E faccio appello a chi le parole le ha sapute usate per lenire piaghe e ricucire ferite. Pierpaolo Pasolini nella “Supplica a mia madre” scrisse:

E' difficile dire con parole di figlio

ciò a cui nel cuore ben poco assomiglio.

Tu sei la sola al mondo che sa, del mio cuore,

ciò che è stato sempre, prima d'ogni altro amore.

Per questo devo dirti ciò ch'è orrendo conoscere:

è dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia.

Madri che viaggiano in un sol pensiero, i loro volti hanno la purezza delle vite rinfrescate ai mille mattini dei sacrifici. Sacrifici dal sorriso sulle labbra sempre, nonostante il peso sulle spalle e nel cuore. Un macigno grande così, che loro, soltanto loro, sono avvezze a portare. Madri non piangete se i vostri figli hanno scelto una strada diversa, se la loro fragilità è stata più forte, la speranza è che ora la loro anima sia dentro di voi.  

“… Tu sei di tua madre lo specchio,

ed ella in te rivive

il dolce aprile del fior

dei suoi anni…” (William Shakespeare)

Madri vangelo, matrici del paradiso, voi ci avete insegnato a camminare, ci avete nutrito, ci avete detto come si fa ad amare. Ci avete preso per mano e condotto per le strade del mondo. Non piangete ora che siete rimaste da sole. Il corpo è solo un’ombra, è l’ anima che preserva la sua immortalità, la morte è la via che conduce ad una vita eterna diversa da quella terrena. E’ come nelle fiabe, dice la scrittrice statunitense Audrey Niffenegger: sono sempre i bambini che hanno le avventure più belle. Le madri devono restare a casa e aspettare il ritorno dei bambini che sono volati via dalla finestra. E prima o poi, in modi diversi, ritornano nel ventre materno.

Eva Bonitatibus

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cultura lalungamarciadellalettura 1

“Una cosa è certa: ci siamo divertiti tutti leggendo…quale migliore celebrazione del libro?” (Elda Rizzitelli)

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IMG 1639

Il cervello umano è quello che in termini informatici può essere definito come una architettura aperta. Esso cambia e si riorganizza secondo le funzioni che è chiamato a svolgere.La lettura non è tra le funzioni originarie del cervello. E quello che noi comunemente chiamiamo lettura è in realtà un complesso ampio di processi linguistici e cognitivi che abbraccia i sistemi di senso o semantici, che implica l’analisi del contesto, che fa appello al bagaglio culturale specifico, che utilizza e riconosce stimoli visivi e concettuali. Una volta lì, davanti al segno scritto e così decodificato, la mente parte, verosimilmente e spesso, verso una rievocazione o una fantasticheria, in tal modo rompendo il limite del pensiero individuale, raggiungendo una più circostanziata percezione dell’altro e del cambiamento e, per questa via, potendo anche arrivare ad immaginare una evoluzione, un futuro, un “poter essere” dell’individuo che legge, soggetto ed oggetto di questo pensare. Dunque ho letto Maryanne Wolf, Proust e il calamaro, Storia e scienza del cervello che legge, edizioni Vita e Pensiero, Milano, 2009 – 2015, come avevo anticipato tempo fa su queste stesse colonne. Maryanne Wolf è una neuroscienziata cognitivista, studiosa della lettura, e in particolare della dislessia. Insegna alla Tufts University (Massachusetts, USA). Il volume si compone di tre parti. La prima affronta il tema dei primi sistemi di scrittura, in parallelo con le qualità - diremmo - adattive del cervello umano. La seconda parte è dedicata allo studio del particolare momento, che in genere coincide con l’età più tenera dell’uomo, in cui si impara a leggere. La terza parte del volume, infine, è dedicata in particolare alla dislessia, non soltanto quale fenomeno che porta il cervello a non riuscire nell’apprendimento della lettura, bensì come significativa traccia d’indagine sul passato evolutivo e sul possibile sviluppo futuro del sistema simbolico umano. La sua complessità e la ricchezza di suggerimenti e di opportunità di approfondimento che vi si ritrovano, mi portano oggi ad essere convinto che tornerò, magari, più in là, a parlare degli altri aspetti, accennando per ora soltanto alla prima parte del volume.

IMG 1638Qui, si scopre subito che a livello neuronale e funzionale alla lettura non corrisponda una attività geneticamente programmata, come ad esempio per la visione, e che quindi al cervello occorra ricorrere ad una specie di riciclaggio neuronale con il risultato che, leggendo, il nostro cervello, concretamente, cambia. Occorre partire dalla origine della scrittura. L’autrice ci propone, al riguardo, tre momenti significativi: l’invenzione di una rappresentazione simbolica, l‘intuizione che tale rappresentazione potesse servire a comunicare attraverso lo spazio ed il tempo e, infine, l’affermarsi, non generalizzato, di una corrispondenza suono-simbolo. Il comparire di simboli significativi e il lavoro da svolgersi per decodificarli impegna nell’uomo, a differenza di altri primati, diversi ambiti dei lobi temporali e parietali del cervello, all’uopo riorganizzati in “aree associative”. L’Autrice ripercorre dalle origini i sistemi di scrittura, che si differenziano, grosso modo, per essere espressione dei suoni (sillabici o singoli) o dei concetti, o di una loro varia combinazione. Avremo, con buona approssimazione, così, da un canto sistemi più propriamente alfabetici, come la lingua greca, e sistemi più concettuali e simbolici, come il cinese o il giapponese, per rimanere all’oggi, in un certo senso analoghi, questi ultimi, dei geroglifici egizi o dei segni dei Sumeri delle origini, per semplificare. Correlativamente, nel corso dei millenni, e fino ad arrivare al XX secolo, per insegnare la lettura, ricorreva la domanda se fosse più conveniente applicare metodi basati sui suoni o metodi basati sui significati. Metodi e linguaggi diversi impegnano aree fisiche delle varie regioni e di entrambi gli emisferi del cervello differenti tra loro; esso è spinto così verso quella “efficienza cognitiva”, risultato anche della velocità con la quale determinati nuovi automatismi di riconoscimento di senso e significato dei linguaggi riescono ad operare.

wolf3In questo, si colgono anche curiosità a propria volta non prive di conseguenze per il lettore, quale quella che vede antiche scritture, come l’egizia appunto, non sorrette da punteggiatura, né ordinate sistematicamente da sinistra verso destra o viceversa, bensì distribuite nello spazio a disposizione in modo che le righe vadano una da sinistra a destra e la successiva, più in basso, da destra verso sinistra, seguendo con lo sguardo proprio il modo di girarsi del bue lungo un  campo da arare. Sull’altro fronte, quello alfabetico, non pochi filosofi del linguaggio nel tempo teorizzarono il fatto che il cervello, libero dall’incombente di dover immagazzinare tante, spesso tantissime immagini per decodificare i simboli, bensì dovendo gestire un limitato catalogo di suoni - segni in rapporto fisso, fosse maggiormente favorito ad addentrarsi, con questo linguaggio agile e scarno, che viepiù non occupa molta memoria, nel pensiero astratto, originale e speculativo. Al termine di questo primo tratto del percorso che, si, qui ho proposto come una corsa a rotta di collo e dovendo saltare di esso pezzi pure importanti, Wolf torna a considerare le tre critiche mosse a suo tempo da Socrate al sistema della scrittura, e cioè: l’immobilità della parola scritta, la distruzione della memoria e la perdita del controllo sul linguaggio e quindi sul sapere. Sulla prima, si sa, al dialogo con l’altro, irrinunciabile per Socrate, la scrittura offre, come alternativa, un dialogo interiore individuale che può rivelarsi, spesso, non meno fecondo. La seconda costituisce, probabilmente, una questione aperta, se si consideri che alle aumentate potenzialità della memoria collettiva, moltiplicate proprio dalla parola scritta, può effettivamente corrispondere un depauperamento delle occasioni di nutrire una puntuale memoria individuale. Quanto alla terza critica, ai tempi di Socrate proprio come ai nostri, il passaggio di allora dalla tradizione orale a quella scritta, o il nostro dalla scrittura dei libri e degli autori alla virtuale conoscenza o conoscibilità di tutto grazie agli strumenti informatici, passaggi entrambi che vedono marginali le figure di indirizzo e di guida dei maestri, poteva e può, in effetti, nascondere il rischio di un’attenzione sempre parziale perché multifunzionale, di una confusione tra le teorie o le narrazioni e la realtà. Incomberebbe, insomma, il rischio della superficialità (e con esso quello della orientabilità, della manipolabilità, aggiungerebbe, sommessamente, chi adesso scrive). Critiche dunque, che anche in un passaggio quale quello attuale, dalla cultura scritta sui libri a quella diffusa informatica e del web, si ripete con l’Autrice, hanno un forte sapore di attualità. Se a ciò aggiungiamo, come pure spiega bene la Wolf, che a mutamenti culturali così intesi corrispondono mutamenti funzionali, anzi mutazioni neuronali, si converrà che forse son cose da tenere a mente. No?

Rocco Infantino 

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Foto Andy Williams 

L’incanto di un momento.

La prova dell’infinito sull’abbraccio dei sensi.

Annullare le convenzioni dei gesti, osservare la metafisica di un profumo.

Il sorriso compiaciuto di un’onda.

La sorpresa di un tratto mai calpestato.

Si aggroviglia una smorfia.

Si placa un palpito.

Si riconosce un’alba.

Si abbandona una scia.

Si esprime un desiderio.

Si cela una speranza.

È tutto un ritrovarsi, un conoscersi, un bisbigliarsi.

Un mai, un sempre, un tutto.

Virginia Cortese

A Summer Place

There's a summer place
Where it may rain or storm
Yet I'm safe and warm
For within that summer place
Your arms reach out to me
And my heart is free from all care
For it knows

There are no gloomy skies
When seen through the eyes
Of those who are blessed with love

And the sweet secret of
A summer place
Is that it's anywhere
When two people share
All their hopes
All their dreams
All their love

And the sweet secret of a summer place
Is that it's anywhere
When two people share
All their hopes
All their dreams, all their love

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Veloce come il vento

cinema veloce vento

Ritorna rullo schermo STEFANO ACCORSI

stefano accorsi

Giulia De Martino vive in una cascina nella campagna dell'Emilia Romagna con il fratellino Nico. Sua madre se ne è andata (più volte) di casa, e suo fratello maggiore Loris, una leggenda dell'automobilismo da rally, è diventato un "tossico di merda" parcheggiato in una roulotte. Quando anche il padre di Giulia, che aveva scommesso su di lei come futura campionessa di Gran Turismo usando come collaterale la cascina, la lascia sola, Giulia si trova a gestire lo sfratto incipiente, il fratellino spaesato e il fratellone avido dell'eredità paterna. Ma la vera eredità dei De Martino è quella benzina che scorre loro nelle vene insieme al sangue e quel talento di famiglia, ostinato e rabbioso, per le quattro ruote.

 

 

 

 

 

 

Il cacciatore e la Regina di Ghiaccio

cinema ilcacciatore

Ravenna, la perfida matrigna di Biancaneve, usa a uccidere mariti per usurparne i regni, ha un passato di ignobili assassinii anche tra i suoi legami di sangue. Quando lo specchio magico le rivela, infatti, che la figlia di sua sorella Freya è destinata a spodestarla in bellezza, Ravenna non esita a porre fine alla sua neonata vita. Tale è il dolore di Freya, che risveglia nella donna l'arte sopita della magia nera e la trasforma in una regina di ghiaccio, determinata a bandire l'amore dal suo regno. È a questo fine, per addestrarli come guerrieri e vietar loro l'amore, che Freya fa rapire i ragazzini dei suoi territori e li cresce come cacciatori; e questa è anche la sorte di Eric e Sara, che, una volta cresciuti, però, all'amore non sanno e non vogliono rinunciare.

 

 

Victor - La storia segreta del Dottor Frankenstein

cinema victor

In un tempo in cui nulla sembrava impossibile, quando la scienza, la tecnologia e la religione si muovevano per riscrivere le regole che governavano la vita e la morte, uno scienziato, il Dr. Victor Frankenstein e il suo protégé Igor Strausman, si ritrovano a ricercare insieme la loro visione comune del mondo. Ma quando i piani di Victor vanno in fumo, portando ad orribili conseguenze, soltanto Igor potrà salvare lo scienziato da se stesso e dalla sua mostruosa creazione.

 

 

Mister Chocolat

cinema chocolat

Omar Sy è il protagonista di un film tratto dalla vera storia del primo clown nero della storia francese.

Francia, 1897. Rafael Padilla, nero di origine cubana, è uno dei freaks di Monsieur Delvaux, direttore artistico di un piccolo circo di provincia. Esibito tra la donna cannone e l'uomo più alto del mondo, Rafael impersona con pelle maculata e osso tra i capelli il mito del selvaggio famelico, terrorizzando sulla pista donne e bambini. Ma George Footit, clow bianco di professione, intravede in lui un potenziale e gli propone di formare un duo comico. Tra ceffoni e pedate, George li assesta e Rafael li incassa, la coppia funziona a meraviglia. Il pubblico ride e accorre copioso ad applaudirli, tra loro Joseph Oller, impresario parigino che li vuole a qualsiasi costo nel suo spettacolo. Lasciata la provincia per la Ville Lumière, George e Rafel incontrano un successo sbalorditivo. Col nome di Chocolat, diventa il primo artista nero della scena francese ma lontano dalle paillettes la vita presenta il conto e la Francia la sua intolleranza. Delazione e arresto innescano un processo di consapevolezza della propria condizione che coinciderà con il fallimento di una carriera.

 

 

Il libro della giungla

cinema jungla

n nuovo adattamento in animazione CGI e live action del popolare romanzo per ragazzi di Rudyard Kipling, prodotto da Walt Disney a cinquant'anni dalla trasposizione originale. Una storia universale di umanità, coraggio e avventura, che racconta il percorso di crescita di un bambino rimasto orfano e abbandonato nella giungla indiana.
Mowgli è un cucciolo d'uomo cresciuto con un branco di lupi. Salvato da Babbo Lupo e Raksha dalle grinfie della terribile tigre Shere Khan, verrà accolto dal branco come un figlio. Ad allevarlo e crescerlo ci penseranno l'orso Baloo e la Pantera Baghera, mentori disposti a tutto pur di proteggerlo dai pericoli della foresta. Quando però Shere Khan tornerà a giurare vendetta, promettendo di uccidere il cucciolo d'uomo, Mowgli sarà costretto a scappare per non mettere in pericolo le sorti del branco. La sola salvezza è rappresentata dagli altri esseri umani, gli unici in grado di combattere il malvagio felino.
Mowgli s'imbarca così in un'impresa indimenticabile, accompagnato da Baloo e Baghera per quella giungla vissuta da sempre come casa e riparo, improvvisamente trasformata in territorio ostile. Felci e liane diverranno teatro di numerose avventure tra serpenti seduttori, Re chiacchieroni e Gigantopithecus in cerca di grandi rivelazioni.
Con l'ausilio di una tecnologia adatta a portare in vita i personaggi del racconto, il regista Jon Favreau (Iron Man, Chef - La ricetta perfetta) è riuscito a mantenere i caratteri fiabeschi di una novella d'altri tempi, pur ricreando un ambiente interamente realizzato in digitale.

 

Nonno scatenato

cinema Scatenato

Robert De Niro e Zac Efron in viaggio insieme

La storia di un rigido nipote, di nome Jason, in procinto di sposarsi, che si trova costretto ad accompagnare il suo lascivo nonno, un ex generale militare da poco vedovo, in un lungo viaggio in Florida. La sregolatezza del nonno metterà in discussione la vita 'perfetta' del giovane Jason.
Una commedia on the road con il premio Oscar Robert De Niro nei panni di un nonno 'sporcaccione' che riuscirà, grazie ai suoi modi strampalati, a stravolgere la vita del nipote, interpretato da Zac Efron

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Il prigioniero della notte

Federico Inverni

leggere prigioniero della notte

Sai vivere nell'oscurità
Sai cogliere l'impercettibile
Sai intuire dove si nasconde il male
Ma tu non puoi nasconderti

Lucas è un detective. Nella sua vita gli sono rimasti solo il nome e il lavoro. Il suo passato è una ferita sempre aperta da un evento sconvolgente ha segnato la sua vita... e la sua mente. Come un automa attraversa i delitti su cui è chiamato a investigare, mettendo al servizio della giustizia il suo intuito straordinario, quasi visionario, e la sua sensibilità persino eccessiva. Fino a quando incappa in un caso diverso da tutti gli altri: una giovane donna trovata morta con il terrore negli occhi e nessun segno di violenza apparente. Lucas sa che il colpevole è un assassino seriale e ne ha conferma da Anna, psichiatra profiler, abituata a scandagliare il male in tutte le sue forme, da quando lei stessa, da ragazza, ha vissuto un’esperienza traumatizzante. Lucas e Anna annaspano in un labirinto di follia in cui i ricordi del loro passato, tenuti troppo a lungo sepolti, riemergono taglienti come vetri rotti in un’indagine che li coinvolge da vicino, lasciandoli devastati di fronte a una verità impensabile.

 

 

 

 

 

L'amore non era previsto

di Ilaria Carioti

leggere amore

Natalie è ormai un’attrice affermata ma ha collezionato, oltre a un gran numero di successi professionali, anche una quantità stratosferica di delusioni sentimentali.
Finalmente però entra nella sua vita un uomo che non potrà procurarle problemi. Lapo, un attore esordiente bello e sensuale, sarà al suo fianco per interpretare il ruolo maschile nella prossima fiction in cui reciterà anche lei. Lapo però ha appena fatto outing, ammettendo di essere gay al mondo intero e Natalie è strafelice di lavorare con lui, perché sa che non ci saranno complicazioni d’amore.
Insieme ai loro fedeli collaboratori, Giuseppe e Lucy e a tutta la troupe, gli attori partiranno alla volta di Barcellona, per iniziare le riprese del film e nell’affascinante e fantasiosa città catalana nascerà una splendida e profonda amicizia tra i due. Ma Natalie non immagina che Lapo nasconda un incredibile segreto.
E se lui non fosse ciò che dice di essere?
Equivoci, incomprensioni e molte complicazioni in una commedia sentimentale ricca di suspense e colpi di scena.

 

 

 

 

Il silenzio degli abissi

Crichton Michael (alias John Lange)

leggere silenziop

Un segreto sfuggito alla storia.
Un tesoro nascosto sotto il mare.
Solo un uomo può farlo riaffiorare.

Sotto la superficie del mare, negli abissi che si spalancano al largo della barriera corallina giamaicana, il silenzio è assoluto. Accompagnato solo dal ritmico gorgogliare del respiratore subacqueo, James McGregor continua la sua discesa. Più giù, quasi completamente avvolto dalle tenebre e infestato dai barracuda, si staglia il profilo scuro e incombente del timone di uno yacht. È il Grave Descend, quaranta metri di eccellenza armatoriale, inabissatosi in circostanze misteriose qualche giorno prima. La missione per cui James, un passato nelle forze armate e un presente da cacciatore di tesori, è stato ingaggiato è in apparenza molto semplice: ispezionare il relitto per conto della compagnia assicurativa e indagare le possibili cause del naufragio. Manca più di una tessera per completare il mosaico: l'affondamento è stato denunciato alle autorità solo ventiquattr'ore dopo l'accaduto e nessuno degli uomini a bordo, sei membri dell'equipaggio e un solo passeggero tutti prontamente messi in salvo, racconta la stessa versione dei fatti. La traccia più concreta per risalire alla verità sembra passare proprio per quell'unico passeggero, l'affascinante e misteriosa Monica Grant. E mentre dalle profondità del mare riaffiora un tesoro dal valore inestimabile, James si trova ben presto a lottare per la sua stessa vita, oltre che per svelare un segreto che affonda le sue radici nel passato, nei torbidi giorni dell'armistizio italiano durante la seconda guerra mondiale.
Il silenzio degli abissi è uno dei romanzi, inediti in Italia, che Michael Crichton scrisse sotto pseudonimo mentre studiava Medicina all'università di Harvard. Anni dopo, ha deciso di ridare vita a quelle storie e di ripubblicarle, con enorme successo. L'ambientazione mozzafiato, l'irresistibile fascino da classico mystery che gli ha fruttato una nomination agli Edgar Awards, oltre che la possibilità di scoprire un Crichton finora sconosciuto, fanno di Il silenzio degli abissi un vera e propria lettura obbligata per gli appassionati del genere

 

 

 

 

96 lezioni di felicità: Dall'autrice del Magico potere del riordino

di Marie Kondo

leggere kondo

Il mondo lo attendeva, Marie Kondo lo ha scritto. Il libro che svela i principi, i consigli, le intuizioni per mettere ordine nella nostra casa e nella nostra vita: 96 lezioni pratiche accompagnate da incantevoli illustrazioni, per convincere anche i più disordinati ad applicare il metodo Konmari.

«Il criterio per decidere cosa tenere o cosa buttare sta nella capacità dell’oggetto di irradiare felicità. Al momento di scegliere dovete toccarlo, e intendo proprio tenerlo con fermezza con entrambe le mani, stabilendo un contatto con esso. Prestate grande attenzione alle reazioni del vostro corpo in questo istante. Quando qualcosa vi trasmette felicità, dovreste avvertire una sorta di brivido, come se le cellule del vostro corpo si destassero lentamente. Quando tenete in mano qualcosa che non vi ispira gioia, invece, vi sembrerà che il corpo diventi più pesante.»

Che cosa resterà, infine, dopo che Marie Kondo ci avrà guidato nel Grande Riordino? Un rafforzamento del legame con le cose che ci circondano, un nuovo rapporto, più intenso e fecondo, con gli oggetti che abbiamo scelto. E non saranno mutati solo i sentimenti nei confronti del mondo materiale. Rallenteremo. Assaporeremo il cambiamento delle stagioni. Prendendoci cura delle nostre cose, scopriremo come prenderci cura di noi stessi e dei nostri affetti.

 

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Potevamo tacere su questo? Quello che sta anero lucido 1ccadendo nella terra di Basilicata dalla quale scriviamo, se confermato, sarebbe di una gravità estrema. Non ci interessano le vicende piccole di qualche ministro o di qualche intero gabinetto di dubbia statura. Attività petrolifere intensive, eccessive, irrispettose delle riserve naturali, delle vocazioni agricole, della stessa salubrità degli insediamenti umani. Iniezione di veleni nei pozzi, smaltimenti inadeguati di rifiuti tossici e pericolosissimi. In luoghi che ospitano per di più, già da cinquant’anni, la radioattiva eredità di una vecchia produzione del Minnesota. Picchi - connessi? mai sondati? - di malattie tumorali oltre ogni normale statistica. Qui potrebbe trattarsi della devastazione di un intero territorio e del genocidio di una intera popolazione. Consapevoli. Annotati, anzi, nella colonna costi o come effetti collaterali. Abbiamo delle colpe terribili: siamo pochi, eravamo arretrati, ci siamo fidati. Se tutto ciò sarà confermato, o si troveranno e si puniranno gli assassini - usiamole, le parole, le parole esistono -, o assassini dovranno essere considerati tutti: la comunità nazionale, se c’è, perché distratta o disinteressata, chi detiene o rappresenta il potere, nelle sue articolazioni, fino agli ultimi indigeni àscari, fino agli ignavi. Si scoprirebbe che la Basilicata è tenuta in isolamento per precisa volontà: senza strade, senza ferrovie degne, in una perenne condizione di cittadinanza diminuita rispetto ad altri territori, in spregio anche delle garanzie costituzionali. Si dimostrerebbe che abbiamo contro potentati economici sproporzionati per le nostre forze, e magari servi di questi potentati che vengono ancora a spuntarci l’elenco degli animali da cortile. Ciò nel silenzio perfetto di quelli che si sbracciano ogni giorno, anche dalle più alte cariche istituzionali, in favore di altre popolazioni, di altre etnie, di altre vittime di altre ingiustizie lontane. Certo, non dimentichiamo, noi, di essere soltanto una piccola rivista di cultura: orgogliosa, ma senza velleità. E allora. Il prossimo 23 aprile si celebra la Giornata mondiale del libro e del diritto d’autore. Istituita nel 1996, giusto vent’anni fa, dall’UNESCO e nata nel 1926 in Catalogna come “la festa del libro e delle rose”, è ancora oggi un momento importante per riflettere sul valore anche sociale della lettura, e della cultura, come elemento centrale per la crescita individuale e collettiva. Col mondo del potere non ho avuto che vincoli puerili. Pier Paolo Pasolini, nel suo Petrolio, quello che avrebbe dovuto essere il suo romanzo dei romanzi, mette in esergo questa frase di Osip Ėmil'evič Mandel'štam, poeta e prosatore russo e tra le vittime delle purghe staliniane. Noi non dobbiamo avere vincoli puerili con il potere. Chi esercita il potere, che sia quello economico, che sia soprattutto quello politico ed istituzionale, ha un imperativo, indefettibile dovere di verità. Se qualcuno a Potenza o a Roma, indifferentemente, viene a dirci che in un lago i pesci muoiono annegati o che quello ch’è sbagliato, per un governo, è una telefonata di troppo, ma non l’incontrollato dominio che esso accorda a terzi per lo sfruttamento di un territorio, dobbiamo accorgerci che il patto sociale è violato e comportarci da adulti. Abbiamo diritti, abbiamo doveri verso noi stessi. Abbiamo anche il dovere di considerarci, come donne e uomini intelligenti, capaci di immaginare e costruire un mondo diverso, migliore. La nostra civiltà è nata senza il petrolio, prima del petrolio. Senza il petrolio, dopo di esso, un futuro c’è, è tecnicamente possibile. Difficile, forse, ma possibile. Sta a noi. Prima del 23 aprile, e del Maggio dei libri, viene il 17 Aprile, data che si tenta d’affossare nel più oscurantista dei silenzi. La cultura è la nostra arma, sappiamo cosa fare.

Rocco Infantino 

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scrivere ilbazardeibruttisogni 1

La scrittura di Stephen King è fenomenale. Non vedi l’ora di voltare pagina perché i suoi libri ti catturano e ti avvincono. Il bazar dei brutti sogni edito da Sperling & Kupfer è una raccolta di racconti vecchi e nuovi alcuni dei quali pubblicati in precedenti opere, altri assolutamente inediti. Varie le storie che hanno come comune denominatore l’inverosimile, caratteristica della narrativa fantastica, che consente al lettore di stupirsi e di atterrirsi. Il rischio è di non dormire la notte, ma agli amanti del genere non preoccupa. Anzi, sembra essere questo lo stimolo alla lettura di uno dei più grandi maestri dell’horror.  Il bazar si è legge a perdifiato, passando da un racconto ad un altro senza riuscire a distoglierne lo sguardo, quasi come se una calamita ti tenesse attaccato alle pagine, come se una mano invisibile ti tenesse il capo bloccato sulle parole. Insomma si instaura uno strano rapporto tra lo scrittore e il lettore, salutato peraltro nell’introduzione dallo stesso King. Da brivido. “Ho preparato un po’ di cose per te”, dice in apertura, e poi più avanti “Forza. Siediti accanto a me. Avvicinati. Tanto non mordo. Però…ci conosciamo da secoli e forse sai che non è proprio vero. O mi sbaglio?”.

Al netto della paura, è un incipit che fa tremare le mani al lettore. Che però accetta la sfida e imperterrito, più che impietrito, sprofonda nella poltrona e nelle storie e si lascia condurre in vicende avvincenti e spaventose. Ironia, ferocia, malinconia, amore e paura sono i sentimenti che attraversano le venti storie quasi come se fossero gli ingredienti di una pietanza speciale. Un condimento che rende davvero gustose le venti storie di orrore di cui sembrano andar pazzi gli adolescenti ed in cui l’autore si diverte ad intingere la sua penna famelica.

scrivere ilbazardeibruttisogni 2

Si, proprio i quindicenni sembrano trarre un certo divertimento da questo genere di narrativa, un senso dell’humor nero, il tipo migliore secondo King. “Di fronte alla morte si può solo ridere”, dice lo scrittore che accompagna le sue storie con commenti e note autobiografiche, attraverso le quali illustra tempi, modi e motivazioni che hanno portato alla scrittura (o alla riscrittura) di ogni singola storia. 540 pagine di lettura febbricitante in cui Stephen King esplora gli angoli più reconditi e oscuri della mente e dell’animo umano, terreno fertile per l’immaginazione e la produzione dello scrittore americano. Su! Proseguiamo con la lettura, che il Paradiso ci aspetta! Parola di King.

Eva Bonitatibus

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raccontoinedito rosa 1

Gian Marco Gallo del Corvo portava un nome ingombrante per un quattordicenne.

Se poi questo nobile cognome era stroppiato in Della Cornacchia dal professor Giovanni Pinto, docente di lettere nella quarta ginnasiale del Liceo Classico Giosuè Carducci di Fanopoli, paesone agricolo della provincia di Foggia, l'imbarazzo del povero Gian Marco saliva alle stelle.

Gian Marco, quattordicenne grassottello e brufoloso, si chiedeva perché il professor Pinto insistesse a interrogarlo su un argomento che risaliva alla prima media e cioè le voci della prima declinazione del latino.

Il ragazzo era fermo lì col gesso che strideva sulla lavagna dopo un perentorio ordine del professore “scrivila sulla lavagna la declinazione, Della Cornacchia” cosi faticosamente arrivato al genitivo Rosae: della Rosa si era bloccato.

Il professore aveva sollecitato con un “andiamo” ma il povero Gian Marco il dativo non se lo ricordava proprio.

In realtà a Giovanni Pinto che l'allievo conoscesse o no la prima declinazione non interessava, lo tormentava un' altra cosa, una strana ossessione per il colore rosa, vedeva tutto di quel colore e ne coglieva sfumature minute che sfuggivano ad altri.

Colleghi ed amici avevano rinunciato a chiedergli, per esempio, di che colore preferiva una macchina, un pullover, un costume da bagno, lui immancabilmente rispondeva rosa.

In realtà questa ossessione aveva una sua motivazione, all'inizio dell'anno scolastico, aveva preso servizio al liceo Carducci una nuova collega, l'insegnante di scienze Rosa Maria Calvi, costei era una splendida giovane bellezza ed il suo corpo, pressoché perfetto, era esaltato dal colore rosa di cui erano abiti e accessori che abitualmente indossava.

Tutto ciò, insieme al roseo della sua delicata e morbida carnagione, aveva ,praticamente, fulminato il professore , che si era perdutamente innamorato della bella Rosa Maria.

Il Professor Giovanni Pinto aveva circa 40 anni era alto, robusto ma non grasso, capelli folti e neri sempre ben acconciati, sguardo vivo e penetrante, era sempre ben vestito e godeva di un certo successo tra le colleghe e a volte con le proprie allieve, ma in vent'anni non si era mai lasciato coinvolgere, applicando un sano principio morale “niente miele sul posto di lavoro”.

Però stavolta era scattato qualcosa di diverso

Forse proprio questa anomalia del comportamento unita alla mania monocromatica recentemente dimostrata, non era sfuggita all'interessata, agli altri professori, né tantomeno alla dirigente del Liceo.

E proprio quel giorno la Professoressa Mastrogiovanni, preside, che reggeva con polso di ferro l'istituto lo convocò a colloquio.

Alfredo il bidello entrò sogghignando e disse “professore la preside la desidera... urgentemente”; la pausa tra “desidera” e “urgentemente“ era a significare che la convocazione era veramente urgente.

Il giovane Gian Marco lanciò un sospiro di sollievo e il professore “torna a posto, ma non finisce qui” e presa la giacca si avviò verso la presidenza.

La preside, professoressa Mastrogiovanni era una donna di statura media di circa 55 anni ed era piuttosto in carne e in genere indossava completini di colori tenui.

Il professor Pinto entrò in presidenza e salutò con deferenza il capo dell'istituto, che lo invitò ad accomodarsi si informo sulla salute sua e dei suoi congiunti e poi cominciò un discorso che prese alla lontana l'argomento che lo interessava.

“Caro professore, abbiamo tutti e due l'onore di insegnare in uno degli istituti superiori più vecchi di questa regione, su questa scrivania e sulla sua cattedra sono passati insigni umanisti e letterati, anche illustri prelati di cui uno, come lei saprà, è quasi arrivato al soglio di San Pietro. Ora noi dobbiamo dimostrare di essere degni di queste cattedre, di coloro che ci hanno preceduto nella formazione di generazioni di professionisti e studiosi. Ora tocca a noi quest'opera di formazione e dobbiamo essere in grado di farlo senza esporre il fianco a critiche da parte di genitori e colleghi....

Il professor Pinto era sovrappensiero quasi in catalessi e ad un certo punto si rese conto che le pareti della presidenza erano di un bel color rosa pallido e che la preside aveva un bellissimo tailleur rosa shoking. Assunse un sorriso beato e la preside accortasi che il professor Pinto non seguiva più il suo pistolotto, gli si rivolse direttamente e gli chiese “professore cosa c'è di divertente nel mio discorso?”

“no no, sig.ra preside, non è per ciò che dice che sono contento ma perchè vedo che lei è vestita del colore che preferisco e che ha fatto ridipingere le pareti della presidenza nello stesso colore.

La Preside allibita “Così le pare professore? E lui  “Si si è tutto rosa!!”

La preside sorrise e poi riprese il suo eloquio: “caro professore quello che vorrei dirle, che questa sua mania del rosa mi sta causando qualche problema, ma sbaglio a dire a me, a tutta la nostra istituzione. Lei continua a parlare del rosa, ormai interroga i suoi allievi solo sulla prima declinazione del latino e nelle classi in cui insegna italiano parla solo di una poesia “Rosa fresca aulentissima”.

La professoressa Calvi, peraltro da poco sposa e già in lieta attesa, mi ha più volte sollecitato ad intervenire, dicendo che se non lo avessi fatto io sarebbe stata lei a rivolgersi al provveditorato. Caro professore io ho pensato, al fine di evitare lo scandalo di trasferirla”.

Il professor Pinto impallidì, la vista si offusco, e lo stomaco si contrasse con un violento spasmo.

Era decisamente frastornato, non capiva che cosa avesse fatto di male, oltre far avere alla collega, qualche rosa, cuscini rosa, qualche scatola di cioccolatini a forma di cuore di colore rosa, una bottiglia di rosolio con l'etichetta rosa, uno scialle di seta rosa e poi qualche altra cosetta sempre di colore rosa, l'aveva poi abbonata ad una serie di romanzi rosa scritti da tale Liala ed altre scrittrici specializzate nel genere.

E la preside continuò “professore guardi che è venuto anche il marito peraltro ex allievo di questo liceo, per esprimere perplessità sul suo stato mentale. Pertanto professor Pinto ho deciso, con il consenso del nostro provveditore, di inviarla a Litri, dove c'è una sede distaccata del nostro liceo a sostituire un altra collega in puerperio. Ma non si preoccupi la cosa durerà solo tre mesi, sino alla fine dell'anno scolastico. Poi andrà in puerperio la Calvi e così lei non la vedrà per oltre un anno e forse le passerà dalla mente questa follia rosa.

Il professor Pinto ormai era più che frastornato, gli mancava il respiro, ed il battito cardiaco balzò alle stelle,  un mondo rosa gli girava intorno, mentre stava per cadere a terra esanime udì la preside “lì in montagna potrà fare una vita sana, senza tentazioni, io mi auguro che passi il suo a tempo a....” e poi più niente. La preside non concluse il discorso perchè Giovanni Pinto professore di lettere, era caduto a terra e rantolava e pronunciava frasi senza senso inintelligibili, si capiva solo una parola Rosa, rosa...;fu subito portato all'ospedale zonale e poi trasferito in un centro specializzato nel capoluogo di regione. A poco a poco cominciò a recuperare e dopo circa un anno, molto dimagrito, ritornò in paese, era imbottito di farmaci antidepressivi, tipo Prozac e aveva quella particolare espressione sorridente, che hanno tutti quelli che sono quasi usciti da un trauma psichiatrico.

Il  Ministero lo aveva posto in congedo e un collega generoso aveva collaborato con la vecchia madre per istruire la pratica per la pensione di invalidità e così Giovanni Pinto ex professore di lettere al liceo Carducci di Fanopoli passava le mattinate in estate e primavera ai giardini comunali.

In inverno lo si vedeva alla ”caffetteria del centro” seduto davanti a un cappuccino, che in genere lasciava a metà.

Qualcuno nei primi tempi lo salutava e gli faceva qualche domanda così, quelle che si fanno tanto per, avviare una conversazione bel tempo eh? Ma quest'anno l'estate non vuole proprio arrivare ?

Ma poi un po' spaventati dal fatto che parlava da solo facendo strani discorsi e che su un taccuino vergava scritti con un pennarello di colore rosa, i paesani si limitavano a salutarlo e poi nemmeno più quello, cominciarono ad evitarlo, addirittura al parco le mamme richiamavano i bimbi che gli si avvicinavano.

Il professor Giovanni Pinto morì da solo in una notte di febbraio.

Il medico non riuscì a ricondurre la sua dipartita ad una causa precisa, forse un influenza curata male. Le solite male lingue di paese dissero che si era suicidato; alcuni, i più maligni, addirittura dissero che aveva bevuto vernice rosa.

Al suo funerale pochissime persone oltre la vecchia madre, nemmeno i suoi fratelli, che non avevano ritenuto di venire da dove abitavano.

Tra i pochissimi fiori spiccava però una coroncina di garofani rosa con un nastro rosa anche quello, e una scritta “Caro Giovanni addio, Rosa Maria”.

Edoardo Angrisani

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Pubblichiamo volentieri l’intervento di un nostro lettore, Canio Franculli, Dirigente scolastico in pensione, sulla figura del critico d’arte. Un articolo interessante che propone un excursus nella storia della filosofia e dell’arte. Buona lettura!

Credo che l’estetica e l’arte siano tra gli osservatori più interessanti esistenti sulla realtà. Cos’è l’arte è naturalmente argomento complesso. E in particolare ancora più complessa sembra essere l’arte contemporanea. Diventa, invece, di semplice e lineare definizione se si accetta l’argomentazione base di Kant, espressa nel “La critica del giudizio. Scrive Kant: “Per distinguere se qualcosa è bello o no, noi riferiamo la rappresentazione non all’oggetto, per la conoscenza, ma al soggetto e al suo sentimento del piacere e del dispiacere mediante l’immaginazione (forse legata con l’intelletto). Quindi il giudizio di gusto non è un giudizio di conoscenza, e dunque logico, ma è estetico, intendendosi con ciò che il suo principio di determinazione non può essere altrimenti che soggettivo”. Questo dice Kant: il giudizio di piacere è personale. Più tardi un altro grande dirà che ciò che piace è scientificamente osservabile e misurato. Quindi non ha nulla di personale ma è oggettivo. Il piacere e la grandezza di un’opera non è affidata al giudizio personale ma sono soggetti a una analisi e a una valutazione obiettiva. Se personalmente ho capito bene credo che uno dei massimi critici contemporanei, Vittorio Sgarbi, sia di questo secondo parere.

    

L’arte classica si presta ad essere di più facile e immediata lettura e di intuitivo giudizio valutativo. Gli angeli che si dipingevano erano angeli, i bei  visi aristocratici o di Madonne erano bellissimi visi e la prospettiva era reale prospettiva. Ma la prospettiva con Pat Mondrian è diventata altra, è diventata moderna. A partire dagli anni di nascita della modernità il concetto di bellezza, e il pensiero stesso, è diventato sia oggetto che  soggetto d’arte, indipendentemente dalla sua oggettuale riproduzione rappresentativa.

Non occorrono più Madonne, non occorrono piazze (La scuola di Atene, per esempio), non occorre rispettare fedelmente le proporzioni (Chagall per esempio) per fare arte.

L’oggetto d’arte è diventato talmente minimalista da diventare altro dal passato e confluire sulla tela in macchie, in tagli o monocratismi di varia concezione. Nascono e si sviluppano l’arte astratta e quella concettuale.  Un taglio (Fontana) è concetto. Il concetto è un prodotto umano e quindi è  progetto naturalmente estetico, oltre che etico e politico. Il taglio è progetto che va oltre la tela e il cromatismo facendo parlare e unire i mondi dell’uomo che stanno avanti e dopo, sono ferite aperte, paesaggi e passaggi che non occorre più definire: esistono e ora sono materialmente visibili nell’essenzialità del taglio.

L’arte pittorica si spinge fino a fare a meno dei pennelli e dei colori e nascono le monocromatiche tele ondulate su chiodi di Enrico Castellano.

Il tempo, già agli inizi del Novecento, nel ‘17, è maturo per la modernità perché basti ora soltanto una firma per legittimare l’arte: la si può mettere su un orinatoio (Marcel Duchamp) o, negli anni Sessanta, su scatolette di merda che diventano merda di autore (Piero Manzoni). In America Pollock prende a verniciate in faccia le tele, la forma non serve più a niente, e poi le ritaglia. Il suo dolore, la sua voglia di vivere, di essere e di dire diventa rabbia creatrice che, distruggendo, si racconta. Rothko dipinge quasi monocromaticamente grandi superficie che non sono però luoghi deserti, ma luoghi che invitano a un percorso interno. Sono storie che si lasciano leggere e percorrere. L’occhio del moderno che li vide è occhio figlio di una modernità che consente letture altrimenti impensabili in tempi antichi dominati da altre culture.

L’arte moderna, per la sua natura spesso demolitrice o minimalista, comincia a configurarsi sempre  più anche quale luogo di un sapere estetico creativo spesso indecifrabile e caotico. Soprattutto per il grande pubblico. Vi occorre una guida, una lampada che illumini la sua strada e il suo obiettivo, quindi il suo progetto politico-esistenzialista.

Nella pittura pre-ottocentesca venivano rappresentati ritratti, figure e paesaggi fedeli alle regole classiche della pittura. Tutte le composizioni erano ben leggibili. Poi, lentamente, dagli impressionisti in poi, passando da Paul Klee fino a Picasso e arrivando agli anni Cinquanta americani, con Pollock o con Rothko, e poi ancora negli anni Sessanta europei e successivi, dalla Pop Art di Mario Schifano alle opere e alle performances di autori come Cattelan o Marina Abramovic, le cose cambiano. Perché è la società che nel frattempo è enormemente cambiata sotto l’influenza, tra l’altro, della tecnologia e del consumismo.

La figura del critico d’arte nasce alla fine della seconda metà del Settecento e ha subito uno sviluppo continuo e complesso impensabile all’inizio, ma anche altrettanto necessario e insostituibile per leggere e comunicare il cambiamento.

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Oggi l’arte non può fare a meno del critico, professionista nel quale convergono l’intellettuale, il commerciante e l’artista. E altrettanto consolidata è la considerazione che il mondo dell’arte contemporanea è interessato ad uno sviluppo di sempre maggiori proporzioni, particolarmente legate alle necessità di incremento della sua funzione socio-culturale e del suo uso e valore economico-finanziario. L’ arte non può fare a meno di essere anche un prodotto commerciale. E il critico non è estraneo a questo aspetto della produzione artistica. 

E’ una figura che è andata specializzandosi negli anni  e che la si trova a qualsiasi livello del mondo artistico: dagli eventi internazionali degli spazi espositivi dei grandi musei e delle grandi gallerie, fino  alla miriade di eventi legati alle piccole gallerie e alle proposte locali, di aree territoriali, quindi,  molto ristrette e periferiche.

Nel panorama del mondo dei critici vi sono quelli che  scrivono saggi tradotti anche in altre lingue, fanno didattica, promuovono convegni  e collaborano con l’editoria e gli spazi museali sia nazionali che internazionali. Sono studiosi che insegnano all’università o in prestigiose accademie. Questi critici tendenzialmente danno all’arte contemporanea un apporto teorico e una prospettiva storica. Sono professionisti solitamente non militanti e che si interessano prevalentemente di grandi mostre nonché di artisti già ampiamente affermati.

Una funzione particolarmente specifica al campo dell’informazione di massa viene svolta dai critici che curano rubriche fisse di grandi o piccoli quotidiani o riviste specializzate. Questi incidono sugli autori e sulle loro opere in misura direttamente proporzionale all’area territoriale nella quale operano.  Più il loro media è di larga fascia, e quindi comprende un pubblico di vaste proporzioni, più la loro posizione e il loro potere di incidenza è maggiore. Nella misura in cui si riduce la loro area il territoriale di riferimento decresce anche la loro autorevolezza, pur continuando, naturalmente,  ad essere senz’altro critici corteggiati dagli artisti locali di cui sono in grado di decretarne in zona il successo o meno.

A qualsiasi livello i critici di solito si servono e privilegiano la carta stampata. Il mezzo televisivo e il web svolgono anch’essi una funzione informativa e divulgativa  ma che non ha ancora raggiunto l’efficacia riconosciuta alla carta stampata, dai cataloghi all’articolo e al saggio.

La diffusione delle notizie per mezzo della stampa scritta riversa un’importanza altrettanto strategica, sia a livello locale che di più ampia portata, di cui si serve il critico d’arte: riesce a dare immagine al singolo artista o anche a un’esposizione museale o a un programma istituzionale pubblico. Bisogna far conoscere, divulgare, parlarne. E non importa parlarne necessariamente bene, basta parlarne. Il successo legato allo scandalo di recensioni negative è stato spesso ben cavalcato dagli interessati, che sono stati in più casi capaci di trasformarlo a proprio vantaggio.

Il critico d’arte è figura complessa e di grande attualità sulla quale occorrono più attente riflessioni e più mirati confronti. Non lo si può erroneamente ridurre a figura secondaria, di semplice e banale parolaio che riempie la paginetta, più o meno grande, di didascalia dell’ultimo artista che è in mostra.

Canio Franculli

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