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Rocco Infantino

Giornalista pubblicista, batterista sconveniente.

Leggo. Mi incuriosisce la fisica quantistica. Mi piace il jazz. Scrivo in privato, uso il Garamond. Credo nella sezione aurea, nell’entanglement, nel dualismo onda particella. Preferisco i film francesi, i cibi semplici, le persone semplici, i problemi semplici.

Il mio orario del cuore sono le cinque e venti. Detesto usare Domodossola nel gioco “Nomi, cose, città” e vivrei volentieri a Londra, Parigi e Roma, come la maggior parte delle vallette degli illusionisti. Fin da ragazzo ho l’età che descrive J. L. Borges in Limites. Se non svolgessi un lavoro in ambito giuridico legale, probabilmente avrei voluto essere quello che fischia nella canzone Lovely head dei Goldfrapp.

Questo non è un articolo. Proviamo ad incrociare alcuni pensierini, come talvolta si fa con le parole in certi passatempo. Vorrei che ci occupassimo, in un prossimo appuntamento, del costo dell’ignoranza - si, l’ignoranza ha un costo -, argomento che sulle prime potrebbe non avvincere, né risultare abbastanza flâneur per come appare questa rubrica. Faremmo due passi nell’emergenza culturale di un Paese, dove larga parte della popolazione è affetta da analfabetismo funzionale, si registra un basso livello di competenze della popolazione adulta ed un numero altrettanto basso di laureati e diplomati, dove le strutture che dovrebbero fornire accesso alla conoscenza, quelle pubbliche in primis, costituiscono un reticolo debole dal disegno irregolare, e dove la classe dirigente, e in essa i decisori politici, non spicca per migliore qualità, né per sensibilità verso questi temi. A questa escursione occorrerà probabilmente arrivare un poco preparati sul paesaggio, o sul contesto, avendo acquisito qualche elemento significativo sui fondamentali, così da tentare, in poche letture, di risultare non dico più informati, ma almeno più consapevoli. In entrambi i momenti verremo accompagnati da un medesimo autore. leg solimine1 Giovanni Solimine, docente universitario, già Presidente dell’Associazione Italiana Biblioteche, e attualmente membro del Consiglio superiore per i beni culturali e paesaggistici,  pubblicava nel 2010, per i tipi di Laterza, L’Italia che legge, un lavoro di analisi su dati ricavati dalle indagini di settore, con il quale avviava un profilo del lettore italiano: connotati, gusti, stile di vita, zona di residenza, livello di istruzione, reddito, grado di partecipazione alla vita culturale, eccetera. I dati sono di qualche anno fa, ma l’analisi è fatta tenendo conto degli scostamenti e delle ciclicità verificabili per questi fenomeni nel breve periodo e delle costanti nel medio e lungo periodo; dunque, attuale nelle sue linee fondamentali ed utile per poterne ricavare un ragionamento. Del volumetto immagino si possano dare diverse letture. La prima, di superficie, magari concentrata sul tema della lettura dei libri come fenomeno sociale confinante col fenomeno di costume. Come tale, incuriosiranno le conclusioni su certi luoghi comuni o su domande molto frequenti: è proprio vero che chi è abituato a leggere da piccolo, nel corso della vita legge più di altri? le nuove tecnologie fanno concorrenza alla lettura? segneranno la fine del libro? Quando però viene fuori che venti milioni di italiani considerano leggere una perdita di tempo, che i lettori forti sono soprattutto donne, che questi ultimi hanno un livello di reddito ed uno status sociale in genere elevati, il discorso si fa più interessante. Poi si verifica che i lettori forti vivono in prevalenza al nord e al centro del Paese e nei grandi centri urbani, e che, siccome per diventare lettori trovare dei libri certo aiuta, c’è una certa relazione tra l’attitudine alla lettura e l’utilizzo – e io farei attenzione anche alla concreta praticabilità – delle biblioteche; quindi, la loro distribuzione territoriale non è ininfluente, anzi. leg solimine2 E chi li produce, il libri? Si osserva anche in questo caso che l’industria del libro è concentrata nell’Italia settentrionale, dove viene pubblicato più dell’80% dei libri in commercio e dove sono concentrati i pochi, maggiori editori italiani. In definitiva si scopre una vera e propria disuguaglianza – una ennesima – tra cittadini del nord e dei grandi centri urbani e cittadini del sud del Paese, quanto alla concreta possibilità di entrare in contatto con i libri. Infine, si prende atto che nello scenario di crisi nel quale il Paese è stato fatto entrare in questi anni, queste differenze - geografiche, sociali - hanno mostrato una attitudine spiccata ad acuirsi, a radicalizzarsi. E allora: se l’ignoranza, come scopriremo, ha un costo, vogliamo domandarci chi è destinato a sopportarne il maggior peso? E se c’è qualcuno che un utile ne trae?

Rocco Infantino

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C’era un tempo in cui non potevi andartene in giro senza una copia, meglio se gualcita e rigorosamente di edizione economica, di Narciso e Boccadoro, o de Il lupo della steppa, o de Il gioco delle perle di vetro, stipata in una tasca dell’eskimo o dello zaino. Con ciò lasciando intendere d’aver interiorizzato anche Siddharta e d’essere già oltre. Da giovane avvertivo il fascino che Hermann Hesse esercitava su molti miei coetanei – a me non dispiaceva – per quella che veniva letta, tra le sue pagine, come una aperta critica alla cultura occidentale e alla educazione impartita alle giovani generazioni come indottrinamento finalizzato alla repressione degli slanci più istintivi e naturali dell’individuo, per il loro migliore adattamento ad una società borghese preoccupata soltanto di conservare sé stessa. Così, detta d’un fiato. Pure, molta curiosità destava, in effetti, la particolarità d’uno scrittore europeo di lingua tedesca, che si proponesse come un tramite verso culture orientali: quella indiana dapprima e, più convintamente, quella cinese poi. lg hesse1Di Hesse, tra i volumi acquistati ben dopo i vent’anni e con le prime paghe, conservo una copia de Una biblioteca della letteratura universale, per i tipi di Adelphi. Il primo degli scritti di questo volumetto, che presta il titolo alla raccolta, può certo esser letto come una guida per la formazione di una propria selezione ragionata di opere della letteratura mondiale, o pressappoco; in ciò ricorda, solo quanto a romanzi, racconti e poesia, i canoni che proponeva il medesimo Gabriel Naudé (dal quale partimmo tempo fa su queste stesse colonne) per una biblioteca estesa a tutte le scienze, in ogni campo della speculazione, dell’arte e della conoscenza. Per quanto interessante, quest’insieme di regole, per avvertimento dello stesso autore, porterà tuttavia ad un catalogo dall’aria “molto ideale e graziosa, ma troppo impersonale”. In ciò, al contrario, il consiglio che si può trarre è invece quello di costruirsi una raccolta di libri che sia certo equilibrata, ma che segua le nostre personali sensibilità ed inclinazioni, giacché il fine di questo gioco non è una sterile erudizione, bensì quello di “entrare, attraverso le porte per noi più accessibili, nel santuario dello spirito”. E quindi, “cominci ciascuno da quello che è in grado di capire e di amare”. Così, si finirà per scoprire che non esistono i cento più bei libri in assoluto, ma per ciascuno di noi si dà una possibile “scelta particolare basata su ciò che [sia] affine e comprensibile, caro e prezioso”lg hesse2 Il volumetto ospita riflessioni di Hesse anche sulla lettura. Quel che certo sorprende, ma non dovrebbe, è che l’autore affermi che si rischia spesso di leggere troppo. Troppo e male; che sia sbagliato leggere “per distrarsi”, come spesso accade, mentre invece si dovrebbe leggere per concentrarsi, e che nella cronaca della continua concorrenza sleale, così s’esprime, tra la lettura e le vita, leggere dovrebbe semmai aiutare a vivere, e non evitare di vivere. Esistono, invero, tipi diversi di lettori e, in più, ciascuno, nel corso della propria esperienza, è volta a volta un lettore diverso. Quello che viene esaltato, da Hesse, è un lettore “così personale”, “così se stesso”, da contrapporsi “in assoluta libertà a ciò che viene leggendo”. Egli è un lettore bambino, capace di giocare con le proprie letture non meno che con qualsiasi altra cosa, istintivamente cosciente che ogni verità è suscettibile di essere capovolta, che sa pensare per associazioni ed è al contempo consapevole degli altri processi del pensiero. E quando la fantasia e la facoltà associativa sono giunte al culmine, ecco che non si legge neanche più. Già l’ispirazione può nascere da qualunque scritto, anche un orario ferroviario, poi da qualunque immagine grafica, poi, infine, da qualunque parola, o immagine tout court: “il disegno di un tappeto o la posizione delle pietre in un muro avrebbero, per lui, lo stesso valore della più bella pagina”. E’, questo, il lettore che non legge più. Non ci si ferma, certo, a questo stadio; a leggere, generalmente, si ricomincia, ma con una nuova consapevolezza: direi guardando dentro ciò che si legge, vedendo ciò che si legge. Diradate le cortine del leggere “tutte le scienze e tutte le arti come uno scolaro legge la grammatica”, sottraendo, sottraendo come fossimo a cimentarci in una specie di decrescita alfabetica felice, a sperimentare una forma di rifiuto dell’accumulo delle righe per l’accumulo, della capitalizzazione infruttuosa dei testi, del testo, “da questo mostro mitologico” formato dagli infiniti libri di tante lingue e di millenni, arriveremmo alla pura esperienza dello spirito: riusciremmo a scorgere “il sembiante dell’uomo, da mille tratti contraddittorii magicamente ricomposto in unità”. Ecco, il libro può essere riposto, dismesso l’eskimo, lo zaino posato: il percorso ci conduce a riconoscere chi siamo.

Rocco Infantino

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Meridionali si nasce. Da ragazzo immaginavo che i libri si stampassero tutti a Milano. Che gli editori fossero necessariamente milanesi. Sui vent’anni, uno ne incontrai. Non lì, ma al Nord, comunque. Ricordo l’appuntamento fissato alla controra, in un appartamento d’un edificio di quelli venuti su tra il baby boom e l’austerity, indifferentemente, nelle periferie italiane, lo studio che poteva andar bene per trattare affari su qualsiasi categoria merceologica tra quelle nel paniere Istat e d’intorno, così come il mio interlocutore. Firma del contratto, poche frasi che oggi rileggo come collaudate, quasi stanche anche nel misurato entusiasmo, sul futuro che impaziente pare mi attendesse, chissà se ancora e sempre col contributo dell’autore. Se dovessi obliterare il fatto che io non continuai a tentare di scrivere, potrei essere tentato di dolermi di non aver incontrato un editore d’altro tipo.Esce in queste settimane il volume numero mille della collana La Memoria di Sellerio editore di Palermo. Il numero 1000, La memoria di Elvira, è dedicato proprio a Elvira Giorgianni Sellerio, scomparsa pochi anni fa e per lungo tempo guida della Casa editrice, ed è una raccolta di testimonianze importanti, da Luciano Canfora a Alicia Giménez-Bartlett, da Giuseppe Scaraffia a Antonino Buttitta, a Andrea Camilleri, a Adriano Sofri e diversi altri, autori e collaboratori della casa editrice, sulla sua straordinaria esperienza.sellerio1Tentando di resistere al fascino personale, che s’immagina restituito soltanto per accenni, della Signora Elvira, in queste pagine si possono riconoscere l’idea, il progetto ed i caratteri fondanti di una Casa editrice molto particolare. Sorta nel 1969, in un panorama editoriale dove la Einaudi si era proposta come modello, assumendo su di sé dal dopoguerra il compito di introdurre nella cultura italiana i tanti autori europei ed extraeuropei fino ad allora esclusi, veicolando però i tratti della cultura marxista, la Sellerio nasce “sotto il segno crociano”, “ma reso più aperto dall’illuministica intelligenza di Sciascia”, altro fondatore, con Enzo Sellerio ed Elvira, sua moglie, della Casa, e in essa presenza e riferimento costante. Sellerio - il non disambiguare, tra la Casa e la Signora Elvira, viene naturale - è innanzitutto un rapporto pieno con i propri autori. La Signora legge tutti i dattiloscritti che arrivano, con attenzione e profondità, formula su di essi valutazioni discrete e disadorne nei toni, nella sostanza lucide e fondate. Ma oltre che lo scritto, nella dialettica tra autore e opera letteraria sulla quale medesima la letteratura stessa è copiosa, la Signora è interessata a conoscere l’uomo; su ciò, gli scritti del volume possono esser letti come autentiche testimonianze d’amicizia. La vicinanza con l’autore non porta però mai a confondere i piani e le responsabilità: i testi, se apprezzati, non vengono sottoposti ad alchimie, rimaneggiamenti, aggiustamenti, che vadano oltre qualche buon consiglio, e che siano invece risultato di invasive revisioni editoriali orientate maggiormente a rendere più vendibile il prodotto, che migliore l’opera. L’editore, dal canto proprio, nell’impaginare, stampare, rilegare, e prim’ancora nello scegliere le copertine e nel pretendere d’usare sempre perfino la carta d’una certa qualità, senza mai deflettere, anche nelle ristampe, anche dopo le diecimila copie, e nel distribuire, tratta ogni opera con la cura dell’artigiano e con la sacralità che il libro richiede. Tutte le opere edite sono tenute a catalogo a tempo indefinito: non conoscono il breve oblio del magazzino dell’invenduto, che in tante altre case editrici costituisce il braccio della morte che porta immancabilmente, quanto inspiegabilmente, al macero. In questa raccolta si può anche seguire il racconto di un sogno e di una impresa meridionali, siciliani. Impresa al contempo ardua e consapevole, orgogliosa fino a stampare “Palermo” sulla copertina dei volumi accanto a “Sellerio editore”. Impresa che negli anni ha attraversato anche tutte le difficoltà del contesto e specifiche del mondo dell’editoria, ha resistito all’assalto di molti ed ha rischiato d’essere sopraffatta, e che è stata invece soccorsa, non dall’esterno, dagli eccezionali risultati di vendita di alcuni dei propri autori, dal proprio interno. Da sé stessa, in definitiva. Le duecentosessanta pagine del volume, belle da leggersi non soltanto per le belle penne che le hanno scritte, lasciano molto più che quanto s’è accennato: la nostalgia per le figure di Elvira Giorgianni e dello stesso Leonardo Sciascia, presente costantemente in controluce anche oltre il consumarsi della sua assenza; l’amore ed il rispetto per il leggere e per lo scrivere.

Rocco Infantino

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Niente a che vedere con prodotti di certo circo letterario, Intransigenze (Adelphi, Milano, 1994) è la raccolta di un discreto numero di interviste che Vladimir Nabokov, l’autore di Lolita e de Il dono, per intendersi, rilasciò nel corso  di molti anni della sua vita e della sua attività di scrittore. Chi s’aspettasse di trovarci qualche gustoso aneddoto, di scorgere tratti intimi dell’uomo dietro la figura pubblica, di far tesoro di trucchi o segreti del mestiere, o financo di arricchire la propria collezione di santini con una ennesima oleografia dell’artista o - perfidamente aggiungo - di scovarvi frasi tanto sibilline quanto banali con le quali farcire la barra di stato di Facebook e fare così incetta di like, sbaglierebbe. Nabokov, non sembri una contraddizione, non amava le interviste, “se per intervista s’intende una chiacchierata fra due normali esseri umani”, non considerava possibile un dialogo sulla scrittura e sulla letteratura, improntato ad una poco rigorosa spontanea immediatezza; tant’è che chi proprio intendesse, veniva invitato a produrre un elenco di domande scritte alle quali egli forniva altrettanto puntuali risposte scritte. Il volume non è quindi in definitiva una stampa anastatica di ritagli di giornale, bensì una ordinata occasione di dar voce alle sue opinioni personali, così si esprime, su temi pertinenti, che non trovavano a suo dire molto spazio nei suoi scritti narrativi. legg nabokov1In questo senso, in questa chiave, è probabilmente sensato proporre questo libro in questo contesto, come un discorso austero sulla produzione letteraria e sullo scrivere, dal metodo alle traduzioni, dalla cura del testo alla conoscenza approfondita delle lingue, alla critica della critica letteraria, oltre che sulla politica, sui costumi, la morale e la dittatura, la Russia e l’America ed altro, fatto da un grande scrittore del secolo scorso. E dire che, sollecitato, proprio Nabokov confessava di non aver mai pensato alla letteratura come una carriera, allo scrivere come una possibile fonte di reddito, avendone spesso immaginata per sé invece “una lunga e appassionante […] nei panni di un oscuro conservatore di lepidotteri in un grande museo”. Intransigenze lo lessi una prima volta nell’agosto del 2006, e l’ho riletto in questi giorni per l’occasione. Non ricordavo, tra le tante cose, certi giudizi su altri scrittori, sui Joyce e sui Kafka, i Tolstoj, Balthus, Balzac, Mann, e altri, che li dividono inesorabilmente, per così dire, tra sommersi e salvati. Non ricordavo nemmeno che da pagina 275, dandole dignità di paragrafo, producesse una così definitiva e sarcastica valutazione del tanto venerato Sartre de La Nausée, a me cara per molte ragioni. Però ricordavo il rigore e la serietà, ben lontani dalle mode o dai miti dello scrivere come viene, con i quali individua, richiesto, le virtù letterarie alle quali cercare di arrivare: “La capacità di chiamare a raccolta le parole migliori, con ogni aiuto disponibile, lessicale, associativo e ritmico, per esprimere con la massima precisione possibile ciò che si vuole esprimere”. Una buona lettura.

Rocco Infantino

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L’antico divieto di generare orfani o vedove, pena inevitabili nuove colate di piombo fuso, aleggia da secoli tra le ombre delle grandi macchine a stampa. L’anatema germina dallo sviluppo lineare del libro. I libri hanno una struttura lineare - questa è una delle apparenti banalità più profonde dell’esperienza comune -, seguono quindi una estensione che ha un prima e un poi, hanno un numero contato di pagine. Alla bisogna, leggendo, si può fare un salto indietro e riprendere il percorso da un certo determinato punto a seguire. Essi sono anche un oggetto finito, con il quale si può soltanto leggere, non se ne danno altre funzioni intrinseche. Così è. leggere casati1 Oggi prende corpo una nuova forma di vita, di tipo arborescente, che trova il suo proprio habitat negli strumenti digitali: dai pc ai tablet, ai kindle, al famigerato i-pad. Con questi strumenti si può anche leggere. Anche, si badi, ma non esclusivamente: leggere è soltanto una delle tante attività che vi si offrono. E mentre quello che ci si legge perde, anche visivamente, la sua struttura sequenziale - lineare, dell’ambiente di lettura tradizionalmente disegnato tra lo sguardo e le pagine di un libro, i confini rovinano verso infiniti spazi collaterali, opzioni, distrazioni. Quel che ci viene sottratto - rubato? - è l’attenzione, e con essa l’esclusività e la profondità dell’esperienza, non soltanto del leggere. In un testo digitale, il “tornare indietro” non ha il medesimo effetto che con le pagine di un libro. Ma soprattutto, le nuove tecnologie sono orientate ad offrirci continue occasioni di distrazione: dall’essere connessi, all’interagire sui social, al ritenere d’essere o dover essere costantemente informati. Finanche gli ambienti esterni della lettura, quello domestico, quello scolastico, che dovrebbero essere a loro volta protetti, sono invece vulnerati da continue intrusioni. In questi ultimi, la sostituzione dei libri con le tecnologie digitali, mostrata come un progresso, potrebbe rivelarsi una violenza nella formazione degli individui, mutandoli da soggetti consapevoli in semplici terminali nel rapporto uomo - macchina o, peggio, uomo - prodotti. In mezzo, c’è anche una nuvolaglia di probabili sciocchezze, come quella della pretesa specificità dei cosiddetti “nativi digitali”, generazione di giovani evidentemente capaci di usare le nuove tecnologie con naturalezza; fatto dal quale qualcuno però tenterebbe di postulare l’esistenza di una specifica forma di intelligenza, in senso stretto. Con quale utilità?leggere casati2 Roberto Casati, Contro il colonialismo digitale - istruzioni per continuare a leggere, Laterza, 2013. Ho consigliato questo saggio a mia figlia. La ragazzina legge molto, ha sempre letto molto. Non è quindi, il mio, un intempestivo invito alla lettura, bensì una indicazione per acquisire, attraverso determinate consapevolezze, gradi crescenti di libertà. A voler giocare - quanto improbabilmente? - ai complottisti, potremmo magari riflettere sul fatto che non solo se compriamo libri su Amazon, Amazon conosce tutto dei nostri gusti, ma se poi leggiamo i nostri libri su Kindle, qualcuno, in un dove indefinito, è in grado di stabilire, quantitativamente ed anche analiticamente: quali siano i libri i cui ultimi capitoli vengano letti prima dei primi, quali libri vengano acquistati e non letti, quali libri vengano letti di sera prima d’addormentarsi e quali durante le varie ore della giornata, quali quelli iniziati più volte… Debbo continuare? Cosa si riuscirebbe a ricavare da queste informazioni? Immaginiamo, giochiamo? in questo mondo, potremmo allora voler passare, da lettori, in clandestinità (darci alla macchia, ma d’inchiostro), comprando “in piccole librerie fuori mano, pagando in contanti”. E ci tornerebbe cara, da autori, a presidio del momento delicato della correzione delle bozze, la vecchia prescrizione dei tipografi: attenzione a non generare pagine che comincino con l’ultima riga del paragrafo precedente, o pagine che finiscano con la prima, o le prime, del paragrafo successivo (orfani e vedove, appunto); il che avrebbe richiesto di fondere di nuovo il piombo con il quale si componevano, per la stampa, pagine e pagine ad esse successive. In realtà, un rischio ancora più terrificante si dava per i famigerati “canali”. Ma di questo, saprete dirmi.

Rocco Infantino

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Mi capita di incontrare Henri Matisse due volte nello stesso giorno in due Paesi differenti, in due luoghi espositivi per molti versi opposti tra loro. Mi capita una prima volta, mentre attraverso degli ambienti carichi di storia e di opere d’arte, e di queste e di quella persino ridondanti; una seconda, mentre, per seguire la narrazione di una particolare esposizione, mi addentro in un non luogo. Nel complesso dei Musei Vaticani, incastonato in un percorso molto ricco, tra il Raffaello delle Stanze e proprio sotto il Michelangelo della Cappella Sistina, incrociando l’appartamento Borgia, lì dove nel giugno del 1973 Paolo VI aveva aperto le porte di una collezione a sua volta già importante di artisti contemporanei (da Rouault a Utrillo, da Morandi a Carrà a De Pisis, a Greco, a Martini, ai quali si aggiungeranno poi Gaugin,  Van Gogh, Chagall, e Bacon, Marini, Burri, per dirne alcuni), Henri Matisse occupa un ambiente tutto proprio, riempiendolo con i lavori preparatori della Cappella  del Rosario di Saint-Paul-de-Vence, da lui allestita in Provenza. matisse1 In un ambito di passaggio, che denuncia il suo essere ricavato in tanto affastellamento, dove tra i visitatori, a gruppi, spesso a frotte, i più frettolosamente passano frastornati dal già tanto guardare, in scala 1:1 giganteggiano i cartoni per la ceramica del presbiterio, raffigurante La Vierge à l’Enfant, e per le tre vetrate policrome monumentali dell’abside, del coro e della navata, realizzati con la tecnica del papier découpé. In un canto, anche una teca con una delle casule colorate che lo stesso artista disegnò per la medesima occorrenza. matisse2 Qui è tutto soprattutto trascendenza, promessa di luce. Una volta fuori da questo itinerario dentro l’arte, nel volgere di poche ore, percorro quello che già André Malraux descriveva come il viaggio compiuto dall’opera d’arte in due secoli, da quando “era stata legata, statua gotica alla sua cattedrale, quadro rinascimentale all’ambiente della sua epoca”, a quando, deprivata “dell’insieme” del contesto e dell’”intrasportabile”, separata dal mondo “profano” e accostata ad altre opere, diventa “un confronto di metamorfosi” (così in: Il museo dei musei, Mondadori, 1957). Ritrovo quindi Matisse nei grandi spazi eterei, chiari e disadorni delle Scuderie del Quirinale dove il pittore, per nascita nordico della regione del Passo di Calais, e già passato per la dolce luce meridionale continentale della Provenza tanto cara a Cézanne, mostra i tratti della sua più intensa fascinazione per gli ambienti, la cultura, la luce, i colori, le fragranze speziate e i tratti assieme delicati, morbidi e decisi, delle culture nord-africana e medio-orientale. matisse3 La mostra dal titolo Arabesque offre in questi luoghi neutri novanta opere tra dipinti e disegni, e persino costumi teatrali da Matisse preparati per il balletto Le chant du rossignol, messo in scena nel 1920 su musiche di Igor' Fëdorovič Stravinskij. Il luogo ospitante non incomoda e non distrae: il grande spazio espositivo, suggestivo quanto un non luogo che pare quasi sia tu a definirlo attraversandolo, offre un pulito silenzio visivo ad ogni singola tela, ad ogni disegno, cosicché in ciascuno di essi il visitatore possa senza ostacolo, ammirandolo, precipitare. Qui allora trionfano sì gli ineffabili e delicati colori (il rosa de La pervinche, o Giardino marocchino, i verdi, perfino i grigi de Lo stagno di Trivaux), matisse4 ma pure prorompono nuove geometrie e spazialità liberate, nel loro replicarsi, dai moduli decorativi orientali e, ancora, profonde sensualità catturate dalle curve di pochi essenziali tratti nei disegni delle odalische, delle donne orientali in riposo. Quello che nei Musei Vaticani, pur nell’assoluta bellezza è pienezza e ricchezza, qui nell’angolo del più alto colle romano è diradamento; al morbido vuoto degli interni fa da contrappunto la splendida vista a 180° della veduta panoramica della vetrata sui tetti di Roma. E questa stessa commistione del luogo che la ospita è in armonia perfetta con una delle idee di fondo della mostra, quell’annullamento del confine tra il dentro e il fuori, tra l’ambiente ed il paesaggio, che per Matisse sono un unico continuo, nel suo periodo orientale. Questo riandare tra luoghi così diversi e distanti, guidati però dal segno e dal colore dell’artista, anch’esso così sensibile al nord e al sud dell’emozione, dalla verticalità della luce assoluta e trascendente all’orientale del segno che trasfigura la forma della natura, reiterandola come un rotante movimento derviscio in arabesco, che segna il passaggio tra il romantico, l’onirico e l’intimo impulso dell’altrove, mi cattura, semplice visitatore d’arte d’un sol giorno, nella vertigine di un tempo diverso, che ha velocità periferiche incostanti, ineguali e libera emozioni inspiegabili, come nostalgie senza oggetto.matisse5

Rocco Infantino

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Con le pause talvolta impervie in un parlare discontinuo e riflessivo, Piero Raffaelli, di quando in quando guardando altrove, compone ogni frase come una ordinata serie di reperti recuperati e ricollocati, in superficie, nell’originario sito. Spesso, di alcune parole restituisce l’esperienza della patina del tempo, della terra, o della sabbia che sembra le avessero in custodia. Il libro dell’ultimo flagello, Venosa, Osanna Edizioni, 2014, del quale egli è autore, si presenta a tutta prima come il resoconto di un viaggio effettuato poco dopo l’anno Mille tra la Lucania e la Terrasanta, lungo un percorso ad anello, da un cavaliere normanno, Sarlo, così come reso dalla penna di tale Alderisio, abate di un monastero in Abriola, in un manoscritto “vergato con inchiostro nero su novantasei fogli di carta non sempre leggibili”, ritrovato “sul fondo di uno scaffale in legno, e nascosto in un incensiere di ottone a forma di croce ortodossa” poco più che una decina d’anni fa nella biblioteca di una abitazione privata, dal mio interlocutore attuale. leggere raffaelli1 resizeE’ a lui che mi rivolgo, e l’avvertire quasi fisicamente il che di violento che c’è nel rompere il denso silenzio pomeridiano fattosi nel suo studio, mi suggerisce una domanda dalla rassicurante apparenza di semplicità.

-  Tu come definiresti il tuo libro?

- Questo è un problema: un romanzo gotico? Un romanzo tout court? Ci ho pensato molte volte: pienamente un romanzo storico non lo si può definire. A me piace pensare a questo libro come un romanzo che si nutre di un background storico, rigidamente storico, dove non viene inventata neanche la posizione di un sasso, se di questo sasso io non ho la documentazione, nella cornice di un periodo storico nel quale io mi muovo bene. Su questo terreno ho poi sviluppato quello che mi sarebbe piaciuto scoprire, vivere nel medioevo. Quindi: storico a metà, ma più propriamente un romanzo visionario.

(Conosco la sua formazione, i suoi studi incentrati sulla filologia bizantina, è a quelli che Raffaelli fa riferimento, e di quegli studi si trova traccia nella ricca mèsse di note che corredano, in maniera inconsueta per un romanzo, ogni capitolo. Lui mi legge nel pensiero e continua).

- E le note, sono anche quelle inventate? Me lo  domandano spesso. Ebbene, non c’è una nota che sia inventata.

- La storia parte con un artificio letterario, se vogliamo, noto: il ritrovamento  di un manoscritto. Al di là della semplice tecnica narrativa, mi domando cosa ci sia, se c’è, di ulteriormente suggestivo nell’inventarsi una storia che basi la sua architettura su uno scritto.

- E’ la suggestione del vero falso. E’ una scatola cinese che apri e poi all’interno ne trovi un’altra e poi un’altra. E’ un gioco di suggestioni, che parte da quello che dovrebbe essere vero - in questo caso, il periodo storico di cui vuoi parlare -, sapendo già che la storia dirà di un qualcosa che non è esistito. E’ la possibilità di approfondire questo strano gioco dove il vero falso si mescola fino al punto in cui il lettore non si rende conto, non si deve rendere conto, di ciò che è vero. E il gioco dell’accumulare continuo di verità storica e di suggestioni false ha preso molto anche me, scrivendo, tanto che a un certo punto mi sono fatto prendere la mano, da questo fatto. I documenti sono qualcosa che io ho analizzato e analizzo costantemente, soprattutto quelli del Medioevo, dell’età bizantina, di quella normanna, soprattutto nel bacino mediterraneo. Il trovarsi davanti a un documento – vero - è qualcosa che ti lascia senza fiato. Tu ti trovi, chessò, davanti un pezzo di pergamena su cui sono annotate cose di dieci secoli fa: è una suggestione incredibile. Allora la prima cosa che mi viene in mente quando scrivo è provare il medesimo piacere fisico, fisico prima ancora che mentale, di quando analizzo un documento. Io amo le suggestioni che debbo avvertire quasi concretamente. E cosa c’è di più concreto di un documento vero? O di un documento falso che tu vuoi far passare per vero? Anche il luogo del ritrovamento di questo documento è un luogo fisico reale. L’ho pensato esattamente in un posto, non casuale, di una casa precisa: nella piccola biblioteca di questa casa, ambiente senza finestre, e ho immaginato che lì, proprio in quel punto, io potessi trovare e leggere questo documento.

- Proprio a proposito del luogo di ritrovamento di questo manoscritto, una biblioteca: che cosa è una biblioteca, per Piero Raffaelli?

- Qualcosa che mi prende così tanto, che mi fa impazzire. Ricordo molti anni fa, per motivi di ricerca, forte di una lettera di presentazione della Prof.ssa Vera von Falkenhausen, fui ammesso alla biblioteca della École française di Roma a Palazzo Farnese. La dimensione che ti assorbe è il silenzio assoluto. In quella biblioteca ti sentivi addosso tutto ciò che c’era in quei libri, percepivi la presenza di quello che andavi cercando. In una biblioteca, sono i libri che finiscono per possedere te. Magari con l’aiuto di una luce molto soffusa, che è il modo migliore per entrare in comunione con i libri che vuoi leggere.

 - Ho un’altra curiosità. Il tuo mi pare un romanzo attualissimo: è l’oggi disegnato in quell’epoca, sebbene …

(Sorride) - Mi è stato fatto presente. Quando io l’ho scritto l’ISIS non esisteva. Né eravamo a questi livelli di scontro tra certe frange dell’islamismo e il potere economico dell’Occidente. Anzi, debbo dire proprio questo: il mio romanzo è tutto fuorché uno scontro di civiltà. Cristiani ortodossi, cristiani romani, islamici e addirittura ebrei, si trovano a convivere gli uni affianco agli altri. Spesso mi innervosisco nel sentire frasi fatte del tipo: “stiamo tornando al medioevo”. Io dico: sarebbe bello! Perché nel medioevo, fermi gli scontri che c’erano tra civiltà, religioni e culture, c’erano forme di tolleranza, specialmente in quest’area del Mediterraneo, e mi riferisco al medio Oriente, che oggi sono impensabili. Forse perché non c’era il petrolio, non c’erano tanti interessi ... leggere raffaelli2 resize

(Debbo per necessità interrompere una conversazione come questa, che si può solo interrompere e non si può concludere, sapendo che di qui a poco, chi volesse potrebbe riannodarla, alla presentazione del libro fissata al prossimo 16 aprile 2015, nell’Aula Magna dell’Università della Basilicata, a Potenza, alle 17.00).

- Per fermarci: la lettura di questa come storia di una ricerca di una maturità interiore dell’individuo, sarebbe una lettura autorizzata?

- E’ così. Aggiungerei che basta semplicemente riflettere: di scontato non c’è nulla. Questo è un romanzo sfaccettato che può essere letto solo ed unicamente se le prospettive sono diverse. Occorre calarsi in un viaggio geografico prima ancora che storico. Bisogna lasciarsi trasportare dalla lettura, senza aspettarsi posizioni rigide. Dobbiamo conoscere il mondo. L’unica mia preoccupazione è stata quella di descrivere luoghi, culture e personaggi così com’erano, e non come io volevo che fossero. Loro, personaggi falsi che esplorano un mondo vero.

Rocco Infantino

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In quarta di copertina è scritto: “Questo non è un libro”. L’autore è il segretario definitivamente provvisorio di un circolo di letterati e matematici di lingua francese che professano la creatività regolata, praticano la scrittura vincolata e continuamente determinano severi precetti formali e costrittivi ai quali assicurare l’ispirazione letteraria. leggere benabou1Non disorienti l’avvertito lettore il fatto che parlare di libri possa condurre talvolta all’atto di scriverli e, per questa via, approdare all’esperienza di qualcuno che ne scriva uno che s’intitoli: “Perché non ho scritto nessuno dei miei libri”. Il volume del quale dico, uscito in Francia per Hachette nel 1986, è stato pubblicato in Italia per le Edizioni Theoria nel 1991, e l’autore è tale Marcel Bénabou, professore di Storia romana all’Università di Parigi – VII e socio, assieme ad altri scrittori come Georges Perec e lo stesso Italo Calvino, dell’”Ouvroir de Littérature Potentielle”, officina fondata da Raymond Queneau e dedita alle pratiche sopraccennate. leggere benabou2 Esistono molti modi per leggere questo scritto; in esso si troveranno, rovesciate o rifratte, diverse prospettive dello scrivere. Stilisticamente, il testo si propone come un dialogo con il lettore. Strutturalmente, è il discorso sopra un libro che non c’è ed è proprio esso il libro del quale si parla. Intimamente, è l’attenta, analitica, trattazione della sintomatologia dell’urgenza e della paura di scrivere. Un diario clinico minimo di un patimento che inevitabilmente si cronicizza, che fissa in maniera netta e precisa prima ancora che i moti dell’animo, i significativi passaggi psichici di questo morbo particolare. Per questa via, chi legga e non sia immune da questo male, troverà rispetto alla propria esperienza diversi passaggi molto vicini e veri, e ne rimarrà colpito come da una diagnosi inaspettata o, peggio, temuta. Tra la logica e l’epistemologia giustamente evocate nell’aletta del volume, credo difatti sia proprio il preciso scandaglio psicologico, seppur proposto con leggerezza e in fin dei conti con maniera, a risultare il tratto più coinvolgente in questa lettura. Però, però, questo libro è pure ancora una volta un gioco: del libro, divinità che celebra, e dello scrivere, esso è l’immagine riflessa nella parte cava del cucchiaio. Molti, credo, avranno incontrato le tante versioni di un diffuso precetto, del quale io prediligo quella che Manuel Vázquez Montalbán fa dire a Pepe Carvalho ne L’uomo della mia vita: “Ogni essere umano dovrebbe poter avere un figlio, scrivere un libro, piantare un albero e brevettare una propria ricetta di pollo con salsa.”. Quando si tiri un rigo e si faccia la somma, la propria storia personale ben potrà essere così semplificata. Troppo frequentemente nella vita capita che non si pensi all’albero, di essere persino distratti nel vivere l’esperienza di un figlio, e dello scrivere un libro, allora, con il suo portato di vissuto e di significato… Spesso, se la salsa vien su gradevole, è il pollo a risolvere il senso dell’esistere. leggere benabou3 Perché dunque leggere questo libro? Se non è per il gusto del giuoco, è quasi certamente per il medesimo inconfessabile motivo che ha spinto me. Perché possederlo, è al contrario affare più semplice. Tra i libri della nostra biblioteca, esso sarà il buon testimone di tutti quelli che non esistono, degli infiniti libri che avrebbero potuto esserci, dei molti, o pochi, che avrebbero dovuto. Ma questa è l’opinione di uno di quelli che sullo scrivere hanno atteso troppo, e si cura e si consola tra gli articolisti anonimi.

 

Rocco Infantino

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- E’ più che destino, è un caso. - faccio dire a un tale in uno dei miei romanzi che non vedranno mai la luce. Il fatto: nei giorni scorsi www.goccedautore.it ottiene la registrazione come testata giornalistica. Questa testata dà notevole spazio alla cultura dei libri. Il numero di registrazione è il 451. Quattrocentocinquantuno. Il cortocircuito è innescato. Non può non venire alla mente, ai più, quel “Fahrenheit 451” pubblicato da Ray Bradbury tra il 1951 e il 1953 (dapprima come un racconto breve, poi, esteso, come romanzo). leggere bradbury1 Bradbury indica a F.451 la temperatura alla quale la carta prenda fuoco e scrive questa storia che s’inserisce nel filone dell’utopia negativa, tracciando un futuro nel quale i libri siano totalmente banditi dalla civiltà umana. Leggere o possedere libri è considerato reato, la parola scritta è vietata e per tenere informata, educata, ed anche serena e sottomessa la popolazione, l’unica fonte ammessa dal nuovo ordine è la televisione. Per sopprimere l’odioso reato esiste un particolare corpo di vigili del fuoco, incaricato di scovare fin nelle abitazioni private i famigerati libri e bruciarli. I libri portano tristezza, rendono le persone antisociali e non fanno di esse cittadini migliori. Questa l’idea di fondo, se volessimo riassumerla con le parole che userebbe la televisione che Bradbury immagina – o quella uguale che conosciamo noi oggi -.

leggere bradbury2Nell’edizione attuale che propongo in foto, chi voglia, finché non è reato, vada alle pagine 90-94 per ulteriori elementi. In effetti, quella dei roghi di libri è una tradizione costante nella storia effettiva della civiltà umana, sia risalente sia attuale, e parallelamente ha trovato nei libri, dentro le storie scritte, uguali costanti riferimenti. Ma se ce la sentissimo di azzardare, pure avvertiti che sul punto la letteratura è davvero tanta, potremmo dire che molti di questi roghi, narrati o reali, possono inserirsi come atti “nella storia”, nella dialettica delle civiltà, per lo più come apici (o indici, il gioco mi piace troppo) di uno scontro tra culture o delle idee, del gesto estremo di quella dominante nel momento verso un’altra o le altre. Ma nel ’51, appunto, Bradbury, questo ragazzotto americano, propone il libro, ogni e qualsivoglia libro, come lo strumento di una consapevolezza e di una profondità dell’esistere, che in quanto tale diventa strumento sovversivo. Bruciare i libri serve a liberare l’uomo. Questo vuol far credere il potere in quel mondo nuovo disegnato da Bradbury - in un futuro allora immaginato e che oggi, se solo avessimo occhi per vederlo, viviamo quasi -.

leggere bradbury3Riguardando quella delicata versione cinematografica fattane da François Truffaut nel 1966, coll’ausilio del fermo immagine, m’accorgo che il primo libro scovato nel film da un solerte pompiere nella coppa d’un lampadario in una abitazione è proprio una edizione del Don Quicote del Cervantes, che inizia con il rogo dei libri, causa della pazzia del protagonista, nella sua biblioteca. Di quello, proprio su www.goccedautore.it, si faceva cenno appena poche settimane addietro. Aggiungerei: la salamandra ignifera a sei zampe che è simbolo dei pompieri incendiari di Fahrenheit 451 ricorderebbe un altro animale a sei zampe che mette lingue di fuoco e che molti conoscono; ciò potrebbe rimandare ancora a una dialettica, attuale, tra il “va tutto bene” della TV e quel limo nero, quella chimica della terra che Bradbury cita come invito per concludere il ciclo del ritorno alla realtà. Così pure, in un mondo libero da pericolosi scartafacci, si potrebbe finalmente credere secondo Bradbury che esistano guerre che durino due giorni soltanto, in cui nessuno muore se non cade da un balcone. Ma a tanto io non sono autorizzato, come chiunque talvolta confonda realtà attuali con vecchie idee sull’avvenire e non domini a dovere il delicato meccanismo del futuro anteriore.

Rocco Infantino

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Proprio mentre scrivevo di quel libro, cadevo nello specchio, o meglio entravo nel gioco degli specchi dove inevitabilmente avrei incontrato altri – come – me. Così è stato che ho incrociato, tra i diversi che scrivono libri che parlano di libri e che io leggo, un tale che aveva casualmente rinvenuto “un esemplare un po’ stanco” del volume del quale ho già altrove riferito, l’”Advis pour dresser une bibliothèque” di G. Naudé.leggere marcenaro1L’incontro tra l’uomo e quel libro è per questi determinante, tanto che la data di quell’incontro, il 16 giugno (del 1966), costituirà il compleanno della sua biblioteca. In “Libri – Storie di passioni, manie e infamie” (Bruno Mondadori, Milano, 2010), Giuseppe Marcenaro parte da quella lettura per rendere testimonianza di un doppio percorso: quello che trasforma sé stesso da “ingordo lettore e acquirente perplesso di libri a quello di custode di biblioteca”; quello che in maniera coinvolgente, alla stregua di un racconto fantastico a momenti, a momenti d’un romanzo di formazione, lo porta a ripercorrere tratti significativi del proprio vissuto attraverso la relazione con i libri. Così è sempre una dimensione esistenziale che si dipana: sia quando pare che affronti l’eterno tema pratico dell’ordine dei libri, “I libri della mia biblioteca potrei trovarli anche al buio”, benché si consideri desiderabile sopra ogni cosa perdersi nella casualità dell’ammassarsi di volumi in pencolanti – e pericolanti – colonne, ove rinvenirne di completamente dimenticati; sia quando si tratti della sacralità, e della delicatezza, delle prime edizioni, “mi fanno l’effetto di colibrì imbalsamati da preservare sotto campane di vetro per evitare che un filo d’aria le disfi”; sia quando da una peculiare angolatura s’affronti il tema del rapporto con gli altri, che assumono l’identità storica dei precedenti proprietari di un volume, le cui tracce, i cui segni sulle pagine “sono privatissime geografie” con cui “Posso così leggere il pensiero di un ignoto”; sia quando s’indulga ancora nella bibliofilia quel tanto non quantificato che la trasmuti in bibliomania. Sia quando, sostenendo che non esistano libri proibibili, semmai opere insulse, si consideri “Sublime il gesto di farle fuori”. “La mia vita dentro alla biblioteca è un sobrillo di specchi”, dice Marcenaro nelle ultime pagine del testo, leggere marcenaro2dopo aver iniziato considerando una raccolta di libri come “l’incidentale controtipo del caos”, anzi “il disordine del mondo”

Chi sia facile a emozionarsi, e non voglia, s’interrompa poco oltre le pagine che danno conto delle raccolte di libri “audaci”, delle “peccaminosità libresche” oggi capaci soltanto di far sorridere, e non ne legga invece l’ultimo capitolo, il cui titolo prende a prestito l’espressione simbolo del celebre racconto di Herman Melville, “Bartleby lo scrivano”, quel: “I would prefer not to” nel quale tutto è racchiuso. Cosa colpisce sopra tutto di questo libro che non mi è agevole definire? Probabilmente il tentativo, in alcuni punti tanto riuscito quanto nudo, di leggere l’esistenza stessa attraverso il velo del discorso sui libri: “La biblioteca come accumulo della sperimentazione umana è il segnale perentorio della più incredibile e inutile invenzione dell’uomo: la memoria di se stesso”.

 

Rocco Infantino

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