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Rocco Infantino

Giornalista pubblicista, batterista sconveniente.

Leggo. Mi incuriosisce la fisica quantistica. Mi piace il jazz. Scrivo in privato, uso il Garamond. Credo nella sezione aurea, nell’entanglement, nel dualismo onda particella. Preferisco i film francesi, i cibi semplici, le persone semplici, i problemi semplici.

Il mio orario del cuore sono le cinque e venti. Detesto usare Domodossola nel gioco “Nomi, cose, città” e vivrei volentieri a Londra, Parigi e Roma, come la maggior parte delle vallette degli illusionisti. Fin da ragazzo ho l’età che descrive J. L. Borges in Limites. Se non svolgessi un lavoro in ambito giuridico legale, probabilmente avrei voluto essere quello che fischia nella canzone Lovely head dei Goldfrapp.

editoriale citt1

Se si guarda dall’alto, seguendo un tratto del suo bordo che digrada verso il fiume, ma comunque nel perimetro prossimo del suo abitato, si può distinguere il profilo irregolare di una macchia nera. Ed è così, credo, che la si interiorizzi, questa città. Un grumo di inespresso attorno al quale s’addensa, o si forma, la sua moderna identità. Io vivo a Potenza. Potenza, Basilicata, Italia. La macchia nera è materiale ferroso, fattore della produzione di una acciaieria del Nord che qui ha un suo stabilimento. Questo coagulo, col suo essere latamente insalubre – esteticamente? sanitariamente? – secondo la gradazione propria di chi abbia derubricato il bisogno di bellezza e ridotto la stessa salute a costo, o peggio a mera burocrazia delle carte in ordine, accettato, tollerato o voluto, sta comunque lì a definire chi siamo. «Si deve dunque convenire che il bromuro prevale sull’inchiostro in tutti i casi in cui la presenza stessa delle cose visibili basti a sé stessa, parli da sola», così si esprimeva il poeta Paul Valéry, delegato dell’Académie française, in un  discorso tenuto alla Sorbona il 7 gennaio 1939 sul centenario della fotografia, quando questa tecnica ancora giovane portava in dote una certa oggettività per forza di cose nuova, per chi utilizzasse un qualunque altro tipo di linguaggio, quello pittorico, quello letterario, nella comunicazione e nelle relazioni. Mi sbaglierò, ma talvolta penso che dobbiamo tornare a imparare a guardare bene le cose per quelle che sono. A vederle. Spesso abbiamo un problema di sguardo e di postura. Preferiamo farcele raccontare, le cose, chinati sul flusso continuo di materiale predigerito dei notiziari, e commentari, che rigurgita finanche dai nostri telefonini, e per ciò stesso sostituiamo pezzi di realtà con pezzi di pseudorealtà nel nostro pensare. Curvi su altrui descrizioni e resoconti, rinunciamo a star dritti, ben su con la schiena, e a fissare con il nostro sguardo, un potente settanta millimetri che non crea aberrazioni nell’immagine, quello che ci sta davanti. La città va guardata. La nostra città, qualunque città. Le case, le fabbriche, le strade. Occorre mettere attenzione a quello che si vede: agli elementi dell’arte dura dell’architettura che del paesaggio urbano sono gli elementi costitutivi; alle strutture materiali che concretano e assecondano le funzioni; agli elementi dinamici di ciò che accade, nella vita delle persone e in una collettività, in questa dimensione. Del resto – sarà azzardato? – architettura e comunità che la forma e poi ne fa dimora, la pietra e la persona, in un continuo evolvere l’una nell’altra, sono soltanto due stati differenti di aggregazione della materia. Noi diamo forma alla città e la città ci forma. Questo travaso continuo è spesso travaso di bellezza. Ma non funziona soltanto con la bellezza. Questo dar forma e prender forma funziona anche con la bruttura. Con l’armonia, quando c’è. Funziona anche, io credo, con la brutalità, con la violenza. Poi magari le persone lungo la vita si spostano, e portano con sé la bellezza e la violenza. «Non c’è nascita che il bambino di qualche giorno non sia condotto davanti l’obiettivo», continuava Valéry in quell’occasione, «tra qualche decina di anni, l’uomo che egli sarà diventato potrà stupirsi … davanti all’immagine di questa creatura di cui ha esaurito il futuro». Fotografiamo, guardiamo. Ci aiuterà a riflettere, ci aiuterà a capire.

Rocco Infantino

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Ficcanasando con solita fortuna tra i volumi disseminati in casa, precipito, irretito, in una delle innumerabili belle storie sui libri custodite nei libri. Il bandolo lo trovo stavolta in uno dei Nuovi Annali della Scuola speciale per archivisti e bibliotecari della Sapienza Università di Roma - anno XXVII, 2013: è un articolo di Angela Nuovo, oggi docente presso il Dipartimento di studi umanistici dell’Università di Udine, dal titolo La scoperta del Corano arabo, ventisei anni dopo: un riesame.

nuovocorano1Questo non è un film, io non sono Christopher Nolan, tenterò quindi di essere ordinato. Esiste un libro del quale nel corso dei secoli in tanti riferiscono ma che nessuno studioso era riuscito a vedere, la cui tiratura andò integralmente perduta poco dopo la sua pubblicazione. Si trattava della prima edizione a stampa in lingua araba del Corano, nell’anno 1538 o nel 1539, curata da tale Alessandro Paganini. Alcuni testimoni di quegli anni scrivevano persino che tutti gli esemplari realizzati sarebbero stati dati al rogo, fatto senza altri riscontri.  Qualcuno, nel tempo, cominciò a dubitare della sua stessa esistenza. Unico esemplare, esso comparve sotto gli occhi increduli di Angela Nuovo, allora bibliotecaria, che ne aveva intuita la presenza, il 2 luglio 1987 presso la biblioteca dei Frati Minori di San Michele in Isola, a Venezia, facendosi mostrare un volume correttamente catalogato dal padre bibliotecario del convento come Alcoranus Arabicus sine notis. Era un’edizione integralmente araba: non poteva essere destinata agli studiosi del tempo, orientalisti europei, perché essi potevano servirsi soltanto di edizioni poliglotte, studiando come erano soliti fare le lingue con il metodo comparativo, né ad altri in Europa, perché mancavano all’epoca grammatiche e lessici per quella lingua. A chi poteva essere destinato? Tra i musulmani in Oriente, vuoi per l’influenza delle corporazioni degli scrivani e dei calligrafi, vuoi per motivi più rigorosamente religiosi (inconcepibile pulire i caratteri di piombo per la stampa con gli indispensabili pennelli di setole di maiale), per tanto tempo ancora questo libro non avrebbe potuto trovare dimora. Nell’articolo, con il dovuto rigore scientifico ma con semplicità, la Nuovo dà conto di tutte le questioni aperte da detto ritrovamento. Su tutte: il testo era pieno di errori. Impensabile quindi che si trattasse di un prodotto finito e pronto per un ambiente religioso nel quale, all’epoca,  un solo errore nello scrivere, ed anche la stessa stampa del Corano potevano comportare la condanna a morte del responsabile. Una semplice prova di stampa? Le duecentotrentadue carte che ospitavano tutte le centoquattordici sure, e quella numero due, la Sura della mucca, con tutti i suoi duecentoottantasei versetti che inopinatamente veniva riprodotta due volte, erano impresse sulla pregiatissima carta di Toscolano: non poteva essere una bozza. E quindi ancora: come, dove, perché era sparita l’intera tiratura di questa particolarissima opera, della quale nel continente d’origine non si trovò e non si trova traccia? nuovocorano2Ventisei anni dopo quel caldo pomeriggio di luglio in cui era avvenuto il ritrovamento, al termine di altre ricerche che videro l’Autrice portare alla luce i legami tra Paganino de Paganini, l’editore, e  tale Giovanni Bartolomeo Gabiano il quale, forte di primarie relazioni oltre confini, guidava una fiorente società mercantile transnazionale, la Nuovo ha finalmente elementi per proporre un riesame della affascinante storia.

 

 

 

nuovocorano3Di questi fatti e della sovrapposta vicenda relativa al ritrovamento del volume, a mia volta seguo le tracce, narrativamente impreziosite, in un capitolo di un altro libro, sul quale indugio ancora con un velo, che parla della meravigliosa storia, tutta veneziana, degli inizi dell’arte tipografica, e sul quale mi fermerò prossimamente su queste colonne, per l’ipotetico lettore.

Rocco Infantino

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Davvero qualcuno immagina che ad attentare alla nostra democrazia possano arrivare omoni olivastri e nerovestiti a fare incetta di teste nelle nostre città? O che noi si allatti un suo nemico interno, un militar padano, un archeo-anarco-fascio-stalinista, o un qualche mafioso che proprio non abbia fiuto o gana per gli affari facili di questi tempi e voglia invece perder tempo a far poltiglia della popolazione? Se così fosse, gli F-35 che li compriamo a fare? Non saranno poco manovrieri, per una lotta condotta di casa in casa? E’ di questi giorni la notizia che lo scrittore Erri De Luca, imputato per un’ipotesi di reato di istigazione a delinquere, sia stato assolto dal Tribunale di Torino, perché il fatto non sussiste. Il De Luca, leggo il decreto di rinvio a giudizio Proc. n.7698/14 R.G. G.I.P., avrebbe pubblicamente istigato a commettere più delitti e contravvenzioni ai danni di una privata ditta, la L.T.F. S.a.s. e del cantiere TAV LTF in località Maddalena di Chiomonte (TO). In un’intervista aveva detto: “La TAV va sabotata”. Seguiva argomentazione. Sul verbo sabotare s’erano messe a fuoco più intelligenze: sarà lecito, non sarà lecito? Non il sabotare, si badi, ma l’uso della parola sabotare. Non parlo della vicenda giudiziaria, qui mi interessano lo scrittore, la scrittura e la parola.  Leggiamo: editoriale cuoreFine specifico della neolingua […] [era anche quello] di rendere impossibile ogni altra forma di pensiero [perché] ogni pensiero eretico […] sarebbe stato letteralmente impossibile almeno per quanto riguarda quelle forme speculative che dipendono dalle parole. Ancora: Ciò era garantito […] dall’eliminazione di parole indesiderate e dalla soppressione di significati eterodossi. Per esempio: esisteva ancora la parola libero, ma era lecito impiegarla solo in affermazioni del tipo ”Questo cane è libero da pulci”. Ora leggiamo: In ogni caso e comunque, il vocabolario della politica democratica non contempla il termine “sabotaggio” come strumento persuasivo legittimo. “In ogni caso e comunque”. Le prime espressioni le trovate nell’appendice I principi della neolingua al romanzo 1984 di G. Orwell (se davvero non lo conoscete, non c’è bisogno che lo compriate: andate in libreria, prendetelo e scorretene in piedi soltanto l’appendice, quindi riponetelo). L’ultima frase si può leggere nell’atto di denuncia/querela reso in Torino il giorno 11 settembre 2013 dal legale rappresentante della società sopracitata e indirizzato alla locale Procura della Repubblica. Sarà lo strato di napoletanità che superficialmente li accomuna, per altri e concorrenti versi mi viene alla mente un altro intellettuale: Totò. Potrei fare altri esempi, certo, ma per intenderci Totò a mio avviso può ben esser preso come un intellettuale sciolto e addirittura rivoluzionario a motivo del suo uso spregiudicato, impavido anzi temerario ed eretico della lingua. Totò faceva a pezzi le parole e interi ettari di luoghi comuni, ne ammazzava l’uso domestico o addomesticato, stracciava il più liso e frusto tessuto espressivo dell’esprimersi convenzionale e così provocava la risata. E la risata, in quei casi, altro non era che il cavallo di Troia che serviva a spalancare le porte all’assurdo. A che serve l’assurdo nella quotidianità? Serve a dire: un altro modo è possibile, un altro mondo è possibile. Migliore, peggiore, non so, voglio vedere. Chi usi un linguaggio, un qualunque linguaggio, sempre misurato, ortodosso, già familiare e talvolta untuoso e dall’apparenza immancabilmente rispettoso e però molto, molto limitato, banale, spesso è solo un normalizzatore. Preciso: qui nessuno intende istigare nessuno a istigare qualcuno a commettere reati, è chiaro. Qui si parla di parole. E allora. Il contrario di libertà è servitù, è schiavitù, non è affatto sicurezza. Men che meno lavoro o salute. Controllate su un dizionario dei sinonimi e dei contrari, basta una Garzantina, date retta: a compulsare i libri non si muore sempre come ne Il nome della rosa. Una realtà povera, anche solo descrittivamente sfocata e disadorna, diventa immediatamente un mondo senza alternative. Funzionali a questa libertà invalida sono le canzonette del cuoreamore e i gorgheggiatori senza costrutto, i libri delle centocinquanta sfumature del broccolo, la tivù che fa i film dai fatti dei telegiornali, aggiustandoli, e fa i telegiornali come film tivù. Il linguaggio povero è il vero linguaggio violento, perché è nella ricchezza del linguaggio che dimora la precisione, ed è nella precisione che ripara, e fiorisce, l’analisi, ed è nell’analisi che si nutre il discernimento, ed è il discernimento che è il padre sia della fantasia che della scelta. Fantasia e capacità di scegliere giocano assieme. Chi usa, oggi, intenzionalmente e non per necessità, un linguaggio povero? Chi cerca gli applausi, chi capitalizza il consenso? La nostra libertà non esiste più quando c’è qualcosa che non possiamo proprio dire, perché quello che non si può dire, spesso si finisce per non pensarlo più. Semplice, pulito. Se perdiamo la nostra capacità di immaginare, di fantasticare e anche di teorizzare un qualcosa di assurdo, un qualunque qualcosa che non esista al momento, un che di diverso da quello che ineluttabilmente è, che sia un suono, che sia un colore, che sia un diverso modo di vivere assieme, senza uccidere e senza sopraffare, ma anche senza ingannare, che cosa diventiamo? E gli intellettuali, quelli veri, gli scrittori, quelli veri, e gli artisti, quelli veri, in questo discorso che c’entrano? Ecco, appunto.

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Il primo censimento della popolazione italiana nel 1871 fissava al 74% il tasso di analfabetismo. Oggi, se sostituiamo il mero saper leggere e scrivere con un’idea più compiuta di cultura, quale capacità di orientarsi in un contesto, di comprenderne le logiche di riferimento e di incidere su di esse, troveremo che il quadro non è molto migliorato. Soprattutto, non potrà non risultare evidente, scorrendo i dati e facendosene non una ragione bensì un ragionamento, che probabilmente l’unità del Paese è poco più che una figura retorica, come retorico appare il riferimento ad una identità nazionale condivisa ed a un tessuto sociale omogeneo e coeso. I dati parlano chiaro: sia gli squilibri territoriali sulla direttrice Nord/Sud, sia le differenze tra le classi sociali sono rimasti sostanzialmente costanti ed anzi la situazione peggiora, se consideriamo che i più alti livelli di istruzione, quella scolastica e quella universitaria, per intendersi, che negli anni ’30 e ‘40 del Novecento traghettavano in capo a un decennio la metà dei laureati ad essere pienamente inseriti nella borghesia del Paese, pare abbiano perso la funzione di motore della mobilità sociale (è pur vero che, per altri e concorrenti ma non del tutto indipendenti versi, questo Paese vede negli ultimi anni assottigliarsi proprio quel terreno sociale di mezzo), mentre rimane rigida la trasmissione intergenerazionale delle disuguaglianze economiche.

scrivere 3Nel più ampio contesto internazionale, questo Paese non primeggia certo, anzi pare piuttosto malmesso in quasi tutte le statistiche e le classifiche riguardanti gli indicatori relativi ad istruzione, conoscenza, specializzazione, competenza, cultura. Così pure l’introduzione massiva delle nuove tecnologie e dei nuovi ambienti culturali virtuali, anziché tradursi in una rinvigorita consapevolezza e partecipazione, stanno conducendo, nel contesto, ad uno svilimento dei contenuti culturali, facendo ad esempio registrare tra i ragazzi un’impennata dell’uso degli smartphone ed un crollo delle abitudini di lettura o, ancora, peggio, orientando la stessa idea collettiva dell’inclusione culturale non più rispetto ai classici contenuti del sapere, bensì riguardo ai soli fenomeni di costume di una società dello spettacolo. Oggi in Italia, ad esempio, ancora più del 92% della popolazione guarda la TV, ma vede la Tv di oggi! Ed anche le notevoli opportunità offerte dalla Rete rischiano di tradursi, se non adeguatamente padroneggiate da soggetti culturalmente strutturati, in un fastidioso ed addirittura controproducente rumore di fondo, e in un terreno ove altri possano coltivare progetti monopolistici globali (come si sta delineando, ad esempio, la politica di Google riguardo al patrimonio bibliotecario globale). E che ne è dell’ingente patrimonio storico, artistico, archeologico, architettonico, documentario, naturale e paesaggistico italiano? Esso stesso è trattato come una eredità del passato o come “giacimento petrolifero” sedimentato nel tempo e non più alimentabile, da sfruttare, anche ai fini commerciali […] anziché come il risultato delle interazioni di cui siamo protagonisti nella contemporaneità. Come anticipato su queste stesse colonne tempo fa, propongo su questi temi la lettura di un altro libro di Giovanni Solimine, Senza sapere – Il costo dell’ignoranza in Italia, Editori Laterza, Bari, 2014.

scrivere 4L’autore, lo ricordo, è docente universitario, già Presidente dell’Associazione Italiana Biblioteche, e attualmente membro del Consiglio superiore per i beni culturali e paesaggistici. Su questi temi e non soltanto, il libro contiene più e più elementi d’analisi e, a quanto a me pare, così tanti suggerimenti di riflessione da renderlo, nel panorama attuale, un testo scomodo. Eh, già: potremmo anche tutto sommato rassegnarci a vivere la parabola discendente dell’essere una società di ignoranti, e diventare anche una società ignorante tout court, se non fosse che il deficit di cultura è esso stesso deficit di democrazia. I dati di base soggettivi di partenza sono negativi, se è vero che la classe dirigente del Paese ha addirittura livelli di istruzione largamente inadeguati: è basso il livello di istruzione di gran parte degli imprenditori italiani, la quota di laureati tra legislatori, dirigenti pubblici, amministratori e dirigenti di aziende, che in Paesi come Francia e Spagna si attesta attorno al 90%, in questo Paese era del 31% tra i dirigenti nati negli anni ’50, è scesa sotto il 20% per i nati negli anni ’60 ed oggi è addirittura poco più che il 15% tra i nati negli anni ’70. Ma il fatto cruciale è che l’elevatissimo livello di ignoranza funzionale tra la popolazione nazionale, la troppo bassa attitudine alla partecipazione alla vita culturale e sociale collettiva, costituiscono automaticamente un elettorato disinformato, un nucleo di cittadinanza inconsapevole e in ultima analisi ininfluente rispetto alle scelte che per essa, su di essa e, addirittura nel suo nome e per suo conto vengono operate. E le scelte politiche sulle quali una società ignorante perde quotidianamente capacità di incidere non sono soltanto quelle che, ad esempio, considerando non essenziali gli interventi pubblici nella cultura ne taglia sistematicamente le  risorse (e mai però le spese militari, perdonatemi la nota personale), ma attengono finanche alla visione stessa di una società e di una comunità, che ben potrebbe e dovrebbe essere orientata all’effettivo complessivo benessere dell’individuo, di ogni individuo, anziché esser regolata da meri meccanismi economici, anzi finanziari, anzi monetari, e d’una moneta neppure nazionale. E allora, ripeto la domanda: se l’ignoranza ha un costo, vogliamo domandarci chi paga? Chi ci guadagna?

Rocco Infantino

Il primo censimento della popolazione italiana nel 1871 fissava al 74% il tasso di analfabetismo. Oggi, se sostituiamo il mero saper leggere e scrivere con un’idea più compiuta di cultura, quale capacità di orientarsi in un contesto, di comprenderne le logiche di riferimento e di incidere su di esse, troveremo che il quadro non è molto migliorato. Soprattutto, non potrà non risultare evidente, scorrendo i dati e facendosene non una ragione bensì un ragionamento, che probabilmente l’unità del Paese è poco più che una figura retorica, come retorico appare il riferimento ad una identità nazionale condivisa ed a un tessuto sociale omogeneo e coeso. I dati parlano chiaro: sia gli squilibri territoriali sulla direttrice Nord/Sud, sia le differenze tra le classi sociali sono rimasti sostanzialmente costanti ed anzi la situazione peggiora, se consideriamo che i più alti livelli di istruzione, quella scolastica e quella universitaria, per intendersi, che negli anni ’30 e ‘40 del Novecento traghettavano in capo a un decennio la metà dei laureati ad essere pienamente inseriti nella borghesia del Paese, pare abbiano perso la funzione di motore della mobilità sociale (è pur vero che, per altri e concorrenti ma non del tutto indipendenti versi, questo Paese vede negli ultimi anni assottigliarsi proprio quel terreno sociale di mezzo), mentre rimane rigida la trasmissione intergenerazionale delle disuguaglianze economiche. (Solimine3) Nel più ampio contesto internazionale, questo Paese non primeggia certo, anzi pare piuttosto malmesso in quasi tutte le statistiche e le classifiche riguardanti gli indicatori relativi ad istruzione, conoscenza, specializzazione, competenza, cultura. Così pure l’introduzione massiva delle nuove tecnologie e dei nuovi ambienti culturali virtuali, anziché tradursi in una rinvigorita consapevolezza e partecipazione, stanno conducendo, nel contesto, ad uno svilimento dei contenuti culturali, facendo ad esempio registrare tra i ragazzi un’impennata dell’uso degli smartphone ed un crollo delle abitudini di lettura o, ancora, peggio, orientando la stessa idea collettiva dell’inclusione culturale non più rispetto ai classici contenuti del sapere, bensì riguardo ai soli fenomeni di costume di una società dello spettacolo. Oggi in Italia, ad esempio, ancora più del 92% della popolazione guarda la TV, ma vede la Tv di oggi! Ed anche le notevoli opportunità offerte dalla Rete rischiano di tradursi, se non adeguatamente padroneggiate da soggetti culturalmente strutturati, in un fastidioso ed addirittura controproducente rumore di fondo, e in un terreno ove altri possano coltivare progetti monopolistici globali (come si sta delineando, ad esempio, la politica di Google riguardo al patrimonio bibliotecario globale). E che ne è dell’ingente patrimonio storico, artistico, archeologico, architettonico, documentario, naturale e paesaggistico italiano? Esso stesso è trattato come una eredità del passato o come “giacimento petrolifero” sedimentato nel tempo e non più alimentabile, da sfruttare, anche ai fini commerciali […] anziché come il risultato delle interazioni di cui siamo protagonisti nella contemporaneità. Come anticipato su queste stesse colonne tempo fa, propongo su questi temi la lettura di un altro libro di Giovanni Solimine, Senza sapere – Il costo dell’ignoranza in Italia, Editori Laterza, Bari, 2014. (Solimine4) L’autore, lo ricordo, è docente universitario, già Presidente dell’Associazione Italiana Biblioteche, e attualmente membro del Consiglio superiore per i beni culturali e paesaggistici. Su questi temi e non soltanto, il libro contiene più e più elementi d’analisi e, a quanto a me pare, così tanti suggerimenti di riflessione da renderlo, nel panorama attuale, un testo scomodo. Eh, già: potremmo anche tutto sommato rassegnarci a vivere la parabola discendente dell’essere una società di ignoranti, e diventare anche una società ignorante tout court, se non fosse che il deficit di cultura è esso stesso deficit di democrazia. I dati di base soggettivi di partenza sono negativi, se è vero che la classe dirigente del Paese ha addirittura livelli di istruzione largamente inadeguati: è basso il livello di istruzione di gran parte degli imprenditori italiani, la quota di laureati tra legislatori, dirigenti pubblici, amministratori e dirigenti di aziende, che in Paesi come Francia e Spagna si attesta attorno al 90%, in questo Paese era del 31% tra i dirigenti nati negli anni ’50, è scesa sotto il 20% per i nati negli anni ’60 ed oggi è addirittura poco più che il 15% tra i nati negli anni ’70. Ma il fatto cruciale è che l’elevatissimo livello di ignoranza funzionale tra la popolazione nazionale, la troppo bassa attitudine alla partecipazione alla vita culturale e sociale collettiva, costituiscono automaticamente un elettorato disinformato, un nucleo di cittadinanza inconsapevole e in ultima analisi ininfluente rispetto alle scelte che per essa, su di essa e, addirittura nel suo nome e per suo conto vengono operate. E le scelte politiche sulle quali una società ignorante perde quotidianamente capacità di incidere non sono soltanto quelle che, ad esempio, considerando non essenziali gli interventi pubblici nella cultura ne taglia sistematicamente le  risorse (e mai però le spese militari, perdonatemi la nota personale), ma attengono finanche alla visione stessa di una società e di una comunità, che ben potrebbe e dovrebbe essere orientata all’effettivo complessivo benessere dell’individuo, di ogni individuo, anziché esser regolata da meri meccanismi economici, anzi finanziari, anzi monetari, e d’una moneta neppure nazionale. E allora, ripeto la domanda: se l’ignoranza ha un costo, vogliamo domandarci chi paga? Chi ci guadagna?

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Amy appariva rasserenata, accanto a quell’uomo molto avanti negli anni che cantava con lei. Qualche minuto dopo, la stessa voce di Tony Bennett, resa appena meno fluida dall’evidente turbamento, spiegava con rammarico che avrebbe voluto dirle: “Rallenta, rallenta, tu sei troppo importante. La vita ti insegna a vivere, se solo la vivi abbastanza a lungo”. editoriale amy1 Del film documentario di Asif Kapadia, Amy - The girl behind the name, uscito in contemporanea nelle sale italiane per tre giorni poco più che una settimana fa, non riesco a togliermi dalla mente queste parole. Come pure non riesco a togliermi dall’animo una frustrante sensazione di tristezza per la drammatica vicenda umana della cantante, della giovane donna, dell’artista, della ragazzina. Vederne raccontati i tratti privati, intimi, attingendo a materiali una volta non convenzionali come filmati amatoriali, fotografie e riprese private, registrazioni, rende più difficile non domandarsi: perché. Amy Winehouse era una ragazza di talento. Possedeva una voce straordinaria, un orecchio assoluto, come ripete lo stesso Bennett, e poi gusto compositivo, eleganza nello scrivere. Era lucida, nella sua arte, come pochi alla sua età. E come tanti alla sua età, invece, probabilmente aveva conosciuto la fragilità dei sentimenti di amicizia, la solubilità o forse la tossicità di certi legami famigliari, la vacuità di certe relazioni, la durezza e la sordità delle periferie delle società evolute, la falsità di una certa idea di successo. E tutta questa esperienza del vuoto ancora non spiega. Non spiega come la sua giovane voce da jazz pop singer, voce accostata a quelle di Ella Fitzgerald o di Billie Holiday dovesse piegare su versi senza speranza come quelli di alcune sue canzoni come Stronger than me, o Wake up alone, che sembra cominciare lì proprio dove terminava la ‘Round Midnight di Thelonius Monk – tra le più ascoltate, ma gli esempi sono troppi dippiù -, versi che vanno ben oltre le blue note del più sintattico jazz, e trasformano la malinconia esistenziale in vera disperazione. Perché? Perché ammazzarsi di alcol e di droga? Chi scrive non crede neanche alle idiozie del Club 27, per intendersi, uno dei tanti espedienti per sviare l’attenzione dalla vera questione. Qual è allora il bordo di questo vuoto? Il profilo di questa solitudine? Cosa può smuoverci da questa apparentemente totale assenza di prospettiva, di speranza? Pochi giorni dopo, leggo gli accenni stupendamente superficiali che rimbalzano sulla stampa sul saluto di Papa Francesco ai giovani del Centro culturale Padre Varela di La Habana, Cuba. editoriale amy2 Vado alla fonte, lo faccio ogni volta che posso, leggo le precise parole. Il saluto è breve, vi invito a leggerlo. Francesco parla di giovani che entrano a far parte della cultura dello scarto. Lui fa riferimento all’innesco più evidente di questo genocidio generazionale che è la mancanza di lavoro. Ok, Amy non era una senza lavoro, anzi, ma ha parimenti conosciuto le dipendenze e fors’anche il suicidio, accettato quantomeno, se non cercato; qualcos’altro ha funto da innesco, nel suo caso. E questo qualcosa a me è sembrato un vuoto di prospettive, una solitudine profonda. Francesco parla di una realtà che è radicata nel profondo dell’essere umano, di una sete di pienezza, di ciò che eleva lo spirito umano verso cose grandi come la verità, la bellezza, la giustizia e l’amore. Cosa rendeva così rapita e serena la giovane Amy mentre cantava col suo idolo, un uomo che aveva quasi il triplo dei suoi anni, un uomo non semplicemente di un’altra epoca, ma quasi di un altro mondo? Era solo la musica, era l’arte. Negli anni in cui i ponti dentro e tra le società e tra le generazioni sono saltati, rovinando con il mancato rispetto del patto sociale e del patto ambientale, l’arte costituisce ancora un linguaggio comune, forse il meno compromesso, forse il più prossimo alla verità e alla bellezza, del quale ancora disponiamo. editoriale amy3 Essa non è il fine ma è il percorso. Può ancora aiutarci a conoscere nel profondo noi stessi, e a riconoscere gli altri. Può toglierci dalla disperazione. Poi, certo, dobbiamo anche fare.

Rocco Infantino

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Non che me n’abbia strutto il tormento, l’uggia o il rovello, nelle roventi veglie delle notti agostane, inframmezzate ai dì di generosa pioggia. No. Tuttavia la domanda diretta e semplice di mia figlia, durante una normale conversazione d’inizio estate, rimaneva senza una precisa risposta. Io scrivo recensioni? D’istinto la risposta già c’era, in effetti, ed era no. Tuttavia, come spesso accade, c’è una differenza sostanziale tra rispondere ed argomentare. Grato una volta di più alla mia memoria emotiva, recuperavo un libriccino stampato nel 1990 per i tipi di Marcos y Marcos, dal titolo Leggere, recensire, dove sono raccolti quattro saggi brevi brevi di Virginia Woolf (“chi è Virginia Woolf?”!!) sulle letture, sullo scrivere lettere, sui libri e, in ultimo, sul recensire, appunto. scrivere 1 Sono poche paginette: durano due fermate o tre per chi legge nella metro, la metà di un mezzo toscano, il tempo di un goccio di stravecchio o appena il doppio della media di uno dei governi nazionali tra il ’70 e il ’77 (bei tempi), ma sono dense. La signora Virginia rammenta come la recensione sia attività relativamente giovane, nata assieme ai giornali, e rivolta, beninteso, verso opere di letteratura d’immaginazione (poesia, teatro, narrativa), giacché se si passa ad opere di politica, economia ed altro, il discorso si fa differente. Ciò basterebbe a costruirmi la mia risposta. Il saggio, però, prosegue nell’indicare con immediatezza e lucidità gli elementi primi del mestiere del recensore e le relazioni e le influenze naturali della di lui attività nei confronti degli altri soggetti interessati nel panorama librario. Passare al vaglio la letteratura contemporanea, fare pubblicità all’autore e informare il pubblico, queste sarebbero le tre parti delle quali si compone il profilo del recensore. Il lettore, certo, ma anche lo scrittore e l’editore sono i suoi interlocutori. E’ peraltro degno di nota il fatto che già nel ’39 la signora Woolf osservasse come le recensioni diventassero obiettivamente tante, troppe, sì da neutralizzarsi tra di loro, e come rischiassero talvolta di sollecitare più la vanagloria che l’autocritica degli autori stessi. Chiarito che non si stesse parlando, invero, di critica letteraria, che è altro, l’autrice suggerisce allora che l’utile ruolo del recensore potesse ancora essere quello di alimentare un dialogo continuo con gli autori, partendo dal “perché mi piace o non mi piace questo libro”. E’ questa narrazione dialogante, parallela alla letteratura stessa, che farebbe bene, se bene intendo io anche, alla produzione letteraria e, quindi, al lettore. Ciò tutto mi piace, mi incuriosisce. scrivere 2 Ma per tornare alla domanda di mia figlia: no, non scrivo recensioni. Io scrivo, in queste modestissime righe, e rispettosissime delle altrui maggiori competenze e degli altrui punti di vista, di quello che vedo nel mondo dei libri e del leggere. Di come si tenta di indirizzare, gestire, esaltare, sacrificare o sopprimere gusti, esigenze, necessità e tendenze, di dare o togliere possibilità di approfondimento, di come il semplice mutare degli strumenti alle volte nasconda il mutare dei contenuti. Mi piace scrivere pensierini su biblioteche e statistiche sulla lettura e l’istruzione, sullo scrivere come esercizio di libertà e sul conservare documentata memoria come presupposto per esser critici. Mi interessa molto scoprire, e riferire con la spontaneità del neofita, come il libro e il potere spesso ingaggino battaglie e mi piace, per come so, studiarle, queste battaglie. Da che parte sto? No, non scrivo recensioni, quasi direi che faccio politica. Leggetelo, Leggere, recensire, a me è piaciuto perché …

Rocco Infantino

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È stato allora, quando il Principe dei cantautori italiani, chiamato fuori per la terza volta dalla platea della Cavea in piedi e festante, ha ricominciato a cantare con contentezza evidente, e la band con lui a musicare, in una serata in cui gli arrangiamenti freschi, gli spunti inusitati, personali, diretti, emotivi e liberi s’incaricavano di mandare allegramente in pezzi la composizione autorevolmente autorale della sua tradizione, è stato allora che tra i giochi delle luci sul palco di fronte alla calda sera romana coccolata tra le architetture morbide dei volumi di Renzo Piano, e le luci di segnalazione di un aereo basso e lento nel cielo che verosimilmente s’accomodava per l'atterraggio, è stato allora che mi è tornato alla mente lo Chagall che avevo ammirato settimane prima al Chiostro del Bramante, ed è stato quello il momento in cui credo d'aver compreso qualcosa di entrambi. Tele di Marc Chagall ne avevo ammirate per la prima volta da ragazzo a Parigi, al Beaubourg, altra splendida creatura di Renzo Piano, tranquillamente rivolta verso il quartiere di Les Halles. Semplicemente mi avevano già allora incantato l’intensità intima dei colori, il tratto bambinesco, la composizione da compito di disegno di quel che vedevo, che pareva volesse metter vicine diverse figurine care all’artista, racchiudendole in un orizzonte onirico, romantica come sono romantici soltanto i discorsi dei matti. Questi innamorati, queste donnine vestite col vestito buono, e questi viandanti che volano, e poi i fiori, i fiori... Ora, qui, al Chiostro del Bramante a Roma, in una esposizione intitolata Love and Life, dal 16 marzo ed ancora fino al 26 luglio 2015, avevo ritrovato il suo tratto e i suoi colori, e con essi l'immediatezza della narrazione. Chagall l'ebreo, Chagall il russo, Chagall lo sposo innamorato della sua Bella Rosenfeld, con lui ritratta, come sempre sospesa nell'aria. L'allestimento presenta poche tele, e però documenta efficacemente lo Chagall illustratore della Bibbia, l’illustratore delle fiabe di La Fontaine, l’illustratore delle Anime morte di Nikolaj Gogol’, facendoci quasi toccare con mano la passione che prese l'artista per le tecniche dell'acquaforte e della litografia. In tutte queste illustrazioni il tema e la cifra emotiva dominanti rimangono la gioia per le cose del mondo, ricondotto ai termini primi dei costumi – della povertà? – rurali, del paesaggio russo a lui tanto caro, della natura, e dei riti della tradizione ebraica.image1 Quanto a me, mi son ritrovato a tornare sui miei passi fino ad una delle prime tele in esposizione, quella superba Sopra Vicebsk, gouache e matita colorata su cartone, davanti alla quale credevo finalmente d’avere intuito. Il viandante che sta a mezz’aria sulle strade innevate del paese è, certamente, un richiamo al mito leggenda dell’ebreo errante, e però, in buona compagnia con le spose dei militari o dei contadini, o delle caprette, o di altri animali da cortile, o degli amanti, è simbolo della levità, della gioia, che non s’ha modo più efficace – e tenero, mi si passi – di tradurre in immagine che quello di renderla vittoriosa sulla gravità. Questi esseri son sospesi in aria perché sono felici, sul punto anche il didascalico commento alle opere in mostra mi dava poi ragione. C'è un colore anche per il dolore, per la nostalgia ed anche certamente per l'assenza, e per la mancanza, ma lo stare al mondo ed il farne esperienza, senza farsi per questo schiacciare al suolo, non certo senza dare peso alle cose, anzi considerandole, tutto questo vince la gravità.  Così, come nel gioco allestito in una saletta della mostra, dove con dei magneti si ritrovano sospesi alle pareti, e variamente componibili dal visitatore, l'animale da cortile, e i fiori, e il preferito agnello, e il torrione, la sposa, il viandante, i simboli stessi dello Chagall conosciutissimo pittore, così come i versi già perfetti,image2 oggi disarticolati in baldanzosi contrasti ritmici e metrici delle canzoni di Francesco de Gregori, pur toccando – come non si potrebbe? – anche le più dure asperità del mondo, così si può vincere la gravità suonando e dipingendo non in battere, ma in levare. E il non disambiguare, ancora una volta, a chi scrive è grato.

Rocco Infantino

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Erano da pochi minuti passate le nove di sera, un tramonto insistito faceva coraggio a un buio bambino attorno al palco e lungo le linee morbide dei volumi soprastanti la cavea dell’Auditorium, l'aria era ancora calda, un aereo lentamente tagliava lo spicchio di cielo, Francesco saliva sul palco dopo i suoi orchestrali e intonava Lettera da un cosmodromo messicano. Ricordo d'aver letto in un sito non ufficiale a lui dedicato che pare la consideri, questa canzone, una canzone fantascientifica e che la fantascienza - oh, questo si sa - sia a sua volta da considerarsi una scienza che si occupa soprattutto del passato. Partiva così un concerto molto particolare di Francesco de Gregori, il 15 luglio 2015 al Parco della Musica a Roma, che sarebbe durato due ore e più e lo avrebbe richiamato più volte sul palco, dopo che una simmetrica citazione messicana, Sotto le stelle del Messico a trapanàr, per sua stessa annotazione, avrebbe dovuto concludere lo spettacolo. A fare il punto esatto sul futuro si è quindi riusciti partendo da un inventario minimo del passato, con una serie di titoli che arrivavano fino a Niente da capire o a Rimmel, che lambivano confini anche problematici della sua produzione, come Finestre rotte, che si spingevano però anche testardamente nella moderna contemporanea frammentazione dissoluzione di ogni possibile orizzonte condiviso, con La testa nel secchio, con Il panorama di Betlemme. A descrivere il paesaggio di delicate esperienze individuali o di dure prospettive collettive, l'uomo che ama e la società che ammazza e che tradisce, è però un Principe vivo, visibilmente contento di trovarsi lì, sensibilmente in armonia, pacata, matura armonia con il suo pubblico, che offre riletture molto suggestive di ogni sua canzone. Serata particolare dal tono personale, se può dirsi così, dove Francesco chiama sul palco Luigi Grechi, proprio quel fratello, bibliotecario come il padre, che da ragazzo lo aveva spinto verso un diverso destino, verso la musica, ad una distanza di sicurezza appena percepibile dalla letteratura e dalla poesia. Lo chiama per intonare con lui Il bandito e il campione, compuntamente presentandolo solo come l'autore della canzone, prima, e poi la bellissima quanto scarna, essenziale e anarchica Senza regole. De Gregori si sente come l'ospite ad una festa e vorrebbe presentare tutti a tutti: così trova il modo di sottolineare la “splendida voce” della corista nonché violinista Elena Cirillo; così evoca il bassista arrangiatore, compagno di mille avventure musicali, Guido Guglielminetti,degregori 2 “l'uomo che tutto il mondo ci invidia”. De Gregori ha ancora il modo di chiamare sul palco Ambrogio Sparagna, il musicologo fisarmonicista, che ballerà lungo tutto il palco per diversi brani. E dopo il set di pezzi che terminerebbe esattamente a un'ora e mezza dall'inizio del concerto, si aprono i ripetuti bis, lui e la band vengono richiamati fuori più volte, mentre il pubblico delle prime file è in piedi a ridosso del palco e l luci della cavea sono tutte accese, perché tanto non si è più in grado di capire chi stia cantando con chi. Ma, tanto, non c'è niente da capire. Francesco de Gregori nella notte romana, e questo prendetelo a piacimento come un appunto di colore o una ruvida nota politica, lo sento cantare finalmente liberato dalle architetture pure coinvolgenti della sua poetica, liberato dal ruolo nel quale per decenni, forse suo malgrado, molti l'hanno relegato. È, de Gregori, sospeso a mezz'aria con la sua chitarra e la sua voce, come il Viandante di Vicebsk, come l'innamorato di tante tele di Chagall. Sceglie di continuare a cantare il bello ed il brutto del mondo, scandagliando lo come lui sa fare, per una volta non in battere, ma in levare.

Rocco Infantino

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Questo non è un articolo. Proviamo ad incrociare alcuni pensierini, come talvolta si fa con le parole in certi passatempo. Vorrei che ci occupassimo, in un prossimo appuntamento, del costo dell’ignoranza - si, l’ignoranza ha un costo -, argomento che sulle prime potrebbe non avvincere, né risultare abbastanza flâneur per come appare questa rubrica. Faremmo due passi nell’emergenza culturale di un Paese, dove larga parte della popolazione è affetta da analfabetismo funzionale, si registra un basso livello di competenze della popolazione adulta ed un numero altrettanto basso di laureati e diplomati, dove le strutture che dovrebbero fornire accesso alla conoscenza, quelle pubbliche in primis, costituiscono un reticolo debole dal disegno irregolare, e dove la classe dirigente, e in essa i decisori politici, non spicca per migliore qualità, né per sensibilità verso questi temi. A questa escursione occorrerà probabilmente arrivare un poco preparati sul paesaggio, o sul contesto, avendo acquisito qualche elemento significativo sui fondamentali, così da tentare, in poche letture, di risultare non dico più informati, ma almeno più consapevoli. In entrambi i momenti verremo accompagnati da un medesimo autore. leg solimine1 Giovanni Solimine, docente universitario, già Presidente dell’Associazione Italiana Biblioteche, e attualmente membro del Consiglio superiore per i beni culturali e paesaggistici,  pubblicava nel 2010, per i tipi di Laterza, L’Italia che legge, un lavoro di analisi su dati ricavati dalle indagini di settore, con il quale avviava un profilo del lettore italiano: connotati, gusti, stile di vita, zona di residenza, livello di istruzione, reddito, grado di partecipazione alla vita culturale, eccetera. I dati sono di qualche anno fa, ma l’analisi è fatta tenendo conto degli scostamenti e delle ciclicità verificabili per questi fenomeni nel breve periodo e delle costanti nel medio e lungo periodo; dunque, attuale nelle sue linee fondamentali ed utile per poterne ricavare un ragionamento. Del volumetto immagino si possano dare diverse letture. La prima, di superficie, magari concentrata sul tema della lettura dei libri come fenomeno sociale confinante col fenomeno di costume. Come tale, incuriosiranno le conclusioni su certi luoghi comuni o su domande molto frequenti: è proprio vero che chi è abituato a leggere da piccolo, nel corso della vita legge più di altri? le nuove tecnologie fanno concorrenza alla lettura? segneranno la fine del libro? Quando però viene fuori che venti milioni di italiani considerano leggere una perdita di tempo, che i lettori forti sono soprattutto donne, che questi ultimi hanno un livello di reddito ed uno status sociale in genere elevati, il discorso si fa più interessante. Poi si verifica che i lettori forti vivono in prevalenza al nord e al centro del Paese e nei grandi centri urbani, e che, siccome per diventare lettori trovare dei libri certo aiuta, c’è una certa relazione tra l’attitudine alla lettura e l’utilizzo – e io farei attenzione anche alla concreta praticabilità – delle biblioteche; quindi, la loro distribuzione territoriale non è ininfluente, anzi. leg solimine2 E chi li produce, il libri? Si osserva anche in questo caso che l’industria del libro è concentrata nell’Italia settentrionale, dove viene pubblicato più dell’80% dei libri in commercio e dove sono concentrati i pochi, maggiori editori italiani. In definitiva si scopre una vera e propria disuguaglianza – una ennesima – tra cittadini del nord e dei grandi centri urbani e cittadini del sud del Paese, quanto alla concreta possibilità di entrare in contatto con i libri. Infine, si prende atto che nello scenario di crisi nel quale il Paese è stato fatto entrare in questi anni, queste differenze - geografiche, sociali - hanno mostrato una attitudine spiccata ad acuirsi, a radicalizzarsi. E allora: se l’ignoranza, come scopriremo, ha un costo, vogliamo domandarci chi è destinato a sopportarne il maggior peso? E se c’è qualcuno che un utile ne trae?

Rocco Infantino

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C’era un tempo in cui non potevi andartene in giro senza una copia, meglio se gualcita e rigorosamente di edizione economica, di Narciso e Boccadoro, o de Il lupo della steppa, o de Il gioco delle perle di vetro, stipata in una tasca dell’eskimo o dello zaino. Con ciò lasciando intendere d’aver interiorizzato anche Siddharta e d’essere già oltre. Da giovane avvertivo il fascino che Hermann Hesse esercitava su molti miei coetanei – a me non dispiaceva – per quella che veniva letta, tra le sue pagine, come una aperta critica alla cultura occidentale e alla educazione impartita alle giovani generazioni come indottrinamento finalizzato alla repressione degli slanci più istintivi e naturali dell’individuo, per il loro migliore adattamento ad una società borghese preoccupata soltanto di conservare sé stessa. Così, detta d’un fiato. Pure, molta curiosità destava, in effetti, la particolarità d’uno scrittore europeo di lingua tedesca, che si proponesse come un tramite verso culture orientali: quella indiana dapprima e, più convintamente, quella cinese poi. lg hesse1Di Hesse, tra i volumi acquistati ben dopo i vent’anni e con le prime paghe, conservo una copia de Una biblioteca della letteratura universale, per i tipi di Adelphi. Il primo degli scritti di questo volumetto, che presta il titolo alla raccolta, può certo esser letto come una guida per la formazione di una propria selezione ragionata di opere della letteratura mondiale, o pressappoco; in ciò ricorda, solo quanto a romanzi, racconti e poesia, i canoni che proponeva il medesimo Gabriel Naudé (dal quale partimmo tempo fa su queste stesse colonne) per una biblioteca estesa a tutte le scienze, in ogni campo della speculazione, dell’arte e della conoscenza. Per quanto interessante, quest’insieme di regole, per avvertimento dello stesso autore, porterà tuttavia ad un catalogo dall’aria “molto ideale e graziosa, ma troppo impersonale”. In ciò, al contrario, il consiglio che si può trarre è invece quello di costruirsi una raccolta di libri che sia certo equilibrata, ma che segua le nostre personali sensibilità ed inclinazioni, giacché il fine di questo gioco non è una sterile erudizione, bensì quello di “entrare, attraverso le porte per noi più accessibili, nel santuario dello spirito”. E quindi, “cominci ciascuno da quello che è in grado di capire e di amare”. Così, si finirà per scoprire che non esistono i cento più bei libri in assoluto, ma per ciascuno di noi si dà una possibile “scelta particolare basata su ciò che [sia] affine e comprensibile, caro e prezioso”lg hesse2 Il volumetto ospita riflessioni di Hesse anche sulla lettura. Quel che certo sorprende, ma non dovrebbe, è che l’autore affermi che si rischia spesso di leggere troppo. Troppo e male; che sia sbagliato leggere “per distrarsi”, come spesso accade, mentre invece si dovrebbe leggere per concentrarsi, e che nella cronaca della continua concorrenza sleale, così s’esprime, tra la lettura e le vita, leggere dovrebbe semmai aiutare a vivere, e non evitare di vivere. Esistono, invero, tipi diversi di lettori e, in più, ciascuno, nel corso della propria esperienza, è volta a volta un lettore diverso. Quello che viene esaltato, da Hesse, è un lettore “così personale”, “così se stesso”, da contrapporsi “in assoluta libertà a ciò che viene leggendo”. Egli è un lettore bambino, capace di giocare con le proprie letture non meno che con qualsiasi altra cosa, istintivamente cosciente che ogni verità è suscettibile di essere capovolta, che sa pensare per associazioni ed è al contempo consapevole degli altri processi del pensiero. E quando la fantasia e la facoltà associativa sono giunte al culmine, ecco che non si legge neanche più. Già l’ispirazione può nascere da qualunque scritto, anche un orario ferroviario, poi da qualunque immagine grafica, poi, infine, da qualunque parola, o immagine tout court: “il disegno di un tappeto o la posizione delle pietre in un muro avrebbero, per lui, lo stesso valore della più bella pagina”. E’, questo, il lettore che non legge più. Non ci si ferma, certo, a questo stadio; a leggere, generalmente, si ricomincia, ma con una nuova consapevolezza: direi guardando dentro ciò che si legge, vedendo ciò che si legge. Diradate le cortine del leggere “tutte le scienze e tutte le arti come uno scolaro legge la grammatica”, sottraendo, sottraendo come fossimo a cimentarci in una specie di decrescita alfabetica felice, a sperimentare una forma di rifiuto dell’accumulo delle righe per l’accumulo, della capitalizzazione infruttuosa dei testi, del testo, “da questo mostro mitologico” formato dagli infiniti libri di tante lingue e di millenni, arriveremmo alla pura esperienza dello spirito: riusciremmo a scorgere “il sembiante dell’uomo, da mille tratti contraddittorii magicamente ricomposto in unità”. Ecco, il libro può essere riposto, dismesso l’eskimo, lo zaino posato: il percorso ci conduce a riconoscere chi siamo.

Rocco Infantino

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