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Rocco Infantino

Giornalista pubblicista, batterista sconveniente.

Leggo. Mi incuriosisce la fisica quantistica. Mi piace il jazz. Scrivo in privato, uso il Garamond. Credo nella sezione aurea, nell’entanglement, nel dualismo onda particella. Preferisco i film francesi, i cibi semplici, le persone semplici, i problemi semplici.

Il mio orario del cuore sono le cinque e venti. Detesto usare Domodossola nel gioco “Nomi, cose, città” e vivrei volentieri a Londra, Parigi e Roma, come la maggior parte delle vallette degli illusionisti. Fin da ragazzo ho l’età che descrive J. L. Borges in Limites. Se non svolgessi un lavoro in ambito giuridico legale, probabilmente avrei voluto essere quello che fischia nella canzone Lovely head dei Goldfrapp.

Siamo franchi. Sono lì che non so da dove cominciare. Nella testa mulinellano tante cose. Provo a non pensare che è l’ultimo numero dell’anno, che questa finta e reiterata ultimatività carica sempre di responsabilità maggiori, per lo più immotivate. Si sa che dopo, di solito, in questa sperimentata porzioncina dello spaziotempo, sempre viene un primo gennaio successivo, col pomeriggio al cinema a vedere il film che capita. I pensieri della fine dell’anno sono parenti di quelli sulla fine del mondo. Sarà un segno? Esattamente tre anni fa, il 21 dicembre del 2012 per il calendario gregoriano, molti se l’aspettavano, la fine del mondo, o qualcosa di molto simile e comunque di portata planetaria, secondo più o meno accreditate letture della fine di uno dei cicli del calendario Maya. maya1 Peccato, invero, che ci fossimo concentrati su quello e non invece su profezie più spicce e più recenti, che però hanno avuto il cattivo gusto di avverarsi, come la fine del lavoro, teorizzata negli ultimi decenni da molti studiosi, tra i quali per tutti cito Jeremy Rifkin. Altri, specie a ridosso della fine del millennio oggi passato da tre lustri esatti - meglio informati? peggio? -, teorizzavano la fine delle nazioni e pure la fine delle democrazie sovrane. Tant’è. Dunque sto lì, un filo teso perché già molto in ritardo, che voglio dimenticarmi del mondo intero, non voglio scrivere del mondo intero, ma di una piccola cosa. Una libreria al civico 37 della via Domenico Ridola nella città di Matera. Espongo, in breve. La libreria fa parte della storia contemporanea della città, è un riferimento, come dovrebbero essere le librerie, per il fermento culturale locale. Occupa locali in affitto. Matera diventa Capitale europea per la cultura per il 2019. Crescono i prezzi, crescono gli affitti. Maggiori spese, necessità di maggiori entrate. Verosimilmente quei locali sono destinati ad ospitare attività molto più redditizie, non importa di che tipo. Il libraio stesso riconosce che «oggi vengono consumate certamente più pizzette che libri». maya2 Effetto: la libreria dovrà a breve trovare un altro posto. Verrà forse soppiantata da chissacché. Ancora il libraio, compostamente, come ho modo di leggere sulla stampa locale, azzarda: «rimanere in questo posto sarebbe anche un baluardo per non cedere completamente la zona alle sole attività di smercio immediato perché un quartiere è fatto anche da fruttivendoli, cartolerie, librerie che fanno parte della vita cittadina quotidiana». Il fruttivendolo, la libreria, la cartoleria. Per quel che m'è parso di capire, l'affermarsi del progetto culturale di Matera 2019 stava proprio in questo: un'idea di città aperta, ospite di una cultura diffusa, residente, quotidiana. Semplice, essenziale, autentica. Una cultura sedimentata nella storia delle persone e del territorio, e proprio per questo convincente e anche accogliente, inclusiva. Una idea culturale che non si faccia episodio, che non sia posticcia, che non diventi un’insegna luminosa, che non partorisca, al solito e soltanto, per usare un’espressione orripilante, un evento. Una città, Matera, che non è figlia di adatte inquadrature tra facciate di cartone con le scritte Sheriff e Saloon, una città dove ci si vive davvero, e consapevolmente, e non ci si gira uno spaghetti western, non è un teatro di posa. E’ altro. E invece, pare, la città diventa capitale della cultura e alla fine questo comporta che una libreria che sta in una delle vie del centro debba spostarsi più in là. Quante considerazioni, no? Contraddizioni? Tuttavia il mondo intero pare fatto così: si buttano bombe su intere città perché qualcuno non spari nei bar; per superare la crisi i soldi li si danno alle banche, anziché andare lì a prenderseli. Perfino, si pende dalle labbra del Papa quando lui parla di un sindaco che si imbuca alle gite, ma quando fa una terribile enciclica – Lettera Enciclica Laudato si’ Sulla cura della casa comune, leggetela, per favore – pure sul Papa cala un silenzio doppio, il buio più buio. Sono lì, insomma, nel momento in cui comunque finisce che uno si dà da solo del brontolone, dell’esagerato. E lì, da Facebook lasciato incautamente aperto, sul profilo di un amico, compare la notizia. La notiziona. L’immancabile veglione televisivo di capodanno su RaiUno si fa da Matera, si sa, si sa già, un palco enorme, fuori scala, pare, campeggia già quindici giorni prima tra le storiche mura di una delle più belle piazze della città, città bellissima - e sotto? gli ipogei? tutto bene? -. Un fiume di danaro e l’imperterrito trenino, squarciagolando sempre Pe pe pe pe pe pe … Zazueira … Sebastiana … Fio maravilha nos gostamos de voçê ... tetetetetetete! … La notiziona. Lo presenterà Claudio Lippi. Sarà un segno?

Rocco Infantino

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Chi avesse prestato ascolto a quel desiderio di ritornare agli archetipi, a quella particolare nostalgia delle origini che immancabilmente si prova almeno una volta, per un particolare fatto della vita, un affetto, o anche solo inciampando in un dettaglio minuscolo, saprebbe di cosa parlo. Chi, fra questi, amante di libri, intendesse per una volta assecondarlo, non dovrebbe sottrarsi al piacere di leggere questo: Alessandro Marzo Magno, L’alba dei libri - Quando Venezia ha fatto leggere il mondo, Garzanti.

magno1Si varca la soglia di una bottega del XVI secolo, è così che viene accolto il lettore alle prime pagine, e ci si ritrova nel mondo nel quale il libro moderno, così come oggi lo conosciamo, è nato, e con esso la stessa libreria che ci ospita. Altrove, su queste stesse colonne, parlando della prima edizione a stampa in arabo del Corano, facevo un velato accenno alla fonte secondaria, dove avevo seguito gli inizi della meravigliosa arte della tipografia; la fonte è questa. In questo libro, tuttavia, si trova anche tutto il resto. Vi è tracciato molto bene il passaggio dai volumi scritti a mano a quelli impressi a stampa, con tutta la teoria di tecniche e di incognite che fermentano intorno agli elementi primi: i costi elevatissimi della carta, gli inchiostri, la specializzazione necessaria per la realizzazione dei punzoni; e poi i cuoi e le legature, i torchi, e la nascita di nuovi mestieri. Qui ho incontrato finalmente il signor Claude Garamond, che nel 1540 diventerà il fornitore di caratteri (che io tanto prediligo)  per quasi tutte le tipografie europee. Qui si assiste alla nascita del corsivo, soluzione tecnica raffinatissima, perché ad una elegante somiglianza con la scrittura a mano unisce una più che opportuna riduzione degli spazi tipografici nella composizione della pagina. Qui, la riduzione dei grandi volumi dalle pregiatissime opere in folio, che correvano dalla Bibbia alla Hypnerotomachia Poliphili, considerato da più parti il più bel libro mai stampato, fino alla riproduzione dei classici in ottavo, i libelli portatiles, che per dimensione sono effettivamente i primi tascabili della storia dell’editoria. E proprio con i portatiles si viene introducendo una filosofia del leggere per il solo piacere del leggere, per svago e non solo per studio, o per dir messa, o altro, in qualunque luogo. E’ tutto qui, descritto dalla penna lieve e pertinente assieme di Alessandro Marzo Magno, saggista poliedrico e attento, ospitato in una Venezia capitale di una porzione essenziale di mondo, diviso, anzi integrato, tra Oriente ed Occidente e lambito dallo sciacquìo del Mediterraneo.

magno2Il racconto, accompagnato da un corredo di note discreto, è ricchissimo di dettagli, di temi e di prospettive: dall’introduzione della punteggiatura moderna nelle opere all’affinamento delle tecniche commerciali della produzione, della distribuzione libraria e della vendita; approfondirne ciascuno porta lontano in diverse direzioni. Si trova traccia della prima stampa del Talmud, dei primi volumi di geografia, le origini dell’editoria musicale e il primo libro di ricette, e la cosmesi, e la pornografia e la medicina, e ancora, perché no, il primo bollettino di borsa e il primo periodico a stampa della storia, la prima Gazzetta, buona per le nuove, già, le news di oggi. Su tutto campeggia la presenza essenziale di Aldo Manuzio: La pittura ha Raffaello, la scultura Michelangelo, l’architettura Brunelleschi, la stampa Aldo Manuzio, dice l’Autore, che rappresenta un punto di svolta della storia. E difatti è questo il signore che oltre a quanto detto riesce a far vendere, a quel tempo, centomila copie, centomila, agli inizi del Cinquecento, delle opere del Petrarca, autore all’epoca morto e sepolto da un secolo e mezzo. Il primo best seller della storia, senza nemmeno una comparsata promozionale tra i salottini della mezza sera in televisione.   

Rocco Infantino

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editoriale citt1

Se si guarda dall’alto, seguendo un tratto del suo bordo che digrada verso il fiume, ma comunque nel perimetro prossimo del suo abitato, si può distinguere il profilo irregolare di una macchia nera. Ed è così, credo, che la si interiorizzi, questa città. Un grumo di inespresso attorno al quale s’addensa, o si forma, la sua moderna identità. Io vivo a Potenza. Potenza, Basilicata, Italia. La macchia nera è materiale ferroso, fattore della produzione di una acciaieria del Nord che qui ha un suo stabilimento. Questo coagulo, col suo essere latamente insalubre – esteticamente? sanitariamente? – secondo la gradazione propria di chi abbia derubricato il bisogno di bellezza e ridotto la stessa salute a costo, o peggio a mera burocrazia delle carte in ordine, accettato, tollerato o voluto, sta comunque lì a definire chi siamo. «Si deve dunque convenire che il bromuro prevale sull’inchiostro in tutti i casi in cui la presenza stessa delle cose visibili basti a sé stessa, parli da sola», così si esprimeva il poeta Paul Valéry, delegato dell’Académie française, in un  discorso tenuto alla Sorbona il 7 gennaio 1939 sul centenario della fotografia, quando questa tecnica ancora giovane portava in dote una certa oggettività per forza di cose nuova, per chi utilizzasse un qualunque altro tipo di linguaggio, quello pittorico, quello letterario, nella comunicazione e nelle relazioni. Mi sbaglierò, ma talvolta penso che dobbiamo tornare a imparare a guardare bene le cose per quelle che sono. A vederle. Spesso abbiamo un problema di sguardo e di postura. Preferiamo farcele raccontare, le cose, chinati sul flusso continuo di materiale predigerito dei notiziari, e commentari, che rigurgita finanche dai nostri telefonini, e per ciò stesso sostituiamo pezzi di realtà con pezzi di pseudorealtà nel nostro pensare. Curvi su altrui descrizioni e resoconti, rinunciamo a star dritti, ben su con la schiena, e a fissare con il nostro sguardo, un potente settanta millimetri che non crea aberrazioni nell’immagine, quello che ci sta davanti. La città va guardata. La nostra città, qualunque città. Le case, le fabbriche, le strade. Occorre mettere attenzione a quello che si vede: agli elementi dell’arte dura dell’architettura che del paesaggio urbano sono gli elementi costitutivi; alle strutture materiali che concretano e assecondano le funzioni; agli elementi dinamici di ciò che accade, nella vita delle persone e in una collettività, in questa dimensione. Del resto – sarà azzardato? – architettura e comunità che la forma e poi ne fa dimora, la pietra e la persona, in un continuo evolvere l’una nell’altra, sono soltanto due stati differenti di aggregazione della materia. Noi diamo forma alla città e la città ci forma. Questo travaso continuo è spesso travaso di bellezza. Ma non funziona soltanto con la bellezza. Questo dar forma e prender forma funziona anche con la bruttura. Con l’armonia, quando c’è. Funziona anche, io credo, con la brutalità, con la violenza. Poi magari le persone lungo la vita si spostano, e portano con sé la bellezza e la violenza. «Non c’è nascita che il bambino di qualche giorno non sia condotto davanti l’obiettivo», continuava Valéry in quell’occasione, «tra qualche decina di anni, l’uomo che egli sarà diventato potrà stupirsi … davanti all’immagine di questa creatura di cui ha esaurito il futuro». Fotografiamo, guardiamo. Ci aiuterà a riflettere, ci aiuterà a capire.

Rocco Infantino

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Ficcanasando con solita fortuna tra i volumi disseminati in casa, precipito, irretito, in una delle innumerabili belle storie sui libri custodite nei libri. Il bandolo lo trovo stavolta in uno dei Nuovi Annali della Scuola speciale per archivisti e bibliotecari della Sapienza Università di Roma - anno XXVII, 2013: è un articolo di Angela Nuovo, oggi docente presso il Dipartimento di studi umanistici dell’Università di Udine, dal titolo La scoperta del Corano arabo, ventisei anni dopo: un riesame.

nuovocorano1Questo non è un film, io non sono Christopher Nolan, tenterò quindi di essere ordinato. Esiste un libro del quale nel corso dei secoli in tanti riferiscono ma che nessuno studioso era riuscito a vedere, la cui tiratura andò integralmente perduta poco dopo la sua pubblicazione. Si trattava della prima edizione a stampa in lingua araba del Corano, nell’anno 1538 o nel 1539, curata da tale Alessandro Paganini. Alcuni testimoni di quegli anni scrivevano persino che tutti gli esemplari realizzati sarebbero stati dati al rogo, fatto senza altri riscontri.  Qualcuno, nel tempo, cominciò a dubitare della sua stessa esistenza. Unico esemplare, esso comparve sotto gli occhi increduli di Angela Nuovo, allora bibliotecaria, che ne aveva intuita la presenza, il 2 luglio 1987 presso la biblioteca dei Frati Minori di San Michele in Isola, a Venezia, facendosi mostrare un volume correttamente catalogato dal padre bibliotecario del convento come Alcoranus Arabicus sine notis. Era un’edizione integralmente araba: non poteva essere destinata agli studiosi del tempo, orientalisti europei, perché essi potevano servirsi soltanto di edizioni poliglotte, studiando come erano soliti fare le lingue con il metodo comparativo, né ad altri in Europa, perché mancavano all’epoca grammatiche e lessici per quella lingua. A chi poteva essere destinato? Tra i musulmani in Oriente, vuoi per l’influenza delle corporazioni degli scrivani e dei calligrafi, vuoi per motivi più rigorosamente religiosi (inconcepibile pulire i caratteri di piombo per la stampa con gli indispensabili pennelli di setole di maiale), per tanto tempo ancora questo libro non avrebbe potuto trovare dimora. Nell’articolo, con il dovuto rigore scientifico ma con semplicità, la Nuovo dà conto di tutte le questioni aperte da detto ritrovamento. Su tutte: il testo era pieno di errori. Impensabile quindi che si trattasse di un prodotto finito e pronto per un ambiente religioso nel quale, all’epoca,  un solo errore nello scrivere, ed anche la stessa stampa del Corano potevano comportare la condanna a morte del responsabile. Una semplice prova di stampa? Le duecentotrentadue carte che ospitavano tutte le centoquattordici sure, e quella numero due, la Sura della mucca, con tutti i suoi duecentoottantasei versetti che inopinatamente veniva riprodotta due volte, erano impresse sulla pregiatissima carta di Toscolano: non poteva essere una bozza. E quindi ancora: come, dove, perché era sparita l’intera tiratura di questa particolarissima opera, della quale nel continente d’origine non si trovò e non si trova traccia? nuovocorano2Ventisei anni dopo quel caldo pomeriggio di luglio in cui era avvenuto il ritrovamento, al termine di altre ricerche che videro l’Autrice portare alla luce i legami tra Paganino de Paganini, l’editore, e  tale Giovanni Bartolomeo Gabiano il quale, forte di primarie relazioni oltre confini, guidava una fiorente società mercantile transnazionale, la Nuovo ha finalmente elementi per proporre un riesame della affascinante storia.

 

 

 

nuovocorano3Di questi fatti e della sovrapposta vicenda relativa al ritrovamento del volume, a mia volta seguo le tracce, narrativamente impreziosite, in un capitolo di un altro libro, sul quale indugio ancora con un velo, che parla della meravigliosa storia, tutta veneziana, degli inizi dell’arte tipografica, e sul quale mi fermerò prossimamente su queste colonne, per l’ipotetico lettore.

Rocco Infantino

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Davvero qualcuno immagina che ad attentare alla nostra democrazia possano arrivare omoni olivastri e nerovestiti a fare incetta di teste nelle nostre città? O che noi si allatti un suo nemico interno, un militar padano, un archeo-anarco-fascio-stalinista, o un qualche mafioso che proprio non abbia fiuto o gana per gli affari facili di questi tempi e voglia invece perder tempo a far poltiglia della popolazione? Se così fosse, gli F-35 che li compriamo a fare? Non saranno poco manovrieri, per una lotta condotta di casa in casa? E’ di questi giorni la notizia che lo scrittore Erri De Luca, imputato per un’ipotesi di reato di istigazione a delinquere, sia stato assolto dal Tribunale di Torino, perché il fatto non sussiste. Il De Luca, leggo il decreto di rinvio a giudizio Proc. n.7698/14 R.G. G.I.P., avrebbe pubblicamente istigato a commettere più delitti e contravvenzioni ai danni di una privata ditta, la L.T.F. S.a.s. e del cantiere TAV LTF in località Maddalena di Chiomonte (TO). In un’intervista aveva detto: “La TAV va sabotata”. Seguiva argomentazione. Sul verbo sabotare s’erano messe a fuoco più intelligenze: sarà lecito, non sarà lecito? Non il sabotare, si badi, ma l’uso della parola sabotare. Non parlo della vicenda giudiziaria, qui mi interessano lo scrittore, la scrittura e la parola.  Leggiamo: editoriale cuoreFine specifico della neolingua […] [era anche quello] di rendere impossibile ogni altra forma di pensiero [perché] ogni pensiero eretico […] sarebbe stato letteralmente impossibile almeno per quanto riguarda quelle forme speculative che dipendono dalle parole. Ancora: Ciò era garantito […] dall’eliminazione di parole indesiderate e dalla soppressione di significati eterodossi. Per esempio: esisteva ancora la parola libero, ma era lecito impiegarla solo in affermazioni del tipo ”Questo cane è libero da pulci”. Ora leggiamo: In ogni caso e comunque, il vocabolario della politica democratica non contempla il termine “sabotaggio” come strumento persuasivo legittimo. “In ogni caso e comunque”. Le prime espressioni le trovate nell’appendice I principi della neolingua al romanzo 1984 di G. Orwell (se davvero non lo conoscete, non c’è bisogno che lo compriate: andate in libreria, prendetelo e scorretene in piedi soltanto l’appendice, quindi riponetelo). L’ultima frase si può leggere nell’atto di denuncia/querela reso in Torino il giorno 11 settembre 2013 dal legale rappresentante della società sopracitata e indirizzato alla locale Procura della Repubblica. Sarà lo strato di napoletanità che superficialmente li accomuna, per altri e concorrenti versi mi viene alla mente un altro intellettuale: Totò. Potrei fare altri esempi, certo, ma per intenderci Totò a mio avviso può ben esser preso come un intellettuale sciolto e addirittura rivoluzionario a motivo del suo uso spregiudicato, impavido anzi temerario ed eretico della lingua. Totò faceva a pezzi le parole e interi ettari di luoghi comuni, ne ammazzava l’uso domestico o addomesticato, stracciava il più liso e frusto tessuto espressivo dell’esprimersi convenzionale e così provocava la risata. E la risata, in quei casi, altro non era che il cavallo di Troia che serviva a spalancare le porte all’assurdo. A che serve l’assurdo nella quotidianità? Serve a dire: un altro modo è possibile, un altro mondo è possibile. Migliore, peggiore, non so, voglio vedere. Chi usi un linguaggio, un qualunque linguaggio, sempre misurato, ortodosso, già familiare e talvolta untuoso e dall’apparenza immancabilmente rispettoso e però molto, molto limitato, banale, spesso è solo un normalizzatore. Preciso: qui nessuno intende istigare nessuno a istigare qualcuno a commettere reati, è chiaro. Qui si parla di parole. E allora. Il contrario di libertà è servitù, è schiavitù, non è affatto sicurezza. Men che meno lavoro o salute. Controllate su un dizionario dei sinonimi e dei contrari, basta una Garzantina, date retta: a compulsare i libri non si muore sempre come ne Il nome della rosa. Una realtà povera, anche solo descrittivamente sfocata e disadorna, diventa immediatamente un mondo senza alternative. Funzionali a questa libertà invalida sono le canzonette del cuoreamore e i gorgheggiatori senza costrutto, i libri delle centocinquanta sfumature del broccolo, la tivù che fa i film dai fatti dei telegiornali, aggiustandoli, e fa i telegiornali come film tivù. Il linguaggio povero è il vero linguaggio violento, perché è nella ricchezza del linguaggio che dimora la precisione, ed è nella precisione che ripara, e fiorisce, l’analisi, ed è nell’analisi che si nutre il discernimento, ed è il discernimento che è il padre sia della fantasia che della scelta. Fantasia e capacità di scegliere giocano assieme. Chi usa, oggi, intenzionalmente e non per necessità, un linguaggio povero? Chi cerca gli applausi, chi capitalizza il consenso? La nostra libertà non esiste più quando c’è qualcosa che non possiamo proprio dire, perché quello che non si può dire, spesso si finisce per non pensarlo più. Semplice, pulito. Se perdiamo la nostra capacità di immaginare, di fantasticare e anche di teorizzare un qualcosa di assurdo, un qualunque qualcosa che non esista al momento, un che di diverso da quello che ineluttabilmente è, che sia un suono, che sia un colore, che sia un diverso modo di vivere assieme, senza uccidere e senza sopraffare, ma anche senza ingannare, che cosa diventiamo? E gli intellettuali, quelli veri, gli scrittori, quelli veri, e gli artisti, quelli veri, in questo discorso che c’entrano? Ecco, appunto.

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Il primo censimento della popolazione italiana nel 1871 fissava al 74% il tasso di analfabetismo. Oggi, se sostituiamo il mero saper leggere e scrivere con un’idea più compiuta di cultura, quale capacità di orientarsi in un contesto, di comprenderne le logiche di riferimento e di incidere su di esse, troveremo che il quadro non è molto migliorato. Soprattutto, non potrà non risultare evidente, scorrendo i dati e facendosene non una ragione bensì un ragionamento, che probabilmente l’unità del Paese è poco più che una figura retorica, come retorico appare il riferimento ad una identità nazionale condivisa ed a un tessuto sociale omogeneo e coeso. I dati parlano chiaro: sia gli squilibri territoriali sulla direttrice Nord/Sud, sia le differenze tra le classi sociali sono rimasti sostanzialmente costanti ed anzi la situazione peggiora, se consideriamo che i più alti livelli di istruzione, quella scolastica e quella universitaria, per intendersi, che negli anni ’30 e ‘40 del Novecento traghettavano in capo a un decennio la metà dei laureati ad essere pienamente inseriti nella borghesia del Paese, pare abbiano perso la funzione di motore della mobilità sociale (è pur vero che, per altri e concorrenti ma non del tutto indipendenti versi, questo Paese vede negli ultimi anni assottigliarsi proprio quel terreno sociale di mezzo), mentre rimane rigida la trasmissione intergenerazionale delle disuguaglianze economiche.

scrivere 3Nel più ampio contesto internazionale, questo Paese non primeggia certo, anzi pare piuttosto malmesso in quasi tutte le statistiche e le classifiche riguardanti gli indicatori relativi ad istruzione, conoscenza, specializzazione, competenza, cultura. Così pure l’introduzione massiva delle nuove tecnologie e dei nuovi ambienti culturali virtuali, anziché tradursi in una rinvigorita consapevolezza e partecipazione, stanno conducendo, nel contesto, ad uno svilimento dei contenuti culturali, facendo ad esempio registrare tra i ragazzi un’impennata dell’uso degli smartphone ed un crollo delle abitudini di lettura o, ancora, peggio, orientando la stessa idea collettiva dell’inclusione culturale non più rispetto ai classici contenuti del sapere, bensì riguardo ai soli fenomeni di costume di una società dello spettacolo. Oggi in Italia, ad esempio, ancora più del 92% della popolazione guarda la TV, ma vede la Tv di oggi! Ed anche le notevoli opportunità offerte dalla Rete rischiano di tradursi, se non adeguatamente padroneggiate da soggetti culturalmente strutturati, in un fastidioso ed addirittura controproducente rumore di fondo, e in un terreno ove altri possano coltivare progetti monopolistici globali (come si sta delineando, ad esempio, la politica di Google riguardo al patrimonio bibliotecario globale). E che ne è dell’ingente patrimonio storico, artistico, archeologico, architettonico, documentario, naturale e paesaggistico italiano? Esso stesso è trattato come una eredità del passato o come “giacimento petrolifero” sedimentato nel tempo e non più alimentabile, da sfruttare, anche ai fini commerciali […] anziché come il risultato delle interazioni di cui siamo protagonisti nella contemporaneità. Come anticipato su queste stesse colonne tempo fa, propongo su questi temi la lettura di un altro libro di Giovanni Solimine, Senza sapere – Il costo dell’ignoranza in Italia, Editori Laterza, Bari, 2014.

scrivere 4L’autore, lo ricordo, è docente universitario, già Presidente dell’Associazione Italiana Biblioteche, e attualmente membro del Consiglio superiore per i beni culturali e paesaggistici. Su questi temi e non soltanto, il libro contiene più e più elementi d’analisi e, a quanto a me pare, così tanti suggerimenti di riflessione da renderlo, nel panorama attuale, un testo scomodo. Eh, già: potremmo anche tutto sommato rassegnarci a vivere la parabola discendente dell’essere una società di ignoranti, e diventare anche una società ignorante tout court, se non fosse che il deficit di cultura è esso stesso deficit di democrazia. I dati di base soggettivi di partenza sono negativi, se è vero che la classe dirigente del Paese ha addirittura livelli di istruzione largamente inadeguati: è basso il livello di istruzione di gran parte degli imprenditori italiani, la quota di laureati tra legislatori, dirigenti pubblici, amministratori e dirigenti di aziende, che in Paesi come Francia e Spagna si attesta attorno al 90%, in questo Paese era del 31% tra i dirigenti nati negli anni ’50, è scesa sotto il 20% per i nati negli anni ’60 ed oggi è addirittura poco più che il 15% tra i nati negli anni ’70. Ma il fatto cruciale è che l’elevatissimo livello di ignoranza funzionale tra la popolazione nazionale, la troppo bassa attitudine alla partecipazione alla vita culturale e sociale collettiva, costituiscono automaticamente un elettorato disinformato, un nucleo di cittadinanza inconsapevole e in ultima analisi ininfluente rispetto alle scelte che per essa, su di essa e, addirittura nel suo nome e per suo conto vengono operate. E le scelte politiche sulle quali una società ignorante perde quotidianamente capacità di incidere non sono soltanto quelle che, ad esempio, considerando non essenziali gli interventi pubblici nella cultura ne taglia sistematicamente le  risorse (e mai però le spese militari, perdonatemi la nota personale), ma attengono finanche alla visione stessa di una società e di una comunità, che ben potrebbe e dovrebbe essere orientata all’effettivo complessivo benessere dell’individuo, di ogni individuo, anziché esser regolata da meri meccanismi economici, anzi finanziari, anzi monetari, e d’una moneta neppure nazionale. E allora, ripeto la domanda: se l’ignoranza ha un costo, vogliamo domandarci chi paga? Chi ci guadagna?

Rocco Infantino

Il primo censimento della popolazione italiana nel 1871 fissava al 74% il tasso di analfabetismo. Oggi, se sostituiamo il mero saper leggere e scrivere con un’idea più compiuta di cultura, quale capacità di orientarsi in un contesto, di comprenderne le logiche di riferimento e di incidere su di esse, troveremo che il quadro non è molto migliorato. Soprattutto, non potrà non risultare evidente, scorrendo i dati e facendosene non una ragione bensì un ragionamento, che probabilmente l’unità del Paese è poco più che una figura retorica, come retorico appare il riferimento ad una identità nazionale condivisa ed a un tessuto sociale omogeneo e coeso. I dati parlano chiaro: sia gli squilibri territoriali sulla direttrice Nord/Sud, sia le differenze tra le classi sociali sono rimasti sostanzialmente costanti ed anzi la situazione peggiora, se consideriamo che i più alti livelli di istruzione, quella scolastica e quella universitaria, per intendersi, che negli anni ’30 e ‘40 del Novecento traghettavano in capo a un decennio la metà dei laureati ad essere pienamente inseriti nella borghesia del Paese, pare abbiano perso la funzione di motore della mobilità sociale (è pur vero che, per altri e concorrenti ma non del tutto indipendenti versi, questo Paese vede negli ultimi anni assottigliarsi proprio quel terreno sociale di mezzo), mentre rimane rigida la trasmissione intergenerazionale delle disuguaglianze economiche. (Solimine3) Nel più ampio contesto internazionale, questo Paese non primeggia certo, anzi pare piuttosto malmesso in quasi tutte le statistiche e le classifiche riguardanti gli indicatori relativi ad istruzione, conoscenza, specializzazione, competenza, cultura. Così pure l’introduzione massiva delle nuove tecnologie e dei nuovi ambienti culturali virtuali, anziché tradursi in una rinvigorita consapevolezza e partecipazione, stanno conducendo, nel contesto, ad uno svilimento dei contenuti culturali, facendo ad esempio registrare tra i ragazzi un’impennata dell’uso degli smartphone ed un crollo delle abitudini di lettura o, ancora, peggio, orientando la stessa idea collettiva dell’inclusione culturale non più rispetto ai classici contenuti del sapere, bensì riguardo ai soli fenomeni di costume di una società dello spettacolo. Oggi in Italia, ad esempio, ancora più del 92% della popolazione guarda la TV, ma vede la Tv di oggi! Ed anche le notevoli opportunità offerte dalla Rete rischiano di tradursi, se non adeguatamente padroneggiate da soggetti culturalmente strutturati, in un fastidioso ed addirittura controproducente rumore di fondo, e in un terreno ove altri possano coltivare progetti monopolistici globali (come si sta delineando, ad esempio, la politica di Google riguardo al patrimonio bibliotecario globale). E che ne è dell’ingente patrimonio storico, artistico, archeologico, architettonico, documentario, naturale e paesaggistico italiano? Esso stesso è trattato come una eredità del passato o come “giacimento petrolifero” sedimentato nel tempo e non più alimentabile, da sfruttare, anche ai fini commerciali […] anziché come il risultato delle interazioni di cui siamo protagonisti nella contemporaneità. Come anticipato su queste stesse colonne tempo fa, propongo su questi temi la lettura di un altro libro di Giovanni Solimine, Senza sapere – Il costo dell’ignoranza in Italia, Editori Laterza, Bari, 2014. (Solimine4) L’autore, lo ricordo, è docente universitario, già Presidente dell’Associazione Italiana Biblioteche, e attualmente membro del Consiglio superiore per i beni culturali e paesaggistici. Su questi temi e non soltanto, il libro contiene più e più elementi d’analisi e, a quanto a me pare, così tanti suggerimenti di riflessione da renderlo, nel panorama attuale, un testo scomodo. Eh, già: potremmo anche tutto sommato rassegnarci a vivere la parabola discendente dell’essere una società di ignoranti, e diventare anche una società ignorante tout court, se non fosse che il deficit di cultura è esso stesso deficit di democrazia. I dati di base soggettivi di partenza sono negativi, se è vero che la classe dirigente del Paese ha addirittura livelli di istruzione largamente inadeguati: è basso il livello di istruzione di gran parte degli imprenditori italiani, la quota di laureati tra legislatori, dirigenti pubblici, amministratori e dirigenti di aziende, che in Paesi come Francia e Spagna si attesta attorno al 90%, in questo Paese era del 31% tra i dirigenti nati negli anni ’50, è scesa sotto il 20% per i nati negli anni ’60 ed oggi è addirittura poco più che il 15% tra i nati negli anni ’70. Ma il fatto cruciale è che l’elevatissimo livello di ignoranza funzionale tra la popolazione nazionale, la troppo bassa attitudine alla partecipazione alla vita culturale e sociale collettiva, costituiscono automaticamente un elettorato disinformato, un nucleo di cittadinanza inconsapevole e in ultima analisi ininfluente rispetto alle scelte che per essa, su di essa e, addirittura nel suo nome e per suo conto vengono operate. E le scelte politiche sulle quali una società ignorante perde quotidianamente capacità di incidere non sono soltanto quelle che, ad esempio, considerando non essenziali gli interventi pubblici nella cultura ne taglia sistematicamente le  risorse (e mai però le spese militari, perdonatemi la nota personale), ma attengono finanche alla visione stessa di una società e di una comunità, che ben potrebbe e dovrebbe essere orientata all’effettivo complessivo benessere dell’individuo, di ogni individuo, anziché esser regolata da meri meccanismi economici, anzi finanziari, anzi monetari, e d’una moneta neppure nazionale. E allora, ripeto la domanda: se l’ignoranza ha un costo, vogliamo domandarci chi paga? Chi ci guadagna?

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Amy appariva rasserenata, accanto a quell’uomo molto avanti negli anni che cantava con lei. Qualche minuto dopo, la stessa voce di Tony Bennett, resa appena meno fluida dall’evidente turbamento, spiegava con rammarico che avrebbe voluto dirle: “Rallenta, rallenta, tu sei troppo importante. La vita ti insegna a vivere, se solo la vivi abbastanza a lungo”. editoriale amy1 Del film documentario di Asif Kapadia, Amy - The girl behind the name, uscito in contemporanea nelle sale italiane per tre giorni poco più che una settimana fa, non riesco a togliermi dalla mente queste parole. Come pure non riesco a togliermi dall’animo una frustrante sensazione di tristezza per la drammatica vicenda umana della cantante, della giovane donna, dell’artista, della ragazzina. Vederne raccontati i tratti privati, intimi, attingendo a materiali una volta non convenzionali come filmati amatoriali, fotografie e riprese private, registrazioni, rende più difficile non domandarsi: perché. Amy Winehouse era una ragazza di talento. Possedeva una voce straordinaria, un orecchio assoluto, come ripete lo stesso Bennett, e poi gusto compositivo, eleganza nello scrivere. Era lucida, nella sua arte, come pochi alla sua età. E come tanti alla sua età, invece, probabilmente aveva conosciuto la fragilità dei sentimenti di amicizia, la solubilità o forse la tossicità di certi legami famigliari, la vacuità di certe relazioni, la durezza e la sordità delle periferie delle società evolute, la falsità di una certa idea di successo. E tutta questa esperienza del vuoto ancora non spiega. Non spiega come la sua giovane voce da jazz pop singer, voce accostata a quelle di Ella Fitzgerald o di Billie Holiday dovesse piegare su versi senza speranza come quelli di alcune sue canzoni come Stronger than me, o Wake up alone, che sembra cominciare lì proprio dove terminava la ‘Round Midnight di Thelonius Monk – tra le più ascoltate, ma gli esempi sono troppi dippiù -, versi che vanno ben oltre le blue note del più sintattico jazz, e trasformano la malinconia esistenziale in vera disperazione. Perché? Perché ammazzarsi di alcol e di droga? Chi scrive non crede neanche alle idiozie del Club 27, per intendersi, uno dei tanti espedienti per sviare l’attenzione dalla vera questione. Qual è allora il bordo di questo vuoto? Il profilo di questa solitudine? Cosa può smuoverci da questa apparentemente totale assenza di prospettiva, di speranza? Pochi giorni dopo, leggo gli accenni stupendamente superficiali che rimbalzano sulla stampa sul saluto di Papa Francesco ai giovani del Centro culturale Padre Varela di La Habana, Cuba. editoriale amy2 Vado alla fonte, lo faccio ogni volta che posso, leggo le precise parole. Il saluto è breve, vi invito a leggerlo. Francesco parla di giovani che entrano a far parte della cultura dello scarto. Lui fa riferimento all’innesco più evidente di questo genocidio generazionale che è la mancanza di lavoro. Ok, Amy non era una senza lavoro, anzi, ma ha parimenti conosciuto le dipendenze e fors’anche il suicidio, accettato quantomeno, se non cercato; qualcos’altro ha funto da innesco, nel suo caso. E questo qualcosa a me è sembrato un vuoto di prospettive, una solitudine profonda. Francesco parla di una realtà che è radicata nel profondo dell’essere umano, di una sete di pienezza, di ciò che eleva lo spirito umano verso cose grandi come la verità, la bellezza, la giustizia e l’amore. Cosa rendeva così rapita e serena la giovane Amy mentre cantava col suo idolo, un uomo che aveva quasi il triplo dei suoi anni, un uomo non semplicemente di un’altra epoca, ma quasi di un altro mondo? Era solo la musica, era l’arte. Negli anni in cui i ponti dentro e tra le società e tra le generazioni sono saltati, rovinando con il mancato rispetto del patto sociale e del patto ambientale, l’arte costituisce ancora un linguaggio comune, forse il meno compromesso, forse il più prossimo alla verità e alla bellezza, del quale ancora disponiamo. editoriale amy3 Essa non è il fine ma è il percorso. Può ancora aiutarci a conoscere nel profondo noi stessi, e a riconoscere gli altri. Può toglierci dalla disperazione. Poi, certo, dobbiamo anche fare.

Rocco Infantino

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Non che me n’abbia strutto il tormento, l’uggia o il rovello, nelle roventi veglie delle notti agostane, inframmezzate ai dì di generosa pioggia. No. Tuttavia la domanda diretta e semplice di mia figlia, durante una normale conversazione d’inizio estate, rimaneva senza una precisa risposta. Io scrivo recensioni? D’istinto la risposta già c’era, in effetti, ed era no. Tuttavia, come spesso accade, c’è una differenza sostanziale tra rispondere ed argomentare. Grato una volta di più alla mia memoria emotiva, recuperavo un libriccino stampato nel 1990 per i tipi di Marcos y Marcos, dal titolo Leggere, recensire, dove sono raccolti quattro saggi brevi brevi di Virginia Woolf (“chi è Virginia Woolf?”!!) sulle letture, sullo scrivere lettere, sui libri e, in ultimo, sul recensire, appunto. scrivere 1 Sono poche paginette: durano due fermate o tre per chi legge nella metro, la metà di un mezzo toscano, il tempo di un goccio di stravecchio o appena il doppio della media di uno dei governi nazionali tra il ’70 e il ’77 (bei tempi), ma sono dense. La signora Virginia rammenta come la recensione sia attività relativamente giovane, nata assieme ai giornali, e rivolta, beninteso, verso opere di letteratura d’immaginazione (poesia, teatro, narrativa), giacché se si passa ad opere di politica, economia ed altro, il discorso si fa differente. Ciò basterebbe a costruirmi la mia risposta. Il saggio, però, prosegue nell’indicare con immediatezza e lucidità gli elementi primi del mestiere del recensore e le relazioni e le influenze naturali della di lui attività nei confronti degli altri soggetti interessati nel panorama librario. Passare al vaglio la letteratura contemporanea, fare pubblicità all’autore e informare il pubblico, queste sarebbero le tre parti delle quali si compone il profilo del recensore. Il lettore, certo, ma anche lo scrittore e l’editore sono i suoi interlocutori. E’ peraltro degno di nota il fatto che già nel ’39 la signora Woolf osservasse come le recensioni diventassero obiettivamente tante, troppe, sì da neutralizzarsi tra di loro, e come rischiassero talvolta di sollecitare più la vanagloria che l’autocritica degli autori stessi. Chiarito che non si stesse parlando, invero, di critica letteraria, che è altro, l’autrice suggerisce allora che l’utile ruolo del recensore potesse ancora essere quello di alimentare un dialogo continuo con gli autori, partendo dal “perché mi piace o non mi piace questo libro”. E’ questa narrazione dialogante, parallela alla letteratura stessa, che farebbe bene, se bene intendo io anche, alla produzione letteraria e, quindi, al lettore. Ciò tutto mi piace, mi incuriosisce. scrivere 2 Ma per tornare alla domanda di mia figlia: no, non scrivo recensioni. Io scrivo, in queste modestissime righe, e rispettosissime delle altrui maggiori competenze e degli altrui punti di vista, di quello che vedo nel mondo dei libri e del leggere. Di come si tenta di indirizzare, gestire, esaltare, sacrificare o sopprimere gusti, esigenze, necessità e tendenze, di dare o togliere possibilità di approfondimento, di come il semplice mutare degli strumenti alle volte nasconda il mutare dei contenuti. Mi piace scrivere pensierini su biblioteche e statistiche sulla lettura e l’istruzione, sullo scrivere come esercizio di libertà e sul conservare documentata memoria come presupposto per esser critici. Mi interessa molto scoprire, e riferire con la spontaneità del neofita, come il libro e il potere spesso ingaggino battaglie e mi piace, per come so, studiarle, queste battaglie. Da che parte sto? No, non scrivo recensioni, quasi direi che faccio politica. Leggetelo, Leggere, recensire, a me è piaciuto perché …

Rocco Infantino

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È stato allora, quando il Principe dei cantautori italiani, chiamato fuori per la terza volta dalla platea della Cavea in piedi e festante, ha ricominciato a cantare con contentezza evidente, e la band con lui a musicare, in una serata in cui gli arrangiamenti freschi, gli spunti inusitati, personali, diretti, emotivi e liberi s’incaricavano di mandare allegramente in pezzi la composizione autorevolmente autorale della sua tradizione, è stato allora che tra i giochi delle luci sul palco di fronte alla calda sera romana coccolata tra le architetture morbide dei volumi di Renzo Piano, e le luci di segnalazione di un aereo basso e lento nel cielo che verosimilmente s’accomodava per l'atterraggio, è stato allora che mi è tornato alla mente lo Chagall che avevo ammirato settimane prima al Chiostro del Bramante, ed è stato quello il momento in cui credo d'aver compreso qualcosa di entrambi. Tele di Marc Chagall ne avevo ammirate per la prima volta da ragazzo a Parigi, al Beaubourg, altra splendida creatura di Renzo Piano, tranquillamente rivolta verso il quartiere di Les Halles. Semplicemente mi avevano già allora incantato l’intensità intima dei colori, il tratto bambinesco, la composizione da compito di disegno di quel che vedevo, che pareva volesse metter vicine diverse figurine care all’artista, racchiudendole in un orizzonte onirico, romantica come sono romantici soltanto i discorsi dei matti. Questi innamorati, queste donnine vestite col vestito buono, e questi viandanti che volano, e poi i fiori, i fiori... Ora, qui, al Chiostro del Bramante a Roma, in una esposizione intitolata Love and Life, dal 16 marzo ed ancora fino al 26 luglio 2015, avevo ritrovato il suo tratto e i suoi colori, e con essi l'immediatezza della narrazione. Chagall l'ebreo, Chagall il russo, Chagall lo sposo innamorato della sua Bella Rosenfeld, con lui ritratta, come sempre sospesa nell'aria. L'allestimento presenta poche tele, e però documenta efficacemente lo Chagall illustratore della Bibbia, l’illustratore delle fiabe di La Fontaine, l’illustratore delle Anime morte di Nikolaj Gogol’, facendoci quasi toccare con mano la passione che prese l'artista per le tecniche dell'acquaforte e della litografia. In tutte queste illustrazioni il tema e la cifra emotiva dominanti rimangono la gioia per le cose del mondo, ricondotto ai termini primi dei costumi – della povertà? – rurali, del paesaggio russo a lui tanto caro, della natura, e dei riti della tradizione ebraica.image1 Quanto a me, mi son ritrovato a tornare sui miei passi fino ad una delle prime tele in esposizione, quella superba Sopra Vicebsk, gouache e matita colorata su cartone, davanti alla quale credevo finalmente d’avere intuito. Il viandante che sta a mezz’aria sulle strade innevate del paese è, certamente, un richiamo al mito leggenda dell’ebreo errante, e però, in buona compagnia con le spose dei militari o dei contadini, o delle caprette, o di altri animali da cortile, o degli amanti, è simbolo della levità, della gioia, che non s’ha modo più efficace – e tenero, mi si passi – di tradurre in immagine che quello di renderla vittoriosa sulla gravità. Questi esseri son sospesi in aria perché sono felici, sul punto anche il didascalico commento alle opere in mostra mi dava poi ragione. C'è un colore anche per il dolore, per la nostalgia ed anche certamente per l'assenza, e per la mancanza, ma lo stare al mondo ed il farne esperienza, senza farsi per questo schiacciare al suolo, non certo senza dare peso alle cose, anzi considerandole, tutto questo vince la gravità.  Così, come nel gioco allestito in una saletta della mostra, dove con dei magneti si ritrovano sospesi alle pareti, e variamente componibili dal visitatore, l'animale da cortile, e i fiori, e il preferito agnello, e il torrione, la sposa, il viandante, i simboli stessi dello Chagall conosciutissimo pittore, così come i versi già perfetti,image2 oggi disarticolati in baldanzosi contrasti ritmici e metrici delle canzoni di Francesco de Gregori, pur toccando – come non si potrebbe? – anche le più dure asperità del mondo, così si può vincere la gravità suonando e dipingendo non in battere, ma in levare. E il non disambiguare, ancora una volta, a chi scrive è grato.

Rocco Infantino

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Erano da pochi minuti passate le nove di sera, un tramonto insistito faceva coraggio a un buio bambino attorno al palco e lungo le linee morbide dei volumi soprastanti la cavea dell’Auditorium, l'aria era ancora calda, un aereo lentamente tagliava lo spicchio di cielo, Francesco saliva sul palco dopo i suoi orchestrali e intonava Lettera da un cosmodromo messicano. Ricordo d'aver letto in un sito non ufficiale a lui dedicato che pare la consideri, questa canzone, una canzone fantascientifica e che la fantascienza - oh, questo si sa - sia a sua volta da considerarsi una scienza che si occupa soprattutto del passato. Partiva così un concerto molto particolare di Francesco de Gregori, il 15 luglio 2015 al Parco della Musica a Roma, che sarebbe durato due ore e più e lo avrebbe richiamato più volte sul palco, dopo che una simmetrica citazione messicana, Sotto le stelle del Messico a trapanàr, per sua stessa annotazione, avrebbe dovuto concludere lo spettacolo. A fare il punto esatto sul futuro si è quindi riusciti partendo da un inventario minimo del passato, con una serie di titoli che arrivavano fino a Niente da capire o a Rimmel, che lambivano confini anche problematici della sua produzione, come Finestre rotte, che si spingevano però anche testardamente nella moderna contemporanea frammentazione dissoluzione di ogni possibile orizzonte condiviso, con La testa nel secchio, con Il panorama di Betlemme. A descrivere il paesaggio di delicate esperienze individuali o di dure prospettive collettive, l'uomo che ama e la società che ammazza e che tradisce, è però un Principe vivo, visibilmente contento di trovarsi lì, sensibilmente in armonia, pacata, matura armonia con il suo pubblico, che offre riletture molto suggestive di ogni sua canzone. Serata particolare dal tono personale, se può dirsi così, dove Francesco chiama sul palco Luigi Grechi, proprio quel fratello, bibliotecario come il padre, che da ragazzo lo aveva spinto verso un diverso destino, verso la musica, ad una distanza di sicurezza appena percepibile dalla letteratura e dalla poesia. Lo chiama per intonare con lui Il bandito e il campione, compuntamente presentandolo solo come l'autore della canzone, prima, e poi la bellissima quanto scarna, essenziale e anarchica Senza regole. De Gregori si sente come l'ospite ad una festa e vorrebbe presentare tutti a tutti: così trova il modo di sottolineare la “splendida voce” della corista nonché violinista Elena Cirillo; così evoca il bassista arrangiatore, compagno di mille avventure musicali, Guido Guglielminetti,degregori 2 “l'uomo che tutto il mondo ci invidia”. De Gregori ha ancora il modo di chiamare sul palco Ambrogio Sparagna, il musicologo fisarmonicista, che ballerà lungo tutto il palco per diversi brani. E dopo il set di pezzi che terminerebbe esattamente a un'ora e mezza dall'inizio del concerto, si aprono i ripetuti bis, lui e la band vengono richiamati fuori più volte, mentre il pubblico delle prime file è in piedi a ridosso del palco e l luci della cavea sono tutte accese, perché tanto non si è più in grado di capire chi stia cantando con chi. Ma, tanto, non c'è niente da capire. Francesco de Gregori nella notte romana, e questo prendetelo a piacimento come un appunto di colore o una ruvida nota politica, lo sento cantare finalmente liberato dalle architetture pure coinvolgenti della sua poetica, liberato dal ruolo nel quale per decenni, forse suo malgrado, molti l'hanno relegato. È, de Gregori, sospeso a mezz'aria con la sua chitarra e la sua voce, come il Viandante di Vicebsk, come l'innamorato di tante tele di Chagall. Sceglie di continuare a cantare il bello ed il brutto del mondo, scandagliando lo come lui sa fare, per una volta non in battere, ma in levare.

Rocco Infantino

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