logo2017

 

LOGO B 2 1

Rocco Infantino

Giornalista pubblicista, batterista sconveniente.

Leggo. Mi incuriosisce la fisica quantistica. Mi piace il jazz. Scrivo in privato, uso il Garamond. Credo nella sezione aurea, nell’entanglement, nel dualismo onda particella. Preferisco i film francesi, i cibi semplici, le persone semplici, i problemi semplici.

Il mio orario del cuore sono le cinque e venti. Detesto usare Domodossola nel gioco “Nomi, cose, città” e vivrei volentieri a Londra, Parigi e Roma, come la maggior parte delle vallette degli illusionisti. Fin da ragazzo ho l’età che descrive J. L. Borges in Limites. Se non svolgessi un lavoro in ambito giuridico legale, probabilmente avrei voluto essere quello che fischia nella canzone Lovely head dei Goldfrapp.

E’ di qualche settimana fa la notizia che il governo argentino avrebbe cancellato il divieto vigente da circa quattro anni di importazione di libri stampati all’estero. Il divieto caducato, a suo tempo, era stato presentato come una misura di carattere ambientale, perché pareva che i libri stampati all’estero contenessero una quantità eccessiva di piombo, nociva per i lettori. Un paio di mesi addietro, invece, sulla pagina di European Digital Rights (EDRi)  si poteva leggere un articolo dal titolo: Did Agcom censor an article about Agcom censorship? EDRi è una rete di organizzazioni che si occupano di diritti civili e diritti umani attive in diversi Paesi europei, con l’obiettivo di sostenere le libertà fondamentali nell’ecosistema digitale. L’articolo, rimbalzato anche sulla stampa italiana, poneva neanche tanto interrogativamente la questione se fosse che Agcom avesse censurato un articolo sulla censura di Agcom, articolo sulla libertà d’espressione e sul diritto d’autore in uscita sul bollettino di un Ufficio Comunitario ed eliminato su richiesta dell’Agcom. Agcom è l'Autorità indipendente per le garanzie nelle comunicazioni. Vertigine? Ok, in rete si può approfondire. Qui tralascio. Il punto: un governo vietava l’importazione di libri perché facevano male alla salute e qualcuno, con il compito, tra l’altro, di garantirla, pareva cavillare sulla libertà di stampa in materia di libertà di stampa. Che cos’è la censura? Quali origini ha, quali tecniche? Quali dichiarate o inconfessate, retoriche o improbabili che appaiano sono le sue motivazioni? E’ censura solo bruciare i libri o vietarne la stampa, o magari la diffusione? E’ censura addomesticarne il contenuto, o valutarne soltanto inappropriati la lingua o il linguaggio? E’ nobile, condivisibile o al meno comprensibile ingerirsi nelle scelte culturali individuali? Mario Infelise, Ordinario all’Università Ca’ Foscari di Venezia, esperto di storia del libro e autore di molti studi sulla produzione e sulla circolazione libraria, affrontava la faccenda in un saggio agile e ricco di spunti, I libri proibiti, pubblicato per Laterza nel 1999 e poi nel 2013 con una edizione aggiornata.

infelise1Il passaggio dal manoscritto, poco diffuso e poco controllabile, alle edizioni a stampa, che si aprivano invece in maniera palese ad un mercato di lettori incomparabilmente più ampio, destò subito una attenzione particolare, nelle Corti continentali e presso la Chiesa romana. Il potere, insomma, fu subito curioso e preoccupato di poter sfruttare tale fenomeno per assecondare, irrobustire e veicolare idee gradite e scoraggiarne, isolarne o ridurre al silenzio delle altre. Sul piano delle metodologie, non per gettare la croce addosso alla Chiesa (il gioco di parole rivendica il suo spazio), fu proprio questa istituzione a mettere a punto quello che ben presto si rivelò «un apparato di controllo … che servì da modello per qualsiasi organizzazione di controllo poliziesco del pensiero del futuro». Ma prima del governo dell’argentina Kirchner, preoccupata per il piombo, prima del venire ad esistenza della miriade di autoreferenziali agenzie indipendenti, preoccupate di tutto a fasi alterne, quali motivazioni spingevano al controllo della diffusione dei libri? Ce n’è, sembra di capire, un’intera risma: dalla repressione delle eresie alla difesa della purezza della lingua, dalla pretesa necessità di “coltivare” correttamente gli intellettuali a quella di proteggere i lettori culturalmente deboli (quanti non conoscessero il latino e le donne, a priori) da contenuti ritenuti per loro destabilizzanti. E, si badi, già allora, persino un semplice devoto pugliese, tale Odo Quarto, portato dinanzi all’Inquisizione a motivo delle sue letture, non dovette spremersi molto per dire: «Se bene gli uomini leggono … non per questo subito si crede quel che si legge». Fa riflettere, poi, il fatto che - è il caso del mandato dei censori nella Spagna del ‘500 - dovessero, tra le altre, esser proibite non solo le opere apocrife, superstiziose o condannate, ma perfino «le cose vane e inutili». Nella metropolitana di Madrid, insomma, o in fila alle poste o nella sala d’attesa del dentista, nel 1500 non soltanto non si poteva leggere Lutero, ma nemmeno, chessò, una Littizzetto, un Vespa, un Volo. Altro tema rilevante è quello della modificazione, dell’addomesticamento, del travisamento talvolta radicali dei testi sottoposti ad espurgazione. Questi, seppur formalmente sopravvivono, sfortunati figli di due padri, l’autore originario ed il correttore, vedono ai ridetti fini stravolti geografie, cronologie, personaggi, senso e significato originari. La questione centrale, tra quelle poste dall’autore, che a chi scrive appare degna di nota, tuttavia è un’altra: soprattutto nel corso dell’età moderna, in Europa tra il XVI e il XVIII secolo, quando il sistema di controllo sulla produzione, la circolazione e l’uso del libro conobbe la sua parabola, esso sistema fu inteso come un naturale complemento di una società ben organizzata. Fenomeni repressivi, limitativi in questo campo delle facoltà o delle libertà personali, non sono letti come un più o meno diffuso stato patologico, ma come elementi stessi della fisiologia della realtà sociale.

infelise2Oggi è così? Proseguendo nella lettura del saggio, si potranno passare in rassegna sia le alterne fortune degli indici dei libri proibiti, sia gli effetti che le varie restrizioni ebbero sul pensiero scientifico, sulla cultura politica ed anche sulla cultura popolare; si potrà ripartire dalle origini del concetto di tolleranza e vedere come, all’età dei Lumi, s’atteggiasse la libertà di stampa. Tanto, non senza passare in rassegna i fenomeni, da sempre conosciuti, del mercato clandestino, dei permessi taciti o delle false date o delle contraffazioni di genere vario, tutti giocatori dell’eterna partita strapaesana tra le squadre del “fatta la legge” e del “trovato l’inganno”. Queste, solo alcune tra le direttrici che prende il discorso di Infelise, al cui incipit consegnava, riferito da Tacito, il fatto che al tempo di Tiberio, tal Cremuzio Cordo fosse stato accusato di un novum ac tunc auditum crimen, per aver pubblicato scritti, prontamente poi dati alle fiamme, in cui s’esprimeva il rimpianto verso le antiche virtù repubblicane. Oggi vien quasi da pensare, con il grande Massimo Bucchi, che sul punto non è già più come non è mai stato.

 

 

 

 

 

 

 

Rocco Infantino

e-max.it: your social media marketing partner

Provi qualcosa di simile, se sai cosa intendo, quando ti vedi servire una cassata siciliana destrutturata. Osservi nel piatto la ricotta di pecora, il pan di Spagna lucente di bagna, i canditi, legati magari da un andirivieni ricamato di ghiaccia reale, e attraversi così un dolce momento di smarrimento. Siamo al 26 di gennaio 2016 al teatro Piccolo Principe di Potenza, secondo appuntamento della rassegna “Jazz & entertainment” e sul palco il Valerio Pontrandolfo Quartet. Pontrandolfo, lucano, sax tenore, presenta il suo primo album dal titolo Are you Sirius? Con lui, per la serata, Michele Di Martino al pianoforte, Dario Deidda al basso e la partecipazione particolare di Roberto Gatto alla batteria. gatto1Inutile riportare i profili di questi musicisti, no? Magari proprio soltanto di Pontrandolfo si dirà che, nato a Potenza nel 1975, vive e studia a Bologna con Piero Odorici e Carlo Atti prima, e con Barry Harris, Steve Grossman e George Coleman poi, entrando a far parte, dal 2005 fino al 2012, del gruppo Two Tenors Quintet di Steve Grossman stesso. Stoà Teatro, Tumbao school e Circolo culturale "Gocce d'autore” tentano di riproporre, con un non trascurabile sforzo organizzativo, per metterla così, l’esperienza dei decenni passati, quando, lo si dice per i più giovani o i meno informati, Potenza con il suo pubblico competente è stata per un discreto periodo una piazza non di second’ordine per il jazz. L’album contiene, tra gli altri, quattro brani originali di Pontrandolfo: Twenty, Touched, Tongue Out e Are You Sirius?, oltre che tre standard - You, Make Believe, Recado Bossa Nova - tirati fuori dal Great American Songbook. Così, davanti a un pubblico nutrito, per continuare con metafore in tema, soddisfatto come un gruppo di invitati a un matrimonio d’antàn, l’esibizione inizia proprio con Twenty, sulle cui note d’abbrivio del sax si posa la brina, è evidente, di una genuina emozione e va poi via svelta e serve, imbanditi sul momento, questi ed altri brani, in un fitto colloquio ritmico tra la batteria ed il pianoforte, che per tutta la serata se ne staranno composti agli opposti dell’asse maggiore di quello che pare percepirsi come un ellissoide sonoro, ai capitavola, insomma, mentre Deidda a tratti visibilmente si diverte tra scale, anzi gradinate cromatiche e sfumature melodiche talvolta quasi quasi di suggestione napoletana, e Pontrandolfo s’impegna e in alcuni momenti generosamente s’intigna, ad affermare il potere del sassofono con le sue note gravi. gatto2Roberto Gatto, la special guest, dal canto suo, affronta l’intera serata come un compitissimo travet del ritmo, come un maître di sala dalle tante cerimonie alle spalle, facendosi apprezzare proprio perché non dice «Io sono Roberto Gatto» ad ogni colpo di bacchetta, e però non manca di omaggiare l’ascoltatore attento di una deliziosa lezione di comping e di feathering, onorando l’appuntamento di ogni sedicesimo e arricchendo l’accompagnamento con un dialogo continuo tra mano sinistra e cassa. L’assaggio di jazz della serata conosce i suoi cucchiai più dolci con i brani più slow, con le atmosfere esotiche di Recado Bossa Nova, e ancor più con una bella esecuzione di Delilah di Clifford Brown. Lì Roberto Gatto, posate le bacchette, costruisce suggestivi aloni timbrici con i mallets ed anche, in Delilah, battendo con l’impugnatura sul cerchio del rullante, piacevoli legnosità. Lì Pontrandolfo ben si dispone a trovare sonorità più interiori e  morbide, finalmente meno preoccupato del resto. 

Rocco Infantino

e-max.it: your social media marketing partner

 Quando esistevano i giornali, mi piaceva tanto leggere i fatti. E trovavo di conforto, quasi alla stessa epoca, si direbbe, quello che si vedeva scritto in quel coltellino svizzero multiuso delle idee che sono i frammenti di Parmenide. L’essere è e non può non essere, il non essere non è e non può essere, si afferma, cito a memoria, in un punto. Oggi non si potrebbe dire. classico1 I fatti. Qualche giorno fa è stata, in sostanza, chiusa la redazione Basilicata del Quotidiano del Sud, un giornale diffuso in Calabria, Campania e Basilicata, appunto. Giornalisti e poligrafici messi in cassa integrazione a zero ore. Azzerata una delle poche fonti di informazione locale, regionale. Una voce in meno a coprire il territorio. Non intendo sermoneggiare sulla libertà d’informazione: mi mancano titolo, capacità e voglia. Provo a dire qualcosa di diverso, e cioè che c’è di peggio, a ben vedere, che chiudere un giornale: peggio è non chiuderlo. Una volta che hai mandato a casa i cronisti locali che bene o male conoscono e riportano i fatti locali, dovresti chiudere quelle pagine. Bianco, pubblicità di mastici per dentiere, necrologi a morire, fai tu. Ma devi chiudere. Non puoi spacciare per informazione locale quella che informazione non è. Come nulla fosse, invece, dopo di ciò, l’edizione Basilicata del quotidiano continua ad essere diffusa. Chi la scrive? Con quali fonti? Con quale attendibilità? Con quale professionalità? I fatti - il mio mantra preferito - i fatti! Il giorno dopo, sulla prima pagina dell’edizione Basilicata del Quotidiano del sud, dominava in taglio medio, ingabbiata con tanto di fotografia, una notizia sul museo del fischietto di Rutigliano. Non mi turba il fischietto, se ne ascoltano tanti, di falsi intellettuali, ma il Rutigliano, che come subito rileva un bravo giornalista radiofonico potenzese, risulta essere, ancor oggi, Comune in Terra di Bari. Il giorno appresso ancora, su quella stessa pagina, il pezzo d’apertura titola Shell, la società presenta nuove istanze per ricerca di idrocarburi in Basilicata. L’articolo è di millequattrocento battute in tutto, poco più di trenta parole sono il redazionale, il resto, malamente virgolettato, è evidente che sia il sapiente comunicato stampa della società interessata. Così si ritiene di fare informazione? E di farla su un tema come il petrolio su un territorio come la Basilicata? Sappiamo che le metodologie per le stime dei costi dell’attività petrolifera comprendono anche la valutazione della docilità delle popolazioni interessate. E la disinformazione calmiera il livello d’allarme sociale, favorisce la docilità. E’ giornalismo? Più in generale, decidere di trattare con tale approssimazione un territorio, e ripeto, parlarne comunque, anziché più decentemente tacere, significa minare quotidianamente l’identità di quel territorio. Sarà un caso? Per ora registriamo soltanto che paiono finiti i bei tempi quando nel blocco sovietico, ad esempio e tanto per onorare la nostra collocazione geopolitica nella tripartizione del mondo in Oceania, Eurasia ed Estasia, le radiotelevisioni, non potendo diffondere notizie sgradite al regime, mandavano concerti di musica sinfonica. classico2 Oggi l’informazione non muore nel silenzio. Il silenzio pare risultare per sé stesso eversivo. La risacca dell’informazione regala sempre più spesso relitti di propaganda. Tra i fatti positivi di questi giorni, annoto invece la notte bianca dei licei classici, in calendario il 15 gennaio. Scuole aperte fino a mezzanotte: letture di Dante, dei classici latini e dei classici greci, concerti, proiezioni, mostre, lezioni. Io l’ho vissuta nel mio liceo di antica appartenenza, incontrandovi miei vecchi compagni di scuola, tutti accompagnandovi i nostri figli, nuovi studenti. Oggi c’è chi considera l’istruzione come un inutile fastidio, anzi un ostacolo verso la formazione di cittadini meno strutturati, attenti e consapevoli. Con il falso obiettivo di avvicinare più presto i giovani al mondo del lavoro (avvicinarceli, mica farceli entrare), li si vorrebbe scoraggiare dall’approfondire gli studi. E gli studi classici, con la loro forte carica identitaria ed il potente contributo alla formazione dello spirito critico, sono per taluni il nemico da abbattere.classico3 Mi accorgo tuttavia che anche parlando d’altro finisco quasi per convergere sui fatti di apertura. Identità territoriale e identità storica. E sì che Parmenide me lo diceva: Indifferente è per me da quale parte incomincio, infatti ritornerò lì di nuovo. Vorrei anche fare gli auguri a Wikipedia per i suoi primi quindici anni, e su di essa spero di poter tornare.

Rocco Infantino

e-max.it: your social media marketing partner

In una recente conversazione con un’amica affiora, per me, il ricordo di un libro. Un libro particolare e lontano. Ero poco più che ragazzo, lo lessi, mi incantò. Non trovandone altre copie, allora, lo fotocopiai per intero. Volevo regalarlo, così feci. Da allora, per tanti anni, periodicamente mi mettevo alla ricerca di una nuova copia, ricerca vana. Librai, mercatini, indagini sistematiche in ogni città in cui andavo, il primo motivo per entrare in libreria, l’ultimo per sbirciare tra gli espositori nelle edicole in ogni stazione ferroviaria. Perfino una lettera accorata all’editore. La sua assenza, la sua totale indisponibilità mi ha tenuto molto compagnia. Mille volte, acquistando dell’altro, leggendo dell’altro, celebravo la mia lettura impedita. Finanche, lo citai, e citai il fatto che me ne aveva separato, in un mio libro, un romanzetto giovanile pubblicato e credo, sparito anch’esso - e meno male, in questo caso. Parlo di tanto tempo fa. Feci rilegare le zoo2fotocopie ritagliandole nel formato simile all’originale, curai che avesse una copertina rosso corallo come ricordavo che fosse l’originale. E’ ancora lì, tra i volumi che intanto sono cresciuti di numero, una fotocopia tra i miei libri. Oggi, peraltro, credo, sarebbe fuori legge. Zoo, o lettere non d’amore, il titolo, un romanzo breve, sotto forma epistolare, di uno dei padri del formalismo russo, Viktor Borisovič Šklovskij. zoo1 A seguito di quella conversazione, oggi mi metto di nuovo, una volta ancora, alla sua ricerca. Questa volta posso usare anche internet, consultare direttamente un numero infinito di banche dati, raggiungere un qualunque anche privato venditore che si sia affacciato sulla rete. Ieri sera ne ho trovata una manciata di copie. Vecchie, di seconda mano, per lo più, ristampe in nuove collane, altre edite più di recente da editori diversi da quello che me l’aveva fatto leggere allora. Una sola, una, ha quella copertina rossa. Sono stato un tempo infinito sul punto di comprarlo. Poterlo sfogliare com’era, toccarne la copertina e rivivere le esatte sensazioni tattili dei miei diciassette anni. Vedere brillare nella perfetta testura, lucidità, grammatura e tinta della carta quelle parole che per tanto tempo non hanno smesso di parlarmi. E però sapere che, certamente, verosimilmente, non era quella, non è quella, la mia copia. Nella prefazione dell’autore, a pagina sette, si legge «Per un romanzo in lettere è necessaria una motivazione … La motivazione solita è: l’amore e gli amanti separati … introdussi la proibizione di scrivere sull’amore».  Oggi parlo in queste mie modestissime righe delle cose che mi piace scoprire sui libri, su tutti i libri. Sono grato a chi me ne dà occasione. Nei prossimi appuntamenti di questo nuovo anno mi piacerebbe ancora parlare dei libri che compaiono e che scompaiono nella rete e nel mondo reale. Della censura e dei grandi rastrellatori, del macero, degli invenduti, di come si costruisce una memoria digitale, del rinnovato ideale di una enorme biblioteca universale più grande di quelle di Pergamo e Alessandria. Chessò, andare da quello che accade oggi su, a ritroso, fino alle origini. E le stamperie, e il mercato della carta, e gli inchiostri? E le leggi sull’editoria, gli autori tradizionali e i blog di narratori? E poi di altro ancora, su questo mondo. Di tutto, ma non dell’amore per i libri. Questo no. Il libro no, Zoo no, non l’ho comprato. Ce l’ho.

Rocco Infantino

e-max.it: your social media marketing partner

Al cinquantottesimo minuto, in un silenzio sabbioso, soffia le prime quattro note, soltanto le prime quattro, interrompe la frase. La riprende dopo una lunga, lunga pausa, e completa, toccandone tutti gli angoli e anche gli spigoli, il tema de In a sentimental mood di Duke Ellington. In quella pausa ha dato consistenza di suono al silenzio, reso il peso delle frasi che prima di esser vibrate dalle labbra verso il cannello di ottone debbono trovare il proprio intimo significato, confermato le regole del bop che sono l’architettura stessa dell’anarchia jazzistica. Poche battute, giusto fino a quel is like a flame that lights the gloom, per chi se la passa nella mente nella sua forma canzone, fa qualche passo indietro, dietro la consumata sagoma dell’Hammond, lasciando che questi a sua volta prenda la fiaccola dell’improvvisazione e con la sua irregolare fiammella se ne vada, in un moto di note separate, insistite e scomposte, illuminando di momento in momento, ora archi, ora pezzi di contrafforti di una struttura musicale resa come un labirinto tridimensionale e impossibile, come una tavola di Escher. In questo incedere verso l’intimo e verso l’ignoto, il tocco rado e lieve delle spazzole sui piatti, immerso nel pulviscolo in cui si riducono gli armonici negli infinitesimi tintinnii dei rivetti è l’unico segno della batteria, la stessa che prima, altrove si direbbe, s’era già fatta più volte rutilante, roboante, polemica, turbolenta, estuosa, e qui soltanto scandisce il tempo che rimane per attraversare, al ritorno, questo wormhole, varcare lo stargate e ritrovarsi da questa parte. Più di un minuto ancora ci vuole perché soccorra una nota lunga, perché si possa tornare in sé stessi e tra gli altri, distinguere il palco, dove ancora suonano, il teatro, il mondo come pretendiamo di conoscerlo. amato1Domenica 20 dicembre 2015, teatro Piccolo Principe, il Giovanni Amato Organic Trio avviava la seconda stagione di Jazz & Entertainment, organizzata da Stoà Teatro, Tumbao School e circolo "Gocce d'autore", in collaborazione con il Comune di Potenza. Giovanni Amato, compositore, arrangiatore, concertista di lungo corso e dalle infinite collaborazioni, alla tromba. Antonio “Caps” Capasso, pianista ed organista, direttore e arrangiatore, all’organo Hammond. Luigi Del Prete, giovane e già esperto e premiato musicista, alla batteria. Questo, l’equipaggio che in un’ora e venti di spettacolo, spettacolo per pochi ma buoni, come dice lo stesso Amato superando con lo sguardo la luce dei riflettori sul proscenio, con le note spezzate, le frasi sofferte, arbitrarie e vertiginose, ha condotto un pubblico attento e rapito, tra standards e altri brani, oltre le porte del bebop.

Rocco Infantino

e-max.it: your social media marketing partner

Siamo franchi. Sono lì che non so da dove cominciare. Nella testa mulinellano tante cose. Provo a non pensare che è l’ultimo numero dell’anno, che questa finta e reiterata ultimatività carica sempre di responsabilità maggiori, per lo più immotivate. Si sa che dopo, di solito, in questa sperimentata porzioncina dello spaziotempo, sempre viene un primo gennaio successivo, col pomeriggio al cinema a vedere il film che capita. I pensieri della fine dell’anno sono parenti di quelli sulla fine del mondo. Sarà un segno? Esattamente tre anni fa, il 21 dicembre del 2012 per il calendario gregoriano, molti se l’aspettavano, la fine del mondo, o qualcosa di molto simile e comunque di portata planetaria, secondo più o meno accreditate letture della fine di uno dei cicli del calendario Maya. maya1 Peccato, invero, che ci fossimo concentrati su quello e non invece su profezie più spicce e più recenti, che però hanno avuto il cattivo gusto di avverarsi, come la fine del lavoro, teorizzata negli ultimi decenni da molti studiosi, tra i quali per tutti cito Jeremy Rifkin. Altri, specie a ridosso della fine del millennio oggi passato da tre lustri esatti - meglio informati? peggio? -, teorizzavano la fine delle nazioni e pure la fine delle democrazie sovrane. Tant’è. Dunque sto lì, un filo teso perché già molto in ritardo, che voglio dimenticarmi del mondo intero, non voglio scrivere del mondo intero, ma di una piccola cosa. Una libreria al civico 37 della via Domenico Ridola nella città di Matera. Espongo, in breve. La libreria fa parte della storia contemporanea della città, è un riferimento, come dovrebbero essere le librerie, per il fermento culturale locale. Occupa locali in affitto. Matera diventa Capitale europea per la cultura per il 2019. Crescono i prezzi, crescono gli affitti. Maggiori spese, necessità di maggiori entrate. Verosimilmente quei locali sono destinati ad ospitare attività molto più redditizie, non importa di che tipo. Il libraio stesso riconosce che «oggi vengono consumate certamente più pizzette che libri». maya2 Effetto: la libreria dovrà a breve trovare un altro posto. Verrà forse soppiantata da chissacché. Ancora il libraio, compostamente, come ho modo di leggere sulla stampa locale, azzarda: «rimanere in questo posto sarebbe anche un baluardo per non cedere completamente la zona alle sole attività di smercio immediato perché un quartiere è fatto anche da fruttivendoli, cartolerie, librerie che fanno parte della vita cittadina quotidiana». Il fruttivendolo, la libreria, la cartoleria. Per quel che m'è parso di capire, l'affermarsi del progetto culturale di Matera 2019 stava proprio in questo: un'idea di città aperta, ospite di una cultura diffusa, residente, quotidiana. Semplice, essenziale, autentica. Una cultura sedimentata nella storia delle persone e del territorio, e proprio per questo convincente e anche accogliente, inclusiva. Una idea culturale che non si faccia episodio, che non sia posticcia, che non diventi un’insegna luminosa, che non partorisca, al solito e soltanto, per usare un’espressione orripilante, un evento. Una città, Matera, che non è figlia di adatte inquadrature tra facciate di cartone con le scritte Sheriff e Saloon, una città dove ci si vive davvero, e consapevolmente, e non ci si gira uno spaghetti western, non è un teatro di posa. E’ altro. E invece, pare, la città diventa capitale della cultura e alla fine questo comporta che una libreria che sta in una delle vie del centro debba spostarsi più in là. Quante considerazioni, no? Contraddizioni? Tuttavia il mondo intero pare fatto così: si buttano bombe su intere città perché qualcuno non spari nei bar; per superare la crisi i soldi li si danno alle banche, anziché andare lì a prenderseli. Perfino, si pende dalle labbra del Papa quando lui parla di un sindaco che si imbuca alle gite, ma quando fa una terribile enciclica – Lettera Enciclica Laudato si’ Sulla cura della casa comune, leggetela, per favore – pure sul Papa cala un silenzio doppio, il buio più buio. Sono lì, insomma, nel momento in cui comunque finisce che uno si dà da solo del brontolone, dell’esagerato. E lì, da Facebook lasciato incautamente aperto, sul profilo di un amico, compare la notizia. La notiziona. L’immancabile veglione televisivo di capodanno su RaiUno si fa da Matera, si sa, si sa già, un palco enorme, fuori scala, pare, campeggia già quindici giorni prima tra le storiche mura di una delle più belle piazze della città, città bellissima - e sotto? gli ipogei? tutto bene? -. Un fiume di danaro e l’imperterrito trenino, squarciagolando sempre Pe pe pe pe pe pe … Zazueira … Sebastiana … Fio maravilha nos gostamos de voçê ... tetetetetetete! … La notiziona. Lo presenterà Claudio Lippi. Sarà un segno?

Rocco Infantino

e-max.it: your social media marketing partner

Chi avesse prestato ascolto a quel desiderio di ritornare agli archetipi, a quella particolare nostalgia delle origini che immancabilmente si prova almeno una volta, per un particolare fatto della vita, un affetto, o anche solo inciampando in un dettaglio minuscolo, saprebbe di cosa parlo. Chi, fra questi, amante di libri, intendesse per una volta assecondarlo, non dovrebbe sottrarsi al piacere di leggere questo: Alessandro Marzo Magno, L’alba dei libri - Quando Venezia ha fatto leggere il mondo, Garzanti.

magno1Si varca la soglia di una bottega del XVI secolo, è così che viene accolto il lettore alle prime pagine, e ci si ritrova nel mondo nel quale il libro moderno, così come oggi lo conosciamo, è nato, e con esso la stessa libreria che ci ospita. Altrove, su queste stesse colonne, parlando della prima edizione a stampa in arabo del Corano, facevo un velato accenno alla fonte secondaria, dove avevo seguito gli inizi della meravigliosa arte della tipografia; la fonte è questa. In questo libro, tuttavia, si trova anche tutto il resto. Vi è tracciato molto bene il passaggio dai volumi scritti a mano a quelli impressi a stampa, con tutta la teoria di tecniche e di incognite che fermentano intorno agli elementi primi: i costi elevatissimi della carta, gli inchiostri, la specializzazione necessaria per la realizzazione dei punzoni; e poi i cuoi e le legature, i torchi, e la nascita di nuovi mestieri. Qui ho incontrato finalmente il signor Claude Garamond, che nel 1540 diventerà il fornitore di caratteri (che io tanto prediligo)  per quasi tutte le tipografie europee. Qui si assiste alla nascita del corsivo, soluzione tecnica raffinatissima, perché ad una elegante somiglianza con la scrittura a mano unisce una più che opportuna riduzione degli spazi tipografici nella composizione della pagina. Qui, la riduzione dei grandi volumi dalle pregiatissime opere in folio, che correvano dalla Bibbia alla Hypnerotomachia Poliphili, considerato da più parti il più bel libro mai stampato, fino alla riproduzione dei classici in ottavo, i libelli portatiles, che per dimensione sono effettivamente i primi tascabili della storia dell’editoria. E proprio con i portatiles si viene introducendo una filosofia del leggere per il solo piacere del leggere, per svago e non solo per studio, o per dir messa, o altro, in qualunque luogo. E’ tutto qui, descritto dalla penna lieve e pertinente assieme di Alessandro Marzo Magno, saggista poliedrico e attento, ospitato in una Venezia capitale di una porzione essenziale di mondo, diviso, anzi integrato, tra Oriente ed Occidente e lambito dallo sciacquìo del Mediterraneo.

magno2Il racconto, accompagnato da un corredo di note discreto, è ricchissimo di dettagli, di temi e di prospettive: dall’introduzione della punteggiatura moderna nelle opere all’affinamento delle tecniche commerciali della produzione, della distribuzione libraria e della vendita; approfondirne ciascuno porta lontano in diverse direzioni. Si trova traccia della prima stampa del Talmud, dei primi volumi di geografia, le origini dell’editoria musicale e il primo libro di ricette, e la cosmesi, e la pornografia e la medicina, e ancora, perché no, il primo bollettino di borsa e il primo periodico a stampa della storia, la prima Gazzetta, buona per le nuove, già, le news di oggi. Su tutto campeggia la presenza essenziale di Aldo Manuzio: La pittura ha Raffaello, la scultura Michelangelo, l’architettura Brunelleschi, la stampa Aldo Manuzio, dice l’Autore, che rappresenta un punto di svolta della storia. E difatti è questo il signore che oltre a quanto detto riesce a far vendere, a quel tempo, centomila copie, centomila, agli inizi del Cinquecento, delle opere del Petrarca, autore all’epoca morto e sepolto da un secolo e mezzo. Il primo best seller della storia, senza nemmeno una comparsata promozionale tra i salottini della mezza sera in televisione.   

Rocco Infantino

e-max.it: your social media marketing partner

editoriale citt1

Se si guarda dall’alto, seguendo un tratto del suo bordo che digrada verso il fiume, ma comunque nel perimetro prossimo del suo abitato, si può distinguere il profilo irregolare di una macchia nera. Ed è così, credo, che la si interiorizzi, questa città. Un grumo di inespresso attorno al quale s’addensa, o si forma, la sua moderna identità. Io vivo a Potenza. Potenza, Basilicata, Italia. La macchia nera è materiale ferroso, fattore della produzione di una acciaieria del Nord che qui ha un suo stabilimento. Questo coagulo, col suo essere latamente insalubre – esteticamente? sanitariamente? – secondo la gradazione propria di chi abbia derubricato il bisogno di bellezza e ridotto la stessa salute a costo, o peggio a mera burocrazia delle carte in ordine, accettato, tollerato o voluto, sta comunque lì a definire chi siamo. «Si deve dunque convenire che il bromuro prevale sull’inchiostro in tutti i casi in cui la presenza stessa delle cose visibili basti a sé stessa, parli da sola», così si esprimeva il poeta Paul Valéry, delegato dell’Académie française, in un  discorso tenuto alla Sorbona il 7 gennaio 1939 sul centenario della fotografia, quando questa tecnica ancora giovane portava in dote una certa oggettività per forza di cose nuova, per chi utilizzasse un qualunque altro tipo di linguaggio, quello pittorico, quello letterario, nella comunicazione e nelle relazioni. Mi sbaglierò, ma talvolta penso che dobbiamo tornare a imparare a guardare bene le cose per quelle che sono. A vederle. Spesso abbiamo un problema di sguardo e di postura. Preferiamo farcele raccontare, le cose, chinati sul flusso continuo di materiale predigerito dei notiziari, e commentari, che rigurgita finanche dai nostri telefonini, e per ciò stesso sostituiamo pezzi di realtà con pezzi di pseudorealtà nel nostro pensare. Curvi su altrui descrizioni e resoconti, rinunciamo a star dritti, ben su con la schiena, e a fissare con il nostro sguardo, un potente settanta millimetri che non crea aberrazioni nell’immagine, quello che ci sta davanti. La città va guardata. La nostra città, qualunque città. Le case, le fabbriche, le strade. Occorre mettere attenzione a quello che si vede: agli elementi dell’arte dura dell’architettura che del paesaggio urbano sono gli elementi costitutivi; alle strutture materiali che concretano e assecondano le funzioni; agli elementi dinamici di ciò che accade, nella vita delle persone e in una collettività, in questa dimensione. Del resto – sarà azzardato? – architettura e comunità che la forma e poi ne fa dimora, la pietra e la persona, in un continuo evolvere l’una nell’altra, sono soltanto due stati differenti di aggregazione della materia. Noi diamo forma alla città e la città ci forma. Questo travaso continuo è spesso travaso di bellezza. Ma non funziona soltanto con la bellezza. Questo dar forma e prender forma funziona anche con la bruttura. Con l’armonia, quando c’è. Funziona anche, io credo, con la brutalità, con la violenza. Poi magari le persone lungo la vita si spostano, e portano con sé la bellezza e la violenza. «Non c’è nascita che il bambino di qualche giorno non sia condotto davanti l’obiettivo», continuava Valéry in quell’occasione, «tra qualche decina di anni, l’uomo che egli sarà diventato potrà stupirsi … davanti all’immagine di questa creatura di cui ha esaurito il futuro». Fotografiamo, guardiamo. Ci aiuterà a riflettere, ci aiuterà a capire.

Rocco Infantino

e-max.it: your social media marketing partner

Ficcanasando con solita fortuna tra i volumi disseminati in casa, precipito, irretito, in una delle innumerabili belle storie sui libri custodite nei libri. Il bandolo lo trovo stavolta in uno dei Nuovi Annali della Scuola speciale per archivisti e bibliotecari della Sapienza Università di Roma - anno XXVII, 2013: è un articolo di Angela Nuovo, oggi docente presso il Dipartimento di studi umanistici dell’Università di Udine, dal titolo La scoperta del Corano arabo, ventisei anni dopo: un riesame.

nuovocorano1Questo non è un film, io non sono Christopher Nolan, tenterò quindi di essere ordinato. Esiste un libro del quale nel corso dei secoli in tanti riferiscono ma che nessuno studioso era riuscito a vedere, la cui tiratura andò integralmente perduta poco dopo la sua pubblicazione. Si trattava della prima edizione a stampa in lingua araba del Corano, nell’anno 1538 o nel 1539, curata da tale Alessandro Paganini. Alcuni testimoni di quegli anni scrivevano persino che tutti gli esemplari realizzati sarebbero stati dati al rogo, fatto senza altri riscontri.  Qualcuno, nel tempo, cominciò a dubitare della sua stessa esistenza. Unico esemplare, esso comparve sotto gli occhi increduli di Angela Nuovo, allora bibliotecaria, che ne aveva intuita la presenza, il 2 luglio 1987 presso la biblioteca dei Frati Minori di San Michele in Isola, a Venezia, facendosi mostrare un volume correttamente catalogato dal padre bibliotecario del convento come Alcoranus Arabicus sine notis. Era un’edizione integralmente araba: non poteva essere destinata agli studiosi del tempo, orientalisti europei, perché essi potevano servirsi soltanto di edizioni poliglotte, studiando come erano soliti fare le lingue con il metodo comparativo, né ad altri in Europa, perché mancavano all’epoca grammatiche e lessici per quella lingua. A chi poteva essere destinato? Tra i musulmani in Oriente, vuoi per l’influenza delle corporazioni degli scrivani e dei calligrafi, vuoi per motivi più rigorosamente religiosi (inconcepibile pulire i caratteri di piombo per la stampa con gli indispensabili pennelli di setole di maiale), per tanto tempo ancora questo libro non avrebbe potuto trovare dimora. Nell’articolo, con il dovuto rigore scientifico ma con semplicità, la Nuovo dà conto di tutte le questioni aperte da detto ritrovamento. Su tutte: il testo era pieno di errori. Impensabile quindi che si trattasse di un prodotto finito e pronto per un ambiente religioso nel quale, all’epoca,  un solo errore nello scrivere, ed anche la stessa stampa del Corano potevano comportare la condanna a morte del responsabile. Una semplice prova di stampa? Le duecentotrentadue carte che ospitavano tutte le centoquattordici sure, e quella numero due, la Sura della mucca, con tutti i suoi duecentoottantasei versetti che inopinatamente veniva riprodotta due volte, erano impresse sulla pregiatissima carta di Toscolano: non poteva essere una bozza. E quindi ancora: come, dove, perché era sparita l’intera tiratura di questa particolarissima opera, della quale nel continente d’origine non si trovò e non si trova traccia? nuovocorano2Ventisei anni dopo quel caldo pomeriggio di luglio in cui era avvenuto il ritrovamento, al termine di altre ricerche che videro l’Autrice portare alla luce i legami tra Paganino de Paganini, l’editore, e  tale Giovanni Bartolomeo Gabiano il quale, forte di primarie relazioni oltre confini, guidava una fiorente società mercantile transnazionale, la Nuovo ha finalmente elementi per proporre un riesame della affascinante storia.

 

 

 

nuovocorano3Di questi fatti e della sovrapposta vicenda relativa al ritrovamento del volume, a mia volta seguo le tracce, narrativamente impreziosite, in un capitolo di un altro libro, sul quale indugio ancora con un velo, che parla della meravigliosa storia, tutta veneziana, degli inizi dell’arte tipografica, e sul quale mi fermerò prossimamente su queste colonne, per l’ipotetico lettore.

Rocco Infantino

e-max.it: your social media marketing partner

Davvero qualcuno immagina che ad attentare alla nostra democrazia possano arrivare omoni olivastri e nerovestiti a fare incetta di teste nelle nostre città? O che noi si allatti un suo nemico interno, un militar padano, un archeo-anarco-fascio-stalinista, o un qualche mafioso che proprio non abbia fiuto o gana per gli affari facili di questi tempi e voglia invece perder tempo a far poltiglia della popolazione? Se così fosse, gli F-35 che li compriamo a fare? Non saranno poco manovrieri, per una lotta condotta di casa in casa? E’ di questi giorni la notizia che lo scrittore Erri De Luca, imputato per un’ipotesi di reato di istigazione a delinquere, sia stato assolto dal Tribunale di Torino, perché il fatto non sussiste. Il De Luca, leggo il decreto di rinvio a giudizio Proc. n.7698/14 R.G. G.I.P., avrebbe pubblicamente istigato a commettere più delitti e contravvenzioni ai danni di una privata ditta, la L.T.F. S.a.s. e del cantiere TAV LTF in località Maddalena di Chiomonte (TO). In un’intervista aveva detto: “La TAV va sabotata”. Seguiva argomentazione. Sul verbo sabotare s’erano messe a fuoco più intelligenze: sarà lecito, non sarà lecito? Non il sabotare, si badi, ma l’uso della parola sabotare. Non parlo della vicenda giudiziaria, qui mi interessano lo scrittore, la scrittura e la parola.  Leggiamo: editoriale cuoreFine specifico della neolingua […] [era anche quello] di rendere impossibile ogni altra forma di pensiero [perché] ogni pensiero eretico […] sarebbe stato letteralmente impossibile almeno per quanto riguarda quelle forme speculative che dipendono dalle parole. Ancora: Ciò era garantito […] dall’eliminazione di parole indesiderate e dalla soppressione di significati eterodossi. Per esempio: esisteva ancora la parola libero, ma era lecito impiegarla solo in affermazioni del tipo ”Questo cane è libero da pulci”. Ora leggiamo: In ogni caso e comunque, il vocabolario della politica democratica non contempla il termine “sabotaggio” come strumento persuasivo legittimo. “In ogni caso e comunque”. Le prime espressioni le trovate nell’appendice I principi della neolingua al romanzo 1984 di G. Orwell (se davvero non lo conoscete, non c’è bisogno che lo compriate: andate in libreria, prendetelo e scorretene in piedi soltanto l’appendice, quindi riponetelo). L’ultima frase si può leggere nell’atto di denuncia/querela reso in Torino il giorno 11 settembre 2013 dal legale rappresentante della società sopracitata e indirizzato alla locale Procura della Repubblica. Sarà lo strato di napoletanità che superficialmente li accomuna, per altri e concorrenti versi mi viene alla mente un altro intellettuale: Totò. Potrei fare altri esempi, certo, ma per intenderci Totò a mio avviso può ben esser preso come un intellettuale sciolto e addirittura rivoluzionario a motivo del suo uso spregiudicato, impavido anzi temerario ed eretico della lingua. Totò faceva a pezzi le parole e interi ettari di luoghi comuni, ne ammazzava l’uso domestico o addomesticato, stracciava il più liso e frusto tessuto espressivo dell’esprimersi convenzionale e così provocava la risata. E la risata, in quei casi, altro non era che il cavallo di Troia che serviva a spalancare le porte all’assurdo. A che serve l’assurdo nella quotidianità? Serve a dire: un altro modo è possibile, un altro mondo è possibile. Migliore, peggiore, non so, voglio vedere. Chi usi un linguaggio, un qualunque linguaggio, sempre misurato, ortodosso, già familiare e talvolta untuoso e dall’apparenza immancabilmente rispettoso e però molto, molto limitato, banale, spesso è solo un normalizzatore. Preciso: qui nessuno intende istigare nessuno a istigare qualcuno a commettere reati, è chiaro. Qui si parla di parole. E allora. Il contrario di libertà è servitù, è schiavitù, non è affatto sicurezza. Men che meno lavoro o salute. Controllate su un dizionario dei sinonimi e dei contrari, basta una Garzantina, date retta: a compulsare i libri non si muore sempre come ne Il nome della rosa. Una realtà povera, anche solo descrittivamente sfocata e disadorna, diventa immediatamente un mondo senza alternative. Funzionali a questa libertà invalida sono le canzonette del cuoreamore e i gorgheggiatori senza costrutto, i libri delle centocinquanta sfumature del broccolo, la tivù che fa i film dai fatti dei telegiornali, aggiustandoli, e fa i telegiornali come film tivù. Il linguaggio povero è il vero linguaggio violento, perché è nella ricchezza del linguaggio che dimora la precisione, ed è nella precisione che ripara, e fiorisce, l’analisi, ed è nell’analisi che si nutre il discernimento, ed è il discernimento che è il padre sia della fantasia che della scelta. Fantasia e capacità di scegliere giocano assieme. Chi usa, oggi, intenzionalmente e non per necessità, un linguaggio povero? Chi cerca gli applausi, chi capitalizza il consenso? La nostra libertà non esiste più quando c’è qualcosa che non possiamo proprio dire, perché quello che non si può dire, spesso si finisce per non pensarlo più. Semplice, pulito. Se perdiamo la nostra capacità di immaginare, di fantasticare e anche di teorizzare un qualcosa di assurdo, un qualunque qualcosa che non esista al momento, un che di diverso da quello che ineluttabilmente è, che sia un suono, che sia un colore, che sia un diverso modo di vivere assieme, senza uccidere e senza sopraffare, ma anche senza ingannare, che cosa diventiamo? E gli intellettuali, quelli veri, gli scrittori, quelli veri, e gli artisti, quelli veri, in questo discorso che c’entrano? Ecco, appunto.

e-max.it: your social media marketing partner

Iscriviti alla Newsletter di Gocce D'Autore