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Rocco Infantino

Giornalista pubblicista, batterista sconveniente.

Leggo. Mi incuriosisce la fisica quantistica. Mi piace il jazz. Scrivo in privato, uso il Garamond. Credo nella sezione aurea, nell’entanglement, nel dualismo onda particella. Preferisco i film francesi, i cibi semplici, le persone semplici, i problemi semplici.

Il mio orario del cuore sono le cinque e venti. Detesto usare Domodossola nel gioco “Nomi, cose, città” e vivrei volentieri a Londra, Parigi e Roma, come la maggior parte delle vallette degli illusionisti. Fin da ragazzo ho l’età che descrive J. L. Borges in Limites. Se non svolgessi un lavoro in ambito giuridico legale, probabilmente avrei voluto essere quello che fischia nella canzone Lovely head dei Goldfrapp.

moretti

Mi torna alla mente la storiella di quel tale che diceva: «Bravo chi ha inventato la ruota; ma se non c’erano quelli che inventavano le altre tre, col cavolo che le producevano, le automobili!». Ho letto giorni fa Dario Moretti, Il lavoro editoriale, Laterza, 1999/2005. Sotto le cento pagine, bibliografia compresa che suggerisco di leggere senza soluzione di continuità con il testo, dico subito che non è una lettura impegnativa. Anzi, come si direbbe di certe lager, è di pronta beva (e se non fosse appunto per la nota bibliografica, risulterebbe un po’ corto sul finale). Il volume ha il pregio immediato di indurci una riflessione semplice ma non banale: per molti aspetti il libro è una cosa, un oggetto, un prodotto al pari di altri. Prima d’esser letto, torna o dovrebbe tornare piacevole alla vista, al tatto, all’olfatto persino. Anche l’atto dell’acquisto spesso porta con sé uno specifico rituale – ricordo che io pure consideravo con repulsione l’idea di acquistare libri nei supermercati, sebbene le copie di un medesimo libro siano, in effetti, identiche lì o nella più ricercata libreria. Il libro è dunque una merce, e non cambia questa sua natura il fatto che esso sia veicolo d’idee. Proprio come le altre merci, dunque, e con le dovute eccezioni (ad esempio i prodotti dell’editoria scientifica), esso deve la gran parte della sua fortuna al fatto che esista, per esso, una domanda, dei compratori. In un mondo in cui tutto è consumo, poi, si scopre che il libro non è più neanche il solo veicolo delle idee. Ricorda correttamente Moretti che anche le altre merci, oggi, si fanno considerare o vengono percepite come veicolo di idee: un certo abito, un tipo di automobile, tanto altro. Al pari di altri prodotti, il libro supererà dei test per risultare il più vendibile possibile, al pari di altri prodotti risponderà, in buona misura, a standard verificati per incontrare il maggior favore del pubblico. In ciò, l’autore dell’opera diventa soltanto uno dei vari fattori della produzione della merce libro. Accanto a lui si trovano, spesso con dignità, ambita, reale o percepita, quasi pari, il traduttore, l’agente letterario, l’editor. In casi particolari, quale ad esempio la realizzazione di una enciclopedia, la notevole mole di impegno di organizzazione e di coordinamento delle tante parti dell’opera, rispetto alla quale nel suo complesso, l’apporto delle singole firme sulle singole voci è sicuramente parzialissimo, non del tutto a torto è l’editore medesimo a sentirsi, in certo senso, “autore”. Il produttore, la casa editrice, a sua volta e negli altri casi, è comunque il centro di imputazione di tante professionalità, di tanti mestieri, diversi dei quali oggi per lo più esternalizzati – ma questo, magari, seppure Moretti lo accenni, è un altro discorso ancora; del resto, il suo volume, edito nel 1999 e riedito nel 2005, segna proprio con le date un importante periodo di passaggio tra gli strumenti tradizionali di produzione e stampa in epoca contemporanea e quelle con le quali si fa più ampio ricorso alle nuove tecnologie. Come si fabbrica a tavolino un best seller? Qual è l’incidenza della pubblicità sul successo di un prodotto editoriale? Come si articolano le scelte dell’imprenditore editore? Quale differenza c’è e quali effetti porta anche tra il pubblico, tra il produrre migliaia di titoli, ciascuno di essi capace di una tiratura limitata, o pochissimi titoli invece, stampati in un numero di copie esorbitante? Questa industria è talvolta finanche capace di mutare la prospettiva, se non la natura, dell’autore. Moretti riporta sul punto una illuminante frase che Daniel Pennac, ne La prosivendola, uno dei primi volumi della saga di Benjamin Malausséne - che anch’io ricordo di aver seguito, partendo decenni addietro, attraverso tutti gli appuntamenti, quasi sempre con le lacrime agli occhi per il ridere -, fa dire alla regina Zabo, perfida ma esperta editrice, capo incontrastato delle Edizioni del Taglione, per definire i nuovi scrittori, assetati di fama e di successo: «Non scrivono per scrivere, ma per aver scritto». Perché leggerlo? Il lavoro editoriale è uno spunto per qualche buona domanda e noi, si sa, stiamo sempre lì a rovistare, cercando il senso di qualcosa.

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Cultua Un venerdì nei pressi delle isole Lofoten 1Sul finire della primavera di alcuni anni fa, tra le pagine di Come il jazz può cambiarti la vita di quel raffinato trombettista di Wynton Marsalis, mi fermo a lungo sulla seguente frase: «Il processo dello swing - una coordinazione costante all’interno di una mutazione costante - raffigura la vita moderna in una società libera». Il concetto di coordinazione costante all’interno di una mutazione costante, in me che in quel periodo cercavo soltanto di dare un contesto ai miei maldestri tentativi di fare dello swing con un gruppo di amici, deflagrò come una piccola cosmogonia, principiando da lì e per molto tempo a muovere in me una nuova visione delle relazioni tra le persone, o addirittura tra l’io e il mondo, per buttarla giù così. Anni dopo, ancora del tutto casualmente, mi trovo a leggere un libro di un altro notevole musicista: Francesco D’Errico, Fuor di metafora - Sette osservazioni sull’improvvisazione musicale, Napoli, Editoriale Scientifica, 2015. Francesco D’Errico, pianista, concertista e compositore, conosciutissimo nel panorama musicale, è anche docente di pianoforte jazz e armonia presso il Conservatorio “G.Martucci” di Salerno, collabora con il conservatorio di Napoli ed è infine, non accessoriamente, filosofo. D’Errico è venuto a Potenza, ospite dell’Associazione culturale Gocce d’Autore, l’11 marzo scorso, a presentare il suo libro, in una serie di iniziative in diversi momenti della giornata. Il libro parla dunque dell’improvvisazione musicale, dipanandosi lungo sette capitoli contenenti altrettante osservazioni sul tema. Tra le tre accezioni canoniche del fenomeno medesimo e del termine che lo esprime, nell’uso comune e non soltanto nell’ambito musicale, identificate nella meraviglia, nell’attività frettolosa e poco affidabile posta in essere quando si manchi di un che di esperienza o di conoscenza, e nella capacità di risolvere problemi attraverso soluzioni non codificate, la prima osservazione, negletto il secondo, si incentra sul primo e sul terzo connotato del fenomeno. Proprio il problem solving, trattando d’improvvisazione come di un archetipo del processo creativo, mutuabile ed esportabile in ambiti diversi dell’agire umano, è stato il tema del primo appuntamento della giornata, rivolto in modo particolare agli studenti dell’IPSEOA, tenutosi presso il Museo Archeologico Provinciale “Lacava” di Potenza. La seconda osservazione affronta le esperienze sensoriali del corpo come deposito e come soggetto, del movimento divenuto sperimentazione consolidata, esercizio, e la modalità con la quale s’affronta la paura, che sia timore rivolto verso un pericolo concreto ed attuale che attinga magari anche la propria incolumità o anche soltanto verso una propria esibizione artistica: immobilismo? fuga? I concetti di tradizione orale e di tradizione scritta, specificamente riferiti alla letteratura musicale ed alla teorica contrapposizione delle due fonti, nonché il catalogo dei materiali delle pratiche musicali, quali le altezze, i timbri, le attese, le durate, le dinamiche, le fraseologie tipiche e ricorrenti di determinate correnti e quanto ancora, su differenti piani, si ponga come strumento per la fabbricazione musicale del momento dell’improvvisazione, sono oggetto della terza e della quinta osservazione. La sesta osservazione muove tre passi nel mondo dell’economia e del management, in quello del teatro e specificamente della commedia dell’arte, in quello della pittura e tanto pratica, sull’abbrivio, per chiarire intanto quanto possa essere limitante considerare l’improvvisazione quale processo che segua un semplice sviluppo lineare, anziché contare su plurimi apporti di contesto. Nel secondo appuntamento nella intensa giornata dedicata, questa volta in un pubblico incontro mirato proprio alla discussione sui contenuti del libro, D’Errico finisce per confessare come l’osservazione a lui più cara sia l’ultima, la settima, che ha come oggetto le visioni del mondo. Attrezzi, corredo e bagaglio diventano allora gli elementi offerti si dalle neuroscienze, ma soprattutto la filosofia pura, con gli sperimentati canoni della dialettica hegeliana da un canto, e dell’esperienza della, o, meglio, delle molteplicità dalle qualità rizomatiche proprie del pensiero di Gilles Deleuze, il cui sfociare in una apparente non-relazione del pensiero aperto può ancora offrirsi come paradigma ideale al fenomeno dell’improvvisazione. L’approdo diventa, in questo caso, sia il bisogno d’integrazione, sia anche l’accoglienza del paradosso. E’ ancora nel luogo protetto della mia lettura privata che invece io incontro le pagine che fatalmente finiscono per attrarmi più delle altre, quelle cui è rivolta la quarta osservazione, dedicata, nei dichiarati intenti, alle relazioni tra improvvisazione su struttura e improvvisazione libera. D’Errico ricorda che in un oggetto sonoro la struttura si declina in circolarità, flusso temporale misurato e norme condivise. L’esperienza dell’improvvisazione viene proposta come una volta a volta diversa visione delle cose, sia metodologica che emotiva, attraverso uno sviluppo temporale circolare, anzi ad anello. Così lo sguardo del corridore su pista, rivolto sempre a nuovi elementi del paesaggio circostante, nell’esempio che l’autore propone, parallelo del giro armonico presidiato da un flusso regolare di tempo nella musica praticata. Qui mi fermo ancora un momento, nel leggere, perché avverto interiormente come questa visione richiami l’idea della coordinazione costante incontrata anni prima e di cui ho riferito, ma ancora mi sfugge l’elemento che denunci o liberi la costante mutazione. L’osservazione di D’Errico tuttavia incalza, ricordando come l’insieme ordinato delle norme abbia come punto di origine, anzi come generatore costante oltre che necessario proprio il caos. Mi viene allora alla mente come Ilya Prigogine, ne Le leggi del caos, con una frase che è quasi poesia diceva: «l’universo è meno simmetrico di quanto le equazioni di base lascerebbero prevedere». La mia piccola cosmologia interiore viene quindi già attinta dalle leggi del caos. Debbo andare oltre. In questa densa quarta osservazione l’Autore cita anche il musicologo Stefano Zenni, riportando un passo di quel I segreti del jazz – Una guida all’ascolto, libro magico per gli appassionati, che era stato oggetto di una mia precedente altrettanto vorace, sebbene incompetente lettura.

Cultua Un venerdì nei pressi delle isole Lofoten 2Zenni, ora lo ricordo, dedicava a propria volta un intero capitolo in quel libro all’improvvisazione. Il titolo del capitolo era Descent into the Maelstrom: viaggio nell’improvvisazione. Perché quel titolo? Bello ma strano, me lo domando soltanto adesso, ora che mi pare di avvicinarmi al punto. Che sia un riferimento a un racconto di E. A. Poe, o anche soltanto al fenomeno causato dalla marea lungo la costa atlantica della Norvegia, che l’ha ispirato, il punto è che si tratta di un gorgo. Di una spirale. E in effetti il moto circolare del tempo, nelle battute di un brano proprio come nelle ore di una giornata, come nel mio stesso intemperante terzinare di allora quale assai improbabile batterista, segue si un ciclo, ma lungo una traiettoria si immagina costante e s’immagina tesa tra il passato e il futuro, tra un prima e un dopo, tra la prima e l’ultima nota suonata di un brano, almeno nell’esperienza comune. Così tutto improvvisamente mi pare guadagnare maggiore senso, la musica stessa mi appare più compostamente comporsi con l’esistere, o quest’ultimo con essa, non so dire, ora che credo di aver chiara la mia personale, forse fallace, idea di coordinazione costante all’interno di una mutazione costante. Del libro, un testo ricco viepiù se lo si prende a propria volta come l’esposizione del tema dal quale partire per proprie personali improvvisazioni speculative interiori - ma non si sa quanto ricorsive in quanti altri sé -, è corredo tra l’altro un’altrettanto affascinante postfazione di Mauro Maldonato, psichiatra e professore di Psicopatologia generale presso l’Università della Basilicata, dove leggo finalmente che improvvisare è un atto di profonda interiorità. Maldonato, partendo dall’assunto che «il pensiero cronologico è ordinato nel tempo, mentre il pensiero corporeo è simultaneo», mostra come «l’urgenza performativa di gesti, voci e suoni, sebbene declinata in un medesimo orizzonte, rende irriducibile la differenza del tempo individuale. Del resto,» continua e conclude sul punto «se i tempi individuali coincidessero, i musicisti condividerebbero la stessa vita».

Cultua Un venerdì nei pressi delle isole Lofoten 3Per rimanere nella cifra cosmologica, niente ci garantisce, se non l’universo stesso per come lo conosciamo nella nostra limitata quantità di tempo, e cioè niente ancora una volta, che le spirali sulle quali s’avvitano le orbite dei corpi celesti, conservino le medesime relazioni conosciute tra loro. Ciò non ci sgomenta, se consideriamo per un momento che, tolto il tempo, tutto quello che è è soltanto un momento, un improvviso, istantaneo e inaspettato, appunto. E come tale, non può risultare incoerente. Tanto mi dico, per chiudere i miei conti privati con Marsalis. Della giornata intera, generosamente dedicata dal filosofo e dal didatta alla declinazione plurale del tema dell’improvvisazione, è stata naturale conclusione un concerto del pianista Francesco D’Errico, accompagnato da Marco De Tilla al contrabbasso, Olindo Linguerri alla batteria e Alberto De Michele alla chitarra, nei locali del Circolo Gocce d’Autore a Potenza.

Rocco Infantino 

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pericle 1Mi metto nei panni di un povero diavolo, con la radio accesa mentre tiene l’orecchio al primo gloglottio della mòca, o con la tv dai lampi esaltati nella cucina appena appena abitabile. Mi metto nei suoi panni mentre dà le spalle al bancone affollato del bar e sfoglia uno di quei sette o otto giornali di quei due o tre editori padroni, quei fogli già spannocchiati da tanti, che sembrano dirti “solo adesso lo sai?” anziché darti notizie. Sono ancora nei suoi panni al momento in cui dal finestrino rigato di pioggia dell’utilitaria immobile nella coda, con la mente ai fatti propri, guardi montare lungo i marciapiedi, dove ci sono, i pannelli per la pubblicità elettorale. Si vota? Possibile? E per cosa? Mio cognato / cugino / il mio vicino / la maestra di mio figlio non mi ha ancora avvicinato, fatto una telefonata, la solita. Si, fra un mese si vota. Non ne fanno parola radio, giornali e tv, ma si vota. Può darsi che vada come le altre volte, quando hanno dovuto eliminare il ministero dell’agricoltura e ci hanno messo quello delle politiche agricole, o togliere il finanziamento pubblico ai partiti e si sono inventati il rimborso elettorale. Ma si vota. Il referendum c’è, magari pure promosso controvoglia e a cose fatte anche da alcuni che al ricorso intensivo e sostanzialmente senza regole praticate, alle risorse fossili hanno finora dato una mano. Il 17 aprile si vota e il dibattito pubblico sui mezzi di informazione di massa che non siano nicchie nella rete sta, come al solito, su altro. Su altro. Che cos’è diventata, sotto i nostri occhi, questa democrazia italiana, dove l’aggettivo si mangia il sostantivo, ce lo dice pure, secondo l’esperienza comune, questa residente voglia di non pensare, questo domandare persino alla musica, al cinema, alla letteratura, alla comicità, di intrattenerci e basta. E certo loro generoso rispondere. Distrarci. Le schiere di intellettuali che pareva dovessero, loro almeno, tenere il punto, sono evidentemente altrove, l’abbiamo detto altre volte. Chi lo fa il punto sulla realtà? Chi ne parla, si badi, pur senza visioni o conclusioni preconcette? Nel sonno colpevole dei grandi maître à penser la cui celebrata stoffa mostra oggi la grana grossa dell’appartenenza agli apparati, sono proprio quelle che si definivano le persone comuni, talvolta, non infrequentemente e speriamo sempre più spesso, ad impegnarsi. Qualche settimana fa, vado alla presentazione di un libro proprio nel circolo di Gocce d’Autore, con il segreto timore che nutro da una vita di cadere ostaggio del trasognato prosatore di turno e del suo mondo lirico, della sua propria Arcadia, della sua fantasia, insomma, e della sua fuga dalla realtà, cosa che talvolta mi esalta, talaltra mi prostra. Mi trovo davanti un trentaquattrenne concreto, che parla un italiano solido e che ha scritto, si, un romanzo.

pericle 2Ma il romanzo, vivaddio, non è popolato di unicorni. Anzi, racconta di una democrazia senza partiti e senza mezzi d’informazione, di un piccolo Paese ovviamente inventato e presenta in esergo, tanto per esser chiari, un frammento del Discorso di Pericle agli Ateniesi. Vito Daniele Cuccaro, Filodèmia, Eretica Edizioni. Quando nel dialogo con l’autore che segue la presentazione io gli domando quale sia, se ce n’è, il valore politico dell’affrontare certi temi in una forma romanzo, lui lucidamente mi risponde che con un romanzo si raggiunge molta più gente di quella solitamente disposta a occuparsi di politica. Chapeau. Tanto per esser concreti, una buona sintesi del cosa tecnicamente si va a votare il 17 aprile e delle ragionevoli ragioni per cui votare e votare SI, io l’ho trovata nel blog della Società Chimica Italiana, in un intervento a titolo personale dell’autore, che si trova a questi due link, che per impegno civico più che per estro artistico vi riporto qui https://ilblogdellasci.wordpress.com/2016/03/09/referendum-17-aprile-2-parte-cosa-si-decide/ e qui https://ilblogdellasci.wordpress.com/2016/03/07/referendum-17-aprile-1-parte-perche-dobbiamo-dire-no-alle-trivelle/ . Ci piace la rete? Usiamola. E la testa? E quale parola preferiamo tra: cittadini, consumatori e sudditi?  

Rocco Infantino

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scrivere 1Lo stai facendo adesso. Leggere è una di quelle cose della vita che quando le si fanno le si danno per scontate. Come andare in bicicletta: quando sei sul sellino ti fai prendere dal paesaggio, o ti concentri sulla salita; non pensi certo a quel bilanciamento rigorosamente dinamico, a quella stabilità custodita proprio dal moto, che ne sono l’essenza. Non sai, o non sai più dire quanto estraneo e insolito doveva sembrarti, fino a un attimo prima, pensarti sostenuto da due ruote in movimento su un battistrada dallo spessore pressoché inesistente. E leggere, prima di saper leggere, non appariva forse altrettanto improbabile, innaturale? E anche agli inizi, poi, il momento fatidico in cui togli le rotelle alla bici o smetti di portare il segno seguendo il rigo col malcerto incedere dell’indice sulla pagina del libro, quali orizzonti disvelava? I segni diventavano suoni, i suoni articolazioni, parole, le parole significato. Pezzetti piccoli di significato si componevano pian piano in periodi, in lunghi costrutti, sempre più ampi, e complessi, e articolati, magari profondi, magari astratti. Oggi sappiamo che anche tra leggere e comprendere c’è differenza, che perfino rispetto al singolo vocabolo che s’incontri corre molto anche tra il conoscere il senso generale del termine e il saperne padroneggiare, ad esempio, l’utilizzo metaforico. Oggi sperimentiamo che il discrimine non è più semplicemente tra il sapere e il non saper leggere, bensì magari tra saper leggere e saper gestire, argomentando, i contenuti di quel che si legge.  E le differenze che ci sono, se ci sono, tra la lettura e la cosiddetta lettura profonda? Continuo nell’azzardare un’analogia che non so se sia già stata provata da altri: andare su strada o tentare di farsi esperti di un terreno impervio, assai vario, farne conoscenza, fronteggiarlo, sentirlo nelle gambe, prevederlo, come andando su una bici da cross? E leggere libri di carta, aiutandosi così nella riflessione e nell’approfondimento, anche di se stessi, o leggere nel mondo dei media, dove le informazioni e gli stessi spunti per l’apprendimento si dipanano in infiniti percorsi, ma sempre primariamente in superficie? E riflettere sul fatto che piantati così come siamo su due piedi, non eravamo certo progettati per spostarci su ruote, così come il nostro cervello era stato pensato (lo so, mi piace il gioco) per governare attività come guardare o annusare, per parlare, al limite, e ascoltare, ma certo non per leggere, men che meno per scrivere? Cosa avrà comportato questa nuova attività, cosa comporta ogni volta il leggere, finanche a livello neuronale? E astraendosi dalla condizione personale, dalla esperienza del singolo individuo, sollevando il punto d’osservazione allargando l’orizzonte osservato sino a comprendere una visuale sociale, in che cambia questa pluralità di bipedi, se diventa una collettività di cicloamatori, innervata addirittura da tanti ciclisti? E una moltitudine di persone che leggono, tra le quali magari tante in grado di utilizzare appieno i nuovi mezzi e/o di non perdere la capacità di comprensione profonda? Belle domande, no? scrivere 2Soccorre, alla bisogna, Biblioteche oggi, una rivista di studi e ricerche, specializzata insomma, se ciò non scoraggia, che nel numero di dicembre 2015 affronta monograficamente proprio il tema delle forme della lettura. La rivista è di facile reperimento, in ogni caso è dotazione di qualunque biblioteca pubblica (si legge il messaggio?). Sfogliandola, dopo non aver mancato di leggere l’editoriale e per non farmi dire che esagero, consiglierei di leggere almeno tre interventi: Dalla lettura alla literacy. Come si diventa lettori nel nostro tempo, di Tiziana Mascia; L’importanza della lettura profonda. Che cosa servirà alla prossima generazione per leggere in modo riflessivo, sia su carta che on line?, di Maryanne Wolf e Mirit Barzillai; Leggere i passaggi: appunti per una teoria della lettura, di Elena Ranfa. Di Wolf, per mio piacere personale, ovvio, e però anche per continuare la passeggiata lungo uno dei tanti rami del lago di Como che è questo dialogare con l’ipotetico lettore, mi riprometto di leggere, a stretto giro, quel Proust e il calamaro citato anche dal Direttore responsabile  Giovanni Solimine in apertura e che promette sapide soddisfazioni per chi fosse incuriosito – io lo sono – al tema della relazione tra il leggere e il cervello stante che, pare, come dicevamo, il cervello umano non fosse naturalmente programmato per leggere. Pure su questo, qualche mio vecchio compagno delle elementari, se non io stesso in certe mattinate ferrigne e storte, avrebbe aprioristicamente dato ragione all’autrice, nell’ora deputata, squadernato sbuffando il libro illustrato sul banco, assumendo con nobile sdegno i rimbrotti della maestra, e tuttavia parando riottosa l’estrema falange del dito già sul titolo della lettura quotidiana.

Rocco Infantino

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amore1Qualche giorno fa, nella mia città è venuta a mancare una signora. Non giovane né tanto anziana, l’informazione locale probabilmente non se ne sarebbe interessata se non fosse che, per le solite vie della banalità del male, la donna era stata travolta da un’automobile su un marciapiede. Poche righe in cronaca e una foto della vittima. Quel volto non mi era nuovo. Debbo tornare indietro di trent’anni. Quasi ragazzi, alcuni amici ed io una volta organizzammo in città una improbabile mostra di opere d’arte varia realizzate dagli studenti rigorosamente durante l’orario di lezione: opere figlie della noia, della distrazione, della fantasia o della protesta, della vacuità, del genio, vandalismo, fate voi. Goliardata. L’esposizione durò per diversi giorni e già dal primo, tra i molti, lei. La signora tornò anche il giorno seguente, quasi verso l’orario di chiusura. Riprese ad osservare qualcuno degli oggetti esposti, poi stette in un canto qualche minuto, finché, fattomi più vicino a lei, potè dirmi: “Posso venire anche domani?” C’è un articolo del The Guardian del 6 febbraio scorso, ripreso da un amico sulla propria bacheca Facebook, inserito, mi pare, in un reportage con il quale quel giornale racconta, attraverso le voci del personale addetto, dei tagli a certi servizi pubblici e del contemporaneo aumento di certa domanda, che parla di quello che sono diventate, o stanno diventando, ad altre latitudini, le biblioteche pubbliche. Ci sono disoccupati di mezza età che ci vanno per farsi aiutare a compilare domande di lavoro on-line, o digitalizzare dei documenti; ci sono genitori che portano bimbi anche molto piccoli e che hanno bisogno non soltanto di attività di prima alfabetizzazione o per lo sviluppo del linguaggio, ma magari domandano di iniziative semplicemente socializzanti e magari gratuite. Così, continua l’articolo, quelle strutture finiscono per ospitare corsi d'arte, tè danzanti, servizi complementari di supporto agli anziani. Diventano insomma luoghi di incontro e contribuiscono così a fronteggiare il crescente rischio di isolamento sociale cui, specie in questi periodi di crisi indotta, sempre più persone sono esposte. Qualcuno arriva a riferire al bibliotecario: “Tu sei l’unica persona con la quale ho parlato per tutto il giorno”. Dove va il nostro mondo? Vuoi un libro? C’è Amazon. Cultura? Socializzazione? Pizza, palestra, salsa, merengue. Sei ricco? Ok. Povero? Caritas. Socializzare non è soltanto convergere in un punto, io credo. Così fosse, basterebbe organizzare più spesso incendi nei grandi hotel. E partecipare alla vita e alla vita culturale di una comunità, dove comunità c’è, non è comprare un prodotto, libro, film, concerto, una o venti volte al mese. Credo sia poter prestare orecchio, e talvolta provare anche la propria piccola voce, in un dialogo continuo. Avere modo, avere luogo. In qualunque condizione sociale o personale si versi. Sempre, comunque. Non mi trovo mai a mio agio a spendere parole importanti, ma se dovessi parlar d’amore in fatto di  cultura, magari direi questo. L’amore non è necessariamente continuità, si danno gesti d’amore tanto assoluti quanto immediati, fulminei ed anzi irripetibili. Proprio così ogni singola opera dell’arte, magari.  Ma in questi fatti, la continuità è una forma di amore.

Rocco Infantino

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E’ di qualche settimana fa la notizia che il governo argentino avrebbe cancellato il divieto vigente da circa quattro anni di importazione di libri stampati all’estero. Il divieto caducato, a suo tempo, era stato presentato come una misura di carattere ambientale, perché pareva che i libri stampati all’estero contenessero una quantità eccessiva di piombo, nociva per i lettori. Un paio di mesi addietro, invece, sulla pagina di European Digital Rights (EDRi)  si poteva leggere un articolo dal titolo: Did Agcom censor an article about Agcom censorship? EDRi è una rete di organizzazioni che si occupano di diritti civili e diritti umani attive in diversi Paesi europei, con l’obiettivo di sostenere le libertà fondamentali nell’ecosistema digitale. L’articolo, rimbalzato anche sulla stampa italiana, poneva neanche tanto interrogativamente la questione se fosse che Agcom avesse censurato un articolo sulla censura di Agcom, articolo sulla libertà d’espressione e sul diritto d’autore in uscita sul bollettino di un Ufficio Comunitario ed eliminato su richiesta dell’Agcom. Agcom è l'Autorità indipendente per le garanzie nelle comunicazioni. Vertigine? Ok, in rete si può approfondire. Qui tralascio. Il punto: un governo vietava l’importazione di libri perché facevano male alla salute e qualcuno, con il compito, tra l’altro, di garantirla, pareva cavillare sulla libertà di stampa in materia di libertà di stampa. Che cos’è la censura? Quali origini ha, quali tecniche? Quali dichiarate o inconfessate, retoriche o improbabili che appaiano sono le sue motivazioni? E’ censura solo bruciare i libri o vietarne la stampa, o magari la diffusione? E’ censura addomesticarne il contenuto, o valutarne soltanto inappropriati la lingua o il linguaggio? E’ nobile, condivisibile o al meno comprensibile ingerirsi nelle scelte culturali individuali? Mario Infelise, Ordinario all’Università Ca’ Foscari di Venezia, esperto di storia del libro e autore di molti studi sulla produzione e sulla circolazione libraria, affrontava la faccenda in un saggio agile e ricco di spunti, I libri proibiti, pubblicato per Laterza nel 1999 e poi nel 2013 con una edizione aggiornata.

infelise1Il passaggio dal manoscritto, poco diffuso e poco controllabile, alle edizioni a stampa, che si aprivano invece in maniera palese ad un mercato di lettori incomparabilmente più ampio, destò subito una attenzione particolare, nelle Corti continentali e presso la Chiesa romana. Il potere, insomma, fu subito curioso e preoccupato di poter sfruttare tale fenomeno per assecondare, irrobustire e veicolare idee gradite e scoraggiarne, isolarne o ridurre al silenzio delle altre. Sul piano delle metodologie, non per gettare la croce addosso alla Chiesa (il gioco di parole rivendica il suo spazio), fu proprio questa istituzione a mettere a punto quello che ben presto si rivelò «un apparato di controllo … che servì da modello per qualsiasi organizzazione di controllo poliziesco del pensiero del futuro». Ma prima del governo dell’argentina Kirchner, preoccupata per il piombo, prima del venire ad esistenza della miriade di autoreferenziali agenzie indipendenti, preoccupate di tutto a fasi alterne, quali motivazioni spingevano al controllo della diffusione dei libri? Ce n’è, sembra di capire, un’intera risma: dalla repressione delle eresie alla difesa della purezza della lingua, dalla pretesa necessità di “coltivare” correttamente gli intellettuali a quella di proteggere i lettori culturalmente deboli (quanti non conoscessero il latino e le donne, a priori) da contenuti ritenuti per loro destabilizzanti. E, si badi, già allora, persino un semplice devoto pugliese, tale Odo Quarto, portato dinanzi all’Inquisizione a motivo delle sue letture, non dovette spremersi molto per dire: «Se bene gli uomini leggono … non per questo subito si crede quel che si legge». Fa riflettere, poi, il fatto che - è il caso del mandato dei censori nella Spagna del ‘500 - dovessero, tra le altre, esser proibite non solo le opere apocrife, superstiziose o condannate, ma perfino «le cose vane e inutili». Nella metropolitana di Madrid, insomma, o in fila alle poste o nella sala d’attesa del dentista, nel 1500 non soltanto non si poteva leggere Lutero, ma nemmeno, chessò, una Littizzetto, un Vespa, un Volo. Altro tema rilevante è quello della modificazione, dell’addomesticamento, del travisamento talvolta radicali dei testi sottoposti ad espurgazione. Questi, seppur formalmente sopravvivono, sfortunati figli di due padri, l’autore originario ed il correttore, vedono ai ridetti fini stravolti geografie, cronologie, personaggi, senso e significato originari. La questione centrale, tra quelle poste dall’autore, che a chi scrive appare degna di nota, tuttavia è un’altra: soprattutto nel corso dell’età moderna, in Europa tra il XVI e il XVIII secolo, quando il sistema di controllo sulla produzione, la circolazione e l’uso del libro conobbe la sua parabola, esso sistema fu inteso come un naturale complemento di una società ben organizzata. Fenomeni repressivi, limitativi in questo campo delle facoltà o delle libertà personali, non sono letti come un più o meno diffuso stato patologico, ma come elementi stessi della fisiologia della realtà sociale.

infelise2Oggi è così? Proseguendo nella lettura del saggio, si potranno passare in rassegna sia le alterne fortune degli indici dei libri proibiti, sia gli effetti che le varie restrizioni ebbero sul pensiero scientifico, sulla cultura politica ed anche sulla cultura popolare; si potrà ripartire dalle origini del concetto di tolleranza e vedere come, all’età dei Lumi, s’atteggiasse la libertà di stampa. Tanto, non senza passare in rassegna i fenomeni, da sempre conosciuti, del mercato clandestino, dei permessi taciti o delle false date o delle contraffazioni di genere vario, tutti giocatori dell’eterna partita strapaesana tra le squadre del “fatta la legge” e del “trovato l’inganno”. Queste, solo alcune tra le direttrici che prende il discorso di Infelise, al cui incipit consegnava, riferito da Tacito, il fatto che al tempo di Tiberio, tal Cremuzio Cordo fosse stato accusato di un novum ac tunc auditum crimen, per aver pubblicato scritti, prontamente poi dati alle fiamme, in cui s’esprimeva il rimpianto verso le antiche virtù repubblicane. Oggi vien quasi da pensare, con il grande Massimo Bucchi, che sul punto non è già più come non è mai stato.

 

 

 

 

 

 

 

Rocco Infantino

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Provi qualcosa di simile, se sai cosa intendo, quando ti vedi servire una cassata siciliana destrutturata. Osservi nel piatto la ricotta di pecora, il pan di Spagna lucente di bagna, i canditi, legati magari da un andirivieni ricamato di ghiaccia reale, e attraversi così un dolce momento di smarrimento. Siamo al 26 di gennaio 2016 al teatro Piccolo Principe di Potenza, secondo appuntamento della rassegna “Jazz & entertainment” e sul palco il Valerio Pontrandolfo Quartet. Pontrandolfo, lucano, sax tenore, presenta il suo primo album dal titolo Are you Sirius? Con lui, per la serata, Michele Di Martino al pianoforte, Dario Deidda al basso e la partecipazione particolare di Roberto Gatto alla batteria. gatto1Inutile riportare i profili di questi musicisti, no? Magari proprio soltanto di Pontrandolfo si dirà che, nato a Potenza nel 1975, vive e studia a Bologna con Piero Odorici e Carlo Atti prima, e con Barry Harris, Steve Grossman e George Coleman poi, entrando a far parte, dal 2005 fino al 2012, del gruppo Two Tenors Quintet di Steve Grossman stesso. Stoà Teatro, Tumbao school e Circolo culturale "Gocce d'autore” tentano di riproporre, con un non trascurabile sforzo organizzativo, per metterla così, l’esperienza dei decenni passati, quando, lo si dice per i più giovani o i meno informati, Potenza con il suo pubblico competente è stata per un discreto periodo una piazza non di second’ordine per il jazz. L’album contiene, tra gli altri, quattro brani originali di Pontrandolfo: Twenty, Touched, Tongue Out e Are You Sirius?, oltre che tre standard - You, Make Believe, Recado Bossa Nova - tirati fuori dal Great American Songbook. Così, davanti a un pubblico nutrito, per continuare con metafore in tema, soddisfatto come un gruppo di invitati a un matrimonio d’antàn, l’esibizione inizia proprio con Twenty, sulle cui note d’abbrivio del sax si posa la brina, è evidente, di una genuina emozione e va poi via svelta e serve, imbanditi sul momento, questi ed altri brani, in un fitto colloquio ritmico tra la batteria ed il pianoforte, che per tutta la serata se ne staranno composti agli opposti dell’asse maggiore di quello che pare percepirsi come un ellissoide sonoro, ai capitavola, insomma, mentre Deidda a tratti visibilmente si diverte tra scale, anzi gradinate cromatiche e sfumature melodiche talvolta quasi quasi di suggestione napoletana, e Pontrandolfo s’impegna e in alcuni momenti generosamente s’intigna, ad affermare il potere del sassofono con le sue note gravi. gatto2Roberto Gatto, la special guest, dal canto suo, affronta l’intera serata come un compitissimo travet del ritmo, come un maître di sala dalle tante cerimonie alle spalle, facendosi apprezzare proprio perché non dice «Io sono Roberto Gatto» ad ogni colpo di bacchetta, e però non manca di omaggiare l’ascoltatore attento di una deliziosa lezione di comping e di feathering, onorando l’appuntamento di ogni sedicesimo e arricchendo l’accompagnamento con un dialogo continuo tra mano sinistra e cassa. L’assaggio di jazz della serata conosce i suoi cucchiai più dolci con i brani più slow, con le atmosfere esotiche di Recado Bossa Nova, e ancor più con una bella esecuzione di Delilah di Clifford Brown. Lì Roberto Gatto, posate le bacchette, costruisce suggestivi aloni timbrici con i mallets ed anche, in Delilah, battendo con l’impugnatura sul cerchio del rullante, piacevoli legnosità. Lì Pontrandolfo ben si dispone a trovare sonorità più interiori e  morbide, finalmente meno preoccupato del resto. 

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 Quando esistevano i giornali, mi piaceva tanto leggere i fatti. E trovavo di conforto, quasi alla stessa epoca, si direbbe, quello che si vedeva scritto in quel coltellino svizzero multiuso delle idee che sono i frammenti di Parmenide. L’essere è e non può non essere, il non essere non è e non può essere, si afferma, cito a memoria, in un punto. Oggi non si potrebbe dire. classico1 I fatti. Qualche giorno fa è stata, in sostanza, chiusa la redazione Basilicata del Quotidiano del Sud, un giornale diffuso in Calabria, Campania e Basilicata, appunto. Giornalisti e poligrafici messi in cassa integrazione a zero ore. Azzerata una delle poche fonti di informazione locale, regionale. Una voce in meno a coprire il territorio. Non intendo sermoneggiare sulla libertà d’informazione: mi mancano titolo, capacità e voglia. Provo a dire qualcosa di diverso, e cioè che c’è di peggio, a ben vedere, che chiudere un giornale: peggio è non chiuderlo. Una volta che hai mandato a casa i cronisti locali che bene o male conoscono e riportano i fatti locali, dovresti chiudere quelle pagine. Bianco, pubblicità di mastici per dentiere, necrologi a morire, fai tu. Ma devi chiudere. Non puoi spacciare per informazione locale quella che informazione non è. Come nulla fosse, invece, dopo di ciò, l’edizione Basilicata del quotidiano continua ad essere diffusa. Chi la scrive? Con quali fonti? Con quale attendibilità? Con quale professionalità? I fatti - il mio mantra preferito - i fatti! Il giorno dopo, sulla prima pagina dell’edizione Basilicata del Quotidiano del sud, dominava in taglio medio, ingabbiata con tanto di fotografia, una notizia sul museo del fischietto di Rutigliano. Non mi turba il fischietto, se ne ascoltano tanti, di falsi intellettuali, ma il Rutigliano, che come subito rileva un bravo giornalista radiofonico potenzese, risulta essere, ancor oggi, Comune in Terra di Bari. Il giorno appresso ancora, su quella stessa pagina, il pezzo d’apertura titola Shell, la società presenta nuove istanze per ricerca di idrocarburi in Basilicata. L’articolo è di millequattrocento battute in tutto, poco più di trenta parole sono il redazionale, il resto, malamente virgolettato, è evidente che sia il sapiente comunicato stampa della società interessata. Così si ritiene di fare informazione? E di farla su un tema come il petrolio su un territorio come la Basilicata? Sappiamo che le metodologie per le stime dei costi dell’attività petrolifera comprendono anche la valutazione della docilità delle popolazioni interessate. E la disinformazione calmiera il livello d’allarme sociale, favorisce la docilità. E’ giornalismo? Più in generale, decidere di trattare con tale approssimazione un territorio, e ripeto, parlarne comunque, anziché più decentemente tacere, significa minare quotidianamente l’identità di quel territorio. Sarà un caso? Per ora registriamo soltanto che paiono finiti i bei tempi quando nel blocco sovietico, ad esempio e tanto per onorare la nostra collocazione geopolitica nella tripartizione del mondo in Oceania, Eurasia ed Estasia, le radiotelevisioni, non potendo diffondere notizie sgradite al regime, mandavano concerti di musica sinfonica. classico2 Oggi l’informazione non muore nel silenzio. Il silenzio pare risultare per sé stesso eversivo. La risacca dell’informazione regala sempre più spesso relitti di propaganda. Tra i fatti positivi di questi giorni, annoto invece la notte bianca dei licei classici, in calendario il 15 gennaio. Scuole aperte fino a mezzanotte: letture di Dante, dei classici latini e dei classici greci, concerti, proiezioni, mostre, lezioni. Io l’ho vissuta nel mio liceo di antica appartenenza, incontrandovi miei vecchi compagni di scuola, tutti accompagnandovi i nostri figli, nuovi studenti. Oggi c’è chi considera l’istruzione come un inutile fastidio, anzi un ostacolo verso la formazione di cittadini meno strutturati, attenti e consapevoli. Con il falso obiettivo di avvicinare più presto i giovani al mondo del lavoro (avvicinarceli, mica farceli entrare), li si vorrebbe scoraggiare dall’approfondire gli studi. E gli studi classici, con la loro forte carica identitaria ed il potente contributo alla formazione dello spirito critico, sono per taluni il nemico da abbattere.classico3 Mi accorgo tuttavia che anche parlando d’altro finisco quasi per convergere sui fatti di apertura. Identità territoriale e identità storica. E sì che Parmenide me lo diceva: Indifferente è per me da quale parte incomincio, infatti ritornerò lì di nuovo. Vorrei anche fare gli auguri a Wikipedia per i suoi primi quindici anni, e su di essa spero di poter tornare.

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In una recente conversazione con un’amica affiora, per me, il ricordo di un libro. Un libro particolare e lontano. Ero poco più che ragazzo, lo lessi, mi incantò. Non trovandone altre copie, allora, lo fotocopiai per intero. Volevo regalarlo, così feci. Da allora, per tanti anni, periodicamente mi mettevo alla ricerca di una nuova copia, ricerca vana. Librai, mercatini, indagini sistematiche in ogni città in cui andavo, il primo motivo per entrare in libreria, l’ultimo per sbirciare tra gli espositori nelle edicole in ogni stazione ferroviaria. Perfino una lettera accorata all’editore. La sua assenza, la sua totale indisponibilità mi ha tenuto molto compagnia. Mille volte, acquistando dell’altro, leggendo dell’altro, celebravo la mia lettura impedita. Finanche, lo citai, e citai il fatto che me ne aveva separato, in un mio libro, un romanzetto giovanile pubblicato e credo, sparito anch’esso - e meno male, in questo caso. Parlo di tanto tempo fa. Feci rilegare le zoo2fotocopie ritagliandole nel formato simile all’originale, curai che avesse una copertina rosso corallo come ricordavo che fosse l’originale. E’ ancora lì, tra i volumi che intanto sono cresciuti di numero, una fotocopia tra i miei libri. Oggi, peraltro, credo, sarebbe fuori legge. Zoo, o lettere non d’amore, il titolo, un romanzo breve, sotto forma epistolare, di uno dei padri del formalismo russo, Viktor Borisovič Šklovskij. zoo1 A seguito di quella conversazione, oggi mi metto di nuovo, una volta ancora, alla sua ricerca. Questa volta posso usare anche internet, consultare direttamente un numero infinito di banche dati, raggiungere un qualunque anche privato venditore che si sia affacciato sulla rete. Ieri sera ne ho trovata una manciata di copie. Vecchie, di seconda mano, per lo più, ristampe in nuove collane, altre edite più di recente da editori diversi da quello che me l’aveva fatto leggere allora. Una sola, una, ha quella copertina rossa. Sono stato un tempo infinito sul punto di comprarlo. Poterlo sfogliare com’era, toccarne la copertina e rivivere le esatte sensazioni tattili dei miei diciassette anni. Vedere brillare nella perfetta testura, lucidità, grammatura e tinta della carta quelle parole che per tanto tempo non hanno smesso di parlarmi. E però sapere che, certamente, verosimilmente, non era quella, non è quella, la mia copia. Nella prefazione dell’autore, a pagina sette, si legge «Per un romanzo in lettere è necessaria una motivazione … La motivazione solita è: l’amore e gli amanti separati … introdussi la proibizione di scrivere sull’amore».  Oggi parlo in queste mie modestissime righe delle cose che mi piace scoprire sui libri, su tutti i libri. Sono grato a chi me ne dà occasione. Nei prossimi appuntamenti di questo nuovo anno mi piacerebbe ancora parlare dei libri che compaiono e che scompaiono nella rete e nel mondo reale. Della censura e dei grandi rastrellatori, del macero, degli invenduti, di come si costruisce una memoria digitale, del rinnovato ideale di una enorme biblioteca universale più grande di quelle di Pergamo e Alessandria. Chessò, andare da quello che accade oggi su, a ritroso, fino alle origini. E le stamperie, e il mercato della carta, e gli inchiostri? E le leggi sull’editoria, gli autori tradizionali e i blog di narratori? E poi di altro ancora, su questo mondo. Di tutto, ma non dell’amore per i libri. Questo no. Il libro no, Zoo no, non l’ho comprato. Ce l’ho.

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Al cinquantottesimo minuto, in un silenzio sabbioso, soffia le prime quattro note, soltanto le prime quattro, interrompe la frase. La riprende dopo una lunga, lunga pausa, e completa, toccandone tutti gli angoli e anche gli spigoli, il tema de In a sentimental mood di Duke Ellington. In quella pausa ha dato consistenza di suono al silenzio, reso il peso delle frasi che prima di esser vibrate dalle labbra verso il cannello di ottone debbono trovare il proprio intimo significato, confermato le regole del bop che sono l’architettura stessa dell’anarchia jazzistica. Poche battute, giusto fino a quel is like a flame that lights the gloom, per chi se la passa nella mente nella sua forma canzone, fa qualche passo indietro, dietro la consumata sagoma dell’Hammond, lasciando che questi a sua volta prenda la fiaccola dell’improvvisazione e con la sua irregolare fiammella se ne vada, in un moto di note separate, insistite e scomposte, illuminando di momento in momento, ora archi, ora pezzi di contrafforti di una struttura musicale resa come un labirinto tridimensionale e impossibile, come una tavola di Escher. In questo incedere verso l’intimo e verso l’ignoto, il tocco rado e lieve delle spazzole sui piatti, immerso nel pulviscolo in cui si riducono gli armonici negli infinitesimi tintinnii dei rivetti è l’unico segno della batteria, la stessa che prima, altrove si direbbe, s’era già fatta più volte rutilante, roboante, polemica, turbolenta, estuosa, e qui soltanto scandisce il tempo che rimane per attraversare, al ritorno, questo wormhole, varcare lo stargate e ritrovarsi da questa parte. Più di un minuto ancora ci vuole perché soccorra una nota lunga, perché si possa tornare in sé stessi e tra gli altri, distinguere il palco, dove ancora suonano, il teatro, il mondo come pretendiamo di conoscerlo. amato1Domenica 20 dicembre 2015, teatro Piccolo Principe, il Giovanni Amato Organic Trio avviava la seconda stagione di Jazz & Entertainment, organizzata da Stoà Teatro, Tumbao School e circolo "Gocce d'autore", in collaborazione con il Comune di Potenza. Giovanni Amato, compositore, arrangiatore, concertista di lungo corso e dalle infinite collaborazioni, alla tromba. Antonio “Caps” Capasso, pianista ed organista, direttore e arrangiatore, all’organo Hammond. Luigi Del Prete, giovane e già esperto e premiato musicista, alla batteria. Questo, l’equipaggio che in un’ora e venti di spettacolo, spettacolo per pochi ma buoni, come dice lo stesso Amato superando con lo sguardo la luce dei riflettori sul proscenio, con le note spezzate, le frasi sofferte, arbitrarie e vertiginose, ha condotto un pubblico attento e rapito, tra standards e altri brani, oltre le porte del bebop.

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