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Rocco Infantino

Giornalista pubblicista, batterista sconveniente.

Leggo. Mi incuriosisce la fisica quantistica. Mi piace il jazz. Scrivo in privato, uso il Garamond. Credo nella sezione aurea, nell’entanglement, nel dualismo onda particella. Preferisco i film francesi, i cibi semplici, le persone semplici, i problemi semplici.

Il mio orario del cuore sono le cinque e venti. Detesto usare Domodossola nel gioco “Nomi, cose, città” e vivrei volentieri a Londra, Parigi e Roma, come la maggior parte delle vallette degli illusionisti. Fin da ragazzo ho l’età che descrive J. L. Borges in Limites. Se non svolgessi un lavoro in ambito giuridico legale, probabilmente avrei voluto essere quello che fischia nella canzone Lovely head dei Goldfrapp.

FullSizeRenderComplici i pomeriggi quasi autunnali che s’aprono d’improvviso in questa estate, mi ritrovo a sfogliare senz’ordine libri diversi, attingendone da disparate pile nel mio studio. Sfogliare senza davvero leggere, in maniera consapevole, intendo, lasciando che la mente goda della sua ora d’aria, senza ancora riuscire a immaginarmi di che scrivere, ad esempio.

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colori rossoPerché invece non proviamo a parlare di quello che sta succedendo? In questi giorni trovo siano accaduti due fatti importanti: uno riguarda la Gran Bretagna, l’altro Roberta Chiroli. La Gran Bretagna esce dall’Unione Europea.

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scrivere gda

Comincio a farmi domande su dove porti scrivere di libri che parlano di libri, soprattutto se considero che non sono un esperto ma soltanto, per l’appunto, uno che legge.

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IMG 1783Dovremo presto tornare a farci l’abitudine, l’estate arriva. Due notizie e due postille, se permettete. Uno. Qualche giorno fa, il 24 maggio per la precisione, il ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo ha sottoscritto con il direttore generale della RAI, con il presidente di Mediaset, con il vice presidente esecutivo di Sky Italia, con l’amministratore delegato di La7, con l’amministratore delegato di Discovery Italia, un documento denominato Patto per la lettura. Consultandolo, e glissando sulle espressioni oramai consuete che collegano anche le libertà individuali ad esigenze produttivistiche (sicché si deve leggere, tra le altre cose, che «La quota di investimenti destinata al miglioramento del livello culturale della popolazione è strettamente legata alla crescita del Pil e della produttività» e che «Cultura, innovazione e competitività economica sono fenomeni correlati tra di loro»), si apprende che le sue finalità sono quelle di definire strategie e promuovere azioni e iniziative sui temi della lettura. Insomma, il ministero e le maggiori televisioni concordano di darsi una mano per «contribuire a rendere la pratica della lettura un’abitudine sociale diffusa e riconosciuta». Bene. Bravi. Per una volta non sottilizziamo. C’è una vera e propria emergenza sociale nel nostro Paese, tra tante, della quale ci occupiamo persino da queste modestissime colonne, e cioè la forte disabitudine alla lettura, con quello che ciò comporta, questa iniziativa pare affrontare questo tema, quindi: bene, bravi. Del resto, proprio una cosa del genere, se non uguale, è stata promossa nel 2015 per quest’anno anche dalla BBC nel Regno Unito: Get Reading, l’hanno chiamata oltremanica. Due. Il 27 maggio, autorevolissimi componenti del Comitato tecnico scientifico per le biblioteche e gli istituti culturali e del Consiglio superiore dei beni culturali e paesaggistici, che sono, per farla semplice, i massimi organi tecnici e consultivi del medesimo Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, rassegnano le proprie dimissioni. Al di là del dato di stretta cronaca, della goccia che ha fatto traboccare il vaso, tanto più perché si tratta di studiosi, tecnici e professori di primissimo ordine nel Paese - parliamo ad esempio di accademici del calibro di Mauro Guerrini e Giovanni Solimine, di Gino Roncaglia -, il gesto, gravissimo, è stato mosso dalla urgenza di porre una riflessione sul ruolo delle biblioteche statali e sulle prospettive del sistema bibliotecario pubblico italiano, che versa in condizioni molto serie. Su questa situazione, lo stesso Consiglio superiore dei beni culturali e paesaggistici aveva approvato mesi addietro una mozione nella quale si chiedeva che per la prima volta si desse il segnale dell'avvio in Italia di una vera e propria politica bibliotecaria. Tradotto, senza le morbidezze della diplomazia burocratica: il sistema bibliotecario pubblico è allo stremo. In questo quadro, aggiunge la stessa mozione e noi non possiamo tacerlo, andrà dedicata una particolare attenzione al Mezzogiorno. Chissà perché. Questa era la seconda notizia, questo il dato drammatico. Per inciso, informazioni se ne leggono se solo le si cerca, anche nel Regno Unito e proprio in questi mesi, sono all’ordine del giorno le critiche, le proteste, finanche le occupazioni di alcune biblioteche, per il sostanziale depauperamento del sistema bibliotecario pubblico, come nel Surrey, come nel Lincolnshire, perché ormai tante biblioteche sono costrette a chiudere o a vedersi affidate a organizzazioni private esterne ad esse. Noi non siamo malfidati, no, ma non vorremmo che qualche buona iniziativa, adottata al momento e pure utile, facesse velo su una situazione strutturale che mina alle basi un presidio pubblico così centrale per la vita culturale, e quindi, assieme ad altri, per la tenuta democratica, del Paese. Insomma, con il ritorno dell’estate, quelli con la tv accesa incapperanno nella solita pubblicità che invita ad allertare il 115 in caso di emergenza incendi. Se divampa la fiamma, chiamare i vigili del fuoco va bene, certo. Non va invece per niente bene, anzi, l’aver tolto di mezzo, durante l’inverno, il Corpo forestale dello Stato. Postilla numero uno: non se ne può più di sentir dire ogni volta che si tagliano servizi essenziali, si, anche come quelli di cui qui riferiamo, che lo impongono ragioni di bilancio. Il denaro è uno strumento, non ha ragioni proprie. Le ragioni del denaro sono le ragioni di chi lo tiene, o lo stampa, e lo usa come strumento di potere. Postilla numero due: un pensiero di sostegno a quei tanti francesi che da settimane legittimamente manifestano contro provvedimenti governativi evidentemente inaccettabili, e che in questi giorni sono vieppiù impegnati a sperimentare quanto ci possa esser di vero nella relazione tra il “piove” e il “governo ladro”.

Rocco Infantino

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scrivere Parmenide sempre lui ancora luiNon è che me ne stessi seduto in cima a un paracarro, come avrebbe soffiato Paolo Conte, ma pensavo comunque ai fatti miei. Riflettevo, documentandomi, sui rimedi, pretesi o riconosciuti, per risvegliare ad attività la ghiandola pineale.Ciò che mi si prometteva era nientemeno che la rinascita a un livello superiore di coscienza, nel quale partecipare della vita dell’Universo come parte di questo corpo esteso. Ben più che regolare i ritmi sonno veglia, insomma.

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colore verde petrolioTroppo frettolosamente si chiude la discussione sul petrolio, sullo sfruttamento dei giacimenti, sulle condizioni e sulle criticità, per non dire sui disastri, ambientali. Troppo frettolosamente si archiviano gli esiti di un referendum il quale aveva il merito primario di imporre il tema; un referendum evidentemente ostile per la classe dirigente del Paese e finanche preterintenzionale per alcuni dei suoi stessi promotori. Volentieri si passerebbe già a discutere d’altro, giacché persino per la gran parte dei politici di mestiere e senz’altra qualifica - unico mestiere troppo generosamente pagato e che non conosce disoccupazione - i temi e i problemi posti, in una parola, la realtà, sono solo pretesto, in una società palesemente bloccata. Eppure, nelle più avverse condizioni democratiche, quando finanche nonuagenari presidenti emeriti bizantinavano contro lo spirito limpido della espressione del voto popolare, a votare si sono presentati in quindici milioni, ottocentoseimila e quattrocentottantotto. E di questi, più di tredici milioni e trecentotrentamila hanno votato per il SI. Sono cittadini. Sono persone. Evidentemente tuttavia non bastano, tante persone, per proporre una discussione compiuta sui temi dello sfruttamento dell’ambiente. E neanche basterà quello che stancamente, e tardivamente, emerge per via giudiziaria. Non basta quello che si vede già, quello che si sa già, sugli interramenti, sulle reiniezioni, sulle bonifiche finte o mancate, sui rifiuti, sulle falsificazioni, sulle omissioni, sulle irreversibili trasformazioni, sugli avvelenamenti, sulle radiazioni, sugli incidenti mancati, e quelli taciuti, silenziati, derubricati, reiterati e obliterati assieme. E sulle conseguenze, sulle morti, sulle malattie? Occorreva davvero che nella indolente mancata primavera del 2016 drappelli di carabinieri del NOE  s’affannassero in giro per la Basilicata a mettere insieme, finalmente, raccogliticce pile di cartelle cliniche, racimolate non senza sudare, perché solo ora venisse il sospetto, un acuto quanto improvviso lampo di genio, che possa esservi una certa quale relazione tra uno sfruttamento intensivo e soprattutto mal praticato del territorio e la crescita dell’incidenza di malattie soprattutto tumorali tra una popolazione residente troppo esposta? Cionondimeno ormai un numero sempre crescente di persone, di persone, domanda, con strumenti democratici, di avviare una discussione finalmente vera sui temi dell’ambiente. Che non sia un gioco tra politicanti, che non sia un mottetto superficiale e provinciale, che non abbia esiti preconfezionati. È chiedere troppo? È o non è un diritto? Non le si prenda per bucolici, per sognatori, quelle persone, non le si conti come un intralcio marginale e controllabile sulla via del profitto. Non sono figli di una visione pastorale della vita fuori della storia; hanno invece idee serie, praticabili, e non si arrendono a credere che non vi sia alternativa all’attuale modo di sfruttare le risorse disponibili. L’idea che non si diano alternative praticabili, in politica, nell’economia, nell’ambiente, nella scienza, l’idea che fuor di quello che è tutto il resto sia un irresponsabile salto nel buio, è il nocciolo del più becero oscurantismo e nasconde malamente il gioco della conservazione del potere. Sembrano passati secoli sotto questo cielo eppure era appena ieri quando, fiero con il fiocco delle classi elementari, ascoltavo la maestra parlare di madre Patria e di madre Natura. Alla seconda abbiamo domandato troppo. La prima troppo spesso appare matrigna.

Rocco Infantino

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Il cervello umano è quello che in termini informatici può essere definito come una architettura aperta. Esso cambia e si riorganizza secondo le funzioni che è chiamato a svolgere.La lettura non è tra le funzioni originarie del cervello. E quello che noi comunemente chiamiamo lettura è in realtà un complesso ampio di processi linguistici e cognitivi che abbraccia i sistemi di senso o semantici, che implica l’analisi del contesto, che fa appello al bagaglio culturale specifico, che utilizza e riconosce stimoli visivi e concettuali. Una volta lì, davanti al segno scritto e così decodificato, la mente parte, verosimilmente e spesso, verso una rievocazione o una fantasticheria, in tal modo rompendo il limite del pensiero individuale, raggiungendo una più circostanziata percezione dell’altro e del cambiamento e, per questa via, potendo anche arrivare ad immaginare una evoluzione, un futuro, un “poter essere” dell’individuo che legge, soggetto ed oggetto di questo pensare. Dunque ho letto Maryanne Wolf, Proust e il calamaro, Storia e scienza del cervello che legge, edizioni Vita e Pensiero, Milano, 2009 – 2015, come avevo anticipato tempo fa su queste stesse colonne. Maryanne Wolf è una neuroscienziata cognitivista, studiosa della lettura, e in particolare della dislessia. Insegna alla Tufts University (Massachusetts, USA). Il volume si compone di tre parti. La prima affronta il tema dei primi sistemi di scrittura, in parallelo con le qualità - diremmo - adattive del cervello umano. La seconda parte è dedicata allo studio del particolare momento, che in genere coincide con l’età più tenera dell’uomo, in cui si impara a leggere. La terza parte del volume, infine, è dedicata in particolare alla dislessia, non soltanto quale fenomeno che porta il cervello a non riuscire nell’apprendimento della lettura, bensì come significativa traccia d’indagine sul passato evolutivo e sul possibile sviluppo futuro del sistema simbolico umano. La sua complessità e la ricchezza di suggerimenti e di opportunità di approfondimento che vi si ritrovano, mi portano oggi ad essere convinto che tornerò, magari, più in là, a parlare degli altri aspetti, accennando per ora soltanto alla prima parte del volume.

IMG 1638Qui, si scopre subito che a livello neuronale e funzionale alla lettura non corrisponda una attività geneticamente programmata, come ad esempio per la visione, e che quindi al cervello occorra ricorrere ad una specie di riciclaggio neuronale con il risultato che, leggendo, il nostro cervello, concretamente, cambia. Occorre partire dalla origine della scrittura. L’autrice ci propone, al riguardo, tre momenti significativi: l’invenzione di una rappresentazione simbolica, l‘intuizione che tale rappresentazione potesse servire a comunicare attraverso lo spazio ed il tempo e, infine, l’affermarsi, non generalizzato, di una corrispondenza suono-simbolo. Il comparire di simboli significativi e il lavoro da svolgersi per decodificarli impegna nell’uomo, a differenza di altri primati, diversi ambiti dei lobi temporali e parietali del cervello, all’uopo riorganizzati in “aree associative”. L’Autrice ripercorre dalle origini i sistemi di scrittura, che si differenziano, grosso modo, per essere espressione dei suoni (sillabici o singoli) o dei concetti, o di una loro varia combinazione. Avremo, con buona approssimazione, così, da un canto sistemi più propriamente alfabetici, come la lingua greca, e sistemi più concettuali e simbolici, come il cinese o il giapponese, per rimanere all’oggi, in un certo senso analoghi, questi ultimi, dei geroglifici egizi o dei segni dei Sumeri delle origini, per semplificare. Correlativamente, nel corso dei millenni, e fino ad arrivare al XX secolo, per insegnare la lettura, ricorreva la domanda se fosse più conveniente applicare metodi basati sui suoni o metodi basati sui significati. Metodi e linguaggi diversi impegnano aree fisiche delle varie regioni e di entrambi gli emisferi del cervello differenti tra loro; esso è spinto così verso quella “efficienza cognitiva”, risultato anche della velocità con la quale determinati nuovi automatismi di riconoscimento di senso e significato dei linguaggi riescono ad operare.

wolf3In questo, si colgono anche curiosità a propria volta non prive di conseguenze per il lettore, quale quella che vede antiche scritture, come l’egizia appunto, non sorrette da punteggiatura, né ordinate sistematicamente da sinistra verso destra o viceversa, bensì distribuite nello spazio a disposizione in modo che le righe vadano una da sinistra a destra e la successiva, più in basso, da destra verso sinistra, seguendo con lo sguardo proprio il modo di girarsi del bue lungo un  campo da arare. Sull’altro fronte, quello alfabetico, non pochi filosofi del linguaggio nel tempo teorizzarono il fatto che il cervello, libero dall’incombente di dover immagazzinare tante, spesso tantissime immagini per decodificare i simboli, bensì dovendo gestire un limitato catalogo di suoni - segni in rapporto fisso, fosse maggiormente favorito ad addentrarsi, con questo linguaggio agile e scarno, che viepiù non occupa molta memoria, nel pensiero astratto, originale e speculativo. Al termine di questo primo tratto del percorso che, si, qui ho proposto come una corsa a rotta di collo e dovendo saltare di esso pezzi pure importanti, Wolf torna a considerare le tre critiche mosse a suo tempo da Socrate al sistema della scrittura, e cioè: l’immobilità della parola scritta, la distruzione della memoria e la perdita del controllo sul linguaggio e quindi sul sapere. Sulla prima, si sa, al dialogo con l’altro, irrinunciabile per Socrate, la scrittura offre, come alternativa, un dialogo interiore individuale che può rivelarsi, spesso, non meno fecondo. La seconda costituisce, probabilmente, una questione aperta, se si consideri che alle aumentate potenzialità della memoria collettiva, moltiplicate proprio dalla parola scritta, può effettivamente corrispondere un depauperamento delle occasioni di nutrire una puntuale memoria individuale. Quanto alla terza critica, ai tempi di Socrate proprio come ai nostri, il passaggio di allora dalla tradizione orale a quella scritta, o il nostro dalla scrittura dei libri e degli autori alla virtuale conoscenza o conoscibilità di tutto grazie agli strumenti informatici, passaggi entrambi che vedono marginali le figure di indirizzo e di guida dei maestri, poteva e può, in effetti, nascondere il rischio di un’attenzione sempre parziale perché multifunzionale, di una confusione tra le teorie o le narrazioni e la realtà. Incomberebbe, insomma, il rischio della superficialità (e con esso quello della orientabilità, della manipolabilità, aggiungerebbe, sommessamente, chi adesso scrive). Critiche dunque, che anche in un passaggio quale quello attuale, dalla cultura scritta sui libri a quella diffusa informatica e del web, si ripete con l’Autrice, hanno un forte sapore di attualità. Se a ciò aggiungiamo, come pure spiega bene la Wolf, che a mutamenti culturali così intesi corrispondono mutamenti funzionali, anzi mutazioni neuronali, si converrà che forse son cose da tenere a mente. No?

Rocco Infantino 

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Potevamo tacere su questo? Quello che sta anero lucido 1ccadendo nella terra di Basilicata dalla quale scriviamo, se confermato, sarebbe di una gravità estrema. Non ci interessano le vicende piccole di qualche ministro o di qualche intero gabinetto di dubbia statura. Attività petrolifere intensive, eccessive, irrispettose delle riserve naturali, delle vocazioni agricole, della stessa salubrità degli insediamenti umani. Iniezione di veleni nei pozzi, smaltimenti inadeguati di rifiuti tossici e pericolosissimi. In luoghi che ospitano per di più, già da cinquant’anni, la radioattiva eredità di una vecchia produzione del Minnesota. Picchi - connessi? mai sondati? - di malattie tumorali oltre ogni normale statistica. Qui potrebbe trattarsi della devastazione di un intero territorio e del genocidio di una intera popolazione. Consapevoli. Annotati, anzi, nella colonna costi o come effetti collaterali. Abbiamo delle colpe terribili: siamo pochi, eravamo arretrati, ci siamo fidati. Se tutto ciò sarà confermato, o si troveranno e si puniranno gli assassini - usiamole, le parole, le parole esistono -, o assassini dovranno essere considerati tutti: la comunità nazionale, se c’è, perché distratta o disinteressata, chi detiene o rappresenta il potere, nelle sue articolazioni, fino agli ultimi indigeni àscari, fino agli ignavi. Si scoprirebbe che la Basilicata è tenuta in isolamento per precisa volontà: senza strade, senza ferrovie degne, in una perenne condizione di cittadinanza diminuita rispetto ad altri territori, in spregio anche delle garanzie costituzionali. Si dimostrerebbe che abbiamo contro potentati economici sproporzionati per le nostre forze, e magari servi di questi potentati che vengono ancora a spuntarci l’elenco degli animali da cortile. Ciò nel silenzio perfetto di quelli che si sbracciano ogni giorno, anche dalle più alte cariche istituzionali, in favore di altre popolazioni, di altre etnie, di altre vittime di altre ingiustizie lontane. Certo, non dimentichiamo, noi, di essere soltanto una piccola rivista di cultura: orgogliosa, ma senza velleità. E allora. Il prossimo 23 aprile si celebra la Giornata mondiale del libro e del diritto d’autore. Istituita nel 1996, giusto vent’anni fa, dall’UNESCO e nata nel 1926 in Catalogna come “la festa del libro e delle rose”, è ancora oggi un momento importante per riflettere sul valore anche sociale della lettura, e della cultura, come elemento centrale per la crescita individuale e collettiva. Col mondo del potere non ho avuto che vincoli puerili. Pier Paolo Pasolini, nel suo Petrolio, quello che avrebbe dovuto essere il suo romanzo dei romanzi, mette in esergo questa frase di Osip Ėmil'evič Mandel'štam, poeta e prosatore russo e tra le vittime delle purghe staliniane. Noi non dobbiamo avere vincoli puerili con il potere. Chi esercita il potere, che sia quello economico, che sia soprattutto quello politico ed istituzionale, ha un imperativo, indefettibile dovere di verità. Se qualcuno a Potenza o a Roma, indifferentemente, viene a dirci che in un lago i pesci muoiono annegati o che quello ch’è sbagliato, per un governo, è una telefonata di troppo, ma non l’incontrollato dominio che esso accorda a terzi per lo sfruttamento di un territorio, dobbiamo accorgerci che il patto sociale è violato e comportarci da adulti. Abbiamo diritti, abbiamo doveri verso noi stessi. Abbiamo anche il dovere di considerarci, come donne e uomini intelligenti, capaci di immaginare e costruire un mondo diverso, migliore. La nostra civiltà è nata senza il petrolio, prima del petrolio. Senza il petrolio, dopo di esso, un futuro c’è, è tecnicamente possibile. Difficile, forse, ma possibile. Sta a noi. Prima del 23 aprile, e del Maggio dei libri, viene il 17 Aprile, data che si tenta d’affossare nel più oscurantista dei silenzi. La cultura è la nostra arma, sappiamo cosa fare.

Rocco Infantino 

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moretti

Mi torna alla mente la storiella di quel tale che diceva: «Bravo chi ha inventato la ruota; ma se non c’erano quelli che inventavano le altre tre, col cavolo che le producevano, le automobili!». Ho letto giorni fa Dario Moretti, Il lavoro editoriale, Laterza, 1999/2005. Sotto le cento pagine, bibliografia compresa che suggerisco di leggere senza soluzione di continuità con il testo, dico subito che non è una lettura impegnativa. Anzi, come si direbbe di certe lager, è di pronta beva (e se non fosse appunto per la nota bibliografica, risulterebbe un po’ corto sul finale). Il volume ha il pregio immediato di indurci una riflessione semplice ma non banale: per molti aspetti il libro è una cosa, un oggetto, un prodotto al pari di altri. Prima d’esser letto, torna o dovrebbe tornare piacevole alla vista, al tatto, all’olfatto persino. Anche l’atto dell’acquisto spesso porta con sé uno specifico rituale – ricordo che io pure consideravo con repulsione l’idea di acquistare libri nei supermercati, sebbene le copie di un medesimo libro siano, in effetti, identiche lì o nella più ricercata libreria. Il libro è dunque una merce, e non cambia questa sua natura il fatto che esso sia veicolo d’idee. Proprio come le altre merci, dunque, e con le dovute eccezioni (ad esempio i prodotti dell’editoria scientifica), esso deve la gran parte della sua fortuna al fatto che esista, per esso, una domanda, dei compratori. In un mondo in cui tutto è consumo, poi, si scopre che il libro non è più neanche il solo veicolo delle idee. Ricorda correttamente Moretti che anche le altre merci, oggi, si fanno considerare o vengono percepite come veicolo di idee: un certo abito, un tipo di automobile, tanto altro. Al pari di altri prodotti, il libro supererà dei test per risultare il più vendibile possibile, al pari di altri prodotti risponderà, in buona misura, a standard verificati per incontrare il maggior favore del pubblico. In ciò, l’autore dell’opera diventa soltanto uno dei vari fattori della produzione della merce libro. Accanto a lui si trovano, spesso con dignità, ambita, reale o percepita, quasi pari, il traduttore, l’agente letterario, l’editor. In casi particolari, quale ad esempio la realizzazione di una enciclopedia, la notevole mole di impegno di organizzazione e di coordinamento delle tante parti dell’opera, rispetto alla quale nel suo complesso, l’apporto delle singole firme sulle singole voci è sicuramente parzialissimo, non del tutto a torto è l’editore medesimo a sentirsi, in certo senso, “autore”. Il produttore, la casa editrice, a sua volta e negli altri casi, è comunque il centro di imputazione di tante professionalità, di tanti mestieri, diversi dei quali oggi per lo più esternalizzati – ma questo, magari, seppure Moretti lo accenni, è un altro discorso ancora; del resto, il suo volume, edito nel 1999 e riedito nel 2005, segna proprio con le date un importante periodo di passaggio tra gli strumenti tradizionali di produzione e stampa in epoca contemporanea e quelle con le quali si fa più ampio ricorso alle nuove tecnologie. Come si fabbrica a tavolino un best seller? Qual è l’incidenza della pubblicità sul successo di un prodotto editoriale? Come si articolano le scelte dell’imprenditore editore? Quale differenza c’è e quali effetti porta anche tra il pubblico, tra il produrre migliaia di titoli, ciascuno di essi capace di una tiratura limitata, o pochissimi titoli invece, stampati in un numero di copie esorbitante? Questa industria è talvolta finanche capace di mutare la prospettiva, se non la natura, dell’autore. Moretti riporta sul punto una illuminante frase che Daniel Pennac, ne La prosivendola, uno dei primi volumi della saga di Benjamin Malausséne - che anch’io ricordo di aver seguito, partendo decenni addietro, attraverso tutti gli appuntamenti, quasi sempre con le lacrime agli occhi per il ridere -, fa dire alla regina Zabo, perfida ma esperta editrice, capo incontrastato delle Edizioni del Taglione, per definire i nuovi scrittori, assetati di fama e di successo: «Non scrivono per scrivere, ma per aver scritto». Perché leggerlo? Il lavoro editoriale è uno spunto per qualche buona domanda e noi, si sa, stiamo sempre lì a rovistare, cercando il senso di qualcosa.

Rocco Infantino

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Cultua Un venerdì nei pressi delle isole Lofoten 1Sul finire della primavera di alcuni anni fa, tra le pagine di Come il jazz può cambiarti la vita di quel raffinato trombettista di Wynton Marsalis, mi fermo a lungo sulla seguente frase: «Il processo dello swing - una coordinazione costante all’interno di una mutazione costante - raffigura la vita moderna in una società libera». Il concetto di coordinazione costante all’interno di una mutazione costante, in me che in quel periodo cercavo soltanto di dare un contesto ai miei maldestri tentativi di fare dello swing con un gruppo di amici, deflagrò come una piccola cosmogonia, principiando da lì e per molto tempo a muovere in me una nuova visione delle relazioni tra le persone, o addirittura tra l’io e il mondo, per buttarla giù così. Anni dopo, ancora del tutto casualmente, mi trovo a leggere un libro di un altro notevole musicista: Francesco D’Errico, Fuor di metafora - Sette osservazioni sull’improvvisazione musicale, Napoli, Editoriale Scientifica, 2015. Francesco D’Errico, pianista, concertista e compositore, conosciutissimo nel panorama musicale, è anche docente di pianoforte jazz e armonia presso il Conservatorio “G.Martucci” di Salerno, collabora con il conservatorio di Napoli ed è infine, non accessoriamente, filosofo. D’Errico è venuto a Potenza, ospite dell’Associazione culturale Gocce d’Autore, l’11 marzo scorso, a presentare il suo libro, in una serie di iniziative in diversi momenti della giornata. Il libro parla dunque dell’improvvisazione musicale, dipanandosi lungo sette capitoli contenenti altrettante osservazioni sul tema. Tra le tre accezioni canoniche del fenomeno medesimo e del termine che lo esprime, nell’uso comune e non soltanto nell’ambito musicale, identificate nella meraviglia, nell’attività frettolosa e poco affidabile posta in essere quando si manchi di un che di esperienza o di conoscenza, e nella capacità di risolvere problemi attraverso soluzioni non codificate, la prima osservazione, negletto il secondo, si incentra sul primo e sul terzo connotato del fenomeno. Proprio il problem solving, trattando d’improvvisazione come di un archetipo del processo creativo, mutuabile ed esportabile in ambiti diversi dell’agire umano, è stato il tema del primo appuntamento della giornata, rivolto in modo particolare agli studenti dell’IPSEOA, tenutosi presso il Museo Archeologico Provinciale “Lacava” di Potenza. La seconda osservazione affronta le esperienze sensoriali del corpo come deposito e come soggetto, del movimento divenuto sperimentazione consolidata, esercizio, e la modalità con la quale s’affronta la paura, che sia timore rivolto verso un pericolo concreto ed attuale che attinga magari anche la propria incolumità o anche soltanto verso una propria esibizione artistica: immobilismo? fuga? I concetti di tradizione orale e di tradizione scritta, specificamente riferiti alla letteratura musicale ed alla teorica contrapposizione delle due fonti, nonché il catalogo dei materiali delle pratiche musicali, quali le altezze, i timbri, le attese, le durate, le dinamiche, le fraseologie tipiche e ricorrenti di determinate correnti e quanto ancora, su differenti piani, si ponga come strumento per la fabbricazione musicale del momento dell’improvvisazione, sono oggetto della terza e della quinta osservazione. La sesta osservazione muove tre passi nel mondo dell’economia e del management, in quello del teatro e specificamente della commedia dell’arte, in quello della pittura e tanto pratica, sull’abbrivio, per chiarire intanto quanto possa essere limitante considerare l’improvvisazione quale processo che segua un semplice sviluppo lineare, anziché contare su plurimi apporti di contesto. Nel secondo appuntamento nella intensa giornata dedicata, questa volta in un pubblico incontro mirato proprio alla discussione sui contenuti del libro, D’Errico finisce per confessare come l’osservazione a lui più cara sia l’ultima, la settima, che ha come oggetto le visioni del mondo. Attrezzi, corredo e bagaglio diventano allora gli elementi offerti si dalle neuroscienze, ma soprattutto la filosofia pura, con gli sperimentati canoni della dialettica hegeliana da un canto, e dell’esperienza della, o, meglio, delle molteplicità dalle qualità rizomatiche proprie del pensiero di Gilles Deleuze, il cui sfociare in una apparente non-relazione del pensiero aperto può ancora offrirsi come paradigma ideale al fenomeno dell’improvvisazione. L’approdo diventa, in questo caso, sia il bisogno d’integrazione, sia anche l’accoglienza del paradosso. E’ ancora nel luogo protetto della mia lettura privata che invece io incontro le pagine che fatalmente finiscono per attrarmi più delle altre, quelle cui è rivolta la quarta osservazione, dedicata, nei dichiarati intenti, alle relazioni tra improvvisazione su struttura e improvvisazione libera. D’Errico ricorda che in un oggetto sonoro la struttura si declina in circolarità, flusso temporale misurato e norme condivise. L’esperienza dell’improvvisazione viene proposta come una volta a volta diversa visione delle cose, sia metodologica che emotiva, attraverso uno sviluppo temporale circolare, anzi ad anello. Così lo sguardo del corridore su pista, rivolto sempre a nuovi elementi del paesaggio circostante, nell’esempio che l’autore propone, parallelo del giro armonico presidiato da un flusso regolare di tempo nella musica praticata. Qui mi fermo ancora un momento, nel leggere, perché avverto interiormente come questa visione richiami l’idea della coordinazione costante incontrata anni prima e di cui ho riferito, ma ancora mi sfugge l’elemento che denunci o liberi la costante mutazione. L’osservazione di D’Errico tuttavia incalza, ricordando come l’insieme ordinato delle norme abbia come punto di origine, anzi come generatore costante oltre che necessario proprio il caos. Mi viene allora alla mente come Ilya Prigogine, ne Le leggi del caos, con una frase che è quasi poesia diceva: «l’universo è meno simmetrico di quanto le equazioni di base lascerebbero prevedere». La mia piccola cosmologia interiore viene quindi già attinta dalle leggi del caos. Debbo andare oltre. In questa densa quarta osservazione l’Autore cita anche il musicologo Stefano Zenni, riportando un passo di quel I segreti del jazz – Una guida all’ascolto, libro magico per gli appassionati, che era stato oggetto di una mia precedente altrettanto vorace, sebbene incompetente lettura.

Cultua Un venerdì nei pressi delle isole Lofoten 2Zenni, ora lo ricordo, dedicava a propria volta un intero capitolo in quel libro all’improvvisazione. Il titolo del capitolo era Descent into the Maelstrom: viaggio nell’improvvisazione. Perché quel titolo? Bello ma strano, me lo domando soltanto adesso, ora che mi pare di avvicinarmi al punto. Che sia un riferimento a un racconto di E. A. Poe, o anche soltanto al fenomeno causato dalla marea lungo la costa atlantica della Norvegia, che l’ha ispirato, il punto è che si tratta di un gorgo. Di una spirale. E in effetti il moto circolare del tempo, nelle battute di un brano proprio come nelle ore di una giornata, come nel mio stesso intemperante terzinare di allora quale assai improbabile batterista, segue si un ciclo, ma lungo una traiettoria si immagina costante e s’immagina tesa tra il passato e il futuro, tra un prima e un dopo, tra la prima e l’ultima nota suonata di un brano, almeno nell’esperienza comune. Così tutto improvvisamente mi pare guadagnare maggiore senso, la musica stessa mi appare più compostamente comporsi con l’esistere, o quest’ultimo con essa, non so dire, ora che credo di aver chiara la mia personale, forse fallace, idea di coordinazione costante all’interno di una mutazione costante. Del libro, un testo ricco viepiù se lo si prende a propria volta come l’esposizione del tema dal quale partire per proprie personali improvvisazioni speculative interiori - ma non si sa quanto ricorsive in quanti altri sé -, è corredo tra l’altro un’altrettanto affascinante postfazione di Mauro Maldonato, psichiatra e professore di Psicopatologia generale presso l’Università della Basilicata, dove leggo finalmente che improvvisare è un atto di profonda interiorità. Maldonato, partendo dall’assunto che «il pensiero cronologico è ordinato nel tempo, mentre il pensiero corporeo è simultaneo», mostra come «l’urgenza performativa di gesti, voci e suoni, sebbene declinata in un medesimo orizzonte, rende irriducibile la differenza del tempo individuale. Del resto,» continua e conclude sul punto «se i tempi individuali coincidessero, i musicisti condividerebbero la stessa vita».

Cultua Un venerdì nei pressi delle isole Lofoten 3Per rimanere nella cifra cosmologica, niente ci garantisce, se non l’universo stesso per come lo conosciamo nella nostra limitata quantità di tempo, e cioè niente ancora una volta, che le spirali sulle quali s’avvitano le orbite dei corpi celesti, conservino le medesime relazioni conosciute tra loro. Ciò non ci sgomenta, se consideriamo per un momento che, tolto il tempo, tutto quello che è è soltanto un momento, un improvviso, istantaneo e inaspettato, appunto. E come tale, non può risultare incoerente. Tanto mi dico, per chiudere i miei conti privati con Marsalis. Della giornata intera, generosamente dedicata dal filosofo e dal didatta alla declinazione plurale del tema dell’improvvisazione, è stata naturale conclusione un concerto del pianista Francesco D’Errico, accompagnato da Marco De Tilla al contrabbasso, Olindo Linguerri alla batteria e Alberto De Michele alla chitarra, nei locali del Circolo Gocce d’Autore a Potenza.

Rocco Infantino 

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