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Rocco Infantino

Giornalista pubblicista, batterista sconveniente.

Leggo. Mi incuriosisce la fisica quantistica. Mi piace il jazz. Scrivo in privato, uso il Garamond. Credo nella sezione aurea, nell’entanglement, nel dualismo onda particella. Preferisco i film francesi, i cibi semplici, le persone semplici, i problemi semplici.

Il mio orario del cuore sono le cinque e venti. Detesto usare Domodossola nel gioco “Nomi, cose, città” e vivrei volentieri a Londra, Parigi e Roma, come la maggior parte delle vallette degli illusionisti. Fin da ragazzo ho l’età che descrive J. L. Borges in Limites. Se non svolgessi un lavoro in ambito giuridico legale, probabilmente avrei voluto essere quello che fischia nella canzone Lovely head dei Goldfrapp.

scrivere

Abbiamo già detto altrove che un libro è anche un oggetto. Come un oggetto, viepiù siccome oggetto dal contenuto sconosciuto all’origine, spesso lo compriamo attratti verso di esso da chissàcché.

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cultura 1

Il pallottoliere di Youtube mi informa che sono il visualizzatore numero novecentosette, mentre rivedo il nuovo video dei Pietranuda,

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FullSizeRenderComplici i pomeriggi quasi autunnali che s’aprono d’improvviso in questa estate, mi ritrovo a sfogliare senz’ordine libri diversi, attingendone da disparate pile nel mio studio. Sfogliare senza davvero leggere, in maniera consapevole, intendo, lasciando che la mente goda della sua ora d’aria, senza ancora riuscire a immaginarmi di che scrivere, ad esempio.

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colori rossoPerché invece non proviamo a parlare di quello che sta succedendo? In questi giorni trovo siano accaduti due fatti importanti: uno riguarda la Gran Bretagna, l’altro Roberta Chiroli. La Gran Bretagna esce dall’Unione Europea.

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scrivere gda

Comincio a farmi domande su dove porti scrivere di libri che parlano di libri, soprattutto se considero che non sono un esperto ma soltanto, per l’appunto, uno che legge.

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IMG 1783Dovremo presto tornare a farci l’abitudine, l’estate arriva. Due notizie e due postille, se permettete. Uno. Qualche giorno fa, il 24 maggio per la precisione, il ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo ha sottoscritto con il direttore generale della RAI, con il presidente di Mediaset, con il vice presidente esecutivo di Sky Italia, con l’amministratore delegato di La7, con l’amministratore delegato di Discovery Italia, un documento denominato Patto per la lettura. Consultandolo, e glissando sulle espressioni oramai consuete che collegano anche le libertà individuali ad esigenze produttivistiche (sicché si deve leggere, tra le altre cose, che «La quota di investimenti destinata al miglioramento del livello culturale della popolazione è strettamente legata alla crescita del Pil e della produttività» e che «Cultura, innovazione e competitività economica sono fenomeni correlati tra di loro»), si apprende che le sue finalità sono quelle di definire strategie e promuovere azioni e iniziative sui temi della lettura. Insomma, il ministero e le maggiori televisioni concordano di darsi una mano per «contribuire a rendere la pratica della lettura un’abitudine sociale diffusa e riconosciuta». Bene. Bravi. Per una volta non sottilizziamo. C’è una vera e propria emergenza sociale nel nostro Paese, tra tante, della quale ci occupiamo persino da queste modestissime colonne, e cioè la forte disabitudine alla lettura, con quello che ciò comporta, questa iniziativa pare affrontare questo tema, quindi: bene, bravi. Del resto, proprio una cosa del genere, se non uguale, è stata promossa nel 2015 per quest’anno anche dalla BBC nel Regno Unito: Get Reading, l’hanno chiamata oltremanica. Due. Il 27 maggio, autorevolissimi componenti del Comitato tecnico scientifico per le biblioteche e gli istituti culturali e del Consiglio superiore dei beni culturali e paesaggistici, che sono, per farla semplice, i massimi organi tecnici e consultivi del medesimo Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, rassegnano le proprie dimissioni. Al di là del dato di stretta cronaca, della goccia che ha fatto traboccare il vaso, tanto più perché si tratta di studiosi, tecnici e professori di primissimo ordine nel Paese - parliamo ad esempio di accademici del calibro di Mauro Guerrini e Giovanni Solimine, di Gino Roncaglia -, il gesto, gravissimo, è stato mosso dalla urgenza di porre una riflessione sul ruolo delle biblioteche statali e sulle prospettive del sistema bibliotecario pubblico italiano, che versa in condizioni molto serie. Su questa situazione, lo stesso Consiglio superiore dei beni culturali e paesaggistici aveva approvato mesi addietro una mozione nella quale si chiedeva che per la prima volta si desse il segnale dell'avvio in Italia di una vera e propria politica bibliotecaria. Tradotto, senza le morbidezze della diplomazia burocratica: il sistema bibliotecario pubblico è allo stremo. In questo quadro, aggiunge la stessa mozione e noi non possiamo tacerlo, andrà dedicata una particolare attenzione al Mezzogiorno. Chissà perché. Questa era la seconda notizia, questo il dato drammatico. Per inciso, informazioni se ne leggono se solo le si cerca, anche nel Regno Unito e proprio in questi mesi, sono all’ordine del giorno le critiche, le proteste, finanche le occupazioni di alcune biblioteche, per il sostanziale depauperamento del sistema bibliotecario pubblico, come nel Surrey, come nel Lincolnshire, perché ormai tante biblioteche sono costrette a chiudere o a vedersi affidate a organizzazioni private esterne ad esse. Noi non siamo malfidati, no, ma non vorremmo che qualche buona iniziativa, adottata al momento e pure utile, facesse velo su una situazione strutturale che mina alle basi un presidio pubblico così centrale per la vita culturale, e quindi, assieme ad altri, per la tenuta democratica, del Paese. Insomma, con il ritorno dell’estate, quelli con la tv accesa incapperanno nella solita pubblicità che invita ad allertare il 115 in caso di emergenza incendi. Se divampa la fiamma, chiamare i vigili del fuoco va bene, certo. Non va invece per niente bene, anzi, l’aver tolto di mezzo, durante l’inverno, il Corpo forestale dello Stato. Postilla numero uno: non se ne può più di sentir dire ogni volta che si tagliano servizi essenziali, si, anche come quelli di cui qui riferiamo, che lo impongono ragioni di bilancio. Il denaro è uno strumento, non ha ragioni proprie. Le ragioni del denaro sono le ragioni di chi lo tiene, o lo stampa, e lo usa come strumento di potere. Postilla numero due: un pensiero di sostegno a quei tanti francesi che da settimane legittimamente manifestano contro provvedimenti governativi evidentemente inaccettabili, e che in questi giorni sono vieppiù impegnati a sperimentare quanto ci possa esser di vero nella relazione tra il “piove” e il “governo ladro”.

Rocco Infantino

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scrivere Parmenide sempre lui ancora luiNon è che me ne stessi seduto in cima a un paracarro, come avrebbe soffiato Paolo Conte, ma pensavo comunque ai fatti miei. Riflettevo, documentandomi, sui rimedi, pretesi o riconosciuti, per risvegliare ad attività la ghiandola pineale.Ciò che mi si prometteva era nientemeno che la rinascita a un livello superiore di coscienza, nel quale partecipare della vita dell’Universo come parte di questo corpo esteso. Ben più che regolare i ritmi sonno veglia, insomma.

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colore verde petrolioTroppo frettolosamente si chiude la discussione sul petrolio, sullo sfruttamento dei giacimenti, sulle condizioni e sulle criticità, per non dire sui disastri, ambientali. Troppo frettolosamente si archiviano gli esiti di un referendum il quale aveva il merito primario di imporre il tema; un referendum evidentemente ostile per la classe dirigente del Paese e finanche preterintenzionale per alcuni dei suoi stessi promotori. Volentieri si passerebbe già a discutere d’altro, giacché persino per la gran parte dei politici di mestiere e senz’altra qualifica - unico mestiere troppo generosamente pagato e che non conosce disoccupazione - i temi e i problemi posti, in una parola, la realtà, sono solo pretesto, in una società palesemente bloccata. Eppure, nelle più avverse condizioni democratiche, quando finanche nonuagenari presidenti emeriti bizantinavano contro lo spirito limpido della espressione del voto popolare, a votare si sono presentati in quindici milioni, ottocentoseimila e quattrocentottantotto. E di questi, più di tredici milioni e trecentotrentamila hanno votato per il SI. Sono cittadini. Sono persone. Evidentemente tuttavia non bastano, tante persone, per proporre una discussione compiuta sui temi dello sfruttamento dell’ambiente. E neanche basterà quello che stancamente, e tardivamente, emerge per via giudiziaria. Non basta quello che si vede già, quello che si sa già, sugli interramenti, sulle reiniezioni, sulle bonifiche finte o mancate, sui rifiuti, sulle falsificazioni, sulle omissioni, sulle irreversibili trasformazioni, sugli avvelenamenti, sulle radiazioni, sugli incidenti mancati, e quelli taciuti, silenziati, derubricati, reiterati e obliterati assieme. E sulle conseguenze, sulle morti, sulle malattie? Occorreva davvero che nella indolente mancata primavera del 2016 drappelli di carabinieri del NOE  s’affannassero in giro per la Basilicata a mettere insieme, finalmente, raccogliticce pile di cartelle cliniche, racimolate non senza sudare, perché solo ora venisse il sospetto, un acuto quanto improvviso lampo di genio, che possa esservi una certa quale relazione tra uno sfruttamento intensivo e soprattutto mal praticato del territorio e la crescita dell’incidenza di malattie soprattutto tumorali tra una popolazione residente troppo esposta? Cionondimeno ormai un numero sempre crescente di persone, di persone, domanda, con strumenti democratici, di avviare una discussione finalmente vera sui temi dell’ambiente. Che non sia un gioco tra politicanti, che non sia un mottetto superficiale e provinciale, che non abbia esiti preconfezionati. È chiedere troppo? È o non è un diritto? Non le si prenda per bucolici, per sognatori, quelle persone, non le si conti come un intralcio marginale e controllabile sulla via del profitto. Non sono figli di una visione pastorale della vita fuori della storia; hanno invece idee serie, praticabili, e non si arrendono a credere che non vi sia alternativa all’attuale modo di sfruttare le risorse disponibili. L’idea che non si diano alternative praticabili, in politica, nell’economia, nell’ambiente, nella scienza, l’idea che fuor di quello che è tutto il resto sia un irresponsabile salto nel buio, è il nocciolo del più becero oscurantismo e nasconde malamente il gioco della conservazione del potere. Sembrano passati secoli sotto questo cielo eppure era appena ieri quando, fiero con il fiocco delle classi elementari, ascoltavo la maestra parlare di madre Patria e di madre Natura. Alla seconda abbiamo domandato troppo. La prima troppo spesso appare matrigna.

Rocco Infantino

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Il cervello umano è quello che in termini informatici può essere definito come una architettura aperta. Esso cambia e si riorganizza secondo le funzioni che è chiamato a svolgere.La lettura non è tra le funzioni originarie del cervello. E quello che noi comunemente chiamiamo lettura è in realtà un complesso ampio di processi linguistici e cognitivi che abbraccia i sistemi di senso o semantici, che implica l’analisi del contesto, che fa appello al bagaglio culturale specifico, che utilizza e riconosce stimoli visivi e concettuali. Una volta lì, davanti al segno scritto e così decodificato, la mente parte, verosimilmente e spesso, verso una rievocazione o una fantasticheria, in tal modo rompendo il limite del pensiero individuale, raggiungendo una più circostanziata percezione dell’altro e del cambiamento e, per questa via, potendo anche arrivare ad immaginare una evoluzione, un futuro, un “poter essere” dell’individuo che legge, soggetto ed oggetto di questo pensare. Dunque ho letto Maryanne Wolf, Proust e il calamaro, Storia e scienza del cervello che legge, edizioni Vita e Pensiero, Milano, 2009 – 2015, come avevo anticipato tempo fa su queste stesse colonne. Maryanne Wolf è una neuroscienziata cognitivista, studiosa della lettura, e in particolare della dislessia. Insegna alla Tufts University (Massachusetts, USA). Il volume si compone di tre parti. La prima affronta il tema dei primi sistemi di scrittura, in parallelo con le qualità - diremmo - adattive del cervello umano. La seconda parte è dedicata allo studio del particolare momento, che in genere coincide con l’età più tenera dell’uomo, in cui si impara a leggere. La terza parte del volume, infine, è dedicata in particolare alla dislessia, non soltanto quale fenomeno che porta il cervello a non riuscire nell’apprendimento della lettura, bensì come significativa traccia d’indagine sul passato evolutivo e sul possibile sviluppo futuro del sistema simbolico umano. La sua complessità e la ricchezza di suggerimenti e di opportunità di approfondimento che vi si ritrovano, mi portano oggi ad essere convinto che tornerò, magari, più in là, a parlare degli altri aspetti, accennando per ora soltanto alla prima parte del volume.

IMG 1638Qui, si scopre subito che a livello neuronale e funzionale alla lettura non corrisponda una attività geneticamente programmata, come ad esempio per la visione, e che quindi al cervello occorra ricorrere ad una specie di riciclaggio neuronale con il risultato che, leggendo, il nostro cervello, concretamente, cambia. Occorre partire dalla origine della scrittura. L’autrice ci propone, al riguardo, tre momenti significativi: l’invenzione di una rappresentazione simbolica, l‘intuizione che tale rappresentazione potesse servire a comunicare attraverso lo spazio ed il tempo e, infine, l’affermarsi, non generalizzato, di una corrispondenza suono-simbolo. Il comparire di simboli significativi e il lavoro da svolgersi per decodificarli impegna nell’uomo, a differenza di altri primati, diversi ambiti dei lobi temporali e parietali del cervello, all’uopo riorganizzati in “aree associative”. L’Autrice ripercorre dalle origini i sistemi di scrittura, che si differenziano, grosso modo, per essere espressione dei suoni (sillabici o singoli) o dei concetti, o di una loro varia combinazione. Avremo, con buona approssimazione, così, da un canto sistemi più propriamente alfabetici, come la lingua greca, e sistemi più concettuali e simbolici, come il cinese o il giapponese, per rimanere all’oggi, in un certo senso analoghi, questi ultimi, dei geroglifici egizi o dei segni dei Sumeri delle origini, per semplificare. Correlativamente, nel corso dei millenni, e fino ad arrivare al XX secolo, per insegnare la lettura, ricorreva la domanda se fosse più conveniente applicare metodi basati sui suoni o metodi basati sui significati. Metodi e linguaggi diversi impegnano aree fisiche delle varie regioni e di entrambi gli emisferi del cervello differenti tra loro; esso è spinto così verso quella “efficienza cognitiva”, risultato anche della velocità con la quale determinati nuovi automatismi di riconoscimento di senso e significato dei linguaggi riescono ad operare.

wolf3In questo, si colgono anche curiosità a propria volta non prive di conseguenze per il lettore, quale quella che vede antiche scritture, come l’egizia appunto, non sorrette da punteggiatura, né ordinate sistematicamente da sinistra verso destra o viceversa, bensì distribuite nello spazio a disposizione in modo che le righe vadano una da sinistra a destra e la successiva, più in basso, da destra verso sinistra, seguendo con lo sguardo proprio il modo di girarsi del bue lungo un  campo da arare. Sull’altro fronte, quello alfabetico, non pochi filosofi del linguaggio nel tempo teorizzarono il fatto che il cervello, libero dall’incombente di dover immagazzinare tante, spesso tantissime immagini per decodificare i simboli, bensì dovendo gestire un limitato catalogo di suoni - segni in rapporto fisso, fosse maggiormente favorito ad addentrarsi, con questo linguaggio agile e scarno, che viepiù non occupa molta memoria, nel pensiero astratto, originale e speculativo. Al termine di questo primo tratto del percorso che, si, qui ho proposto come una corsa a rotta di collo e dovendo saltare di esso pezzi pure importanti, Wolf torna a considerare le tre critiche mosse a suo tempo da Socrate al sistema della scrittura, e cioè: l’immobilità della parola scritta, la distruzione della memoria e la perdita del controllo sul linguaggio e quindi sul sapere. Sulla prima, si sa, al dialogo con l’altro, irrinunciabile per Socrate, la scrittura offre, come alternativa, un dialogo interiore individuale che può rivelarsi, spesso, non meno fecondo. La seconda costituisce, probabilmente, una questione aperta, se si consideri che alle aumentate potenzialità della memoria collettiva, moltiplicate proprio dalla parola scritta, può effettivamente corrispondere un depauperamento delle occasioni di nutrire una puntuale memoria individuale. Quanto alla terza critica, ai tempi di Socrate proprio come ai nostri, il passaggio di allora dalla tradizione orale a quella scritta, o il nostro dalla scrittura dei libri e degli autori alla virtuale conoscenza o conoscibilità di tutto grazie agli strumenti informatici, passaggi entrambi che vedono marginali le figure di indirizzo e di guida dei maestri, poteva e può, in effetti, nascondere il rischio di un’attenzione sempre parziale perché multifunzionale, di una confusione tra le teorie o le narrazioni e la realtà. Incomberebbe, insomma, il rischio della superficialità (e con esso quello della orientabilità, della manipolabilità, aggiungerebbe, sommessamente, chi adesso scrive). Critiche dunque, che anche in un passaggio quale quello attuale, dalla cultura scritta sui libri a quella diffusa informatica e del web, si ripete con l’Autrice, hanno un forte sapore di attualità. Se a ciò aggiungiamo, come pure spiega bene la Wolf, che a mutamenti culturali così intesi corrispondono mutamenti funzionali, anzi mutazioni neuronali, si converrà che forse son cose da tenere a mente. No?

Rocco Infantino 

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Potevamo tacere su questo? Quello che sta anero lucido 1ccadendo nella terra di Basilicata dalla quale scriviamo, se confermato, sarebbe di una gravità estrema. Non ci interessano le vicende piccole di qualche ministro o di qualche intero gabinetto di dubbia statura. Attività petrolifere intensive, eccessive, irrispettose delle riserve naturali, delle vocazioni agricole, della stessa salubrità degli insediamenti umani. Iniezione di veleni nei pozzi, smaltimenti inadeguati di rifiuti tossici e pericolosissimi. In luoghi che ospitano per di più, già da cinquant’anni, la radioattiva eredità di una vecchia produzione del Minnesota. Picchi - connessi? mai sondati? - di malattie tumorali oltre ogni normale statistica. Qui potrebbe trattarsi della devastazione di un intero territorio e del genocidio di una intera popolazione. Consapevoli. Annotati, anzi, nella colonna costi o come effetti collaterali. Abbiamo delle colpe terribili: siamo pochi, eravamo arretrati, ci siamo fidati. Se tutto ciò sarà confermato, o si troveranno e si puniranno gli assassini - usiamole, le parole, le parole esistono -, o assassini dovranno essere considerati tutti: la comunità nazionale, se c’è, perché distratta o disinteressata, chi detiene o rappresenta il potere, nelle sue articolazioni, fino agli ultimi indigeni àscari, fino agli ignavi. Si scoprirebbe che la Basilicata è tenuta in isolamento per precisa volontà: senza strade, senza ferrovie degne, in una perenne condizione di cittadinanza diminuita rispetto ad altri territori, in spregio anche delle garanzie costituzionali. Si dimostrerebbe che abbiamo contro potentati economici sproporzionati per le nostre forze, e magari servi di questi potentati che vengono ancora a spuntarci l’elenco degli animali da cortile. Ciò nel silenzio perfetto di quelli che si sbracciano ogni giorno, anche dalle più alte cariche istituzionali, in favore di altre popolazioni, di altre etnie, di altre vittime di altre ingiustizie lontane. Certo, non dimentichiamo, noi, di essere soltanto una piccola rivista di cultura: orgogliosa, ma senza velleità. E allora. Il prossimo 23 aprile si celebra la Giornata mondiale del libro e del diritto d’autore. Istituita nel 1996, giusto vent’anni fa, dall’UNESCO e nata nel 1926 in Catalogna come “la festa del libro e delle rose”, è ancora oggi un momento importante per riflettere sul valore anche sociale della lettura, e della cultura, come elemento centrale per la crescita individuale e collettiva. Col mondo del potere non ho avuto che vincoli puerili. Pier Paolo Pasolini, nel suo Petrolio, quello che avrebbe dovuto essere il suo romanzo dei romanzi, mette in esergo questa frase di Osip Ėmil'evič Mandel'štam, poeta e prosatore russo e tra le vittime delle purghe staliniane. Noi non dobbiamo avere vincoli puerili con il potere. Chi esercita il potere, che sia quello economico, che sia soprattutto quello politico ed istituzionale, ha un imperativo, indefettibile dovere di verità. Se qualcuno a Potenza o a Roma, indifferentemente, viene a dirci che in un lago i pesci muoiono annegati o che quello ch’è sbagliato, per un governo, è una telefonata di troppo, ma non l’incontrollato dominio che esso accorda a terzi per lo sfruttamento di un territorio, dobbiamo accorgerci che il patto sociale è violato e comportarci da adulti. Abbiamo diritti, abbiamo doveri verso noi stessi. Abbiamo anche il dovere di considerarci, come donne e uomini intelligenti, capaci di immaginare e costruire un mondo diverso, migliore. La nostra civiltà è nata senza il petrolio, prima del petrolio. Senza il petrolio, dopo di esso, un futuro c’è, è tecnicamente possibile. Difficile, forse, ma possibile. Sta a noi. Prima del 23 aprile, e del Maggio dei libri, viene il 17 Aprile, data che si tenta d’affossare nel più oscurantista dei silenzi. La cultura è la nostra arma, sappiamo cosa fare.

Rocco Infantino 

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