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scrivere cover 1Alberto Testa è un bellissimo vecchio di novantatré anni che ha mandato alle stampe in questi giorni la sua ultima opera “Rudolf Nureyev genio e sensualità”, arricchita da molte foto di Alessio Buccafusca, ed Gremese. Testa è stato ballerino, ha danzato con illustri partner, poi coreografo di sofisticati balletti nonché delle danze in molti film storici e in opere liriche, ha insegnato storia della danza per trenta anni all’Accademia Nazionale di Danza, instancabile organizzatore di premi, manifestazioni e concorsi, ha scritto numerosi libri ed è stato importante critico per la Repubblica e altri magazine, tutto questo e altro ancora sempre con eleganza, leggerezza e sorriso sulle labbra.

In questo libro l’autore ci accompagna alla conoscenza di Rudolf Nureyev dalla nascita (1938) avvenuta su un treno in Siberia fino alla lunghissima e dolorosa morte per ADS (1993). In questi 54 anni Rudy è stato il più affascinate danzatore di tutti i tempi. Quando era in scena il tartaro volante tutti gli occhi del pubblico erano magnetizzati su di lui, senza remora. E dire che aveva cominciato a studiare danza in età avanzata e contro il parere dei genitori, ma nel 1961 era già un fuoriclasse del Kirov quando decise per il gran passo. La celebre compagnia del Kirov era in tournée a Londra e Parigi e fu allora che Rudy decise della sua vita. Non tornò in Russia. Il suo gesto fu accolto con intelligente chiaroveggenza da quella che divenne la sua partner fissa e preferita, Margot Fonteyn. Non ostante fosse più vecchia di lui di ben venti anni formarono una coppia ineguagliabile per bellezza e stile. Alla grazia e perfezione stilistica di lei si univa la passionale irruenza di questo magnifico tartaro e le loro esibizioni mandarono in delirio le platee di tutto il mondo. Interpretarono insieme molti balletti cercando equilibrio e affiatamento, nel Lago dei Cigni “lei era la purezza squisita, dice Testa, Rudolf immetteva tutto il fuoco sacro di cui era capace, bellissimo e bravissimo, l’uno si integrava nel disegno dell’altra…..l’interpretazione risultava omogenea, appassionata, poetica, trascinante, formidabile!” . Il 1963 è stato l’anno del Margherite et Armand, a Londra impazziscono per Rudolf, a corte Elisabetta e Margaret sono ai suoi piedi! Questo balletto, del coreografo inglese Sir Frederick Ashton, è stato una delle interpretazioni più riuscite della coppia. Il successo di questo binomio fu mondiale. Il fulgido percorso di Nureyev era all’apice, lui è stato il ballerino più richiesto, il più pagato, forse l’unico ballerino classico che ha potuto accumulare una fortuna, cosa mai riuscita a un artista di danza, abitava in magioni sontuosissime sparse in molti luoghi del mondo.

Tante furono le partner che si sono alternate al suo fianco su tutti i palcoscenici possibili, scrivere Nureyev 2ma sempre gli applausi più fragorosi erano per lui. Lui ballava e la musica era nelle sue gambe e anche sul suo viso, quegli zigomi espressivi, quel volto ardente facevano parte della danza, lui volava, non saltava, le sue variazioni facevano battere il cuore. Nureyev amava molto l’ Italia e in particolare Roma dove era accolto con una certa libidine e eccitazione dalle belle e nobili dame dell’enturage mondano, dalle acclamazioni in teatro e dalle centinaia di fan che lo aspettavano sempre all’uscita dopo lo spettacolo solo per toccarlo e ottenere un autografo. Un mito come non ce ne sono stati altri. Le sue attenzioni per le donne erano solo snobberie salottiere. Un suo amore lo scoprì Testa quando in un ristorante non à la page lo vide in atmosfera intima con Erik Bruhn, legame, dice Testa, che in seguito si sciolse con il crescere dei capricci di Rudy. Infatti “egli era stato stregato dall’Occidente, dalla libertà che esso rappresentava per lui e che non tardò a cogliere con esagerata condivisione”. E noi aggiungiamo, tanto per portarlo a una fine tragica. L’incontro con Erik Bruhn avvenne in occasione di uno spettacolo in cui eccelleva anche Carla Fracci, all’Opera di Roma una Silfide indimenticabile. A questo proposito mi intrometto con un bellissimo ricordo, in quella occasione feci  nella mia Galleria Ferro di Cavallo una mostra di fotografie che Franco Pinna aveva realizzato alla generale. Intervennero gli interpreti e tutto il mondo della danza, un successone. Correva l’anno 1966.scrivere mostra Pinna 4 Nureyev tornò a Roma 15 anni dopo, portandosi dietro una fama sfolgorante, la città era in fibrillazione, doveva danzare in Giselle, il suo ruolo, con Carla Fracci. In quegli anni ero capo ufficio stampa al Teatro dell’Opera e ho seguito da vicino le situazioni più strepitose, dalle lunghe file di giorni e notti al botteghino per accaparrarsi un biglietto alle prove in palcoscenico e a tutte le recite. Vederlo provare, aiutare generosamente i ballerini di fila, battibeccare con la Fracci….era un godimento. Altri ballerini in quegli anni come Vassiliev e Barysnikov avevano, afferma Testa, un corredo di tecnica classica maggiore di quello di Nureyev, ma “inutile cercare in lui la perfezione, il controllo, il calcolo, l’estrema pulizia del passo…era un altro tipo di danzatore che dava allo spettatore quella gioia quella soddisfazione e che portava all’applauso clamoroso, all’urlo frenetico a ogni fine di variazione”.

scrivere Testa De Donato Cipriani 5Il racconto di Testa si snoda attentamente e con dovizia di date, titoli, teatri e partner sulla eclatante cavalcata di successi del Nostro, dalle interpretazioni ardenti nelle varie Giselle, o Lago dei Cigni e Bella Addormentata fino a quelle birichine e spavalde di un Don Chisciotte di uno Schiacianoci o di Marco Spada che proprio Nureyev volle far rivivere all’Opera di Roma. Senza tralasciare i ruoli significativi di danza moderna come quelli di Apollo Musagete di Balanchine o di Pierrot lunaire di Tetley o del duo con Paolo Bortoluzzi in Canti del compagno errante di Béjart. Ma la sua stella cominciava a tramontare, il suo corpo non reagiva più con lo stesso furore, lui non voleva scendere dal palcoscenico, resistette con dolore fino alla fine, fino agli ultimi giorni, quando quell’orribile male non lo divorò.

Agnese De Donato

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inediti agfa i20 1Il ritrovamento di una vecchia macchina fotografica anni ’30. La stampa di vecchie foto contenute nel rullino ancora chiuso raffiguranti un uomo e una donna vicini ad un lago. La città di Vienna come sfondo della storia. Questi gli elementi sui quali hanno lavorato gli allievi del laboratorio di scrittura “La bottega dello scrittore” di Potenza per la redazione di un racconto in cui fantasia e realtà si sono intrecciati mirabilmente, portando ciascuno in luoghi remoti del proprio passato. Oggi vi proponiamo il primo di questa nuova serie intitolato “Frammenti di memoria” scritto da Carmen Cangi.

Natale 2006. Volai per Vienna in compagnia di Elisa, la mia amica di sempre.  Finalmente, dopo tanto tempo, si realizzava il sogno di due adolescenti ormai donne mature. Vienna continuava ad essere la meta agognata di due ragazze romantiche e sognatrici alle quali il tempo aveva aggiunto un tocco di grigio sui capelli. Elisa aveva organizzato il viaggio nei minimi dettagli.

Partimmo di pomeriggio inoltrato. Il volo  durò un batter di ciglia. Vienna  si presentò ai nostri occhi con un  cielo chiuso da grandi nuvole. L’aria era fredda e pungente, ma i nostri cuori erano due fiamme ardenti. Un taxì ci portò all’Hotel prenotato da Elisa. Un palazzone d'un rossiccio sbiadito, dalla forma quasi quadrata, movimentato da tanti piccoli porticati. 

La mattina seguente decidemmo di visitare la città in carrozzella. Eravamo entusiaste! Il cocchiere, con un gesto di tenera attenzione ci passò una coperta che suggellò il nostro affiatamento. E… via alla scoperta della città:  i giardini imperiali, i sontuosi palazzi barocchi, il castello della Principessa Sissi, il bel Danubio, quello blu. Vienna era un museo a cielo aperto. Di tanto in tanto ci fermavamo nei tipici caffè, tutti caratteristici e tutti uguali nel modo di presentarsi:  il tavolino in marmo,  il giornale e un bicchiere d’acqua. Luoghi dove si consumava il tempo e lo spazio,  ma solo il caffè compariva sul conto. Le note di Mozart, Beethoven, Strauss in sottofondo rendevano la sosta ancora più piacevole.

Eravamo ormai immerse in un’atmosfera da sogno, che i profumi del punch fruttato con il vino, del pan di zenzero e  delle mandorle tostate rendevano dolce.  A Natale, di sera, Vienna si trasformava in un incanto stupefacente, con pittoreschi mercatini all’aperto illuminati da luci abbaglianti.  Le bancarelle creavano un vero e proprio labirinto: passarvi in mezzo era una goduria per tutti i sensi. Scegliemmo di visitare inediti vienna 2 il Villaggio di Natale al castello  Belvedere, barocco sia  nell’artigianato che nello stile di vita.  Ci aggirammo quasi smarrite tra le  tante bancarelle  che esponevano  oggetti  d'una bellezza mozzafiato: mobili di fine Settecento intarsiati e decorati a mano, orologi preziosi del XIX secolo con incisioni d’oro, teiere, tazzine e vassoi di  fine porcellana...

La mia attenzione venne catturata , però, da una macchina fotografica carica d’anni. Il venditore sembrava  uscito dal libro “Cuore”; masticava un sigaro spento, come i suoi occhi. La mia presenza sembrava averlo incuriosito. La sua mano vissuta andò decisa verso la macchina fotografica... l’accarezzò... un gesto che per incanto riaccese i ricordi suoi e miei.

Il viso attraversato da profonde rughe sotto una barba incolta accennò  un sorriso, da me subito ricambiato: qualcosa ci accomunava. Ma cosa?…

Scusi… quanto costa quella macchina fotografica” gli chiesi con apparente disinvoltura in un timido inglese.

E lui di rimando: “Secondo lei  quanto può valere?”

Mi rispose in un  italiano perfetto, sorridendomi come una casa che spalanca finestre e balconi.

E’ italiano!... Che fortunata che sono! “ gli dissi con un entusiasmo, pari al suo. ”Lo sono anche io”.

“Lo avevo intuito”, mi rispose e continuò parlandomi di lui.

Sono un fotografo sempre in giro a raccontare le cose belle e brutte con il mio obiettivo. E’ l’occhio del mio cuore. Mio padre, quando mi regalò la prima macchina fotografica, mi disse che avrei dovuto far parlare e suonare le foto...

“ Come è possibile? lo interrupi con evidente stupore:

Se la natura, uomini e cose si esprimono per suoni e parole, mi spiegòcome si fa ad una scolaretta, perchè devono diventare mute in una fotografia? Se si capisce questo, si è in grado di fotografare tutto”.

Ho capito”.. . commentai convinta. “ Lei con il suo obiettivo riesce a cogliere le magie della vita che non sempre sono spettacolari, appariscenti!… A volte si nascondono nelle sfumature di gesti quotidiani... Grazie... grazie, per avermi svelato un segreto sconosciuto ai più”.

Questo dialogo aveva creato un’intesa complice tra noi due, che mi permise di azzardare: “Allora...me la vende la macchina?

E lui: “Come posso dirle di no? La macchina è un pezzo di me e non potrò portarla nella tomba. Lei è entrata nel mio cuore con le sue parole che vengono da molto lontano... Parole mai sentite prima, che hanno colpito quel pezzo di me che la macchina rappresenta...

Arrossii di gioia..io che avevo sempre pensato di non saper entrare nei pensieri degli altri, mentre l’anziano signore dopo un sospiro più lungo del Danubio, continuò a parlarmi.

Mi aveva chiesto quanto potesse valere!... Certe cose sono come i sentimenti...Può dire quanto costa un ti voglio bene? ...No. Questa macchina è un sentimento che, ne sono certo, lei saprà continuare a far parlare. I miei occhi, le mie mani saranno con lei tutte le volte che l’obiettivo la spingerà a fotografare..

A questo punto pensai: “O sono matta, oppure stò vivendo una fiaba..”

Con un gesto solenne mi consegnò la macchina fotografica dicendomi: “è sua!”

Ma...allora...non ero matta!...allora stavo vivendo una fiaba vera?

Mezza intontita gli chiesi: “Quanto... le... devo?...”

Pagherebbe uno che le desse il suo amore? Certamente no... Come si pagano i sentimenti?...

Risposi alla sua domanda con un bacio sulla guancia, caldo come la ceralacca quando chiude una busta contenente parole preziose.

Lo lasciai, ma non del tutto.

La passione per la fotografia l’avevo ereditata da mio nonno materno. Nelle sue fotografie sembrava quasi possibile leggere il pensiero delle persone.

Un giorno gli chiesi: ”Nonno sai fotografare anche i sogni?”

“ Si, certo “ mi rispose con la più grande naturalezza.

Come si fa?” replicai incuriosita.

Lui guardandomi negli occhi disse: “ Bambina mia, per fotografare i sogni basta pensarli uno per uno così come vivono ammucchiati nella tua testolina bionda. Per te sarà più facile perché i tuoi capelli riccioluti impediranno loro di cadere e di allontanarsi da te. Un clic li fisserà per sempre sulle tue mani, perché possa farne cibo quotidiano.”

Custodiva, come una reliquia,  la sua macchina fotografica sul comò tanto caro a nonna. Nessuno dei  nipoti poteva sfiorarla.  Il privilegio di  spolverarla, di tanto in tanto,  lo concedeva solo a me; probabilmente aveva intuito che il mio interesse per la fotografia era autentico. 

Un giorno la macchina scomparve dal comò. Scoprimmo, dopo la sua morte, che l’aveva regalata al figlio del fotografo del paese, emigrato per  lavoro in Austria . Quei pensieri mi accompagnano per un lungo tratto di strada.  Per caso mi accorsi che  la macchina fotografica  conteneva ancora  la pellicola, e,  notai che era una ”AGFA Billy Clack”  come quella  di  mio nonno. Strano! mi dissi.

Entrai nel  primo negozio fotografico che trovai lungo la strada.  Elisa mi seguì, senza parlare: aveva capito che stava succedendo qualcosa di importante. Pregai il proprietario  di sviluppare  subito la pellicola . Capì la mia apprensione e  si diresse spedito nella camera oscura. Poco dopo uscì con tre fotografie. Le guardai con trepidazione, senza capire il perché.  Erano tre immagini  di un uomo e una donna in un bosco nei pressi di un fiume.inediti lago 3 Non erano sfuocate ma volti e paesaggio sfumavano in un velo di nebbia. Un brivido mi pervase tutta: stava accadendo un piccolo grande miracolo.  In ogni foto c’era un ricordo custodito, l’ombra del viso sorridente di mio nonno era ormai svanita, ma era parte di me. 

E lì in quella pellicola ricca di sfumature,  magicamente si  stava ricostruendo  il tempo della memoria passata. Le foto ritraevano chi era entrato ed uscito dalla mia vita e chi aveva lasciato una traccia nel mio cuore. L’uomo sembrava farmi un occhiolino complice, la donna era la fotocopia di mia madre: erano  nonno Michele e nonna Filomena!... Non capivo più niente! Il mio cuore era diventato un affluente del Danubio.   La macchina fotografica era quella di mio nonno e…  Vienna me l’aveva restituita. 

Il filo della memoria è pieno di nodi, rimandi, grovigli.  Ci sono dei momenti in cui resiste a tutte le sollecitazioni, altri in cui si srotola tutto sul pavimento, svelando i segreti che una pellicola  aveva conservato a lungo, al riparo di cuori e pensieri estranei. Fu ciò che accade in quel viaggio. Ritornammo a casa felici ed appagate.

Quella vecchia macchina fotografica non aveva mai lasciato nonno Michele di cui era diventata corpo, pensieri e desideri.

Carmen Cangi    

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“Lega il tuo carro a una stella”, scriveva L.Da Vinci.

 

osservare greco1

 A chi non è mai capitato di sentirsi all’ improvviso trasportato da una sensazione che ci lascia “uscire” , per qualche secondo ,dalla realtà per viverne momentaneamente altre ?

Poi ritornare alla nostra quotidianità, riuscire a capirla, accettarla e interpretarla meglio, poiché “ questa trasposizione sensoriale” ci ha arricchito, ci ha dato una visione più ampia e strumenti che ci permettono di inquadrare le nostre esperienze e vederle con più distacco. Ciò che istiga uno sguardo diverso sulla realtà è un libro, un quadro, un film o più in generale un’opera d’arte perché siamo certi di sorprenderci davanti a qualcosa di nuovo, d’originale, di potente. In questo trasporto emotivo c’è chi cattura frammenti di immagini e li riporta poi nella quotidianità quasi a voler fare un resoconto dl suo “zapping” emozionale.

Nico Greco, attraverso le sue opere pittoriche, mette in evidenza questo tipo di sentimento e regala, a chi osserva i suoi dipinti, le stesse emozioni che hanno permesso la loro creazione.Nasce a Potenza il 23 dicembre del 1962 e verso la fine degli anni 90’ da autodidatta inizia a dipingere su tempera ispirandosi ai celebri dipinti di Leonardo Da Vinci.Negli ultimi anni ha partecipato a numerose mostre personali e non nella sua città natale.

osservare greco 2Sabato,7 Marzo è stata inaugurata una sua personale intitolata “ i colori delle donne” presso il circolo culturale di Gocce d’Autore a Potenza dedicata all’universo femminile. Celebra, nei suoi 19 dipinti esposti, la Donna e la sua natura così vicina alla perfezione, al divino, al mistero che la rendono unica nella sua esistenza.Sono donne sensuali, forti e determinate. I colori ne esaltano i contorni e danno spessore alla personalità. Le tonalità forti fanno da sfondo a gran parte delle tele, contrapposti poi ad un bianco candido che sfinisce nel grigio. Le donne di Greco comunicano il loro passato e il loro futuro, sono creature che dialogano tra loro senza distinzione di razza, di lingua e di religione.

osservare greco 4Greco mette su tela le emozioni di un viso e la gestualità del corpo nelle sue sensuali movenze ritraendo icone del mondo del cinema come Dita von Teese , modellastatunitense e show girl del burlesque o Amelie, la giovane protagonista di un film uscito nel 2002 scritto e diretto da Jean-Pierre Jeunet .

L'arte di Greco è complessa e sapiente, unassemblaggiodi frammenti attinti al mondo del cinema e ricontestualizzati attraverso una pluralità di codici che spaziano dal mondo della pittura alla televisione e dalla musica al linguaggio cinematografico.

Particolare è il suo modo di vedere il mondo, di assaporarlo, di raccogliere in briciole l'essenza delle piccole cose .La sua pittura è arte che inscena se stesso attraverso molteplici registri e tutto questosenza far troppo rumore, come se stesse dietro le quinte ad osservare che le sue opere vadano a buon fine.

 

Gocce in 3d con Nico Greco

 

Serena Gervasio

 

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Il segreto della felicità è assumere un atteggiamento, uno stile, uno stampo in cui devono cadere e modellarsi tutte le nostre impressioni ed espressioni.”

Cesare Pavese, Il mestiere di vivere.

 

osservare redandy 1

Su tale citazione, si va ad inserire lo scenario elegante nonché rivoluzionario dei dandy che, spostando leggermente quel confine che separava i generi, s’interessano alla modacon sensibilità e fanno del dettaglio colorato, curato, démodé , il loro punto di forza. Nel modo di abbigliarsi del dandy ritroviamo così la passione per il guanto o il fazzoletto dai colori accesi, la cura dettagliata nel creare la piega perfetta per la cravatta, l'abilità nell'accostare fra loro varie tonalità o gradazioni di colore. I dandy amano anche quella patina che il tempo lascia sugli oggetti in opposizione ad un futuro incerto da cui vogliono prendere le distanze.

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“Eccentrica bellezza” , questo lo slogan di un giovane potentino Armando Capitanio, creatore del marchio Re|Dandy, una linea di accessori come papillon, cravatte, fazzoletti da taschino e fiori all’occhiello.

Dopo aver abbandonato gli studi universitari in Economia Aziendale per iniziare a lavorare come venditore, anche all’interno di gallerie d’arte, Armando nove anni fa, diventa socio di un’agenzia viaggi a Potenza, dove lavora ancora, ma la passione per la moda non lo ha mai abbandonato.

Decide così di dedicarsi al riciclo creativo scegliendo pregiati materiali dei più disparati quanto “vecchi” indumenti, per elaborare accessori che, nati da un’idea e da un’esigenza, diventano capi irripetibili ed originali.

 L idea nasce da una passione per la moda in un pomeriggio d inverno incuriosito all’idea di vedere la realizzazione di un papillon fatto in jeans, ricavando il tessuto da una suo paio usato.

Da lì l idea di abbinare al jeans un altro tessuto di una differente fantasia e unirli per creare un papillon double face, svuotando i suoi armadi di vecchi vestiti iniziando ad abbinarli.

Per creare le sue collezioni si circonda di tutti i tessuti a disposizione in quel momento individuando il primo scampolo e, con una osservazione più attenta, unisce ad esso la sua  “anima gemella”.

Armando, con le sue creazioni, fa in modo che l’uomo contemporaneo, con un pizzico di follia, possa giocare con la moda e trovare in essa sempre quel dettaglio, quel pretesto per distinguersi.

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Eleva le sue collezioni con la sua particolare originalità; esprimendo se stesso con una raffinata eleganza, ostentando il fascinoso senso estetico.

Un progetto che guarda al futuro, verso prospettive eco-sostenibili.

Il suo obiettivo è quello di trasformare l’idea in qualcosa di più concreto e redditizio magari creando, nella sua città nativa, un laboratorio e uno store fisico dove mostrare le sue creazioni e proseguire con la ricerca di una bellezza e di un’armonia che vuole esprimere la  ricchezza di ogni uomo che purtroppo molti dimenticano e calpestano.

 

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 “Il dandy dovrebbe aspirare ad essere ininterrottamente sublime. Dovrebbe vivere e dormire davanti uno specchio”. Charles Baudelaire

 

Visita la Galleria Virtuale con re|dandy

 

Di Serena Gervasio

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osservare foto1“Colui capace di restituirci un dinamismo cosmico che sfugge il controllo della ragione, ma che può rapire l’animo umano in estasi paradisiache o precipitarlo nello sgomento”.

Giulio Carlo Argan

 

Joseph Mallord William TurnerNasce a Londra nel 1775.

Dotato di grande talento, Turner, a soli 14 anni entra alla Royal Academy e nel 1794 inizia a lavorare come illustratore per il "Copperplate Magazine" e il "Pocket Magazine".
È spesso in viaggio per prendere schizzi e appunti e lavora in prevalenza ad acquarello e con la tecnica dell'incisione. A partire dal 1796, si dedica anche alla pittura a olio.
Turner è attratto dall' estetica del sublimee delpittoresco, quel sublime dinamico, come lo definiva Kant, che riguardava le manifestazioni della natura caratterizzate da grande esplosione di energia. Il soggetto di alcuni suoi quadri più tipici sono proprio le tempeste. Quella furia degli elementi che imprime grande velocità all’atmosfera.

Nel 1819, Turner compie un lungoviaggio in Italia. Visita Venezia, Roma e Napoli. Rimane folgorato dalla luce mediterranea, che imprime al suo stile la svolta decisiva. Realizza alcune vedute di Venezia, dove luce e colori sono i veri protagonisti.
Nel 1827 si reca sull'Isola di Wight per far visita al celebre architetto John Nash.
Nel 1828-1829 torna a Roma. Mostra un crescente interesse per le scene storiche, mitologiche e di genere, per le quali si rifà a Rembrandt.
Negli stessi anni, oltre ai nuovi soggetti, si dedica alla pittura di paesaggio e alla rappresentazione di figure.
Nel 1836, assieme all'amico e collezionista Munro, torna in Val d'Aosta. Il suo scopo è quello di rivedere le Alpi e il Monte Bianco, che tanto lo avevano affascinato in un precedente soggiorno del 1802. Realizza numerosi schizzi e disegni a matita e acquerello. Da questi studi scaturiscono due taccuini, oggi alla Tate Gallery:Val d'AostaeFort Bard.

Stile

osservare foto2Turner è stato uno dei più grandi paesaggisti della storia dell’arte europea ed uno dei grandi interpreti , insieme a Constable, della pittura di paesaggio romantica in Inghilterra.

La sua formazione giovanile deriva soprattutto dalla pittura di Cozens, con una progressiva ammirazione per un altro paesaggista francese del Seicento: Claude Lorrain.

La sua pittura esprime e rappresenta una luce sovrannaturale, raffigurandola non come riflesso sugli oggetti ma come autonoma entità atmosferica. Per far ciò, usa il colore in totale libertà con pennellate curve ed avvolgenti. Le immagini che ne derivano hanno un aspetto quasi astratto che non poco sconvolse il pubblico del tempo. Secondo alcuni critici egli non dipingeva ma impastava sulla tela ingredienti da cucina, quali uova, cioccolata, panna, ricavandone un miscuglio da pasticciere.

La sua ricerca è stata intensa e dolorosa, e l’amore per la luce, come ricerca ed espressione artistica, è stata portata avanti con una forza originale e inedita per l’epoca, tanto che nell’ultima parte della sua vita, benché a volte non fu capito dai contemporanei, interessò invece i critici e gli impressionisti, che studiarono e amarono i suoi dipinti.

Il Film

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La storia biografica del grande maestro oggi viene raccontata attraverso “Mr. Turner”, il film diretto da Mike Leight in uscita ,nelle sale cinematografiche, il 29 Gennaio.

Il regista ha ben pensato di raccontare non la vita artistica del pittore inglese, bensì la sua vita privata e interiore in quel ventennio che lo separa dalla morte dove il pittore britannico attraversa mezza Europa, spazia dalle Alpi svizzere alla laguna di Venezia, dalla Danimarca alla Boemia, lungo le coste del nord della Francia tra i monti della Val d’Aosta.

Un artista rivoluzionario ugualmente celebrato e incompreso, ma anche un uomo con i suoi difetti e limiti raccontati attraverso l'interpretazione di Timothy Spall, che a Cannes ha vinto il premio come miglior attore.

Per entrare nel personaggio, Spall , ha frequentato per due anni corsi di pittura cercando di riprodurre con fedele gestualità e filologica tecnica le tempeste, i tramonti, i trionfi di luce che corrodono lo spazio e spingono la visione ai confini dell’astratto.

Nella pellicola l’artista appare goffo, introverso, i suoi abiti stazzonati creano imbarazzo; si esprime a monosillabi , evita le conversazioni ; Non si sa vestire, non si sa muovere ed è convinto che la conoscenza arrivi da un’esperienza fisica e sensoriale che si completa scatenando nella mente memorie, associazioni, immaginazioni.
È per questo che la leggenda narra si sia fatto legare all’albero di una nave per sperimentare sul suo corpo e catturare sulla sua retina la forza di una tempesta nei mari del Nord. Vero o non vero, è la sequenza iconica di un film che indaga per una volta il processo creativo dall’interno.

Di certo siamo di fronte a un grande film che rende all’improvviso un artista del passato simbolo di un’epoca del presente e che rappresenta uno dei pochi illuminati artisti capace di parlare ai nostri turbati animi e allo spirito dei tempi.

 

Serena Gervasio

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“Il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre ma nell’avere nuovi occhi”

 

osservare cosmogioco3“Cosmo Gioco” è il titolo della mostra dell’artista Enzo Bomba, inaugurata sabato 24 Gennaio presso il Circolo culturale di Gocce d'autore dove arte, letteratura e musica hanno accompagnato i visitatori nella comprensione di un linguaggio artistico che conduce lo spettatore in un mondo colorato, giocoso e surreale.

 

Enzo Bomba nasce ad Acerenza nel 1961 ma vive e lavora a Potenza.

Sposa di recente l’artista Katia Stain, anche lei ospite in una personale presso la sede di Gocce D’Autore.

Inizia a studiare pittura da autodidatta a partire dalla fine degli anni ’70 ispirato dalle raffigurazioni del pittore Rocco Guarino con la quale inizia a collaborare sperimentando varie tecniche pittoriche fino all’acquisizione di un linguaggio autonomo e personale.

La sua tecnica stilistica mira all'espressione il più possibile spontanea, casuale, di elementi onirici e inconsci.

Contrari a ogni logica formale, a ogni separazione di campo tra discipline, ambitienzo bomba1 culturali, piani espressivi, l’artista tenta nelle sue opere di suggerire imprevisti ponti tra vita sensoriale e libera immaginazione, mondi possibili e fantastici.

 

Scriveva Rosenberg “Per ogni pittore americano arriva il momento in cui la tela gli appare come un campo per la sua azione, ben più che uno spazio determinato ove riprodurre, ricreare, analizzare o esprimere un oggetto reale o fantastico. Ciò che deve essere espresso sulla tela non è in ogni caso un'immagine, ma un fatto, un'azione”.

Bomba si ispira proprio a questo concetto che richiama l’action paiting (pittura d’azione),uno stile che si diffuse negli anni quaranta e nei sessanta strettamente associato con l'espressionismo astratto.

È azione non ideata e non progettata nei modi di esecuzione e negli effetti finali.

L’artista infatti non utilizza bozze preparatorie, nessuna idea iniziale con , a volte, difficoltà a definire la “fine” di un dipinto.

 

osservare cosmogiocoosservare cosmoGioco2

Il colore è sicuramente il protagonista vivissimo dei 26 dipinti che arricchiscono la mostra.

In alcune opere, l’artista, non si limita a dipingere solo la tela ma si riversa anche sulla cornice facendo del colore un uso quasi smisurato.

Predilige le tinte forti e pure ,soprattutto le tonalità che richiamano la terra e la fertilità ,e le macchie contrastanti ed inedite ai temi trattati quali l’amore, la solitudine, la città natale, la festa, che sembrano come traslati in un mondo distaccato, facendoci compiere un’immersione nell’azzurro cristallino dell’occhio che vede oltre il reale.

Bomba insegue la bellezza e la spensieratezza del fanciullo, la sua purezza raggiungendo ciò che è soprannaturale, magico, miracoloso.

I riferimenti all'infanzia sono presenti in quasi tutte le sue opere quasi a volerlo identificare come un uomo che non ha mai smesso di essere un bambino e che si diverte a rappresentare il mondo attraverso quegli occhi incantati.

 

Serena Gervasio

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Si è da poco conclusa la mostra pittorica intitolata “Il colore delle emozioni” della pittrice Rosanna Venneri presso la sede di Gocce D’Autore a Potenza.

Attraverso le 26 opere che hanno arricchito lo spazio espositivo, l’Artista ci ha donato dei frammenti di sé ispirandosi principalmente alla natura, alla donna e al legame tra ciò che è stato e ciò che lei vorrebbe.

Rosanna Venneri, docente di matematica, pittrice, poetessa e scrittrice lucana si contraddistingue per la sua energia, la voglia di raccontare, creare, immaginare e placare in tal modo, così come ella stessa sostiene, il suo spirito ribelle e inquieto.

Nella sua produzione letteraria sono presenti due pubblicazioni: nel 2005 con “Noi due” e nel 2012 con “Schegge dell’anima” riscuotendo numerosi consensi critici.

In campo pittorico, invece, sono numerosissime le sue partecipazioni a collettive e personali dove racconta il suo sentire e vedere il mondo attraverso elaborati realizzati con la tecnica dell’acquerello che consente di ottenere particolari effetti di trasparenza e velatura necessari a trasmettere la delicatezza delle emozioni.

Il suo è un viaggio in cui soggetti, colori e tecniche diverse si incrociano alla ricerca di una propria personalità artistica, di un proprio stile. E così si passa dai paesaggi urbani e alla raffigurazione dettagliata di vari particolari come le finestre e le porte nonché la rappresentazione esatta della tensione tra i due mondi, un equilibrio sacro che non va toccato, per poi giungere all’evocazione della natura come pura contemplazione.

A completare la mostra pittorica è la donna, raffigurata in pose più ardite e sofisticate. Attraverso ritratti dai toni delicati, quasi sfumati, eleganti, e vaporosi che mostrano fascino e una femminilità sofisticata e ci rimandano ad un passato non troppo lontano in cui è evidente la strada condotta da ciascuna di esse.

Nonostante i tratti siano delicati l’artista volutamente evidenzia, attraverso il contorno dei volti, dello sguardo e degli occhi, i caratteri forti di queste donne.

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L’artista, con questa mostra, ha voluto svelarci la “poeticità” dell’acquerello che trasforma il dono del cromatismo puro in infinite possibilità accompagnate certamente da una ottima manualità.

 

 

CURIOSITÀ

Alcune di queste donne ci rimandano alle illustrazioni di Cate Parr, un’illustratrice di moda che riesce a plasmare i tratti somatici della donna e a catturare osservare4sguardi creando originali icone pronte per essere desiderate sulle copertine delle riviste dimoda. Nata in Inghilterra ma vive in California, tutto il suo lavoro creativo di sintesi si snoda tra colore e forma: incredibilmente immediato il risultato, lei riesce a rendere, attraverso pochissime sfumature, i lineamenti del volto, delle labbra, dei capelli; i suoi ritratti femminili trasfigurano sensualità nella trasparenza delle sue pennellate impalpabili che sembrano sfiorare la tela accarezzandola.

 

Serena Gervasio

 

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“Si usa uno specchio di vetro per guardare il viso; e si usano le opere d’arte per guardare la propria anima.”

 

Questo articolo vuole parlare delle riflessioni che lo specchio ci mostra come proiezioni delle aspettative degli altri, in linea con la convinzione dominante della «bellezza», non certamente interiore.

E’ un viaggio in diverse epoche storico-artistiche alla ricerca della verità e dell’illusione, della realtà e della sua distorsione.

Molti hanno affermato che la mente umana è composta da due parti: quella reale e quella ideale, per questo è spiegabile la motivazione per cui il tema dello specchio e del doppio è stato così spesso ritrovato nelle opere d’arte di diversa radice.

La psicologia attribuisce all’immagine riflessa nello specchio, che definisce la costituzione del punto in cui si genera l’io, la coscienza di se e la costituzione del soggetto. Avviene quindi, l’identificazione di un “Io”, e un riconoscimento che porta allo sdoppiamento tra soggetto reale e la sua immagine ideale.

Gli artisti della seconda metà del 500’ cercarono di comprendere, per quel che potevano, la possibilità di realizzare nelle loro opere una sorta di porta, di passaggio tra l’immaginario e il reale inserendo nelle loro opere, ad esempio, figure rappresentate vicino a specchi o donne nell’atto di specchiarsi riscontrabile sin dall’antichità, come testimoniano i diversi vasi greci e romani, raffiguranti donne intente a vaneggiarsi con uno specchietto tra le mani.

Nel 1515, Tiziano Vecellio dipinge “ donna allo specchio”, olio su tela oggi conservato al Museo del Louvre. Il quadro ritrae una donna che si specchia. Ad aiutarla, un servitore che sorregge due specchi, uno dei quali è convesso.

Tiziano rappresenta una scena di vita quotidiana ma la presenza di ben due specchi, degli occhi della donna fissi sulla propria doppia immagine e di quelli dell'uomo assorti in lei fanno piuttosto pensare a un'allegoria della Vanitas.

1 tiziano donna con specchio

Il tema dello specchio è stato affrontato anche da Caravaggio nella sua Marta e Maria Maddalena del 1598. Non solo qui il maestro lombardo dà abile sfoggio della sua tecnica rendendo in modo ottimale la convessità dello specchio, ma gli attribuisce anche il valore simbolico della vanità, il peccato di cui la biblica Maria Maddalena si macchiava, prima della conversione seguita al convincimento da parte di sua sorella Marta.

 

 

 

2 Marta e Maria Maddalena caravaggio 1598

Il tema della vanità è stato raffigurato anche in un altro dei suoi dipinti: Narciso attraversolo stupore improvviso, la meraviglia ed il coinvolgimento che il protagonista dell’opera prova nel vedere un’immagine così bella, l’immagine di sé…

 

Nel mito raccontato da Ovidio nel III terzo libro delle metamorfosi : il giovane si innamora della sua immagine riflessa nell’acqua e comprendendo che non avrebbe mai potuto realizzare quell’amore, si lascia morire, struggendosi.

Se pensiamo agli autoritratti davanti allo specchio ricordiamo uno dei più conosciuti e rinomati: quello che il Parmigianino che riproduce le sue fattezze per come apparivano alla vista di uno specchio convesso, su una tavola fatta creare appositamente convessa per una resa più credibile.

Ed ancora l’ autoritratto di Maurits Cornelis Escher, Mano con la sfera del 1935, dato da una mano in primo piano, giustamente di molto più grande e sinuosa rispetto al corpo più lontano, ed un arrotondamento sferico dell’ambiente circostante.

3 parmigianino autoritratto

4 escher MANO CON SFERAL’autoritratto però non è semplicemente uno specchio su cui riflettere la propria immagine, ma un mezzo per penetrare se stessi e restituire allo sguardo ciò che normalmente di sé non si vede: che sia di Francis Bacon o di Escher il self portrait è indagine.

Oggi invece l’autoritratto è diventato il reportage di un culto dell’ioappeso a un istante che un attimo dopo avrà già perduto la sua ragione d’essere, da consumare subito perché poi verrà

rapidamente inghiottito dai buchi neri del cosmo digitale.

Nel 2013 l'Oxford Dictionary ha scelto 'Selfie' come parola dell'anno: “una fotografia che una persona ha fatto di se stessa, normalmente con uno smartphone o una webcam, e poi ha pubblicato su uno dei social media".

la differenza è totale…

Sel’autoritratto richiede totale consapevolezza, il selfie è invece un modo espressivo lasciato al caso e all’improvvisazione.Altra differenza: mentre il selfie è rivolto a tutti, compresi gli sconosciuti che possono inciampare nella foto postata su Internet, l’autoritratto è rivolto soprattutto a se stessi o alle poche persone elette che sapevano riconoscere il volto nei grandi affreschi murali .Era quindi un messaggio visivo selettivo, un’affermazione di orgoglio sociale in cui ci si presentava al meglio, con la massima dignità. Senza smorfie o risate o gesti ridicoli.

È possibile che in futuro il selfie potrà svilupparsi in una forma d’arte fotografica, ma per ora è ben lontano dal potersi paragonare non solo agli autoritratti pittorici, ma anche a quelli fotografici realizzati prima delle fotocamere dei cellulari.

“le fotografie mostrano, non dimostrano” (cit.)

Serena Gervasio

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Battito cardiaco, respiro, movimento e creazione.

Heather Hansen, una performance artist contemporanea e ballerina di New Orleans, ha messo a punto un modo elegante e creativo per catturare i suoi movimenti di ballo su un foglio di carta con un po di carbone.

Per l'aspetto prestazionale del suo lavoro, Hansen invita gli osservatori a vedere la sua danza su un enorme pezzo di carta.Mentre balla, adagiata sulla carta, disegna con il carbone la costruzione graduale di un bellissimo schema figurativo.

Questo suo progetto nasce sulla spiaggia dopo aver visto le linee scolpite sulla sabbia lasciate dai suoi movimenti “danzanti” e così decide di mettere in mostra su carta i movimenti fluidi del corpo e le forme simmetriche di curve e archi che crea mentre si contorce e si piega su di essa.

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Ogni forma d’arte ha a che fare con gli strumenti attraverso i quali si estrinseca; e gli strumenti sono sempre estranei all’artista. Lo strumento della danza è il corpo umano…

Ladanzaè stata considerata la prima forma di espressione artisticae di comunicazione adottata dall’uomo nella storia.

Il linguaggio non verbale rappresenta il settantacinque percento della comunicazione. Il corpo si fa strumento: si muove, si alza, si abbassa, si china, ondeggia, dipinge nello spazio, segue il ritmo del vento, del tempo, del cuore, della musica, danza.. e danzando l’uomo ha rappresentato, in tutte le epoche, dolore, gioia, passioni, ideali, valori e bisogni.

Nell'essere umano questa forma d’arte può giungere alla creazione di forme nuove nello spazio, animate dall'intensità della partecipazione interiore.

La danza rappresentata dagli artisti, ci riporta alla mente i dipinti delle ballerine di Degas, pittore che alla fine dell''800, ci invitava già a considerare gli aspetti più intimi del ballo proponendoci scene vissute in un interno.

I dipinti di Renoir, invece, ci invitavano ad apprezzare l'aspetto più gioioso delle danze all'aperto, di una Parigi mondana che appariva quasi unirsi a queste danze collettive, svolte nei modesti locali alla moda con leggiadria e spensieratezza.

Ben diverso è il tono del dipinto “La danza” di Chagall del 1951, che ci riporta al mondo onirico dell'artista, alla memoria del suo paese natio e all'incanto di quei ricordi. Tutto diventa magico, e la danza e la musica si fondono in un unico richiamo d'amore che li fa salire verso il cielo.

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La comunione tra il movimento e l'uso dei colori è sottolineato alla fine dell''800, dalla splendida interpretazione della nota danzatriceLoie Fuller che Toulouse Lautrec ritrae in uno dei suoi numerosi disegni. Il gusto per la linea sinuosa in Toulouse si concede al movimento del braccio dell'artista, quasi che la danza sia anche quella del movimento stesso della mano dell'artista sul foglio. Il soggetto del disegno, la ballerina americana Loie Fuller, divenne nota al pubblico per uno spettacolo in cui fondeva luci colorate e suoni ed esaltava il movimento attraverso l'uso di grandi foulard di seta, che agitandosi al ritmo della sua danza componevano figure meravigliose tanto da esser descritta da Mallarmè come “involucro fisico di un'idea”. ( un richiamo alle performance di Heather Hansen)

 

osservare3Nella scultura uno splendido omaggio alla danza è quella berniniana “Apollo e Dafne” conservata alla galleria Borghese di Roma. Il capolavoro del barocco infatti pur raccontando il dramma di una fanciulla che preferisce trasformarsi in un albero di alloro pur di sfuggire alle brame del giovane Apollo, stempera l'avvenimento attraverso la simulazione di una danza a due. Il riferimento appare evidente nelle movenze di entrambi, Apollo che ha la gamba sollevata da terra e Dafne che cinta appena in vita dal braccio di Apollo, solleva le braccia in una mossa piena di grazia. Il gruppo scultoreo ci invita a ruotare intorno ad esso e a percepire quasi un eco lontano di musica barocca.

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La danza è la realizzazione di un dialogo con sé stessi, tramite il quale riusciamo a manifestarci agli altri. I movimenti seguono un ritmo interiore e, se pur nel silenzio, ognuno di essi è in grado di suscitare un' intensa vibrazione. Si parla di Arte poichè Il livello artistico rappresenta la forma evoluta della espressione coreica la quale si identifica col danzatore fino al punto di nascere e morire con esso. Quando muore un grande pittore, restano i suoi quadri a parlare di lui e a glorificare la Pittura. Se muore un grande ballerino, dobbiamo ricorrere ai filmati (quando ne esistano) per rivivere la sua opera d'arte. Se il grande ballerino invecchia ed il suo corpo perde la forza, lo slancio, la freschezza espressiva, cessa il suo miracolo di produrre arte. Ecco perchè una esibizione di danza artistica è un momento irripetibile, unico. Se il ballerino esegue cento volte, nell'arco della sua vita, una danza artisticamente rilevante,  vuol dire che ha prodotto cento opere d'arte: perchè ogni volta è la prima; perchè dopo l'ultima volta, quell'opera d'arte cessa di esistere.  

 

 

 

Vetrofanie danzanti

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Arte, colori, musica, la danza come espressione dell’io più profondo, queste le componenti magiche che hanno regalato e suscitato emozioni a chi ha assistito a questa originale iniziativa ideata dal Centro danza Maeva di Potenza in collaborazione con Benetton store di Potenza e con Decor Eventi Potenza nelle prime tre domeniche di dicembre.

Le allieve del Maeva hanno dato vita a suggestive coreografie animando l’atmosfera natalizia nel centro storico della città. Una forma d’arte a tutto tondo in cui vengono fuse la creazione coreutica con quella figurativa.

Un modo del tutto particolare di decorare le vetrine dei negozi: non i consueti decori colorati, ne’ festoni natalizi, tantomeno alberi di Natale e pacchetti regali confezionati ma giovani ballerine che interpretano lo spirito natalizio attraverso il linguaggio del loro corpo accompagnato dalle melodie tradizionali natalizie.

Le tre vetrine della Benetton store sono state così trasformate in piccoli schermi da cui assistere all’inusuale spettacolo.

 

Serena Gervasio

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Giuseppe Bigliardi non è un semplice fotografo, ma un artista caleidoscopico. La forte passione per la fotografia spinge Bigliardi ad iscriversi all'Istituto Europeo di Design, dove impara i segreti dell'arte fotografica specializzandosi nello still life.

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In realtà, sono diverse le tecniche fotografiche che Giuseppe Bigliardi riesce ad interpretare con bravura e abilità, pur mantenendo uno stile molto personale http://www.giuseppebigliardi.com/.

Terminati gli studi, Giuseppe Bigliardi si lancia nel settore giornalistico, come fotografo di testata di riviste note automobilistiche oltre a partecipare alle campagne pubblicitarie di noti brand commerciali.

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Per Bigliardi la fotografia è un'arte in continua evoluzione e nella sua sperimentazione rivoluziona il concetto di fotografia per cui l'immagine perde la sua essenza bidimensionale per acquisire corpo e plasticità nello spazio.

L'immagine nella fotografia, è solo il punto di partenza di un complesso lavoro che risulta dallo studio di prospettive, forme, profondità e materiali (spesso di scarto o di riciclo!).

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Quando guardi un'opera di Bigliardi non riesci a comprendere se è nata prima l'immagine o il supporto su cui è impressa e se la tridimensionalità è da attribuire alla profondità dell'immagine stessa, ai colori, alle forme scelte o ai materiali, assemblati e talvolta intrecciati per dare forza e armonia alla materia.

Prospettiva, profondità, plasticità è la fotografia che prende una nuova forma staccandosi dalla liscia superficie della carta per lasciarsi “modellare” confondendo sensi e sensazioni... chi osserva l'opera di Giuseppe Bigliardi riflette su quanto sia stranamente possibile toccare l'immagine con gli occhi!

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Anna Chiara Blasi

 

 

 

 

 

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