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osservare pzlive 1E’ stata la fotografia, disarmante momento attraverso il quale il fotografo riesce a cogliere un frammento di storia personale e un dettaglio per altri insignificante, a dare corpo e spessore alla mostra “Potenza Live” inaugurata domenica 15 novembre presso la sede del circolo culturale Gocce D’Autore con la partecipazione del Direttore generale dell'Apt della Basilicata, Gianpiero Perri. Gli scatti hanno permesso di addentrarsi nella realtà di ben 11 fotografi professionisti e amatori in una selezione di foto che esplicitano la ricerca discreta e silenziosa di uno sguardo, di un'emozione, di un movimento per andare oltre il soggetto fotografato.

Le opere fotografiche raccontano la predisposizione ad accogliere l'esterno, a vedere oltre, a sondare nell'immaginario sempre più profondo.

La macchina fotografica è stata, per questi fotografi, come un blocco di schizzi, lo strumento dell'intuito e della spontaneità, il detentore dell'attimo che in termini visivi, ha interrogato e immortalato, nello stesso tempo e in un piccolo spazio bidimensionale, ritratti silenziosi, storie di persone, attimi di vita attraverso la loro capacità di visione, d’ispirazione, di sintesi e di interpretazione con una  visione intimistica del paesaggio urbano, quello della città di Potenza, mirata ad educare l’occhio degli spettatori invitandoli a riscoprire autonomamente la bellezza di quegli spazi finora preclusi al loro sguardo. Oggi le città sono sistemi complessi e raccontarle solo attraverso i loro monumenti simbolo significa escludere dalla narrazione tutti gli altri aspetti che contribuiscono a definirne l’identità. Questa mostra nasce allora con l’obiettivo di tradurre visivamente le infinite sfaccettature e le molteplici percezioni della città costruendo un linguaggio visivo atto a dare alla più ampia pluralità di soggetti la capacità di contribuire alla costruzione dell’identità visiva della città.

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Le foto di Edoardo Angrisani, Rosaria Daquino, Carla Di Camillo, Serena Gervasio, Michele Luongo, Simone Marengo, Andrea Mattiacci, Gennaro Pecchia, Gianfranco Pietrapertosa, Simona Polese e Maria Teresa Quinto colgono gli aspetti inediti di una città di cui si pensa di sapere tutto o di aver detto tutto. Le immagini, per la maggior parte in bianco e nero, ritraggono scorci, strade, volti, piazze, viali alberati, monumenti, vedute inedite che offrono, attraverso la street photography, un nuovo sguardo al visitatore che può contemplare la bellezza di una città che deve essere ritrovata. In strada ogni giorno accadono contemporaneamente un'infinità di eventi: narrare il fluire della vita, cogliere i ritmi, gli umori, i sapori, l'imprevedibilità, il fascino e la crudeltà della commedia umana pubblica e quotidiana è lo scopo del fotografo di strada. Henri Carter Bresson, il riferimento per tutti i fotografi praticanti, ha così descritto le attitudini che servono per fotografare i momenti decisivi della vita: "porre sullo stesso piano mente, occhio, cuore". Un mix di "prontezza, disciplina, sensibilità, e senso geometrico". Fotografare in strada è prima di tutto un percorso interiore.

E' come se usassimo due fotocamere: una rivolta verso il soggetto, una verso noi stessi.
Non è possibile fotografare due volte nella stessa strada. Ogni volta che ci ritorniamo è diversa lei e siamo cambiati noi. 
E’ una disciplina che ci porta ad entrare in empatia con il mondo circostante mutuandolo con i nostri occhi e a fare in modo che la foto sia per noi e per gli altri che la guardano solo l’inizio, l’innesco di un viaggio mentale che ci colleghi ad una emozione, un possibile futuro o passato in una realtà percepita ed interpretata, ma che possiamo vivere anche noi con la nostra fantasia di spettatori.

Serena Gervasio

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osservare tricarico 1L’arte fa di un uomo un pittore solo se egli ha qualcosa da raccontare attraverso immagini. Non è mai importato il come, il dove o il cosa. La pittura è sempre stata narratrice di una storia a cui l’uomo non aveva le giuste parole da dedicare e l’artista è quindi uno scrittore in incognito, un narratore senza parola, che utilizza le sue capacità di osservare il mondo, per rappresentare se stesso e il suo pensiero. Le varie forme in cui essa si mostra, i vari stili e le varie tecniche non sono altro che rappresentative di un animo umano e del tempo che egli ha vissuto. La tecnica ad acquerello, ad esempio, è una delle più espressive di pittura. Basta una pennellata su una tela per poter scorgere in una semplice “macchia” uno spettro cromatico tra i più vasti in assoluto.

“Il silenzio ha il colore dell'acqua: acquerelli di Nino tricarico” è il titolo della mostra presente negli spazi della Galleria Idearte di Potenza inaugurata il 25 ottobre e visibile fino al 20 novembre. Con questa personale si apre ufficialmente l'anno espositivo 2015/2016 in cui ricorre il ventennale dell'attività della Galleria. La mostra, a cura di Grazia Lo Re, presenta in esposizione trentacinque opere, acquerelli su carta, di recente produzione dell’artista potentino Nino Tricarico.

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La pittura di Nino Tricarico è incentrata sull’uso del colore e sulla poetica del gesto che, in forma “minimalista” nella quantità e nella tipologia dei “segni ornati” esalta sia il profondo “senso del sublime” che appartiene all’arte sia la “dimensione intellettuale” del pensiero umano come anche la “dimensione metaformale” (fatta di forma/non forma) che si colloca a metà strada tra il conosciuto e l’ignoto, desiderio e immaginazione.

Il silenzio è quello in grado di evocare l’impalpabilità delle emozioni e dei sentimenti i quali vivono dentro di ognuno, ma non si toccano; si avvertono, ma non appartengono alla dimensione materiale dell’esistere. Nel suo linguaggio creativo pittura e della scultura s’incontrano: armonia, simmetria e perfezione, requisiti, questi, indispensabili per il cuore e per lo spirito per giungere al quel “criterio di verità” che è rappresentato dalla bellezza. La personale dell’artista potentino rende testimonianza di un dialogo incessante dell’anima con l’infinito tra bagliori di colori e asimmetriche geometrie che spalancano prospettive, profondità, misteri. Forme simboliche capaci di esprimere il senso dell’‘oltre’ che per l’artista è leggerezza, curiosità. Non sono né confini né traguardi, ma segni ideali per capire, interpretare ciò che sta o che accade nel mondo del proprio tempo inteso come capacità di pensare il mondo e di arrivare all’essenza della vita. le sue opere sono in grado di descrivere e di sublimare la grandezza dell’essere umano e il suo continuo innamoramento della Bellezza. In questa mostra l’artista sembra aver dato voce alla propria anima con la sua arte, comunicando direttamente con l’anima dello spettatore, presente e ricettivo con tutti i sensi.

Nino Tricarico (1938) è nato a Potenza, dove vive e lavora. Le sue esperienze formative nascono nell’ambiente dell’avanguardia napoletana intorno agli anni Sessanta ed è qui che impara la leggerezza e la drammaticità che trovano concretezza nella sua pittura della maturità .La scelta di restare in Basilicata non si è mai tradotta in forma di preclusione: la sua prima mostra personale, infatti, è ospitata nel 1970 nella Galleria Palms Shore di New York. Stabilisce rapporti interessanti e qualificanti con critici, scrittori, intellettuali specie dell’area napoletana/romana.

Partecipa anche a mostre e interventi in Germania, Olanda, Francia, Svizzera, Svezia e Finlandia.  A partire dagli anni 80’ forma il gruppo del “Nuovo lirismo” in cui riuniva artisti diversi e di diverse parti d’Italia nell’intento di collocare in un’opera lo stupore, l’emozione, il pensiero in una costante tensione poetica tra infinita leggerezza e dedizione estetica. La pittura di Tricarico, in questo periodo, guarda con interesse agli svolgimenti di un’astrazione che trae a se i tracciati più incisivi della tradizione informale italiana. Nella continua ricerca di nuovi supporti, passa dalla tela, al legno ed alla ceramica in una naturale continuità e coerenza di stile, alimentata da una sana e primitiva esperienza ludica artistica elaborata nel continuo dialogo con una natura contenitore ideale dell’esistenza terrena dell’uomo da rispettare. Numerose sono le mostre personali : “Infinito Bianco”, Palazzo Lanfranchi, Matera, 2009 ; “La Barba e lo Specchio: pastelli”, Bari, 2011. Tra le rassegne: 54a Biennale di Venezia Padiglione italiano,  Regione Basilicata; “Oleum. Tracce nei linguaggi del contemporaneo”, Museo FRAC , Baronissi; nel 2012 “Carte contemporanee: esperienze del disegno italiano dal 1943 agli anni Novanta”, Museo FRAC, Baronissi; 53° Premio internazionale Bice Bugatti Giovanni Segantini” Villa Vertua Masolo.. Nova Milanese, mentre nel 2013 è stato invitato al Premio Sulmona; del 2014 sono le ampie mostre antologiche presso la Galleria Comunale d’Arte Moderna di Potenza e  nella sala Carlo V di Castel Nuovo di Napoli.

Serena Gervasio

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Alle donne della mia memoria

“Annalisa…. a  nonna,  io racconto, tu scrivi….scrivi”

Non l’ho fatto, perché ero giovane, perché credevo forse nell’immortalità dei ricordi degli altri.  Così, tutte le sue meravigliose storie mia nonna le ha portate con sé. Per questa ragione, ora, il mio fermo  immagine si posa su nuove storie intrise delle precedenti, non per questo meno meravigliose raccontate da Elisa, mia zia.

E così,  “tu racconti ed io scrivo”.

LA MEMORIA

Non era difficile raggiungere il centro di Potenza a piedi anche se si viveva in periferia. Si poteva poi attraversarlo tutto in poco tempo. Non si udiva il rumore delle cose, ma solo silenzio e parole quasi mai urlate. Il frastuono lo si udiva nei luoghi di aggregazione, o al mercato, dove esili, rugose donne vendevano uova, verdure di campo, polli, e tutto ciò che allora la terra sapeva donare. Lungo via Pretoria ci si incontrava tutti. Le ragazze abbassavano lo sguardo se incontravano un uomo e ci si fidanzava “da lontano”. A dominare sullo scorrere quotidiano delle vite, il campanile della S.S. Trinità, imponente, austero, mosso solo da veloci e improvvisi passaggi di stormi. Stridule macchie che all’improvviso oscuravano il cielo, proiettando ombre come di aeroplani sul terreno. Rondini, tortore, a volte cornacchie che vi trovavano riparo tra le tegole e i comignoli. Lento e naturale lo scorrere delle giornate. Il sole, con le sue ombre, dettava le ore. Nei cortili i bambini giocavano tra la terra, e nelle loro mani oggetti insignificanti prendevano vita, diventando sogni. In questo tempo i protagonisti meravigliosi di questo racconto muovono le loro storie e intrecciano le loro anime, dando vita a quella straordinaria famiglia di cui faccio parte. E’ quindi il ricordo, il racconto, l’unico mezzo attraverso il quale non si perde la memoria di certi avvenimenti, che per quanto chiari a chi li ha vissuti, man mano possono svanire nel tempo; perché le parole raccontate hanno la vita di chi le racconta, dentro, svaniti i narratori, svanirebbero i fatti.

I personaggi di questa storia prendono vita attraverso le parole e i ricordi a volte stentati, di chi li racconta adesso. E così, tra un ricordo e l’altro, prende vita la “storia”, la mia storia ed in particolare quella di Isabella, mia zia, Elisa. A volte cerca nel vuoto i particolari, a volte guarda oltre la finestra, come a voler cercare invece nel cielo le parole giuste, i pezzi di una vita da rimettere insieme. E così, tra un lampo e l’altro di ricordi, prendono vita i personaggi, incominciano a muoversi. Posso vederli, immaginare le loro voci, i loro occhi, posso immaginare gli scorci polverosi dove si muovevano, e tutto questo è meraviglioso.

L’AMORE DI ROSARIA

L’aveva conosciuto e subito le era sembrato bello, il suo Flavio, bello, come Rodolfo Valentino. Pazza d’amore per lui, dal primo istante, tanto da sopportare il peso di una famiglia difficile da capire ed una suocera impossibile da spiegare. Una donna senza tatto, che non conosceva nessuna forma d’amore ma soltanto voglia di “possedere”. Quella donna si sentiva la padrona di ogni parte di quel figlio, dall’aspetto fisico all’anima. Rosaria lo amava da impazzire, si perdeva a fissare i suoi occhi, che cambiavano colore a seconda del tempo. Quando lui le parlava lei amava guardargli le labbra, perfette, e il suono delle sue parole lasciava il posto all’incanto del loro movimento. Oh, quanto l’amava. Fu da quell’immenso amore che nacque, per prima, la piccola Isabella, un nome dolce per una donna forte, quella che Isabella sarà poi destinata a diventare. Ma a rompere ogni volta la magica atmosfera di questo amore, arrivavano puntuali le parole dure della suocera, i suoi imperativi, il suo egoismo. Quanto erano insormontabili ! Tanto da costringerla ad una scelta dura, una scelta da lei stessa ritenuta inimmaginabile. Lasciarlo, andare lontano, via da lui e da quella donna troppo curiosa che li sovrastava, e che a lei guardava fisso dentro, come a voler carpire ogni mistero contenuto nella sua immensa anima. Così decise di lasciarlo, lasciare quella casa che non sentiva affatto sua. Dopo un distacco di quasi due anni, che a lei parvero interminabili, l’assenza d’amore che riempiva il suo cuore portò Rosaria a ricominciare lì da dove l’amore era stato interrotto, acceso ancor più dalla supplica di un uomo perso nel nulla della solitudine. Un amore che poche volte si vede nella vita, che pochi possono raccontare, il suo…l’amore grande che solo lei sentiva. Ricominciarono tutto di nuovo, ma con una specifica richiesta di Rosaria, vivere lontani da Potenza, per non soffrire più, per una speranza, perché per lei la sua famiglia erano Flavio e i suoi figli. Così per Flavio, che lavorava con un azienda di trasporti turistici che serviva la costiera Amalfitana, fu semplice trovare una soluzione. Decise di partire e di stabilirsi a Ravello. Quei luoghi furono la favola dell’infanzia di Isabella. Il lungomare di Salerno, la splendida Ravello, il mare, il sole, le distese di alberi di limone. Luoghi di serenità, di gioia, che videro anche l’arrivo di nuove vite, quattro sorelle ed un fratello, prima dell’inizio della guerra, che di li a poco avrebbe cambiato le vite di tutti, ed in particolare la sua.

LA GUERRA

Aveva solo otto anni quando scoppiò la Seconda Guerra Mondiale. Da gennaio a maggio del 1943 ci furono interminabili incursioni aeree sul  Golfo di Napoli. Isabella, da lontano vedeva gli aerei, e sentiva che non era qualcosa di bello quello che stava per accadere. Così Flavio decise di proteggere la sua famiglia, partendo per  Petruro, un paese molto all’interno rispetto alla Costiera Amalfitana, quasi nascosto tra le montagne. Fu la guerra la vera compagna d’infanzia di Elisa, delle sue sorelline, Nicolina, Teresa, Piera, Rita e di suo fratello Rocco. I bombardamenti si susseguivano e Flavio continuava il suo lavoro, ma fu proprio a giugno, sotto le bombe che cadevano come pioggia sul terreno, che fece l’ultimo dei suoi viaggi. Il giorno prima, felice, aveva portato alla sua Rosaria una enorme cassetta di patate, perché diceva, ne avrebbero certamente avuto bisogno data la difficoltà a reperire cibo degli ultimi giorni. Per fortuna, perché fu quello l’unico sostentamento della famiglia per i giorni che seguirono. Per otto giorni  Rosaria aspettò invano il ritorno di suo marito, disperata e incinta percorse a piedi tutta la costiera amalfitana, ogni fermata d’autobus, ogni paesino, ma nulla, nessuno sapeva dove fosse il suo Flavio. Tutto all’improvviso le fu chiaro, nessuna illusione, non c’era più, era morto, e lei era rimasta sola con sei figli da sfamare e quella maledetta guerra che le mordeva l’anima.

Con quel dolore nel cuore che nulla, nulla avrebbe potuto lenire, impietrita, immobilizzata si guardò nell’anima. Le avevano levato il suo amore,  glielo avevano rubato le bombe, la guerra, e uomini folli dalle folli idee. Solo una decisione da prendere al più presto, restare o andare via. Tornare alla sua città, alla sua vecchia vita, cercare di sopravvivere a tutto quell’odio, o restare lì in quel luogo dove tutto le era stato tolto.  In un attimo prese i suoi bambini, raccolse le ultime cose, cuscini, scialletti di lana, qualche coperta e con loro si avviò verso Salerno, da dove in qualche modo avrebbe raggiunto Potenza. Mentre scendevano giù verso la costa, le venne in mente di aver dimenticato una coperta imbottita e le lacrime cominciarono a scender giù come cascate. La voleva disperatamente quella coperta, come una bimba vuole la sua bambola, forse per un ricordo d’amore, forse perché in tutta quella follia a qualcosa doveva pur appoggiare quella sua anima disperata, le doveva pur piangere quelle lacrime fino ad allora soffocate. Così la piccola e veloce Isabella, toccata nel profondo da quella immagine, tornò su a riprendergliela, tra le macerie, la paura e le urla della guerra. Quando tornò sembrava tutto svanito, svanito come le lacrime della mamma e per di più un rimprovero. Non era necessario quel suo gesto eroico, non doveva andare via. Così la piccola capì che il dolore è qualcosa di strano, qualcosa che rende piccoli, a volte, anche i grandi. Per fortuna, nonostante quel trambusto, riuscì a salire sul treno che portava a Battipaglia e, successivamente, presero quello per Potenza. Avrebbe rivisto i suoi cari, avrebbe avuto ricovero per se e i suoi bambini. I bombardamenti continuavano, e le pareva che se li fosse trascinati dietro come le sue poche cose. Allora c’era un rito che Rosaria faceva per proteggersi dalle bombe.   Diceva ai suoi piccoli di mettere il cuscino in testa, coprirsi con uno scialle nero le spalle, così da non essere visti dall’alto, e pronunciava una frase, una sorta di nenia che serviva  per scacciare il nemico. Rosaria allungava il braccio verso il cielo e dondolando un rosario pronunciava la frase: ”fuggite schiere nemiche …ecco la croce del signore”. Ma gli uomini della guerra non sapevano ascoltare le preghiere disperate di una madre. Finalmente arrivarono a Potenza. Avrebbe chiesto ai parenti come sistemarsi, come proteggere da quella follia i suoi bambini. Posò quelle poche cose per terra, prese fiato ed incominciò a camminare con quel nugolo di bambini al seguito verso la sua nuova vita.

GLI EROI

Avevano cominciato a vivere a casa di uno zio, al centro di Potenza in via Manhes. Il bambino non era nato, e a pensarci bene, forse, era stato fortunato a non conoscere quel mondo. Si sentivano a casa, lì c’era spazio perché lo zio non aveva figli, aveva anche delle galline sul balcone e una certa disponibilità economica. Era difficile però riuscire  a procurarsi da mangiare. Per il pane e per il latte Isabella faceva file di ore. A volte ci andava con alcune cuginette, ma spesso da sola. Si avviava di buon ora, verso le quattro del mattino, usciva e raggiungeva il centro di Via Pretoria dove di solito venivano distribuiti in piccoli locali seminterrati. Spesso, dopo aver preso il latte,  scendeva giù velocemente a casa per poi risalire e fare un'altra fila, con la speranza di riuscire a portare ai suoi cari entrambi gli alimenti. Un mattino, si recava nei pressi della Piazza Mario Pagano con la sua cuginetta Teresa, erano arrivate  alla chiesa della S.S. Trinità, vicine ad uno di quei locali nei quali si distribuiva pane. Erano  lì quando ad un certo punto quel ronzio sempre più forte, che conoscevano bene, le fece sussultare. Man mano il ronzio diventava più forte, quasi assordante e quella tipica luce del mattino venne oscurata da ombre che sembravano di uccelli ma che non emettevano suoni naturali, ma terribili sibili che uccidono. Così, le due ragazze, senza neanche rendersene conto, furono investite da una pioggia di proiettili e tutto intorno fu confusione e paura. Non si erano rese conto che con un balzo un soldato, forse solo di pochi anni più grande, le aveva raggiunte e protette da quella terribile pioggia di morte. Un gesto coraggioso di un giovane soldato, in una terra che non gli apparteneva, pronto a morire, senza indugio per due piccole sconosciute. Eroi senza nome, che nessun libro di storia mai ricorderà. Sconosciuti, pronti a donare la propria vita in nome di un idea, di un sogno, che non era sicuramente il loro. Uomini e donne che anteposero il cuore alla ragione. Scossa da questo avvenimento, con la cugina Teresa scese giù di corsa verso casa per raccontare tutto alla sua mamma. Scorrevano così le giornate, sempre così, tra un bombardamento e l’altro, tra una fila per il pane ed una per il latte. E così anche la sua innocenza, la sua spensieratezza, man mano con l’aumentare delle sue responsabilità, parevano svanire, dissolversi. Ricordava quando in costiera, d’estate, si svegliava e passeggiando per il lungomare vedeva i bar aperti, ed i garzoni fare le pulizie. Sorride pensando a quelle sedie raccolte sui tavoli che adorava far venire giù, con un solo dito, passando velocemente tra i tavoli, ed i garzoni che con le scope da lontano la “maledivano”. Dispettosa,  dispettosissima la piccola Isabella. Ora è tutto così diverso…….. Le viene in mente la fila di soldati che in campagna dagli zii vide risalire dai Piani del Mattino. Tutti quei soldati…alcuni portavano strani turbanti in testa, altri erano biondissimi, altri scuri come la notte. Provò un nuovo sentimento che non sapeva descrivere, quella guerra, quanto la odiava quella guerra! Carri armati, camionette, moto, polvere, tanta polvere e fame, una fame che mai aveva provato prima.

GLI AMERICANI

Avevano riempito le strade polverose di Potenza con la loro euforia, le loro canzoni, i loro capelli biondo rossastri, i cappelli messi sulle ventitré, le gomme da masticare… le cioccolate. Così, spesso, per le strade del centro, risuonavano musiche dove prima si sentivano urla e pianto. Canti che coprivano la disperazione e la desolazione di una guerra che aveva tolto tutto a tutti. Che aveva lasciato il vuoto dove c’era la vita. Così da lontano non era difficile intravedere assembramenti di bambini e donne in trepidante attesa ai piedi di camion e carri armati o trovarsi a volte ad ascoltare note di canzoni che  le ragazze intonavano ai soldati…..“Se chiudo gli occhi il viso tuo m'appar come quella sera nel cerchio del fanal. Tutte le notti sogno allor di ritornar, di riposar, con te, Lili Marleen …..Prendi una rosa da tener sul cuor legala col filo dei tuoi capelli d'or….Forse domani piangerai, ma dopo tu sorriderai. A chi, Lili Marleen?”  Spesso questa era la canzone che Isabella  provava ad intonare per racimolare qualcosa da mangiare per lei e i suoi fratellini. Così correva sotto quei giganti di ferro prendeva fiato e coraggio ed incominciava a cantare. Di fronte a lei, gli americani. Anime commosse dentro divise tutte uguali. Applausi e pioggia di cioccolate, dalle bocche spalancate dei loro camion. E saltava su Isabella, più in alto di tutti la magrissima Isabella. Il fiocco che le teneva su i capelli, mai al loro  posto,  le ricadeva davanti al viso e dopotutto questo la faceva sempre sorridere. “Sono sicura di averne prese per tutti, basteranno per tutti, si” e via, veloce come il vento verso casa. Distruzione, fame,  polvere, camion e carri armati i compagni del suo cammino . “Ho cantato proprio bene”, si diceva alzando gli occhi al cielo come se il più importante degli spettatori l’avesse ascoltata da li. Papà, il suo bellissimo papà, morto con un biglietto nella mano, tra le macerie dei bombardamenti, senza fucile, senz’armi, solo con un biglietto stretto nella mano. Correva, correva, correva verso casa, e appena dentro..“Cioccolata, cioccolata arriva la cioccolata” e incontro a lei saltellanti corpicini vestiti a malapena ma intrisi di un inebriante profumo di dignità. Una dignità che neanche la guerra aveva intaccato, quella  guerra brutta, che le aveva tolto la casa, i vestiti …i sogni. E così, custoditi come reliquie si erano conservati i pezzi di cose sopravvissute ai bombardamenti: una cristalliera, alcuni piatti, pochi stracci e un collo di pelliccia che poteva sempre tornare utile, come in quei momenti, quando i piccoli cominciavano a litigare per ottenere il pezzo più grande di cioccolata. Così Isabella, correva nell’armadio della mamma a prendere quell’unico ricordo rimasto di una passata eleganza. Il collo di volpe, con tanto di testa coda e zampette nere, con occhi di vetro marroncini, il muso ancora lucido e la coda vaporosa  Lo mette sulla testa come un cappello, ed incomincia una danza, una danza che immobilizza tutti. I loro occhi  grandi, restavano spalancati, fissi su di lei, ma per lo più su quella spaventosa, spaventosissima testa di volpe. Così Isabella teneva a bada le loro euforie, con quelle sue rocambolesche storie di volpi e lupi…di montagne e valli ma anche con chiare minacce di morsi e agguati al loro primo cenno di impazienza. Quello era il suo modo di tenerli a bada, poco più che una bambina, scura “nera come uno scarafaggio” lei si descriveva, ma già con un immenso peso sulle spalle, un dolore, e tanta solitudine perché si è soli quando bisogna diventare grandi, quando bisogna fare da mamma e da papà. E così ripensa al giorno che portò via suo padre, ai bombardamenti, e lui con il suo autobus di linea, pieno come solo la disperazione della guerra può riempire. Sua madre era finalmente riuscita a raccontarle come fossero andate le cose. Lui, per un incursione aerea, fermò il suo autobus per ripiegare in un rifugio, ma quello più vicino era solo uno scantinato, sul quale, come un castello di carte, crollarono i palazzi circostanti. Pensa al dolore del suo papà Isabella, a quanta paura dentro quel buio, vivo, sepolto con tutti gli altri. E ricorda sua mamma, che  lo cercò per giorni e giorni. Qualcuno poi le disse che lì dove era stato trovato, in quello scantinato, c’erano tante persone e che sui muri c’erano scritte le date di morte dei suoi sfortunati compagni. Confuse, sparse qua e là a ricordare un inimmaginabile terrore. Ma il suo eroe, avevano detto, nella mano stringeva un biglietto, consumato dalla morsa del pugno, sul quale c’era scritto:-“Ci avete abbandonati. Italiani, siete degli assassini”. Così il cuore di Isabella iniziava a battere più forte, gli occhi rivolti al cielo per dirgli il suo amore, per dirgli che mamma lo aveva disperatamente cercato. Che avevano fatto un viaggio lungo tristissimo, e che anche se lei non aveva mai detto niente….loro lo avevano capito, che lui era morto, perché quella luce che mamma aveva negli occhi ora non c’era più.

Fuori dai suoi pensieri, il rumore degli Americani, della loro strana lingua, dei loro camion e delle loro motociclette. Le ragazze grandi amavano gli americani, e gli lanciavano fiori, fazzoletti ricamati, baci e li stringevano in forti abbracci. Gli americani che ci hanno salvati... che ci hanno salvati.

I ricordi della narratrice si fermano qui, confusi, fanno rocamboleschi salti fra presente e passato. Ma inconfondibile nello sguardo mentre racconta, cercando disperatamente nelle parti più profonde della memoria, gli occhi di mia zia brillavano di luce diversa, a volte gioiosa, a volte meno, ma molto più spesso “meno”. Madri, sorelle nonne, piegate fino all’inverosimile dai dolori della vita, ma mai, mai arrese o sconfitte. Donne di altri tempi, che si sono private di tutto, di ogni cosa per arrivare a noi, a ciò che siamo adesso.

Se si riflette, da quelle bombe a noi non è passato poi così tanto tempo, non sono lontane così tanto Isabella e le sue sorelle. Ora le vediamo così, con i loro orecchini colorati in tinta con  le collane ed i vestiti, con i loro capelli radi, i loro occhiali spessi, e le corporature modificate dal tempo, ma dietro ognuna di loro c’era una splendida ragazza  piena di sogni da  realizzare. Avevano tutte meravigliosi occhi che davano dal verde all’azzurro, grandi e bellissimi occhi, corporature da sogno, eleganza e intelligenza. Avevano sogni, che la guerra stroncò, che il tempo vanificò, ma nessuna mai ha rinnegato il suo passato, cancellato i ricordi denigrato il presente, mai nessuna ha ritenuto un “obbligo” essere madre ma solo un piacere ed un privilegio.  Di tutte, Elisa, fu il pilastro fondante, la roccia, “atlante che regge il mondo”. Fu madre delle sue sorelle a soli 15 anni, punto cardine e di unione tra tutte.

Siamo cresciuti come fratelli, non cugini, e quei valori e quella sensibilità d’animo che ci contraddistingue è dovuta a loro. Spero di poter attingere ancora alla fonte della loro memoria, spero di poter raccontare le loro vite il più verosimilmente possibile.

Il  tempo, gli anni, non sono gentili con la memoria ed i ricordi, è bene dunque fermarli, fissarli con la scrittura per renderli immortali, almeno per noi.

Annalisa Ascoli

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osservare jeff 1 Jeff Koons nasce il 21 gennaio 1955 a York, nello Stato americano della Pennsylvania. In giovane età viene incoraggiato dai suoi genitori a dedicarsi alla sua grande passione, la pittura, ma dopo aver conseguito il diploma nel 1976 presso  il College of Art di Baltimora, abbandonerà lo stile pittorico per dedicarsi alla corrente artistica concettuale. In questo periodo trae ispirazione da artisti particolari come Martin Kippensberger e Robert Smithson. Ciò che colpisce di Jeff Koons è la sua contraddittorietà, la sua capacità di esprimere una critica tagliente nei confronti della società dei consumi usando gli stessi strumenti che nutrono questo sistema. Koons è ad oggi uno degli artisti più ricchi al mondo e , per il suo accostamento alla cultura pop, è considerato l’erede di Andy Warhol. Avvicina l’ “uomo della strada” all’arte, mostrandogli opere in cui possa ritrovare temi familiari e di facile comprensione e lo fa attraverso gli oggetti più diversi, che siano statue di Bernini o trenini giocattolo. Nel recente ciclo delle “Gazing Balls” (Sfere da giardino) si vede bene il processo creativo e compositivo di Koons: la copia bianca, spettrale, di un oggetto viene arricchita da una sfera di vetro, una tipica decorazione posta nei giardini in America. Il risultato è spiazzante, soprattutto perché tra gli “oggetti” scelti da Koons ci sono copie minuziose di grandi statue classiche . La banalità assoluta della sfera blu si trasforma in un’apparizione surreale. Un raffinato e attraente gesto concettuale per ribaltare e deviare lo sguardo dello spettatore dall’ammirazione dell’opera classica, quale immagine memorabile di pura perfezione, alla totalità dello spazio ambientale, in cui si riconoscono anche gli osservatori e i vari elementi che caratterizzano il contesto espositivo.

osservare jeff 2Gazing Ball (Barberini Faun), è un opera realizzata nel 2013 ed oggi esposta a Palazzo Vecchio a Firenze in occasione della mostra “jeff Koons in Florence” inauguarata il 26 Settembre 2015 e visibile fino al 28 Dicembre 2015. L’antico Fauno Barberini  è una scultura di età imperiale ispirata probabilmente a un opera in bronzo di epoca tardo-ellenistica.

 “Ho pensato a Gazing Ball guardando per molti anni sfere di questo genere. Ho voluto affermare la perentorietà e la generosità della superficie specchiante e la gioia che scatenano sfere come queste. La serie Gazing Ball si basa sulla trascendenza. La consapevolezza della propria mortalità è un pensiero astratto, e a partire da questa scoperta uno inizia ad avere coscienza maggiore del mondo esterno, della propria famiglia, della comunità, può instaurare un dialogo più vasto con l’umanità al di là del presente”.

La sfera viene vista dall’artista come un oggetto ammaliante, incantevole e dal potere incantatorio che risiede nel fatto che a chi guarda ad essi viene concessa la possibilità di vedere dietro le proprie spalle e fino agli angoli più lontani, con un effetto anamorfico, assorbendo all’interno della stessa superficie il proprio riflesso e ogni altro elemento intorno al proprio corpo. Forme affascinanti, magiche, piacevoli anche per la loro leggerezza (si tratta di sfere di vetro soffiato) e per la loro associazione con il gioco infantile. Data la loro estrema fragilità sono anche associate all’effimera durata della vita umana. La scelta di installare il Fauno nella Sala dei Gigli nasce dalla volontà di creare un dialogo tra il linguaggio rinascimentale e quello contemporaneo.  La scultura si presenta al pubblico ancora nella sua provocante posa, esempio di una bellezza non volgare con una sfera specchiante e di colore azzurro che entra in rapporto con il contesto decorativo della sala. Contrasti che esaltano la bellezza classica e l’estetica di massa, la sfera del mito e quella della mondanità, l’infanzia e la storia, Eros e Thanatos, mentre l’ambivalenza tra equilibrio e instabilità, originale e copia, oggetto artistico e merce, invita a riflettere anche sul rapporto tra immaginazione e serialità, tra metafisica e basso materialismo, tra stupore e mistificazione.

“Il tutto tradotto come ambiguità sottile in un gioco di rimandi tra finzione e verità o meglio legittimità  della finzione”.

Serena Gervasio

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inedito c1Che prepotente quel sole di primavera. Penetrante quasi fosse dentro l’estate. Al mio corpo di bambina sembrava arrogante, mentre accompagnavo mio padre che lavorava all’Inps. Dal rione Santa Maria, dove abitavamo, saliva in Via Pretoria, sempre a piedi, tutti i santi giorni. Era bello in quel suo incedere pellegrino. Abitavamo in una casa alla quale allora aggiungevano sempre l’aggettivo “popolare”, con tono un tantino dispregiativo. Per noi era una reggia, come la definiva mia madre.

Per lungo tempo avevamo abitato in un buco di casa a piano terra in Vico Addone, in cinque. Mio fratello, mia sorella ed io eravamo piccoli e avevamo voglia di spazio...tanto spazio...di aria...tanta aria...Mio padre arrotondava lo stipendio facendo ore di straordinario anche quando non erano giornate di rientro. A volte lavorava di domenica mattina: voleva darci spazio, aria, gioia di esistere.

Ogni pomeriggio, anche se era la controra, lo accompagnavo per un breve tratto di strada, dal portone di casa al piazzale della chiesa di S. Maria del Sepolcro. Mi inebriava l’aria dolce e profumata di primavera. Era il preludio di una stagione rassicurante: sapeva regalarmi spensieratezza e libertà a piene mani.

L’accompagnavo non proprio per amore...o non solo per amore.

Il mio amore finiva davanti al bar “La Rocca” di fronte alla chiesa, esattamente innanzi al contenitore dei cornetti “Algida”. Il gelato che ogni bambino desiderava. 

Una novità. Una ghiottoneria che non tutti potevano permettersi.  

Il suo impasto era di mandorle cioccolato e panna, immersi in un cono croccante. Alla punta il piacere di un pezzettino di cioccolato fondente: si scioglieva lentamente nella bocca che diveniva una piccola cioccolateria.

Una vera goduria!...

Uscivo dal bar con il gelato in mano. Papà aspettava che attraversassi la strada, anche se le automobili passavano ogni morto di papa, e  proseguiva verso l’ufficio. E ora eravamo solo io e lui. Io e Algida pronti a vivere un piacere che ogni giorno aveva una sfumatura diversa. Ed era la ricerca di queste sfumature che rallentavano il movimento delle lancette del tempo. inedito 2

Quei momenti, riti indimenticati e indimenticabili, sono ancora oggi impressi dentro me insieme ai profumi, ai sapori, che mi riportano magicamente in via Ciccotti, quando la nostalgia di Algida mi assale.

Un giorno questa magia finì per sempre. Mia sorella, più grande di me di due anni, e più scaltra, mi chiese perché tornassi ogni giorno a casa con il gelato. E a cosa fosse dovuta la generosità di papà.

Aveva intuito che c’era qualcosa di strano. Era convinta che il gelato fosse una contropartita a qualcosa che le sfuggiva. Le dissi tutta la verità: papà mi chiedeva quanto tempo dedicava allo studio mio fratello, che frequentava il quarto ginnasio... a che ora usciva di casa e, se quando rientrava riprendeva a studiare. Mia sorella brutalmente mi disse: “Sei una spia! Ti vendi per un gelato e non ti rendi conto che se Franco non dovesse essere promosso, papà lo punirà pesantemente. Tutto per colpa delle tue soffiate”.

Ero sconcertata. Non potevo crederci: io una spia?...  Avvertii un senso di colpa troppo grande per  i miei cinque anni.  Non sapevo cosa fare, con chi confidarmi. Di notte iniziai ad avere degli incubi. Ero agitata. Mi giravo e rigiravo nel letto e a volte gridavo. Mamma spesso mi svegliava; cercava di  rassicurarmi senza capire il motivo del mio malessere. Avvertivo un peso alla bocca dello stomaco di cui non riuscivo a liberarmi. Ricordo che facevo fatica a mangiare. Io che ero un’ingorda.

Si sa: i bambini ingigantiscono ogni cosa nel male e nel bene. Ed io vedevo una montagna enorme davanti i mie occhi che  impediva la soluzione al mio problema. Mio fratello era tanto affettuoso con me. Mi dava dei pizzicotti sulla parte esterna delle mani cicciottelle, poi  me le baciava con una tenerezza infinita. Come avevo potuto tradirlo per un cornetto Algida? Rinunziai al gelato. Soffrivo spesso di mal di pancia, il medico mi aveva diagnosticato l’appendice infiammata. La scusa funzionò. Ogni sera comunque si ripeteva il rito del rapporto su mio fratello. A mio padre cominciai a raccontare bugie. A qualcuno dovevo pur  mentire.

Per quanto la mia testolina  fosse confusa, una cosa mi era chiara: un fratello va difeso sempre e comunque. Con il passare dei giorni mi convinsi che sarebbe stato giusto confessare  le mie inquietudini a padre Daniele, parroco della chiesa del di Santa Maria prima dell’inizio del catechismo. Era un monaco che ispirava tanta fiducia ed era molto amato dai più piccoli. E così feci.

Un pomeriggio di mezza estate, lo aspettai in sacrestia. Ero tesa. Mi venne incontro con un sorriso che spazzò di botto i  miei sensi di colpa. Una carezza sui capelli e il rosario che mi regalò dopo il primo accenno di confessione restituirono la serenità ai miei anni. Quel momento è rimasto scolpito nel mio cuore.

Quell’anno mio fratello fu promosso. Mio padre gli concesse la sua prima vacanza al mare. Partì per dieci giorni con il camper del padre di Tanino, il suo amico del cuore, alla volta di Ginosa Marina. Tornò felice e abbronzato. Ed io ero felice più di  lui.

L’estate sembrava non voler cedere il passo all’autunno. Il mio primo giorno di scuola era a pieno sole. La mattina, non lo dimenticherò mai, mio fratello, mi regalò una penna  sfera “Bic”. Un regalo  che mi fece sentire importante. La prima  parola che imparai a scrivere fu il suo nome: Franco.Quella penna, ancora oggi  è il segnalibro dei miei pensieri.

Carmen Cangi

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“Perché replicare ciò che la Natura ha in sé di brutto, non vedo perché questo sia necessario. Nella pittura, io sono un idealista. Nell’arte so e voglio vedere solo il bello, e per me l’arte corrisponde al sentimento della Bellezza.”

osservare bouguereau 1Le sue parole e la sua instancabile ricerca della perfezione fanno di William Adolphe Bouguereau uno degli artisti più popolari del suo tempo. Nato in un paese sulla riva atlantica francese da una famiglia modesta il 30 Novembre 1825, il giovane William dimostrò subito un grande talento verso l’arte pittorica e così il padre acconsentì ad iscriverlo alla “Scuola d’Arte Comunale” di Bordeaux. Nel 1846 si trasferì a Parigi per poter frequentare la Scuola d’Arte più prestigiosa di quegli anni, a cui tutti i giovani pittori aspiravano: L’École des Beaux Arts. 

Dopo esser divenuto un pittore di grande prestigio ed apprezzato da molti collezionisti, nel 1875 divenne insegnante di pittura dell’Académie Julian, per poi assumerne la direzione nel 1888. A quasi 80 anni Bouguereau dopo essersi ritirato nella sua città natia fu drammaticamente stroncato da un attacco cardiaco.

La sua arte è ricca di soggetti mitologici, allegorici, scene idilliache e campestri. In molti suoi quadri egli sviluppò anche il tema dell’infanzia e della famiglia. In molte sue opere si nota una forte predilezione per la figura femminile e il suo corpo, dalle belle proporzioni, si presenta accademico e sinuoso. Non occorre illustrare la sua arte con teorie estetico-filosofiche o ricercarne l’origine ispiratrice, Bouguereau vuole essere perfetto e lo è, non iperrealista, lontano dal realismo, la sua pittura descrive un mondo dove il nudo femminile è spesso protagonista inteso come figura angelica, idealizzata ma allo stesso tempo perfetta nelle sue fattezze di donna.

 

osservare bouguereau 2L’ambiente è solitamente naturale, prati o cieli aperti, spiagge, mare, dipinti sommariamente, il contorno non è curato allo stesso modo dei soggetti tranne che in rare occasioni o nelle composizioni più complesse. La colorazione è naturale ed i toni non oltrepassano quasi mai l’avorio. Maestro nel panneggio, sfoggia questa qualità accompagnando spesso il nudo con veli leggerissimi o vesti bianche o verdi che avvolgono le parti più intime. Bouguereau tende a dimenticare le lezioni dei pittori suoi contemporanei: espressionisti, impressionisti, realisti, romantici, per lui non sono mai esistiti e per questo motivo lo distruggeranno e lo accuseranno di artificialità  in quanto le sue immagini non riproducono la realtà  effettiva ma sono invece composte con l’armonia e l’equilibrio tipici del Rinascimento destinati a nobilitarne il soggetto. I personaggi sono tutti molto puliti e di bella presenza anche in scene che dovrebbero raffigurare la miseria. Edgar Degas inventò persino il verbo “bougueroter”, per indicare ironicamente lo sfumare ed il lisciare la resa plastica dei nudi. Ma se la pittura di Bouguereau fu rifiutata dalla critica, ciò non fu solo per il suo accademismo. Egli infatti, non accettò mai la svolta impressionista e post-impressionista e la criticò duramente e questo, per i critici d’arte, fu considerato come un palese atto di guerra.

 

 

 

 

 

osservare bouguereau 3 Il suo nudo spesso fine a se stesso, veniva considerato ai limiti dell’osceno. L’artista invece non si spinse mai oltre l’educata rappresentazione della femminilità ma quel suo stile di pittura troppo perfetto, troppo vero, disturbava comunque l’universo artistico rivolto ormai verso la sintesi, la nuova figurazione, l’ampliamento dell’ espressione rappresentativa, rifiutando la semplice realtà della donna. Per un lungo periodo la sua pittura scomparve dagli ambienti più illustri, fino a che Dalì lo rivalutò apprezzandone la tecnica finissima e gli riattribuì il merito che gli spettava. Il finire del ‘900 lo vede riammesso tra i grandi della figurazione. Le finiture dei suoi quadri sempre perfette, quasi come delle fotografie, le sue forme semplici ma estremamente eleganti, la resa sublime dei suoi nudi femminili fanno di lui un pittore dalla straordinaria tecnica capace di raccontare le storie della mitologia attraverso l’incredibile delicatezza dei dettagli e la morbidezza delle pennellate. Bouguereau è un artista da gustare in silenzio. Al contrario di tutte le critiche a lui rivolte nelle sue raffigurazioni idilliache si è in grado di catturare e rendere comprensibile l’essenza della bellezza della donna che lei stessa non sarebbe in grado di riconoscere, se non in un suo quadro.

 

 

 

 

 

 

 

Serena Gervasio

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osservare holi 1

Le varie teorie intuite già nell’antichità da Oriente ad occidente, secondo la quale i colori eserciterebbero sulla psiche e sull’umore di ciascun individuo una innegabile fonte di benessere, trovano le loro conferme nei moderni esperimenti scientifici.

Le qualità e le proprietà di ciascun colore sono individuate con sfumature diverse dai vari maestri della Cina e dell'India e dai moderni ricercatori di cromoterapia europei e americani che  descrivono Il colore come un elemento capace di  influenzare il nostro organismo e, con azioni mirate, riportare situazioni di disfunzione o malessere verso un equilibrio salutare. queste civiltà ,fin dall’antichità ,hanno sfruttato il significato dei colori e il loro effetto sui processi fisici e psichici dell'uomo in numerosi campi, da quello della medicina a quello dei riti religiosi, atti a curare il corpo e a purificare l'anima. Gli Indiani, sostenuti dalle teorie dei biologi, credono nella sua azione purificante soprattutto se utilizzato in pittura, e, se diffuso su tutto il corpo, penetra nei pori ed il suo contatto servirebbe a rafforzare le difese naturali della pelle e ad abbellirla. Questo “rito pittorico” nasce da una delle più importanti festività della religione induista non che  una della feste più amate da tutta la popolazione indiana. Il suo nome è Holi, ma è conosciuta in tutto il mondo come la “Festa dei Colori”. Ha origini molto antiche: alcune incisioni su pietra ritrovate nel Nord-Est dell’India, ci mostrano come le prime celebrazioni della festa di Holi risalgano addirittura a 300 anni prima della nascita di Cristo. Letteralmente la parola Holi in lingua indiana significa “bruciare” e questo nome deriva da un’antica leggenda, in cui questa celebrazione va a segnare il trionfo del Bene sul Male.  E’ anche la festa della fertilità, che segna il passaggio dal gelo dell’inverno allo sbocciare della primavera infatti ,la sua celebrazione, cade nell’ultimo giorno di luna piena del mese induista chiamato Phalgun, che corrisponde più o meno al periodo che va da metà febbraio a metà marzo. La notte prima della festa vengono accesi dei grandi roghi, con lo scopo di scacciare gli spiriti del male con la potenza del fuoco. Ad ardere fra le fiamme è infatti il fantoccio di Holika, sorella di Hiranyakashipu, il re dei demoni. Secondo la leggenda,  Hiranyakashipu si considerava il padrone di tutto l’Universo, superiore a tutti gli dei ma tuttavia suo figlio Prahalad era devoto a Vishnu, divinità del bene.  Hiranyakashipu decise di punire il figlio per il suo “tradimento” e ordinò alla sorella di ucciderlo dandogli fuoco. Grazie alla protezione di Vishnu, Prahalad riuscì tuttavia a sfuggire all’agguato, mentre Holika morì vittima della trappola di fuoco che lei stessa aveva preparato.

osservare holi 2Il secondo giorno di festa invece è la giornata principale della celebrazione di Holi dove vede bambini, adulti, anziani, riversarsi nelle strade vestiti di bianco a rincorrersi, a danzare, a scherzare e a lanciarsi addosso acqua mescolata con polveri colorate. Ogni colore ha un significato particolare :  il verde rappresenta l’armonia, l’arancione l’ottimismo, il blu la vitalità e il rosso la gioia e l’amore. Il lancio delle polveri colorate trae origine da una leggenda induista, che parla del grande amore fra Krishna e Radha. Si narra che un giorno Krishna, geloso per la bellezza della pelle della sua amata Radha, decise di dipingerle la faccia, per renderla più simile alla propria. Proprio per questo, nel giorno di Holi gli innamorati usano dipingersi il volto a vicenda, in modo da sancire i propri reciproci sentimenti.
Inoltre durante questo giorno tutte le caste del sistema indiano non hanno alcun valore, le regole della vita di tutti i giorni vengono meno e le persone sono considerate tutte uguali. Per un giorno, ricchi e poveri si ritrovano a festeggiare assieme. Anche le donne, considerate dalla cultura indiana inferiori rispetto agli uomini, possono finalmente prendersi la loro rivincita.  Da qui l’idea di portare questo festival in giro per il mondo con lo scopo di  incoraggiare a promuovere l’uguaglianza e la tolleranza, avvicinando le persone tra loro. Questa festa ,infatti, ha preso il sopravvento in tutto il mondo privata però del suo significato più profondo.
Holi si è in parte trasformata in una festa commerciale e in alcuni negozi sono state vendute delle polveri colorate chimiche, tossiche per la salute umana e inquinanti per l’ambiente e, in alcuni paesi, hanno causato il ricovero in ospedale di alcuni bambini in seguito ad ustioni cutanee causate dal contatto di questi colori sintetici con la pelle.Nonostante ciò continua ad essere una festa piacevole ed allegra, che lascia un forte ricordo ai partecipanti e a coloro che ne sentiranno parlare.

Serena Gervasio

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inediti 1

E’ una giornata di mezza estate a Capriolo, un paesino di montagna, dove d’inverno i fiocchi di neve cadono grandi come pastiglie di menta.

Nella strada che scende dal bosco, lontano, si intravede un anziano signore che si dirige al piccolo bar all’angolo della piazza. Lo accoglie una sedia di quelle impagliate a mano accanto a un tavolino traballante.

“Mi chiamo Ettore”, risponde al barista impiccione negli occhi.

E’ un po’ trasandato. Gli occhi si illuminano quando vede un pugno di bambini. I loro giochi, fatti di grida e sorrisi, danno una spolverata ai suoi ricordi antichi.

Quando si è vecchi, si sa, questi fanno compagnia più di quelli freschi. Ed ecco tornare prepotenti alla mente le luci e le voci del “Circo Bel”, dove aveva lavorato come clown-giocoliere per quarant’anni. E con esse il desiderio – molto più di un sogno nel cassetto – di cercare l’Isola del Sorriso.

Nei quattordicimila ottocento giorni di attività aveva cercato di portare la luce della gioia nell’animo di grandi e piccini. Lo aveva fatto fino a quando, un brutto giorno, il circo andò a fuoco, mentre faceva il suo numero. Sulla tanica di benzina di Beppe il mangiatore di fuoco era caduto il mozzicone di sigaretta di un inserviente distratto.

Furono pochi i superstiti tra uomini e animali e lui fu costretto a vagabondare per il mondo alle prese con mille disavventure.

Viaggiò tanto, convinto, con la tenera fede di un bambino, che da qualche parte del mondo tra Oriente e Occidente potesse esistere un posto bello come il Paradiso, allietato dal sorriso di Dio.

inediti 2

Lo immagina situato tra boschi e valli, dove il profumo dei fiori era tanto intenso da provocare un piacevole stordimento.

Parla con i suoi pensieri, quando alcuni ragazzi disabili, spinti su sedie a rotelle,  sbucano da un vicolo. Occupano i pochi tavoli del bar e ordinano delle bibite.

Uno degli accompagnatori accende una radiolina con l’antenna come quelle di una volta e, nel giro di pochi minuti si diffonde nell’aria una musica che rimanda a sensazioni passate…

Lo sguardo di Ettore corre su un ragazzo dal viso squadrato e con le braccia rigide. Muove il capo per quanto gli è possibile al ritmo della canzone che gli piace tanto e il suo sguardo plana su una compagna, anch’essa in carrozzella, che gli sorride.

Lei ricambia lo sguardo del ragazzo in un modo da togliere il fiato. Non fa caso alle sue movenze spezzate, lo guarda negli occhi, con la semplicità che annienta ogni ostacolo sulla strada del cuore.

A volte la vita ti viene incontro con dei piccoli pezzi di te che avevi dimenticato. Ettore, senza volerlo, si trova coinvolto in questo gioco di sguardi. Lui ci mette il suo che ha conservato il candore dello zucchero filato. Si sente uno come loro. E vuole che lo percepiscano. Con il cuore, prima che con le mani, apre il sacco variopinto, pieno di colori, la memoria fresca del suo passato. Tira fuori tante palline colorate: una rossa amore; una gialla  vita; una verde  primavera; una azzurra  cielo; una marrone terra ... Le butta in aria e roteando tra le sue mani formano un arcobaleno tascabile. Ricorda che questo dell’arcobaleno era il numero che emozionava  di più il pubblico.

Ettore intanto lancia uno sguardo a quei ragazzi, con il quale sembra voler dire loro che la vita è un arcobaleno per chi sa cogliere la purezza di qualsiasi cosa, l’intensità di ogni batticuore, la bellezza di ciascuna sensazione.

Hanno capito e gli rispondono con un caldo applauso mentre una scia di colori riempie il cielo. Ettore in quel momento prova l’emozione, incomprensibile, di toccare Dio e di ringraziarlo per avergli dato mani d’arcobaleno.

Ha finalmente trovato “L’Isola del Sorriso”.

Carmen Cangi

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Tra idea pittorica e sentimento privato.

osservare 1Realizzato da Francesco Hayez intorno all'anno 1859, il dipinto fa parte di quelle opere cosiddette del Romanticismo italiano, una corrente artistica che si sviluppò durante l'Ottocento e di cui l'artista era uno degli esponenti più importanti. Si tratta di un olio su una tela che misura circa 110 per 88 centimetri conservato presso la pinacoteca di Brera. 

La suggestiva resa cromatica, i passaggi e gli stacchi del chiaroscuro e l'atmosfera di mistero e la vaga ambientazione medievale, hanno reso questo dipinto la fonte d'ispirazione per molte famose scene del cinema e uno dei soggetti più sfruttati per la  pubblicità e per riproduzioni a stampa di vario tipo come ha utilizzato ad esempio Federico Seneca, direttore artistico di Perugina negli anni ’30, nelle sue confezioni.

 

 

 

 

osservare 2Il tema ripropone quello della versione del 1823, L'ultimo bacio dato a Giulietta da Romeo, conservato a Tramezzo e un'altra versione più simile a questa, ritrovata nel 1998, realizzata tra il 1859-67 e inviata all'esposizione Universale di Parigi del 1867.

Nella scena Vediamo raffigurati due giovani nel momento in cui si scambiano un bacio molto intimo e intenso ed il gesto viene rappresentato da Hayez con una posa molto naturale e spontanea con una seminascosta allusione politica agli ideali del Risorgimento, con il rinvio retorico alla partenza per l'esilio che sono gli elementi fondamentali del grande successo di questo dipinto tra i suoi contemporanei. Il dipinto, infatti, venne realizzato nel 1859 e la sua ideazione  coincide come periodo con la seconda guerra d’indipendenza italiana. Quindi alcuni esperti dell'arte ci indicano che il giovane coperto dal mantello, col berretto calato sugli occhi, il viso in ombra e un pugnale nella cintura potrebbe essere un volontario in partenza per la suddetta guerra. Il piede sullo scalino, come se dovesse scappare e l'ombra dell'uomo misterioso tagliato fuori dall'immagine  fanno pensare a un delitto o un'azione violenta, o a una fuga. Per contrasto al dinamismo della figura maschile, la ragazza è completamente abbandonata, il corpo arcuato all'indietro e la mano che sembra più aggrapparsi che abbracciare. 

L’incontro dei i due giovani allude all'alleanza tra Italia e Francia, che aveva permesso il formarsi del nuovo stato italiano. L'Italia, con i suoi colori, è rappresentata nella figura dell'uomo abbigliato dei colori del rosso della calzamaglia e del verde della fodera del manto, ma anche il marrone che è colore della terra mentre il blu del vestito di lei simboleggia la Francia.

osservare 3Esistono più versioni dello stesso dipinto. Il Bacio (oggi alla Pinacoteca di Brera) è portato in mostra all’Esposizione dell’Accademia il 9 settembre 1859. La seconda versione fu donata da Hayez alla sorella di Carolina Zucchi, sua amante. La terza versione è caratterizzata dal panno bianco per terra, dal mantello verde acceso dell’uomo e dal rosso della calzamaglia .Fu conservata per anni dall’artista e presentata all’Esposizione di Parigi del 1867. La quarta versione è il Bacio “in bianco”, del 1861 quella che viene a rappresentare il raggiungimento dell’ideale unitario. Con l’impresa dei Mille l’Italia aveva dimostrato di poter fare a meno della Francia e Hayez così decise di cambiare la propria posizione ricostruendo ciò che era stato compiuto seguendo i suoi primi ideali e trasponendolo secondo quelli che ammirava. Ci ha così regalato una seconda versione dove viene quindi tralasciato il riferimento all’azzurro dell’abito femminile e sostituito con un abito bianco. Il lettore può cercare nelle differenti versioni l’unione dei colori italiani a quelli francesi, fino ad arrivare alla dominante tricolore.

Serena Gervasio

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luna1

Ancora un racconto ispirato alle poesie studiate durante il laboratorio di scrittura “La bottega dello scrittore” tenuto a Potenza da Luciana Gallo Moles. Un esercizio di scrittura che ha previsto la trasposizione della poesia in prosa. Buona lettura!!

L’inverno aveva gelato ogni cosa.

Passeggiavamo io e Victor, per il vecchio parco solitario complice dei periodi spensierati della nostra giovinezza. Avevo guardato il cielo, era grigio come lui, e anche come me. I nostri paltò neri si toccavano leggermente, e… come per incanto, i ricordi riaffiorarono, spintonandosi l’un l’altro. “Victor ricordi la nostra estasi di un tempo? Vedi ancora in sogno la mia anima?” “Ti sogno spesso, Iris. Sogno la tua risata quando eri felice, sogno l’emozione che mi davano i tuoi capelli , due trecce di grano tra le mie mani e i tuoi occhi interminabili. Sogno il modo in cui spostavi l’aria quando mi passavi vicino, sogno la tua voce, la grazia con cui pronunciavi la r quel modo così sofisticato ed elegante, sogno la tua ingenuità bambina e il tuo essere adulta in ogni situazione importante.

“Sono trascorsi lenti, gli anni Victor. I nostri cuori hanno camminato insieme per sentieri tortuosi, hanno saputo digerire le spine. Intuivi l’intensità del mio batticuore, il momento del mio sfinimento e, mi prendevi in braccio… Ricordi Victor, la casa della nonna a Neige, che ti accolse bambino dopo la morte dei tuoi genitori per un fatale incidente stradale? Quanto l’hai amata!“. “Sì… Iris, a casa di nonna Irene, trovai la serenità. Mi bastava che lei fosse lì. La sua presenza era rassicurante, come le nostre anime che ora si accompagnano nel silenzio del parco. Ogni suo gesto era una parola di affetto, un pezzo della sua storia che affidava con discrezione a me, suo unico nipote, perché ne avessi memoria, quando lei ci avrebbe lasciato per trasferirsi sull’altra faccia della luna…

Ricordo l’odore caldo del pane che cuoceva dentro il forno. Nonna impastava con colpi decisi, come il carattere che doveva esprimere per mandare la casa avanti; teneri come i pensieri di mamma e moglie. Era rimasta vedova a soli trentatré anni. Le sue mani erano la voce della sua vita. Delicate e forti, a seconda delle circostanze, ma sempre belle come una carezza data. O desiderata. A questo mi faceva pensare quando impastava per fare il pane. Io ero lì, come al cinema, a godermi lo spettacolo di cui non capivo il messaggio di vita. Mi accontentavo di seguire la trama… ma mi sfuggiva l’idea dell’autrice, nonna Irene. Poi sei arrivata tu nella mia vita, e nel cuore di quella casa.” Divenne il nostro nido d’amore per molti anni. Nonna Irene, fu anche per me la mamma che non conobbi mai. Le sue braccia accoglienti, il sorriso affettuoso che spalancava porte e finestre, tutto di lei mi affascinava. L’ho amata da subito. Mi piaceva osservarla mentre parlava animatamente di ricordi antichi, mentre aspettava il suo turno al forno in compagnia delle altre donne. L’attesa della cottura del pane faceva si che il mio sguardo seguisse le panelle, finché non sparivano nella profonda bocca del forno per poi ricomparire magicamente del colore dell’oro delle spighe mature. Di ritorno a casa nonna Irene tagliava un pezzo di pane e mi diceva: “mangialo ora che è fresco! Il pane è fresco quando è caldo!” Quanta saggezza nelle sue parole. Luna2

E i riti della domenica! Che meraviglia! Meravigliarsi delle piccole cose che fanno domenica. Ci svegliava il profumo del ragù, in uno al canto del gallo nel pollaio. E poi la tovaglia nuova sulla tavola apparecchiata sin dalla mattina, era di fiandra bianca come l’ostia consacrata. Il suono delle campane della chiesa del convento. Io e te innamorati come due colombi che tubavano sul tetto. Indossavamo il vestito della festa e andavamo alla messa di mezzogiorno. La primavera lasciava aperta al tiepido sole la porta di casa, le tendine bianche si muovevano al vento, come onde solleticate da un mare giocoso.

Lungo il viale della chiesa, i mandorli erano in fiore, i bambini giocavano al cerchio, le fanciulle vendevano viole, le fontane erano aperte nei giardini del convento. Si respirava tutta la meraviglia della primavera.

L’estate ci vide genitori. Nacque la nostra primogenita. Avresti preferito un maschio, volevi chiamarlo come tuo padre: Guglielmo. Quando ti convinsi che quel nome era bello anche al femminile, i tuoi occhi ritornarono a sorridere. La chiamammo Guglielmina. Con lei, nella nostra vita entrò il sole, entrarono le stelle, l’universo intero. Cresceva allegra, vivace e piena di vita. Amava giocare con una trombettina di latta azzurra e verde, che nonna Irene le aveva comprato ad una festa paesana. Era ormai diventata parte di lei. Ovunque andassimo, la trombettina ci seguiva. La nonna, ormai in là con gli anni, si ammalò, e per quanto la presenza di Guglielmina la riempisse di vita, un brutto giorno ci lasciò. Ma non del tutto. Nei giorni successivi alla sua morte, nostra figlia trovò il regalo, tanto atteso, per il suo sesto compleanno, nella panca accanto al camino. Il libro che desiderava tanto: La casa delle farfalle. L’eredità di nonna Irene. Gli anni trascorsero veloci. Altre due perle vennero a fare compagnia a Guglielmina: Martino e Irene. Le nostre vite scorsero serene, nonostante le foglie dei viali dì ippocastano cominciavano a cadere. E poi e poi e poi e poi… com’è lungo narrare le cose…

“Sono stanca Victor, avverto lo stesso sfinimento di un tempo… E’ giunta l’ora di ritornare sull’altra metà della luna”. “Ti prendo in braccio Iris… come facevo allora”.

Carmen Cangi

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