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Virginia Cortese

Giornalista pubblicista

Appassionata e onnivora lettrice

Considero i libri come finestre sulla vita, da aprire costantemente per imparare come comportarsi sulle strade del mondo.

I miei libri guida sono La Nausea di Sartre, Amore Liquido di Bauman e Il Libro del riso e dell’oblio di Kundera.

Mi piace contemplare e vivere il Bello, perché sono convinta che sia davvero l’antidoto al male. Adoro l’arte, la corrente espressionistica è senza dubbio quella che mi rappresenta in modo totale, il mio quadro del cuore è Notte Stellata sul Rodano di Van Gogh.

Una visione romantica e di prospettiva sulle cose non può esulare dal ri-conoscersi in un’opera lirica, la mia è La Bohème di Puccini.

perle 1

Siamo nell’inverno parigino del 1830; il poeta Rodolfo, il pittore Marcello, il musicista Schaunard e il filosofo Colline conducono una vita spensierata. Il denaro scarseggia, lo stile di vita è molto sacrificato, tuttavia la speranza non abbandona il cuore dei quattro artisti.

E’ “La Boheme” di Giacomo Puccini andata in scena nello splendido Teatro Stabile del capoluogo lucano lo scorso mercoledì 9 settembre, con replica venerdì 11.

La notte della vigilia di Natale, Rodolfo e Marcello, essendo infreddoliti e non avendo altro modo per scaldarsi, bruciano nel caminetto il manoscritto di un dramma di Rodolfo. Colline rientra a casa desolato e riferisce di aver trovato chiuso il Monte dei Pegni; poco dopo è Schaunard a raggiungere la povera soffitta, e colmo di gioia mostra il suo denaro, compenso di una inaspettata prestazione musicale. Possono allora festeggiare il  Natale e decidono di farlo al Quartiere Latino. L’arrivo di Benoit, il padrone di casa, corso a reclamare la pigione, disturba i festeggiamenti;  i quattro amici saranno però così abili da confonderlo, costringendolo a bere e a confessare le sue infedeltà coniugali, e facilmente riusciranno a farlo allontanare, fingendo la riprovazione per la sua condotta immorale. Marcello, Colline e Schaunard escono mentre Rodolfo si ferma ancora per ultimare un articolo di giornale; il poeta a lavoro riceve una visita: si tratta di Mimì, una ragazza che abita in una soffitta dello stesso stabile. Ella, rimasta al buio, chiede a Rodolfo di riaccenderle la candela; viene colta da un improvviso malore  e cadendo perde di mano il candeliere e la chiave di casa. Rodolfo è folgorato dalla bellezza della fanciulla ed è commosso dal suo pallore: si mettono insieme alla ricerca della chiave ma, complice il buio, fra i due nasce subito una forte tenerezza e scoprendosi già innamorati, si uniscono agli amici che dalla strada reclamano Rodolfo in modo chiassoso. perle 2

Marcello è triste perché la sua bella Musetta, lo ha abbandonato per altri amori. Rodolfo regala una cuffietta rosa a Mimì e la presenta agli amici; tutti insieme si siedono a un tavolo del Caffè Momus, ordinando una ricca cena. Improvvisamente entra Musetta, elegante e disinibita, accompagnata dal suo nuovo amante Alcindoro, un vecchio pomposo. Si accorge della presenza di Marcello e inizia a provocarlo con frasi e occhiate maliziose. I due, ancora presi dall’antico desiderio, si riuniscono.

L’inverno continua a regalare giornate di gran freddo,  Marcello e Musetta alloggiano e lavorano  in un cabaret.  Mimì, stanca e  sofferente, confida a Marcello che la vita con Rodolfo è diventata impossibile, a causa di continue incomprensioni. Sarà Rodolfo a spiegare la causa di quell’atteggiamento così litigioso: con dolore ma per amore della stessa, vuole separarsi da lei che è gravemente malata e non merita di vivere in una soffitta umida che aggrava il suo stato già precario di salute. Mimì e Rodolfo  rivivono il ricordo struggente dei momenti trascorsi insieme; vorrebbero separarsi, ma trovano che lasciarsi in inverno sarebbe come morire, così decidono di aspettare fino alla bella stagione, la Primavera. Decisione che attueranno.

Rodolfo e Marcello, separati da Mimì e Musetta, fingono felicità  ma in realtà rimpiangono i loro amori perduti.

Un improbabile festino, organizzato da Colline e Schaunard, che recano per cena pane e aringa, viene tragicamente interrotto da Mimì in punto di morte, accompagnata da Musetta. Sentendo prossima la fine, Mimì viene accolta da Rodolfo che la adagia teneramente sul letto, mentre  gli amici si prodigano per recarle qualche conforto. Musetta esce a vendere i suoi orecchini e Colline a impegnare  il suo vecchio pastrano. Rimasta sola con Rodolfo, Mimì rievoca i dolci momenti del loro amore e lo stringe per l’ultima volta a sé. Gli amici rientrano. Mimì prende felice dalle mani di Musetta un manicotto che crede un dono di Rodolfo e si assopisce serenamente. Rodolfo continua a illudersi che possa salvarsi, finché dal rassegnato dolore dei presenti, capisce che l’amore della sua vita è volato via.

perle3Un’atmosfera sognante, nella quale si è totalmente immersi.

Luci e colori, suoni dolci e struggenti, costumi e ambienti di un tempo andato che ospita però le logiche di amori infiniti, fatti di sacrificio e rinunce, di passioni e cedimenti.

Sono le dinamiche dell’uomo, le protagoniste di un’opera considerata tra le più belle mai scritte e rappresentate.

Si ritrovano la tenuità dei sensi di colpa, l’ardore del sentimento, il riconoscimento della metà esatta del proprio cuore, i giochi di un destino che scherza e interroga, che limita e punisce, che non premia la sincera empatia e abbandona nello sconforto.

Laddove è l’essere a prevalere, la struttura sociale assume i contorni di dettagli futili. Che vita vacua, quella senza amore!

Gli oggetti del ricordo, le finestre sulla felicità perduta, la neve che ricopre ma non nasconde, ammorbidiscono i pensieri, ma non li liberano dalla morsa dell’assenza.

Ciascuno, messo di fronte, al termine, in senso generale, analizza i propri inizi e vi si lega come a un barlume di speranza. Quella che non restituisce ma che illumina i sentieri, che non si ha coraggio di intraprendere ma che, forse, sono gli unici plausibili.

La nudità delle scelte ha il fascino dell’ambizione innocente; un gesto, una carezza, il calore di un abbraccio, l’ultimo, divengono sguardo lungo e di premura.

L’occasione per tornare indietro.

Virginia Cortese

 

 

L’opera è divisa in quattro quadri, il libretto a cura di Giuseppe Giocosa e Luigi Illica, la regia di Alberto Paloscia; a dirigere l’orchestra, il maestro Joshua Dos Santos. La produzione, dell’“Orchestra da Camera e Sinfonica Lucana" e dell’impresa Lirica C.I.A.L.M. di Roma. Gli interpreti William Davenport, Nicola Ziccardi, Carmine Monaco, Kristin Sampson, Alessio Potestio, Rocco Cavalluzzi, Carmine Monaco, Gabriella Stimola ed Erika Tanaka. Il Maestro del coro, Giovanni Farina; il Coro del Teatro Ventidio Basso; Drammaturgia e disegno luci a cura di Sergio Licursi; Assistente alla regia, Grazia Coppolecchia; il Direttore dell’allestimento scenico, Damiano Pastoressa; il Maestro collaboratore Andrea Bauleo; il Capo reparto sartoria, Federica Groia.

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Ascoltare 1

Delicato come un’orma sulla sabbia di settembre.

Come un uomo che s’incammina su una traccia assente di destino.

Come un sorriso che non costa che una moneta di silenzio.

Il Mare Nostrum di Fresu, Galliano e Lundgren è un ticchettio di domande senza tempo.

Ha l’unica pretesa di accompagnare con eleganza.

Non interroga e non scombina.

Fertile e sagomato.

Amaro come un frutto che non si vuol assaporare.

Dolce come l’aroma delle stanze felici.

Avvolgente come una distanza, freddo come un abbraccio, inesorabile come una rotta condivisa.

Non ha il senso del certo in sé, ma libera e ammalia.

Fluido sguardo d’infinito, ridotto viso dell’eterno.

Impartisce il perdono di una carezza e non cede alla lusinga dell’umana riduzione del bello.

Ha riflesso accecante e prospettiva distratta.

Si compiace di un’arte di sostanza.

Sospende e spinge oltre.

Definisce il vero nella dissolvenza dei paradossi.

Virginia Cortese

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Mango

 

Un richiamo antico come le mura dei palazzi che abita.

L’essenza degli elementi si fonde nella magia di un racconto che non ha fine, né un distinto principio.

È il mare che lo cela.

Ne dona una eco al tramonto. Una maliziosa nostalgia all’alba.

È l’armonia di un banchetto d’estate, illuminato dalla luna e scandito dalle sue maestose onde, a renderlo così prezioso.

Ha l’ambizione dell’infinito e conversa con Dio, mentre sbuccia le arance della terra di un sole presente.

Ha lo sguardo verso il suo limite, sulle lingue di terra, sulle rocce maestose, sul passo di uomini distratti e incerti.

È un invito all’abbandono.

A lasciarsi attraversare, nel silenzio mai stanco di una voce alta. Che dall’alto guarda quel suo Mediterraneo.

 

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di Virginia Cortese

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asc DeAndre

L’incontro dei sensi nel capolavoro siglato De André ha un fascino tagliente e lucido come la cattiveria.

La speranza, matrice dominante, termina nella disillusione nuda.

Non consola e non concede diritto di replica.

La si potrebbe accostare all’incalzare delle stagioni: reca in sé il profumo delle notti d’estate, i canti primaverili, le improvvise tempeste autunnali e il gelo degli inverni non richiesti.

Non v’è dominio razionale che possa districare un battito scomposto del cuore.

L’attesa è tanto più elevata quanto la visione è pura.

L’universale scena è palcoscenico che non interferisce, accompagna il vissuto, ammorbidisce i passi e infine richiude le feritoie.

Di equilibri e di sostanza, di cartoline e di stanze.

Non turba il divenire. Osserva i miracoli ripetersi e raccoglie i frammenti dei mosaici di luce e buio.

Virginia Cortese

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ornella vanoni


Un conto in sospeso può pesare fin troppo.

Un conto in sospeso con se stessi è un macigno che non si smaltisce.

Spetta a chi ha l’onesta attitudine al bilancio, tuttavia, richiamarsi all’interno di una reale ricostruzione.

Necessaria, se la coerenza vuol attestarsi come baluardo d’essenza.

Al di là del rimpianto per il non detto, della consapevolezza dell’effimero tempo della vanagloria, del commesso errore nella spensierata accettazione di un istante di felicità, la presenza silenziosa di un ego che conosce e sovrintende, non ha che logiche conseguenze.

Nel dualismo sentimentale, il perentorio dare/avere può presentarsi come una bilancia con equilibrio scomposto, luce diagonale sulla speranza di un ritorno.

Anelato e forse no.

Una sproporzione la cui analisi disaffeziona la coscienza, la ammalia e la rende schiava.

Ma a cosa serve una libertà senza la lucidità nella sua gestione?

È un nulla nel cosmo delle declinazioni d’amore.

Il faro illumina la strada dell’effettivo.

Chiude il cerchio dei concetti.

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Virginia Cortese

 

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francobattiato 1

Pura e lenta come i quadri lunari.

Un fascio di ombre di cristallina visione.

Non ha l’ambizione della mistica iconografica, la sublime rappresentazione di lode del Maestro Battiato, nel capolavoro dell’oceano di Silenzio.

Una carezza floreale che non conosce limite perché non si definisce. Lascia solo l’autentico respiro. Perché incontra.

Abbandona l’affannoso tratto del Destino, per congiungere l’Io senza tempo con il Tempo. Per comprendere lo Spazio che non si abita ma che si tratteggia con cuore lieve.

Non ha necessità di rivelazione ma solo il brio della scoperta.

Sono aurore di pensiero quelle che echeggiano.

Consolatorie interfasi nel firmamento senza leggi.

Le voci non s’impongono; sono molecole di suono, in equilibri di perfezione.

Maestosità con il volto ultimo di chi guarda e disegna. E dipinge le esistenze.

Virginia Cortese

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È un brano di sensibilità maschile e vigore femminile, E dimmi che non vuoi morire, scritto da Vasco Rossi e magistralmente interpretato dall’eterea Patty Pravo, tanto da divenirne simbolo.

C’è un’ammissione nella visione del futuro. La consapevolezza della presenza non esclude dalla prospettiva della opportunità.

Una netta verità, fredda come una pioggia improvvisa sul cuore sereno.

Un corollario di questioni inevase è di difficile lettura. Ma la domanda di senso attutisce il colpo.

È una resa formale.

Una rassegnazione costante e lucida.

Un moto del giudizio, una spinta della cognizione personale a non predire con sempre dolorosa puntualità, l’effige della circostanza.

Un monito ad andare altrove. Avanti.

Che sia affacciarsi su uno specchio d’acqua o dentro se stessi, non modifica la sostanza di un viaggio, talvolta necessario come l’aria, sebbene inascoltato come i più pensanti sensi di colpa.

Un’esclusione generale, luminosa come una ferita nei cieli d’estate.

Virginia Cortese

ascoltare pattypravo

Guarda…io sono da sola ormai.

Credi…non c'e' più nessuna che

quando chiedi troppo e lo sai,

quando vuoi quello che non sei te

ricordati di me…forse non ci credi.

Sguardi…guarda sono qui per me

Non ti ricordi…eri come loro te.

Sono tutti quanti degli eroi

quando vogliono qualcosa…beh

lo chiedono lo sai… a chi può sentirli…

La cambio io la vita che

non ce la fa a cambiare me

bevi qualcosa, cosa volevi

vuoi far l'amore con me

la cambio io la vita che

che mi ha deluso più di te

portami al mare, fammi sognare

e dimmi che non vuoi morire...

Dimmi…sono solo guai per te.

Dimmi, ti sei ricordato che

hai una donna che se non ci sei

come fa a resistere senza te.

Piangi insieme a me dimmi cosa cerchi.

La cambio io la vita che

non ce la fa a cambiare me

bevi qualcosa, se non ti siedi

vuoi far l'amore con me

la cambio io la vita che

che mi ha deluso più di te

portami al mare, fammi sognare

e dimmi che non vuoi morire... 

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Sono occhi e fiori.

Sono sguardi e prati.

Sono persone, sono il non tempo nello spazio. Sono passione e incanto.

Sono stelle che mancano e cieli che non proteggono.

Sono speranze vane.

Sono desideri e definizioni, sono limiti e poesia.

Sono proclami e attese, atteggiamenti e fughe.

Sono amori e indifferenti attenzioni.

Sono figli ben educati e momenti già trascorsi.

Sono uomini che passano e istantanee che restano.

Sono canti, versi e refrain.

Sono terre mai battute. Sono il Destino proclamato e abbracciato.

Sono i doni di Roberto Vecchioni alla signora della poesia, nella Canzone per Alda Merini.

Virginia Cortese

ascoltare merini           ascoltare vecchioni

 

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scrivere copertina Regista e sceneggiatore di film capolavoro, da Il bagno turco a Le Fate ignoranti, Ferzan Ozpetek delizia i suoi fan con uno scrigno narrativo affascinante e delicato, prezioso e vivido, una storia che è una delle dichiarazioni d’amore più romantiche mai tratteggiate. Reca la sua firma Rosso Istanbul (Collezione Strade Blu- Mondadori).

V’è una città al centro del mondo, con i rumori e gli assilli della modernità e i monumenti del passato. Lo specchio d’acqua, di conforto e di riflesso alla vita. Una dinastia di donne forti e bellissime, piuttosto che fragili e sagge.

Nonne, madri, amiche e amanti.

Vi sono uomini dalla consistenza dell’oro, luminosi come le estati, i cui passi sono segnati dall’intenso sapore del caffè.

Il viaggio accompagna il destino degli intrepidi. Divide e, talvolta, unisce, nel gioco cinematografico dei sensi.

Le scoperte sull’umano sono conferme di elucubrazioni d’immagine; sono moniti al tentativo di vivere senza condizionamenti. scrivere ferzan ozpetek                      

Ozpetek sigilla il principio e la fine del suo intento comunicativo: “Non dimenticate mai, la cosa più importante non è come vivete la vostra vita. La cosa che conta è come la racconterete a voi stessi, e soprattutto agli altri. Soltanto in questo modo, infatti, è possibile dare un senso agli sbagli, ai dolori, alla morte.

L’amore è il tassello decisivo, conclusivo, così come la scintilla primigenia. Manifesta il vigore del passato, la levità del futuro e la meraviglia del presente. Ciò è sufficiente a comprendere se davvero ne valga la pena.

Inesorabile come una carezza, elegante come una foto in bianco e nero. Una lettura del tempo senza tempo. Consigliata!

Virginia Cortese

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Un gioco suadente quello delle possibilità.

Impone il rischio della scelta. E la gioia del risultato.

La complicità non è solo moto spontaneo di sguardi, ma una tensione esterna. Ed estrema. Verso la felicità che si merita. Che i sogni ci riservano nelle notti di chiaro di luna.

Le domande al destino sono impertinenti. Estatiche ma mai vaghe.

Hanno il volto e la nudità dei profumi.

Sono un confine che non si riesce ad abbracciare.

Sono ombre e incessanti visioni.

Il tutto compete con il nulla.

Lo sfida, forte della vittoria che pregusta con fermezza e lucidità.

Ma il passo è labile, rallentato, se il mondo si perde. Se si perde il mondo.

ascoltare mina

Virginia Cortese

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