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Eva Bonitatibus

Giornalista pubblicista

I libri sono la mia perdizione. Amo ascoltare le storie e amo scriverle. Ma il mio sguardo curioso si rivolge ovunque, purché attinga bellezza e raffinatezza.

La musica è il mio alveo, l’arte la mia prospettiva, la danza il mio riferimento. Inguaribile sognatrice, penso ancora che arriverà un domani…

editoriale biancoenero 1

Un editoriale in bianco e nero, bianco come la pagina di un libro e nero come l’inchiostro delle parole. Bianco e nero come un pentagramma musicale o come un’incisione calcografica. Bianco e nero perché metto a nudo la mia anima, che in questo momento è così scoperta da poterla leggere tutta. Bianco e nero non perché amo il monocolore, al contrario, amo tutti i colori dell’universo creativo, ma perché desidero concentrarmi sull’essenziale, sull’ossatura delle questioni, sull’anima delle cose per l’appunto. I colori mi distraggono e mi portano lontano, e io, in questo preciso momento, voglio rimanere chiusa dentro ad una riflessione: la forza della parola. Quella detta e quella non detta, quella sussurrata e quella urlata, quella sottaciuta e quella esplicitata, quella che infiamma e quella che infiacchisce. La forza della parola che non muore mai e che dal rinnovarsi della vita sugge vigore. Insomma l’immortalità della parola che prosegue il suo cammino di vita oltre la vita di chi le ha pronunciate. E’ questa la straordinarietà della parola, quel nero fissato sul bianco che mai digraderà colore, né mai sarà cancellata dal tempo. Il tempo divora ed usura, ma le parole resistono e vanno. E continuano a vivere e a far rivivere. Riflessioni suscitate dal libro del compianto Pino Mango, artista e cantate lucano scomparso un anno fa e che oggi viene ricordato attraverso la sua arte poetica.

editoriale biancoenero 2Mango tutte le poesie è infatti la pubblicazione voluta e curata dalla moglie, Laura Valente, e dai figli Filippo e Angelina, ed edita dalla casa editrice Pendragon. Il volume è stato presentato a Potenza, terza tappa italiana dopo Milano e Roma, all’Università degli studi della Basilicata e al teatro Stabile. Una commovente partecipazione di pubblico ci ha fatto capire quanto sia importante la parola, l’unica entità che continua a far vivere anche chi non c’è più e a far parlare di sé oltre il tempo e lo spazio. Quel tempo e quello spazio che tutti abitiamo in consapevolezze più o meno sensate. Ed è proprio questa la questione, dare un senso a ciò che siamo. E artisti come Mango, Pino Daniele, Lucio Dalla hanno dato un senso alla loro e alla nostra vita grazie alle loro PAROLE. Sono loro a trasmettere emozioni, sono loro a farci commuovere fino alle lacrime, quelle che hanno rigato i volti delle persone che hanno partecipato alla presentazione del libro di Mango a Potenza. Dell’evento ne parleremo più diffusamente nel prossimo numero, soprattutto parleremo di Mango poeta e del binomio poesia-musica che ha caratterizzato la sua esistenza. Ma proseguendo il discorso della valenza della parola, subentra il valore dei numeri. I numeri infatti ci vengono incontro dando concretezza alla valenza delle parole. Mi spiego. Le parole messe in sequenza originano frasi, che originano discorsi, che originano storie fino a comporre veri e propri libri. I libri dunque sono fatti di parole e dietro ogni parola, si sa, c’è un uomo di bradburiana memoria. Tanti i libri scritti, è una verità consolidata ormai. E oggi a questo dato possiamo finalmente aggiungere che ci sono tanti lettori. Il dato, e in questo subentra il valore dei numeri, è stato reso noto dall’Ufficio studi dell’Associazione Italiana Editori (AIE) sul mercato del libro 2015. Finalmente si registrano i segni +, più libri in tutti i principali Paesi UE, anche in Italia dove ben 24milioni di persone leggono un libro. Un ritorno alla carta, a svantaggio del digitale, che fa ben sperare in un 2016 ricco di nuove proposte editoriali e di nuovi volumi da sfogliare. Un dato che da solo riempie di speranza e conforta gli sforzi di tutti coloro che si prodigano per la promozione della lettura. Un lampo di luce su spazi di buio.

Eva Bonitatibus

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dialogare cultora 1

Nei numeri scorsi della nostra rivista ci siamo occupati della libreria Cultora di Roma. Ci colpì la storia di questa libreria, in particolare il fatto di essere nata da un sito web, sovvertendo tutte le previsioni sul futuro dei libri di carta. La sua forza è la casa editrice che ha alle spalle, la Giubilei Regnani, e la volontà di vendere libri di editori indipendenti. E’ una libreria giovane dalla mentalità fresca che merita tutta l’attenzione del mondo culturale. Noi, intanto, ci siamo fatti due chiacchiere con Francesco Giubilei,direttore editoriale di Historica edizioni e di Giubilei Regnani editore, fondatore della rivista Cultora e della omonima libreria. Ha solo 23 anni, è l’editore più giovane d’Italia ed è il capo di questa piccola ma grande rivoluzione.

Da portale di informazione culturale a libreria. Come è avvenuta questa decisione?

Il nostro obiettivo è quello di creare una comunità di lettori che si confronti quotidianamente sulle pagine virtuali del nostro sito ma che possa avere un riferimento fisico tangibile, per questo nasce la libreria Cultora, per offrire ai lettori un luogo di confronto in cui riscoprire l'importanza del rapporto umano nell'epoca di internet.


Uno dei pochi casi in Italia a realizzare un processo inverso. Una sfida?

Sicuramente una sfida che speriamo con il tempo si rivelerà vincente. Passare dal web al mondo reale, dall'online al cartaceo e non, come purtroppo accade sempre più di frequente, dai libri di carta agli ebook.


Che tipo di libreria è Cultora?

Una libreria orgogliosamente indipendente, giovane, nuova all'interno della quale il lettore non troverà i libri dei soliti noti o dei grandi editori ma una selezione attenta e accurata di autori ed editori. Una libreria in cui è possibile parlare con il libraio, confrontarsi, chiedergli consigli e suggerimenti. Una libreria che guarda al futuro ma non rinnega la tradizione storica e culturale italiana, un luogo di incontro animato ogni settimana da eventi e presentazioni.

dialogare cultora 2


Alle spalle di questa realtà c'è una casa editrice, Giubilei Regnani Editore. Quale eredità porta con se?

Essere editori, ancor prima che librai, ci permette di conoscere tutte le problematicità e le difficoltà che gli editori affrontano ogni giorno confrontandosi con la distribuzione e con le librerie. Per questo abbiamo deciso di eliminare l'intermediazione del distributore lavorando con gli editori che ci forniscono i libri direttamente.


Si parla dunque di editoria indipendente, qual è il suo ruolo oggi?

Oggi gli editori indipendenti sono gli unici veri custodi della cultura nel nostro paese, gli unici che hanno il coraggio e l'ardire di pubblicare libri in cui credono anche se rischiano di non avere un buon riscontro nel mercato editoriale che è ormai dominato quasi esclusivamente da dinamiche economiche.


In un mercato in continua evoluzione, si pensi al caso Amazon, la vita degli editori indipendenti si complica o si semplifica? Insomma quali sono le loro prospettive future?

Le prospettive future non sono poi così cupe se un editore è in grado di crearsi una propria nicchia, un pubblico di riferimento. Non ha senso rincorrere i grandi editori pubblicando lo stesso genere di libri, così facendo il rischio è quello di soccombere di fronte a chi ha maggiori possibilità economiche e promozionali.


Un rischio è di orientare i gusti dei lettori in base a criteri meramente commerciali. Qual è la strategia di Cultora?

Purtroppo non è un rischio ma una certezza. La nostra strategia, come già detto, è quella di favorire gli editori di qualità che hanno un catalogo di valore, gli editori che prediligono la logica del longseller piuttosto che quella del bestseller che puntano alla creazione di un catalogo che duri nel tempo e non a instant book.


Quali sono gli auspici di Francesco Giubilei?

Che in Italia avvenga la tanto agognata rinascita culturale e che ci sia una forte e decisa presa di coscienza da parte dei cittadini a favore della cultura, quella vera.

Eva Bonitatibus

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scrivere curarsi 1

“Qualunque sia il vostro disturbo, la nostra ricetta è semplice: un romanzo (o più d’uno) da leggere a intervalli regolari”

Libreggiando tra i famosi scaffali di una ricca libreria, ho scovato una pubblicazione molto divertente. E’ di quei libri che hai sempre cercato, perché in esso ci sono tutte le risposte alle domande rimaste sospese. E’ uno di quei testi che ti sollevano da ogni dubbio, che ti indicano la strada giusta, che ti dicono esattamente cosa devi fare. Per te e per i tuoi amici e i tuoi familiari. Insomma, è un toccasana. Ma anche una tisana. Meglio di un’aspirina. Anzi, è un vero e proprio prontuario medico capace di indicare i rimedi contro ogni malanno. Un libro per ogni sintomo, un sintomo per un libro. L’opera in questione si intitola Curarsi con i libri. Rimedi letterari per ogni malanno, scritto da Ella Berthoud e Susan Elderkein e pubblicato dalla casa editrice Sellerio. Un gioiello in quanto a ricchezza bibliografica! Le due simpatiche autrici, due esperte biblioterapiste inglesi, hanno redatto in ordine alfabetico tutti i malanni che colpiscono il fisico e il cuore dei lettori, suggerendo per ciascuno una serie di romanzi curativi. I farmaci consigliati vanno da “balsami balzachiani, a lacci emostatici tolstoiani, da pomate di Saramago a purghe di Perec e Proust”. Così, dalla A alla Z, le autrici scorrono duemila anni di letteratura mondiale fiduciose nell’efficacia della narrativa per curare sé e gli altri. “Qualunque sia il vostro disturbo, la nostra ricetta è semplice: un romanzo (o più d’uno) da leggere a intervalli regolari”, scrivono nell’introduzione.

scrivere curarsi 2L’originalità della trattazione sta anche nella posologia del trattamento: i consigli vanno dall’audiolibro alla lettura ad alta voce in compagnia di altre persone. E affinché la cura risulti efficace occorre che sia completata, non lasciarla mai a metà. L’ironia è tutta dentro le pagine dell’opera. Ella e Susan offrono anche consulenza sui disturbi della lettura, nonché suggeriscono i migliori libri per ogni decennio di vita, dall’adolescenza agli ultracentenari, e per ciascun rito di passaggio come ad esempio superare una crisi di astinenza o la fine di una relazione. E poi ci sono i libri per iniziare chi non ha mai letto un libro, per chi russa, per quei certi giorni, per chi è molto triste, per ridere, per piangere. Insomma, ce ne sono per tutti i gusti. I cataplasmi letterari abbondano: se soffrite di abbandono, perché i vostri genitori erano troppo impegnati o perché siete stati affidati ad altra famiglia, leggete Canto della pianura di Kent haruf, vi sentirete subito meglio. Se i vostri figli sono afflitti dalla pubertà, fategli trovare sul comodino Il giovane Holden di Salinger o L’ospedale delle rane di Lorrie Moore o Dietro la porta di Giorgio Bassani. Si sentiranno meno soli nella loro fase di trasformazione, e soprattutto scopriranno che è capitato a tutti! Se invece state cercando di smettere di fumare il romanzo che fa al caso vostro è La coscienza di Zeno di Italo Svevo, capirete che il tema del fumo è il “velo di illusionisti consumati”, una cortina di fumo dietro cui nascondere altro. Scorrete il volume, andate fino in fondo, alla X troverete i rimedi anche contro la xenofobia. Qui le ricette sono tante, da Vita di Melania Mazzucco a Ragazzo negro di Richard Wright a La capanna dello zio Tom di Harriet Beecher Stowe a Un bambino nero di Camara Laye.

scrivere curarsi 3 Le terapie romanzesche, gli antibiotici letterari, i tonici di carta e inchiostro pubblicati da Sellerio reca anche la firma del bravo scrittore Fabio Stassi, che ne ha curato l’edizione italiana. L’autore di numerose pubblicazioni ha definito la biblioterapia una sorta di vaccinazione al male di vivere. Scrive in chiusura: “farsi contagiare dalla lettura, e andare da un libraio come si va dal farmacista, sarebbe un bel modo di decidere, finalmente, di curarci”.

 

 

 

 

 

Eva Bonitatibus

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cultura tango 1

Melanconia e sensualità. Profondità e leggerezza. Pathos e sentimento. Sono i tratti peculiari del tango, di quello raccontato e di quello cantato, ma anche di quello danzato. Il tango come poesia, prima che ballo, prima che musica, ha la forza evocativa capace di imprimere indelebilmente alma e ragione. E’ il tango che ci ha fatto leggere ed ascoltare Donatella Alamprese, cantante lucana, insieme al chitarrista Marco Giacomini il 2 gennaio scorso a Potenza. Un’esperienza forte ed unica che ha trasformato la presentazione dell’ultimo disco dei due musicisti, Tango sin carmìn, in un viaggio senza ritorno nelle storie e nella storia del tango e nella tradizione argentina. Un inizio d’anno all’insegna della riflessione sollecitata dalla musica e dalla poesia, una musica e una poesia che hanno radici profondissime e che ci hanno portato lontano, nell’Argentina di Alfonsina Storni, dei bambini rubati dalla dittatura, delle  ragazze e donne desaparecida. Versi struggenti che hanno commosso il pubblico che ha affollato la Galleria Civica di Palazzo Loffredo e che non ha smesso di applaudire ed acclamare l’intensa interprete definita la “Perla del tango”.

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Il disco rappresenta un omaggio alle donne, quelle creature che combattono tutti i giorni per sopravvivere alle ingiustizie, alle privazioni e ai pregiudizi. A quelle donne che non hanno bisogno di maschere, di make up, che nella loro semplicità e purezza raggiungono i loro obiettivi con la sola forza della determinazione. Il tango in fondo racconta proprio la storia della marginalità, nasce come espressione culturale dell’immigrazione e nasce in una società di immigrazione dall’incrocio di creoli argentini o uruguaiani e immigrati, soprattutto italiani, nella quale mancano le donne. Dunque un tango senza rossetto che riproduce il fluire della vita con dialoghi di ordinaria follia che ne caratterizzano la quotidianità. E allora il tango diventa un discorso, un linguaggio per comunicare la sofferenza che è alla base della passione.   

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La voce di Donatella Alamprese ha raccontato il tormento e la bellezza di questa terra che un po’ le appartiene. Toni forti e potenti hanno dato spazio a parole soffiate, supportate dalla dolcezza della chitarra di Marco Giacomini che ha assecondato la poesia sottolineandone la forza semantica. Rinascita e morte convivono in Donatella, nella sua liricità e nella sua vocalità. Una interpretazione vibrante che non ha lasciato dubbi sulla bravura di questa cantante carismatica e comunicativa che ha intrattenuto il pubblico con una freschezza ed energia entusiasmanti. Alla fine standing ovation per lei.

Il disco, quattordici brani in tutto, si presenta come un’antologia di racconti e vanta la collaborazione di Marta Pizzo, poetessa e compositrice, e di Saul Cosentino, tra i più importanti compositori argentini contemporanei. Originalità e modernità sono le caratteristiche di Tango sin carmìn che, valicando i limiti del folklore (cit. Giovanni Ballerini) fanno della musica latino-americana una musica universale. Una ricerca che fa di Donatella Alamprese una musicista raffinata in cui confluiscono le voci di tutte le donne.

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(Foto di Carla Di Camillo)

Eva Bonitatibus

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editoriale quellavita 1

“Quella vita c’h’è una cosa bella, non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce, non la vita passata, ma la vita futura.” (G. Leopardi)

Buon anno! Buon anno a chi comincia il 2016 leggendo un libro appassionato, o a chi comincia cantando una canzone, o a chi comincia dipingendo un orizzonte, o a chi comincia ascoltando la sua musica preferita, o a chi comincia scrivendo la sua storia. Buon anno a chi sta per cominciare un nuovo cammino, a chi ha deciso di cambiare tutto nella sua vita, a chi ha deciso di non cambiare niente, a chi non ha potuto decidere se cambiare qualcosa e a chi non ha voluto decidere se cambiare qualcosa nella propria vita. Che sia l’inizio in ogni caso di un corso nuovo, di un nuovo slancio verso la vita, verso sé stessi e verso gli altri.

La redazione di www.goccedautore.it apre sicuramente il nuovo anno con un grande sorriso stampato sul volto. Il 2015 ci ha visto protagonisti del web, insieme a migliaia di altri magazine e riviste di informazione di ogni tipo, con un entusiasmo ed una determinazione che ci ha portato a grandi risultati. Durante questi 12 mesi abbiamo raccontato attraverso le 22 uscite la vita culturale di un paese, sfogliando insieme a voi libri di ogni genere, proponendovi letture fresche di scaffale, ascoltando musica e facendovi conoscere i musicisti che hanno raccontato la storia della musica. Abbiamo parlato dei vari linguaggi dell’arte, vi abbiamo presentato pittori, artisti e fotografi che hanno votato la propria vita alla bellezza dell’arte. Abbiamo scandagliato tra quelle realtà che hanno avuto il coraggio di investire in attività culturali aprendo librerie, case editrici, biblioteche, fondazioni, parchi letterari, case musicali, gallerie d’arte, progetti culturali. Abbiamo dialogato con gli scrittori, con gli editori, con i musicisti, abbiamo raccolto i loro pensieri ed abbiamo costruito insieme il grande mosaico della cultura. Abbiamo segnalato i concorsi per scrittori, poeti, musicisti e artisti sparsi sul territorio nazionale, abbiamo pubblicato i racconti di aspiranti narratori e dato spazio agli scatti più belli.

Abbiamo riunito le loro voci ed abbiamo formato un coro dal quale è arrivato unanime il consenso verso il nostro progetto. Parlare di cultura da una piccola città di una piccola regione del Sud Italia è stata una sfida sin dal primo momento, ma è stato questo il sale della nostra missione. Abbiamo raggiunto il milione di visualizzazioni in un anno di pubblicazioni e questo numero ci da il conforto necessario per proseguire il nostro cammino e continuare a parlare di libri, di musica e di arte. Perché in fondo noi siamo fatti di questo, sono questi i pilastri della vita, sono questi i fondamenti su cui è stata costruita la civiltà nella quale viviamo. E non possiamo disattendere questo mandato che i nostri ci hanno consegnato. Apriamo dunque la finestra sul nuovo anno continuando a guardare verso l’orizzonte con lo sguardo pieno di speranza e di amore perché “quella vita c’h’è una cosa bella, non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce, non la vita passata, ma la vita futura.

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Eva Bonitatibus

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scrivere lacarità 1

Chest’è ‘a vita (…) è ‘na galera. Facimme ‘e sbaglie, ce mettono int’ ‘o gabbio e po’, siccomme simme creature ‘e dio, ‘a Maronna, pè gentilezza ‘nce porta zitto zitto ‘e manderine”.

Una poesia che apre un romanzo. Un romanzo che è una poesia. Chi ama leggere sa che i due generi della letteratura spesso si fondono al punto che l’una diventa l’anima della seconda e che l’altra sviluppa l’intero plot narrativo intorno alla prima. I più esperti sanno anche che la narrativa spesso trae ispirazione dalla poesia dando vita ad autentici capolavori in cui la parola assume valore demiurgico, capace di dare vita a una realtà estremamente complessa. Parliamo della poesia di Ferdinando Russo, poeta napoletano dell’800, e di Antonella Cilento, scrittrice napoletana dei nostri giorni. Ciò che accomuna entrambi, oltre alla geografia natale, è la natura erudita e ironica, la facilità della parola dotta e irriverente. Interpreti dell’anima e della vita napoletana, entrambi hanno dipinto e dipingono con il loro linguaggio sciolto e colorato (non colorito) affreschi di quotidianità ammantati di leggenda e misticismo. La Madonna dei mandarini è l’esempio che tiene unito questo parallelismo. La Madonna dei mandarini è infatti il titolo della poesia di Ferdinando Russo, composizione scritta nei primi del ‘900, ambientata in paradiso in cui Dio punisce un angioletto per aver commesso un peccato, condannandolo a pane e acqua in una cella scura per 24 ore. Giunge in suo soccorso la Madonna che, per quietarne i lamenti, gli porta dei mandarini. La Madonna dei mandarini è il titolo del romanzo breve scritto da Antonella Cilento nel 2015, edito da Enne Enne Editore, ambientato nella Napoli contemporanea. Qui la Madonna ha il volto delle madri che difendono i propri figli mutilati della loro bellezza. E il tema conduttore di entrambe le opere letterarie è la carità, la virtù teologale più grande di tutte e anche la più abbandonata.

scrivere lacarità 2Una virtù che oggi risiede nella mani di coloro che si spendono per gli altri, che si prodigano in opere di sostegno verso quanti vivono nelle difficoltà, la virtù che realizza la perfezione dello spirito umano. Amerai il prossimo tuo come te stesso, dice la Bibbia, ed è anche il messaggio del romanzo della Cilento che parla di volontariato e di solidarietà. Tanti personaggi che ne affollano le pagine e che, come in un circo, si muovono alla ricerca disperata della felicità per sé e per gli altri. Il tema della “bellezza offesa” riguarda i protagonisti della storia: chi vive nel precariato più assoluto, chi condivide la propria esistenza con quella di un figlio disabile, chi con la propria condizione di ragazza madre, chi è nella povertà economica e morale, chi aspira ad un amore impossibile, chi vive facendo i conti con il proprio passato, chi non ha occhi per vedere la bellezza. E la chiave di lettura del romanzo è la leggerezza, un obiettivo cui tendere, ha detto Antonella Cilento ospite a Gocce d’autore lo scorso 11 dicembre.

scrivere lacarità 3

Perché per parlare della bellezza offesa di una intera umanità che vive nella Napoli contemporanea, tra bisogni e afflizioni, disinteresse e indifferenza, occorre usare le parole giuste, selezionando immagini e dosando emozioni. E’ così che nascono i capolavori, e la letteratura universale ce lo ha insegnato. Riuscire a raccontare le brutture della vita con il sorriso sulle labbra. L’arma del dialetto napoletano poi aiuta a raggiungere subito l’obiettivo e la trama del romanzo, drammatica di per sé, assume tratti sarcastici con punte di ironia esilarante tra siparietti e dialoghi straordinari. Il ritmo della narrazione è affidato a tre movimenti e un epilogo, proprio come in una composizione musicale: un andante allegro vivace che sfocia in un’accelerazione finale mozzafiato. Un libro che restituisce la profondità di noi stessi invitandoci ad offrirci agli altri senza nulla pretendete. “Chest’è ‘a vita (…) è ‘na galera. Facimme ‘e sbaglie, ce mettono int’ ‘o gabbio e po’, siccomme simme creature ‘e dio, ‘a Maronna, pè gentilezza ‘nce porta zitto zitto ‘e manderine”.

Eva Bonitatibus

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racconto scatola 1

Il giorno della Befana Nelly, la graziosa bambina dagli occhi color del cielo, trovò accanto alla calza ricolma di caramelle e dolcetti, una scatola di latta piena di fragranti biscotti al burro. La sua attenzione fu attirata subito dalla scatola rotonda perché sul coperchio era raffigurata la scena della favola che lei amava più di tutte, la Regina delle nevi. Vuotò del contenuto l’elegante cofanetto e lo riempì dei suoi segreti più preziosi.

Chiusa nella sua stanza dove i sogni corrono leggeri, cominciò a frugare nei cassetti del suo bianco comò, rivestito di delicati fiori color ciclamino e piccoli bucaneve che spuntavano qua e la come piccole nuvole ordinate. Vi trovò i suoi segreti: un chicco di grano, una mollichina di pane e una monetina da un centesimo. Per tutto il giorno Nelly tenne la scatola di latta sotto il braccio, la guardava, ne accarezzava il coperchio, ne fissava le immagini e la conservava meticolosamente sotto lo scialletto di morbida lana che la nonna le aveva regalato.

Quando venne la sera e giunse il momento di andare a dormire, pose la scatola sul suo comodino, accanto al letto, lasciando socchiuso il coperchio perché i suoi segreti di notte potessero volare leggeri nel cielo della sua stanza e ritornare nella scatola con le prime luci del giorno.

Il primo ad uscire fuori fu il chicco di grano. Cominciò a volteggiare nell’aria placido e tranquillo, pareva un fiocco di neve impegnato in una danza leggiadra. Andò a posarsi su un abete, in un bosco ammantato di silenzio, cullato dalle forti braccia di una montagna alta e maestosa. Qui il chicco di grano scivolò dalla cima dell’albero giù in terra, sprofondò nel manto nevoso, e baciò la nuda terra. Lì, proprio in quel punto dove l’amore incontrò l’inerte terreno, si levò un filo d’erba rigoglioso e forte. “Ovunque io vada, disse il chicco di grano, sorge una nuova alba. Io sono il seme della vita e chi mi possiede sarà fortunato per sempre. Dov’è gelo io porto calore, dov’è inverno io porto primavera, dov’è aridità io porto ricchezza.” Detto questo il chicco di grano tornò nella scatola di latta.

Venne la volta della mollichina di pane che cominciò a lievitare nell’aria, diffondendo il profumo del pane appena sfornato. Il suo odore portò la piccola Nelly nella cucina della nonna, dove un grosso forno a legna ospitava le forme di pane che le sapienti mani impastavano con amore tutte le settimane. Una pioggia di farina, nata dal chicco di grano, che assicurava quotidianamente il nutrimento di Nelly, che le scaldava il cuore e la faceva sentire la bambina più felice del mondo. Tutte le volte la piccina conservava una mollichina del pane appena sfornato e lo depositava nel cassetto del suo comò perché nei momenti di grande tristezza le avrebbe riportato il sorriso e la levità. “Ti basterò io, disse la mollichina di pane, per saziare la tua fame di serenità, per sedare il tuo senso di smarrimento, per colmare il vuoto che alle volte ti assale. Quando il cielo nei tuoi occhi si oscura, tu fruga nella scatola, non andare altrove, socchiudi gli occhi e inspira con le narici ben aperte, ritroverai la tranquillità spazzata via dalla tempesta e il tuo cuore si quieterà. Non servirà cercare diamantini o gemme preziose, ti basterà una piccola mollichina di pane per ritrovare il senso della vita”. Detto questo anche la mollichina di pane tornò nella scatola.

Toccò alla monetina da un centesimo. Cominciò a tintinnare producendo un dolce suono che subito riempì la stanza della dolce Nelly. Presto si trovò catapultata nella stanza del tesoro di un ricco sultano: scrigni traboccanti di collane preziose, sacchi pieni di monete d’oro, calici incastonati di pietre scintillanti e bracciali anelli corone tempestate di rari diamanti. Il sultano, circondato di schiavi, non sapeva più che farne di tanta ricchezza, continuava a cumularne senza mai elargire doni al alcuno e soprattutto senza saper godere dei benefici. Ben presto il sentimento dell’odio prese il sopravvento tra coloro che lo conoscevano e la solitudine lo avvolse come un gelido mantello. “A cosa serve tutto questo avere, disse la monetina da un centesimo, se non se ne comprendono i valori della condivisione e della generosità? Un centesimo contro l’infelicità, un centesimo per la libertà! Quando ti senti oppresso, pesca una monetina dai tuoi danari e donali a coloro che non possiedono nulla. Il loro sorriso ti ripagherà ben più che un tesoro nascosto gelosamente”. Detto questo anche la monetina tornò nella scatola di latta seguita dal suo delicato tintinnio.

L’indomani mattina, quando Nelly si svegliò, avvertì un senso di stordimento. Il bosco innevato, la cucina della nonna, il tesoro del sultano, le sembrò di aver vagato per tutta la notte rincorrendo i suoi segreti preziosi in giro per lo spazio dei sogni. Li ritrovò lì dove li aveva sistemati, il chicco di grano, la mollichina di pane e la monetina da un centesimo. Li accarezzò con le sue piccole mani calde e li ringraziò con il suo tenero sguardo color del cielo. Sentì in cuor suo di aver ricevuto il dono più grande, quello che trovi percorrendo la via delle nuvole e del cielo, delle stelle e della luna, del giorno e della notte, dell’inverno e della primavera sospinta dal vento leggero dei pensieri. Non c’è regalo più grande di un chicco di grano che dona la vita, di una mollichina di pane che dona la pienezza, di una monetina da un centesimo che dona la ricchezza. Tre piccoli grandi doni che Nelly continuò a custodire nella sua scatola di latta dal coperchio disegnato con la Regina delle nevi.

Eva Bonitatibus

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investire archeologia 1

Esiste un progetto che scavando nelle antiche radici della terra riporti i territori alla luce. Si tratta di un’iniziativa elaborata e promossa dal Consiglio regionale della Basilicata per valorizzare i numerosi siti archeologici presenti nell’area lucana al fine di incrementarne lo sviluppo economico e culturale che si intitola “Basilicata 2019. Scaviamo il futuro”. Obiettivo è di legare a questo importante segmento del patrimonio culturale la crescita del turismo nella Basilicata, terra ricca di storia e di tracce del radioso passato. Quattro i parchi archeologici e dieci i musei che raccontano una storia importante: a Venosa il parco archeologico racchiude i resti monumentali della colonia latina di Venusia (fondata nel 291 a.C.) dal Periodo Repubblicano all’Età Medievale e l’annesso museo ospitato nei camminamenti seminterrati di collegamento tra i bastioni del castello aragonese, costruito nel 1470 da Pirro del Balzo. investire archeologia 2A Grumento Nova il parco archeologico conserva i resti monumentali dell’antica città di Grumentum sorta nel corso del III sec. a.C. e nel museo viene illustrata la storia della città romana e dell’Alta Val d’Agri. Nel Parco archeologico di Metaponto sono riconoscibili tracce di una notevole quantità di monumenti che hanno segnato la vita civile e religiosa della colonia, dalle fasi iniziali della sua fondazione fino alla conquista romana avvenuta nel III sec. a. C. e il museo propone un quadro archeologico del territorio metapontino a partire dalla Preistoria sino al periodo Tardoantico. A Policoro si trova il parco archeologico di Siris-Herakleia, e in prossimità il museo in cui vengono presentati alcuni dei rinvenimenti più significativi relativi alle due città greche e ai centri indigeni dell’entroterra. Ci sono poi investire archeologia 3le strutture museali nazionali a Potenza, Melfi, Muro lucano, Matera, Tricarico e il Centro Operativo misto a Maratea. Insomma un territorio disseminato di ricchezza che aspetta la giusta strategia per essere fruito ed ammirato. La prima cosa da fare, ha detto il Presidente del Consiglio regionale lucano Piero Lacorazza, è creare le sinergie tra gli enti e i privati. Ha quindi chiamato in causa la Regione Basilicata, gli uffici che hanno lavorato alla programmazione comunitaria 2014/2020, le Sovrintendenze che stanno già lavorando con il Mibac e i Comuni nella progettazione di possibili azioni da collegare alla risorsa archeologica e paesaggistica della Basilicata. Un investimento di forze e di risorse per collegare l’archeologia lucana in più ampi scenari, creando una rete tra progetti già avviati in altre sedi come il percorso “Lungo la Via Herculia: Tra Storia e Sapori” e il “Grande Progetto Pompei, Museo della Magna Grecia di Taranto”. Affinché il progetto sia condiviso da tutte le forze operanti nel territorio e abbia ricadute concrete, è necessaria la partecipazione dell’imprenditoria privata che dovrà fare la sua parte per integrare e sostenere l’iniziativa. Il progetto sarà realizzato con il coinvolgimento dell’Autorità di gestione PoFse 2014-2020, Fesr 2014-2020, Psr 2014-2020, dell’Università degli Studi della Basilicata, della Scuola di Specializzazione in Beni Archeologici di Matera, del Mibac e delle Soprintendenze, dell’Ibam Cnr, oltre che dei Comuni interessati da siti di rilevante interesse scientifico e archeologico e dell’Unesco.

Eva Bonitatibus

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dialogare grippo 1

Dopo cent'anni le carte d'archivio ancora raccontano...e per fortuna c'è chi le ascolta...E’ il caso di Antonella Grippo e Giovanni Fasanella che hanno dato alle stampe 1915 Il fronte segreto dell'intelligence. La storia della Grande Guerra che non c'è sui libri di storia, edito da Sperling & Kupfer, che svela un aspetto inedito della storia della Prima guerra mondiale. Sull’argomento ci siamo intrattenuti nel salotto di Gocce d’autore una sera d’inverno dello scorso anno e oggi, al volgere dell’anno celebrativo dei 100 anni del Conflitto, torniamo a parlarne con una delle autrici del libro. Antonella Grippo, insegnante di italiano e storia presso un liceo romano, racconta con autentica passione di ricercatrice e amante della storia un capitolo sconosciuto di quel periodo: l'intelligence civile, militare e diplomatica, che ha combattuto una «guerra nella guerra».   

Al termine dell'anno che ricorda i 100 anni dell'ingresso dell'Italia nella prima guerra mondiale, esplode un nuovo conflitto che ha già le dimensioni mondiali. Si può fare un parallelo tra le radici dei due conflitti?

Sono ovviamente due guerre profondamente diverse e portatrici di due visioni del mondo antitetiche. L’unico parallelismo che mi viene in mente trova il suo punto focale nel crollo degli Imperi. All’inizio del Novecento i tre grandi Imperi da abbattere erano quello austro-ungarico, quello zarista e quello ottomano; oggi il cosiddetto Califfato mira al crollo dell’Impero occidentale guidato dal satana americano. La Prima guerra mondiale fu una guerra di trincea, con alcune operazioni di intelligence che segnarono anche la nascita e la strutturazione dei Servizi segreti, almeno in Italia. Questa guerra che si sta delineando in tutta la sua brutale perversità si adegua al paradigma della modernità, alla società liquida, per citare la fortunata intuizione del sociologo Zygmunt Bauman. Quella che si prospetta è appunto una guerra liquida, diffusa, asimmetrica. Una guerra sporca condotta attraverso attentati terroristici, sabotaggi, attacchi hacker, con fronti e schieramenti mutevoli.

1915 racconta una storia inedita: il ruolo dell'intelligence civile, militare e diplomatica nel periodo che precede il primo conflitto mondiale. Chi sono questi agenti segreti e cosa vogliono?

dialogare grippo 2L’intelligence nel primo conflitto mondiale combatte una vera e propria guerra nella guerra. Ed è questo il cuore della nostra narrazione che cerca di svelare i piccoli giochi fatti all’ombra della Grande Guerra: le operazioni di spionaggio e dossieraggio, la controinformazione e la caccia alle spie, gli episodi di sabotaggio e le attività sovversive, la lotta intestina nelle Forze armate tra triplicisti e anti-triplicisti, i meschini intrighi anti-giolittiani dei conservatori Salandra e Sonnino, le mazzette sulle spese di guerra. Ma anche le battaglie per il controllo della stampa e il ruolo degli intellettuali, l’importanza del potere politico e di quello industriale, l’influenza dei grandi gruppi bancari (in particolare la Banca Commerciale Italiana, fondata con capitali tedeschi) e dei “poteri forti”: dalla massoneria  - che voleva la distruzione dell’Impero austro-ungarico e di quello zarista, entrambi bastioni della cristianità - al Papato, che fece di tutto per evitare la guerra, anche aprendo una sotterranea guerra di spie con lo stato italiano.

Tra le tante scoperte si parla anche dei "corvi" della Santa Sede che congiuravano a favore degli imperi centrali. Perché? Quali interessi si celavano?

Si iniziò già allora a parlare di “corvi” in Vaticano. E’ significativa a questo proposito la figura di monsignor Gerlach che viene accusato, come si legge sui documenti dei Servizi segreti italiani, di aver “formato una solida catena attraverso la quale il Vaticano e i numerosi suoi amici devoti alla causa degli Imperi centrali possono corrispondere confidenzialmente, ma abitualmente e con molta sicurezza con i diplomatici tedeschi stabiliti a Lugano, quale i ministri di Prussia e di Baviera presso la Santa Sede, e lo stesso ambasciatore di Austria”. Una catena di spie colpevole, tra l’altro, di aver passato al nemico informazioni determinanti per la distruzione di due navi corazzate italiane, la Benedetto Brin e la Leonardo.

E poi ci sono gli industriali che cercano di trarre beneficio dalla guerra. In che maniera?

Sia l’Ansaldo che le acciaierie di Terni (senza dimenticare ovviamente la Fiat) sono tra i «pescecani» che maggiormente si sono arricchiti grazie alle commesse militari. Solo per dare un’idea ricordiamo che l’Ansaldo ha nel 1914 un patrimonio industriale di 45 milioni di lire che arriveranno alla fine del conflitto a 135,5 milioni; gli stabilimenti passano da 9 a 18; i titoli di proprietà da 174 mila lire prima dello scoppio della guerra a 40 milioni nel 1917; i dipendenti passeranno da diecimila a più di 60 mila e il capitale della società passerà da 30 milioni di lire a 500 milioni nel 1918.

Qual è stata la scoperta più sensazionale che ha lasciato voi ricercatori senza fiato?

La scoperta più sensazionale per me è legata al ruolo stesso dei servizi segreti nella Grande guerra. Non avrei mai immaginato infatti che la battaglia di spie avesse influenzato il corso del conflitto più delle strategie dei militari.

Documenti sconosciuti sinora escono finalmente dagli archivi e finiscono nelle pagine di un libro. Qual è stato l'approccio alle fonti?

Questa inchiesta si basa su informative riservate e letture degli storici (numerosissimi) che hanno studiato prima e meglio di noi la Grande guerra e di chi (pochi) ha indagato i misteri dei suoi Servizi segreti. Abbiamo inoltre saccheggiato archivi pubblici e diari privati, storici noti e autori minori. Ma abbiamo cercato di rendere la narrazione semplice e adatta ad un pubblico di non specialisti.

Perché questa storia non si trova nei libri di scuola?

Perché c’è una parte della storia d’Italia legata alla categoria dell’indicibilità. La nostra ricerca ha avuto sempre un fine: mettere in relazione l’allora con l’oggi. Per cercare di capire perché l’Italia (sempre in cerca di un ruolo nello scenario geopolitico) anche quando si allea con le “grandi” nazioni, resta comunque un paese fragile. In cui le conflittualità interne non si sopiscono mai. Sempre in balia di macchinazioni di poteri estranei al sistema politico. Influenze lobbistiche, affiliazioni settarie o solo meschinità che coprono giochi di potere. E tutto questo non si può scrivere nei libri di storia, popolati da molte luci e poche ombre.

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scrivere pennac 1

Tra i tanti i libri di cui avrei voluto parlare in questo nuovo appuntamento con la scrittura ne ho scelto uno che ben si colloca in questo particolare periodo storico: Una lezione d’ignoranza del francese Daniel Pennac. Parlare di quella precisa area geografica attraverso la letteratura mi aiuta ad esorcizzare il terrore di questi giorni e rileggere le righe pronunciate da Pennac, in occasione del conferimento della laurea ad honorem dall’Università di Bologna nel 2013, mi aiuta a capire le origini del terrore perpetrato in questi giorni. Pennac parla con la mente e con il cuore alle menti e ai cuori dell’amore per la conoscenza che si instilla dai banchi di scuola.

Il coraggio è cominciare. Pennac apre il suo libricino citando il filosofo francese Vladimir Jankélévitch, e risuona come un’esortazione a non scoraggiarsi, a dare iniziazione ad una pratica che è alla base del vivere civile. La “luminosa solitudine della lettura”, quella zattera che ti conduce dalla sponda dell’ignoranza al lido della conoscenza, è l’oggetto dell’incipit dello scrittore. Con la sua consueta ironia avvia un dialogo con il bambino che è rimasto dentro di sè, con quel “pessimo allievo” che è stato e che non perde occasione per “denigrare la legittimità dell’adulto” che è diventato. Tutto passa per questo battibecco tra il Pennac adulto, docente, scrittore, personalità riconosciuta e apprezzata, e il Pennac bambino che non ama la scuola e i suoi insegnanti. Un confine, una linea Maginot che separa le due entità, l’adulto e il bambino, in un territorio fluttuante. Un confine labile penetrato ora dall’uno ora dall’altro che non riesce molto a tenere a bada l’uno e l’altro.

scrivere pennac 2E questo rapporto dialettico aiuta a crescere. Il Pennac adulto comprende dal Pennac bambino come comportarsi con i suoi allievi per aiutarli ad amare la lettura e quindi la conoscenza. Lo fa andando a ripescare sentimenti e sensazioni provate da piccolo e calibra la sua azione di insegnante. Da questa sua lezione personale elabora quella generale, ossia che tutti gli insegnanti dovrebbero attivare presso sé stessi e con i propri studenti. Fermo restando che la “letteratura non possa essere la panacea assoluta contro la stupidità massificata o il consumismo ipnotico, tuttavia la compagnia dei nostri autori preferiti ci rende più frequentabili a noi stessi, più capaci di salvaguardare la nostra libertà di essere, di tenere a bada il nostro desiderio di avere e di consolarci della nostra solitudine”.

Dunque perché i ragazzi non amano leggere? Alla domanda Pennac risponde con una verità che pesa quanto una macigno: forse la colpa è nostra, degli insegnanti di lettere! Nascono allora le figure dei “guardiani del tempio” e dei “passeur”. Ma chi sono? La differenza sta proprio in questo binomio di ruoli e di modi di essere. I primi “decretano l’eccellenza e denunciano la mediocrità”, i secondi “non si accaparrano niente e trasmettono il meglio”. I guardiani del tempio enunciano la pubblicazione di 600 romanzi di cui nessuno è leggibile, i passeur sono coloro che nutrono curiosità per tutto, che leggono di tutto. Sono quei genitori che sperano di fare dei propri figli lettori di lungo corso, sono quei professori di lettere che ti fanno venir voglia di correre subito in libreria, sono quei librai che insegnano a viaggiare tra generi, soggetti, autori, paesi e secoli. Passeur è l’universitario, il bibliotecario, l’editore, il critico letterario, il lettore.

Passeur supremo è colui che sa che “la lettura è una compagnia che non prende il posto di nessun’altra, ma che nessun’altra potrebbe sostituire”. Il passeur è una missione, quella di offrire a ciascuno il piacere di perdersi nell’amore della conoscenza che passa necessariamente per i libri e la lettura. E oggi abbiamo bisogno di perderci. Per poi ritrovarci più consapevoli o solo più innamorati di prima.   

Eva Bonitatibus

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