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Eva Bonitatibus

Giornalista pubblicista

I libri sono la mia perdizione. Amo ascoltare le storie e amo scriverle. Ma il mio sguardo curioso si rivolge ovunque, purché attinga bellezza e raffinatezza.

La musica è il mio alveo, l’arte la mia prospettiva, la danza il mio riferimento. Inguaribile sognatrice, penso ancora che arriverà un domani…

Quandodecidiamo1 “Un pensiero viene quando vuole, non quando voglio io”. Così comincia il libro di Mauro Maldonato, psichiatra e professore di Psicopatologia generale, dal titolo “Quando decidiamo siamo attori consapevoli o macchine biologiche?” edito dalla Giunti. Un saggio che prende le mosse da un riferimento letterario, biografico se vogliamo, che riporta alla mente i famosi casi di Oliver Sacks raccontati nel “L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello”. Mauro Maldonato riporta l’incontro con un proprio paziente afflitto dall’incapacità di scegliere la “parola successiva” nei suoi discorsi per avviare la sua analisi sulle attività consapevoli e inconsce della mente umana.

Ciò che propone l’autore, i cui ambiti di ricerca sono la coscienza, il decision making, la creatività e l’innovazione, è una lettura nuova del fenomeno che poggia le sue solide basi sulle teorie tradizionali e sulla scuola del passato. Senza rinnegare quelle, ma invitando a guardare alle nuove prospettive della ricerca, Maldonato afferma che occorre cercare nuovi territori che vadano oltre l’inconscio e la coscienza. In sostanza si tratta di andare a ripescare le scoperte effettuate da neurologi e psichiatri della prima metà del XIX secolo e di proseguire il cammino della ricerca. Perché è necessario dimostrare che la mente ha una propria vita e che esistono processi invisibili che vanno ri-conosciuti per affrontare meglio la vita e le sue pulsioni. MauroMaldonato2

Una prima distinzione è tra mente e consapevolezza, che non coincidono né sono sinonimi, bensì forze sincroniche che nutrono diversamente il cervello affinchè regoli le proprie azioni e ne determini i comportamenti. L’analisi condotta dallo psichiatra attribuisce notevole importanza alle emozioni, stimolo per l’assunzione di decisioni, di cui l’uomo non può fare a meno. La mente va quindi considerata non come qualcosa a se stante, ma conglobante, ossia tutt’uno con il corpo umano. “Senza il corpo, senza le sue capacità sensoriali e motorie, molti aspetti del pensiero e della conoscenza umana sarebbero inspiegabili”, scrive l’autore in prefazione. Dunque l’uomo è ciò che sente, ciò che vive, ciò che mangia, ciò che respira. E un fattore decisivo alla capacità di scegliere e quindi di decidere è affidata all’incertezza, ai vaghi orizzonti che un’avventura potrebbe offrire. Ciò che il poeta spagnolo Antonio Machado esprimeva con i versi “caminante, no hay camino, se hace camino al andad”, ossia “viandante non c’è cammino, il cammino si fa andando”, diventa una vera e propria sfida per l’uomo. Un approccio che apre numerosi scenari per l’uomo che di fronte alla sorpresa attiva i propri infiniti sensori.

Eva Bonitatibus

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Bancarellino

Ma dove nascono i librai? Navigando sul web alla ricerca di notizie interessanti al nostro dire mi sono soffermata su quello del Premio Bancarella. Ho letto che il 23 maggio scorso è già stato assegnato il Bancarellino e che a luglio saranno assegnati i riconoscimenti “Bancarella Sport”. Una storia cominciata 63 anni fa in Italia e che conferma la vocazione di questo paese alla cultura, quella con la C maiuscola (non per essere retorici, ma ogni tanto dobbiamo ricordarcelo).

Ebbene gli esordi di questa straordinaria realtà avvennero nella piccola cittadina di Pontremoli, nella Ludigiana, quella terra “porta delle grandi vie di comunicazione” tra Toscana e Lombardia costellata di tanti piccoli villaggi immersi nei boschi di castagni e pini. Ebbene, in questo luogo d’incanto sono nati i librai. Si legge ad un certo punto: A Montereggio e a Parana è difficile che la gente sappia leggere e scrivere; non ci sono che le pecore e castagni e si vive mangiando formaggio e polenta dolce, in attesa che l’inverno diventi primavera e l’estate autunno, così da un anno all’altro. Eppure ogni casa di Montereggio è piena di libri intonsi; e a ogni stagione c’è un pastore che lascia il villaggio e va per il mondo a fare il libraio. La storia dei pastori librai della Lunigiana si perde nel tempo. Si ignora il nome di chi si lanciò per primo nella grande avventura; si sa solo che la partenza dei neo-librai fu sempre solenne. Sembrava obbedissero a una strana ispirazione: si presentavano ai vicini e dicevano: “Vado”.

Una storia ammantata di fascino che accende i riflettori su una vicenda che ci tiene ancorati alla bellezza delle radici. Oggi questa eredità va rinvigorita. I “pastori-librai” potremmo essere tutti noi, a portare il “verbo” della lettura in ogni dove, valicando montagne e colline, oltrepassando la soglia del freddo e del caldo. Serbando in petto l’entusiasmo e la gioia dei primi librai che giurarono di incontrarsi ogni anno nello stesso luogo e alla stessa ora. Carichiamoci di libri, non solo idealmente, trasformiamo le nostre auto in biblioteche ambulanti e facciamo conoscere la piacevolezza della lettura a chi non si è ancora lasciato contagiare.

Eva Bonitatibus

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AntonioMenna1

Antonio Menna è un giornalista prima che giallista, ed ha una visione del mondo ampia e disincantata. Caratteristica che gli consente di raccontare ciò che finisce sotto la sua lente in maniera realistica e ironica. Già, l’ironia è il maggior pregio che connota questo giovane scrittore che recentemente ha dato alle stampe Il mistero dell’orso marsicano ucciso come un boss ai quartieri spagnoli per la casa editrice Guanda. In tour per le librerie d’Italia con il suo giallo sull’uccisione di un orso a via Speranzella a Napoli, Antonio Menna è stato anche ospite di Gocce d’autore e della Ubik a Potenza. Un incontro che ha messo in luce la profondità dello scrittore e il percorso che ha compiuto attraverso il romanzo. Che va letto tutto d’un fiato perché è davvero divertente. E lascia pensare. Molto. Lui si occupa di cronaca nera, ha condotto numerose inchieste ed è l’autore del famoso Se Steve Jobs fosse nato a Napoli pubblicato nel 2012 per Sperling & Kupfer.

L'Italia letteraria e' ricca di giallisti. In che posizione ti collochi rispetto ai padri del genere letterario che vede protagonista per la prima volta il tuo orso marsicano e il tuo Tony Perduto?

Sono sicuramente l'ultimo arrivato e quindi mi colloco a testa bassa. Il giallo è un genere difficile, soprattutto in un momento come questo. Già il genere, in sé, contiene una ripetitività. In questa fase, in Italia, il rischio di replicare senza alcuna originalità, altri modelli è alto. Bisogna tentare anche di innovare. Io ci provo e per questo sono un giallista poco ortodosso: mescolo i generi, entro ed esco, li attraverso, ne violo un po' le regole ma mantengo la lezione fondamentale: prendere il lettore e non mollarlo più fino a che non gli hai raccontato tutta la storia.

Come nasce "Il mistero dell'orso marsicano ucciso come un boss ai quartieri spagnoli?"

Nasce dal desiderio di collocare in un posto originale e spesso paradossale come i Quartieri Spagnoli di Napoli un fatto ancora più originale e paradossale, come il ritrovamento di un orso ucciso a colpi di pistola. Per poi sviluppare, da lì, una indagine informale, corale, con tutti i vicoli a dire la loro, che punta al mistero ma, strada facendo, racconta quei luoghi, le persone, la vita.

Il protagonista e' un giornalista precario che per vivere si adatta a fare un po' di tutto, rincorrendo a tutti i costi la propria autonomia. Un po' lo specchio di quanto accade ai giovani e anche ai meno giovani lavoratori di oggi. È forse il simbolo del riscatto da chi ci vuole "mammoni" e "sdraiati"?

AntonioMenna2Tony Perduto, il protagonista, l'investigatore contro voglia, è un 35enne, figlio del suo tempo. E' precario nel lavoro, anzi di più: è frammentato. Fa tre lavoretti per mettere assieme uno stipendio da fame. E tutti transitori e occasionali. Quella precarietà diventa anche una sua sospensione esistenziale: non costruisce affetti stabili, è un solitario, è un ansioso. Tutt'altro che mammone, forse un po' sdraiato sì ma solo perché, alla fine, correndo dietro tutti i pezzi, ci si stanca. E forse ci si deprime anche un po'.

Veniamo ai temi del romanzo: camorra, precariato, disagio sociale, solitudine. Una miscela ben ottenuta tra narrazione e attualità. Qual è la vera storia che racconti attraverso questo libro?

Forse ci sono più "vere" storie. Nel senso che c'è il livello principale, che è l'investigazione. E poi c'è un mondo. I vicoli di Napoli, il corpo a corpo dei Quartieri Spagnoli, la città che tutti conoscono: caotica, solare, vivace, un po' commediante. Ma c'è anche la Napoli di sotto: gli anfratti, le ombre, il buio, la vita interiore. Ci sono personaggi irrisolti, sospesi, spezzati. C'è l'immigrazione che a Napoli si integra perfettamente. C'è l'alta borghesia, che vive una sua Napoli. Credo si tratti di un romanzo corale, benché narrato in prima persona. E questo coro ha molte (non tutte) le voci della cittàAntonioMenna3

Un giallo che sfocia nel noir. Napoli, città nella quale è ambientata la storia, diventa essa stessa protagonista. Tante Napoli abbiamo letto, qual è quella dell’orso?

E’ quella di dentro. Va cercata, come per i grandi attori comici, nella lacrima più che nella risata. La verità è complessa, e Napoli ha questa stessa complessità. Non nego lo stereotipo, il luogo comune: nel libro lo uso, lo smonto, lo strumentalizzo. Anche quella Napoli esiste. Ma è una faccia del cubo.

Il popolo dei bassi. Un affresco della napoletanità che si esprime attraverso l’espediente linguistico. Quanto è funzionale l’uso del termine dialettale alla veridicità della storia? La sostiene o la nega?

Io uso il dialetto non nella narrazione ma in alcuni dialoghi. Il libro è ambientato nei Quartieri Spagnoli e quando parla un abitante dei “bassi” non può farlo con un italiano perfetto. Lo fa, nel mio libro, con il suo linguaggio: mescola dialetto e lingua, ripulisce il dialetto nella lingua; ne esce, a volte, una lingua tutta nuova, una sorta di “napoliano”, un napoletano bagnato nell’italiano. Credo che questo sia necessario per dare credibilità all’ambientazione e ai personaggi e anche ritmo e riconoscibilità alla narrazione.

AntonioMenna4

Il ruolo del narratore e quello del cronista di nera. Come si coniugano i due diversi modi di raccontare?

Sono naturalmente due cose totalmente diverse. La cronaca, soprattutto quella nera, non concede molto alla scrittura. Le notizie hanno la precedenza su tutto. Però anche nel giornalismo, soprattutto per quello periodico, ci può essere una zona di confine dove gli stili si mescolano e si fa un giornalismo narrato, quindi più descrittivo e più calato negli occhi, nei pensieri delle persone. Sempre di giornalismo, però, si tratta, quindi con la notizia al centro. Il narratore, invece, racconta storie senza la centralità della notizia. Batte liberamente il suo tempo, insegue le sue suggestioni, le strutture in un campo largo, lavora sulla lingua e sullo stile con maggiore libertà.

Ci sarà un sequel del romanzo?

Ci sto lavorando.

Cosa rappresenta per te la scrittura?

Una passione, un impegno, una musica sempre nella testa, un modo di vedere il mondo.

Eva Bonitatibus

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inv CarloLevi1 "Nullus locus sine Genio", ossia “nessun luogo è senza Genio”. L’espressione usata dal relatore latino Servio per commentare l’Eneide è stata utilizzata per raccontare un uomo e i suoi luoghi: Carlo Levi e la Basilicata. Una narrazione attraverso scatti fotografici e opere pittoriche che esaltano il concetto di “spirito” del luogo e dell’uomo. Un’immagine che affonda le sue radici nella cultura classica in cui si parla di sacralità dei luoghi e della funzione che ogni uomo è chiamato ad assolvere e che consegna a noi contemporanei il concetto di “essenza di un luogo”. Luoghi dotati di una certa forza, di un’anima, capaci di influenzare le persone che vi abitano. Affermazioni, queste, che ci portano nei meandri dell’antropologia secondo cui un uomo che vive in certi luoghi, con il passare del tempo ne assume i caratteri, diventa simile ad essi.

Così è stato per Aliano e Carlo Levi. Uno stretto rapporto tra terra e uomo sfociato in amore struggente di cui ha voluto parlare la mostra fotografica e pittorica Genius Loci...persistenze spazio temporali allestita presso la Biblioteca nazionale di Potenza inaugurata lo scorso 8 maggio e visitabile fino al prossimo 10 giugno.

Un’occasione fornita da varie ricorrenze che riguardano lo scrittore e pittore torinese: i 40 anni dalla sua scomparsa, i 70 dall'uscita del romanzo "Cristo si è fermato ad Eboli" e gli 80 dal suo confino in Basilicata. Una mostra che unisce i vari linguaggi espressivi: la fotografia e l’arte figurativa e che dedica uno spazio alle opere letterarie dello e sullo scrittore (Cristo si è fermato a Eboli, 1945, L'orologio, 1950, Le parole sono pietre, 1955, Il futuro ha un cuore antico, 1956, La doppia notte dei tigli, 1959, Tutto il miele è finito, 1964).inv CarloLevi2inv CarloLevi3 inv CarloLevi4

33 scatti fotografici, a cura dell'Associazione Fotografica "Imago Lucus", dedicati ai luoghi leviani del confino, i paesaggi materani di Aliano e di Grassano. 9 opere di Levi, selezionate dal Polo Museale Regionale della Basilicata dal titolo "I dipinti di contenuto sociale". Opere che vanno dal 1953 al 1974 di proprietà della Fondazione "Carlo Levi" di Roma date in comodato al Museo d'arte Medievale e Moderna della Basilicata - Palazzo Lanfranchi, che le ha messe a disposizione per questo evento. Chiude l’esposizione il ritratto di Levi realizzato dall'artista Rocco Santacroce. Un evento che racconta anche un buon esempio di sinergie tra le realtà pubbliche e private che operano sul territorio a favore della cultura investendo in operazioni di tale importanza. inv CarloLevi6inv CarloLevi7inv CarloLevi8

La mostra affronta un percorso geometrico e cromatico che riguarda il paesaggio e i suoi abitanti: linee profonde e scure che spaccano la terra arida, che disegnano il contorno del paese, che segnano i volti arsi dal sole della gente del paese. I colori caldi e materici: il giallo d'estate, l'ocra delle argille, il nero degli stendardi appesi alle porte, della Madonna nera, degli occhi profondi delle nonne, dei veli delle vedove, dei capelli delle streghe. Poi il bianco dei sassi di fiume e delle carcasse delle carogne. Il grigio-verde degli ulivi, delle pale dei fichi d'India, il verdastro-azzurrino delle imposte di legno e poi il blu del cielo terso.

E le curve dei tornanti, delle piccole case arroccate su cui si staglia l'ombra di una figura incorporea ed eterea. Lui, l’uomo, il Genius che non ha mai abbandonato quelle terre, che le osserva dall’alto, da dietro le case, attraverso i muri. Lui è sempre lì. La sua anima non ha emigrato altrove. E’ rimasta tra le colline arse dal sole e levigate dal moto incessante del vento. L'invisibile che sta dietro il visibile. inv CarloLevi5

Immagini incantate di un luogo che non ha mai smesso di raccontare la sua storia rese suggestive dalla sovrapposizione di scatti e dalla esposizione multipla di immagini.

Foto che hanno colto  lo spirito di Carlo Levi, Genius Loci, benevola eterna presenza.  

Eva Bonitatibus

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edi piazzalibri

Istigazione alla lettura. Lo ha detto Erri De Luca, scrittore italiano finito sotto processo per aver preso posizione nei confronti dei cantieri dell’Alta velocità sulla tratta Torino-Lione. Avrebbe invitato al sabotaggio della Tav. Ma lui, dall’aula del Tribunale di Torino dove si è svolto il processo a suo carico, si difende dall’accusa di istigazione a delinquere dicendo che potrebbe “istigare alla lettura, al massimo alla scrittura”.

Le parole sono pietre. Come non cominciare da questo evento per affermare il ruolo degli scrittori nella società odierna? Sembra che sia necessario tornare a soffermarsi sul significato delle singole parole. Le parole sono pietre. Lo scrisse Carlo Levi in un libro così intitolato in cui compie tre viaggi nella Sicilia dei primi anni ’50. Ne scruta il segreto, ne coglie la verità e la speranza. E ci invia un messaggio di amore per tutto quanto è umano, di debole e doloroso, vale a dire nobile. Da qui quella sua straordinaria capacità di guardare, leggere e capire la realtà.

edi piazzalibri2Contagiare la voglia di leggere. E come si può leggere la realtà se non attraverso il vissuto impresso nelle pagine dei libri di intellettuali e scrittori? Torna allora utile, ancora una volta, il ricorso ai libri e alla lettura. E torna utile ricordare che lo si potrà fare coralmente. Dal 21 maggio al 2 giugno arrivano le Piazze del Libro, la manifestazione del Maggio dei libri 2015 che vede il coinvolgimento anche dell’Associazione Nazionale Comuni Italiani il cui compito sarà di contagiare gli italiani da Nord a Sud con un’inguaribile voglia di leggere, di scoprire nuove storie, e tuffarsi in pagine e pagine.

Il nostro invito è allora sempre lo stesso. Leggere con occhi nuovi la realtà nella quale viviamo cercando di cogliere il significato di quello che ci accade. Seguendo le parole dei nostri maestri, non quelli cattivi, che ci hanno tracciato la strada per una vita vera. Continuiamo allora ad istigare e a contagiare…all’uso dei libri e al valore delle parole.

Eva Bonitatibus

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Si definisce un cronista artigiano del Mezzogiorno d’Italia. E’ un giornalista puro, che ama la verità. Conosce il valore dell’informazione e delle parole, che usa con consapevolezza dando a ciascuna il giusto significato. Non ama gli scoop sensazionalistici e prende le distanze da certe trasmissioni televisive che fanno mercimonio di casi umani. Fabio Amendolara, giornalista lucano, è stato ospite di Gocce d’autore per la presentazione di uno dei suoi libri-inchiesta e di recente è stato insignito del prestigioso Premio Internazionale “Rosario Livatino e Antonino Saetta” per le sue inchieste giornalistiche su casi di femminicidio, di persone scomparse e di lupara bianca. Amendolara è autore di numerose inchieste e alcune pubblicazioni: La colpa di Ottavia, controinchiesta sulla misteriosa scomparsa della bambina di Montemurro, Il caso Ilaria Alpi, e-book sul misterioso omicidio dell’inviata di guerra, Il segreto di Anna. Inchiesta su un suicidio sospetto. La misteriosa morte del commissario Esposito e gli intrecci con la scomparsa di Elisa Claps. Impegnato come componente della Commissione garante per l'attuazione della Carta di Istanbul, Fabio Amendolara si batte per la qualità dell’informazione mediatica. Ecco la nostra intervista.

Dove nasce la passione per il giornalismo d'inchiesta?

Nasce mentre a Catanzaro seguivo da cronista le inchieste del pubblico ministero Luigi De Magistris. Ho avuto modo di lavorare a stretto contatto con giornalisti come Francesco Viviano che all'epoca era inviato speciale di Repubblica, Gianmarco Chiocci, inviato del Giornale e oggi direttore del Tempo, Antonio Massari, già con La Stampa e ora al Fatto Quotidiano. Loro non raccontavano soltanto il contenuto delle indagini ma lo valutavano, lo verificavano e lo inserivano in un contesto. Erano inchieste giornalistiche sulle inchieste giudiziarie. Lavorando con loro il mio approccio alla professione è cambiato.

Chi informa deve essere informato. Una regola aurea del giornalismo che non sempre viene rispettata e che in taluni casi genera danni irrimediabili. Come garantire una corretta informazione?

Io aggiungerei: deve essere anche documentato. Più lo è e migliore sarà la sua inchiesta. Purtroppo l'errore è sempre dietro l'angolo. L'unica arma che il giornalista ha in mano per prevenire è verificare, verificare, verificare.

 

dial Amendolara2dial Amendolara3dial Amendolara4

Tre libri su tre donne scomparse: Ottavia, Ilaria e Anna. Un impegno professionale che assume carattere sociale soprattutto per aver riacceso i riflettori su casi ormai finiti nell'oblio. Qual è il suo filo conduttore?

L'oblio è qualcosa di terribile. Su Ottavia e Anna c'era già una pietra sopra. Il caso di Ilaria è stato mantenuto in vita dalla caparbietà di tanti colleghi che l'avevano conosciuta e che avevano lavorato con lei. L’impegno delle famiglie in casi come questi non basta. I familiari sono soli in battaglie giudiziarie complicatissime e costosissime. Sono certo che il giornalismo d'inchiesta possa fare tanto e non solo per la memoria.

Ad Istanbul, dove ha recentemente partecipato al 3' Symposium internazionale sulla protezione giuridica della donna, ha parlato del rapporto tra giornalismo e femminicidio. Cosa pensa del modo in cui questo argomento viene trattato da alcuni programmi televisivi?

Provo paura quando vedo Barbara D'Urso intervistare zio Michele di Avetrana e altri protagonisti di fatti di cronaca. Di recente mi sono occupato del caso di un chirurgo finito nel tritacarne mediatico di trasmissioni televisive non condotte da giornalisti. Lo definirono un macellaio. In realtà, a parte il risultato estetico davvero terribile, aveva salvato la vita a una persona. Questo concetto è stato ribadito in diverse sentenze giudiziarie. Ora vedremo cosa decideranno i giudici per la definizione di macellaio. Sono certo che un giornalista non avrebbe mai usato quel termine con leggerezza.

Può la notizia influenzare il decorso della giustizia? In che misura?

Se l'informazione è corretta non può che influenzare il decorso della giustizia in modo positivo. Non sono pochi i casi in cui testimoni importanti sono stati rintracciati dai giornalisti e non dagli investigatori.


Nonostante il continuo parlarne, il triste fenomeno del femminicidio sembra non conoscere battute d'arresto. Il tam tam televisivo argina o favorisce tali crimini? Si può rimanere affascinati da scoop sensazionalistici?

È proprio ciò che va evitato: gli scoop sui casi di femminicidio.

dial Amendolara5

Qual è stato il caso più difficile da capire della sua carriera?

Senza ombra di dubbio l’omicidio della giovane Elisa Claps. Ci sono continui misteri nel mistero. È inestricabile.

Quale riaprirebbe?

Quello di Sveva Taffara, una ragazza di Settimo Torinese annegata in un pozzo di una masseria dispersa nelle campagne di Barile. L'hanno chiuso come suicidio, ma è un caso che grida giustizia.

Cos'è per lei il giornalismo?

Bella domanda. È informare i propri lettori/ascoltatori senza influenzarne le idee in modo subdolo.

Eva Bonitatibus

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Sono quasi le cinque del mattino e un giovane giornalista affetto da insonnia passeggia per i vicoli di Napoli cercando di quietare la propria ansia. Sul più bello si trova davanti ad un orso marsicano disteso a pancia all’aria completamente immobile. Che sorpresa! Che ci fa un animale di tale dimensioni nei quartieri spagnoli? E soprattutto come ci è arrivato? E da dove? Dorme o è morto? E se è morto, chi lo ha ucciso? E perché? Un avvertimento di camorra? Un incidente? Il groviglio dei quesiti che si affastellano nella mente di Tony Perduto, questo il nome del cronista freelance, e dei lettori del giallo di Antonio Menna, giornalista napoletano anch’egli, intitolato Il mistero dell’orso marsicano ucciso come un boss ai quartieri spagnoli, Guanda editore, fa crescere la tensione. E il sonno è “perduto” per sempre.

E così il protagonista della storia si mette sulle tracce dell’orso cercando di sbrogliare l’intricata matassa. La sua curiosità, mista al desiderio dello scoop giornalistico, lo conduce ad esplorare ambienti e storie sconosciute della città. Si inabissa nella Napoli sotterranea e uno strano stupore accompagna la sua ispezione nei cunicoli bui della sottocittà. Viene a conoscenza di fatti di camorra del passato e si documenta sulla famiglia De Concito, un boss, un grande costruttore che tornò dall’America per dominare la vita economica di Napoli. Ora ci sono i suoi figli a mantenere la villa signorile fatta costruire dal padre John De Concito, una struttura imponente immersa in un parco nel quale una volta, si racconta, c’era anche una tigre. Esce fuori anche il nome di un altro camorrista, don Ciccio Martino, il boss dei mercati ortofrutticoli morto in carcere per tumore. Cosa c’entra questi personaggi con la morte dell’orso? Il giallo diventa noir e Tony si trasforma in un investigatore. E cominciano i suoi problemi.

scrivere ilgiallo2Aiutato da una amica di nome Marinella, forse qualcosa di più che una semplice amica, Tony si addentra nel mistero e scopre tante verità che lo conducono dritto dritto alla soluzione del crimine. Passando per lo zoo vicino Napoli e per il circo di Renato Orfeo in quei giorni in città, rischia la pelle e nonostante il motorino incendiato come forma di avvertimento, prosegue la sua ricerca. 

Il romanzo è divertente e i colpi di scena orchestrati sapientemente dall’autore riempiono le pagine di verve ed ironia. La descrizione dei personaggi che circondano la quotidianità del protagonista regalano affreschi di pura napoletanità. Non solo. Antonio Menna dipinge una città che non è solo quella della camorra che uccide e macchia di sangue le strade. E’ una Napoli dalle tante sfumature e dai suoni che ne riempiono le strade. E’ una città che sa raccontarsi, che ha il sapore delle tradizioni antiche, dei fatti che si passano di bocca in bocca, della vita consumata nei bassi. Dietro ogni personaggio c’è una storia che inevitabilmente va ad intrecciarsi con quella generale di una grande città. Si legge nei loro sguardi la genuinità, la sopportazione di una vita non al top, i sogni sfumati di gioventù. E si legge anche tanta determinazione, quella di Tony Perduto che non si arrende di fronte alla precarietà di un simile lavoro, alle umiliazioni inferte da una redazione classista, alla scarsa fiducia che di lui ha la madre, alle lezioni private a Carletto “capa ‘e puorco”.

La sua più grande consolazione è il mare. Sapere che è sempre lì ad aspettarlo e a consolarlo ogni volta che si affaccia dal terrazzo di casa. E con lui si confida. La grande e variegata umanità è probabilmente la reale protagonista del romanzo e, come avviene in ogni noir, il luogo diventa uno dei personaggi della storia. Il finale poi è una sorpresa nelle sorprese. Il lettore mai si aspetterebbe un simile epilogo, che ha una sua logica definita. scrivere ilgiallo3

Dunque, cosa ci fa un orso steso a quattro di bastoni in mezzo a via Speranzella ai quartieri Spagnoli di Napoli? Io lo so, anche Antonio Menna lo sa. Voi acquistate il libro se volete conoscere una delle storie più esilaranti e serie che abbia mai letto in questi ultimi giorni. E buon divertimento!

Eva Bonitatibus

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“Il verbo leggere non sopporta l’imperativo, avversione che condivide con alcuni altri verbi: il verbo amare, il verbo sognare…naturalmente si può sempre provare. Dai, forza: Amami! Sogna! Leggi! Leggi! Ma insomma, leggi diamine, ti ordino di leggere! Sali in camera tua e leggi! Risultato? Niente.” (Daniel Pennac)

Dalla lettura alla scrittura il passo è breve. Basta saper ascoltare il proprio istinto e lasciarsi andare. Forse occorre uno stimolo in particolare, una spinta a provare, e la magia si compie. E’ puntuale. Lo abbiamo sperimentato in occasione della Giornata mondiale del libro il 23 aprile scorso con gli alunni di alcune scolaresche che hanno aderito alla nostra iniziativa a Potenza e partecipato con entusiasmo.

Ragazzi e ragazze provenienti da alcune scuole secondarie di secondo grado hanno accettato il nostro invito a giocare con la scrittura. Li abbiamo invogliati facendo scoprire loro quanto sia bello affidare i propri pensieri ad un foglio di carta e quanto sia liberatorio farsi guidare dalla musica e dall’arte. Letteratura musica e arte. Tre linguaggi, tre modi di esprimersi. Tre strumenti di comunicazione che si incontrano, si intrecciano, si scambiano i messaggi.

E tutto è sembrato immediatamente più facile. L’anima si è sciolta e la penna ha cominciato a correre. E a raccontare. ”Ero lì sola, in quella stanza vuota. Immobile, attonita, impaurita. Quell’orrendo sogno in cui ero capitata mi faceva paura, ero terrorizzata. Quella stanza vuota, bianca, di un bianco puro, incontaminato, il colore che rappresenta il silenzio, il freddo”. editoriale2

E’ solo l’incipit di uno dei racconti scaturiti da questo incontro che ha dimostrato ai ragazzi di 16 anni, senza presunzione alcuna, che i libri altro non sono che lo specchio dell’anima degli scrittori. Che su quelle pagine c’è tutta la loro vita, passata e presente e anche futura. Che attraverso le loro parole scritte si può inventare una nuova dimensione, essere altri uomini e altre donne, indossare nuovi abiti e vivere altri tempi. Insomma un gioco fantastico che apre le porte all’immaginazione e che sviluppa la creatività. Ci sono sicuramente regole da rispettare e tecniche da utilizzare, ma tutto parte da lì. Dalla capacità di ascoltare se stessi e di osservare il mondo circostante. E leggere i libri aiuta a liberarsi dei tanti condizionamenti che la quotidianità impone.

editoriale3Tutti i ragazzi partecipanti hanno scritto un racconto lasciandosi guidare dalle note della musica. Non è un miracolo quello che abbiamo fatto a Potenza, ma sicuramente abbiamo aperto uno spiraglio. I libri non sono oggetti noiosi da riporre sul comodino a prendere polvere. E soprattutto non va imposta la loro presenza e il loro utilizzo. Leggere non conosce imperativo…parola di Daniel Pennac!

 

Eva Bonitatibus    

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dialogare Soldatini1Il suono del violoncello. E quello del mare e del vento. Poi l’immagine del silenzio e della pace. Una vibrazione che dalle corde dello strumento arriva fino a quelle dell’anima. Un incontro struggente ed emozionante quello con la musica del mare e con Roberto Soldatini, personalità straordinaria dalla cristallina sensibilità, avvenuto lo scorso 23 aprile in occasione della Giornata mondiale del libro organizzata dal Circolo culturale Gocce d’autore a Potenza. Il musicista, direttore d’orchestra e compositore ha dato alle stampe un bellissimo libro intitolato La musica del mare, edito da Nutrimenti, in cui racconta la sua scelta di mollare gli ormeggi e di andare a vivere da solo su una barca a vela, la sua Denecia. Un’esperienza di vita che gli ha insegnato a conoscere la vita e ad amarla profondamente. Un insegnamento sui veri valori cui dovrebbe anelare l’umanità. Un libro che è un tuffo nel meraviglioso mar Mediterraneo, un’immersione nei turbamenti dell’anima, un’esplorazione della musica più bella. In questa intervista Roberto Soldatini ci aiuta a capire le ragioni della sua scelta, parlandoci della capacità di convivere con la paura senza lasciarsi sopraffare da essa e del nuovo sguardo con cui ha imparato a guardare il mondo.   

Da dove nasce l'idea di mollare gli ormeggi e andare a vivere su una barca a vela?

Nasce da una combinazione di eventi, e da una serie di esigenze. Sono davvero tante, e raccontarle qui sarebbe un po' lungo. Infatti c’ho scritto un libro. Dietro questa scelta c’è in parte la natura nomade dell’uomo. Le obiezioni che Momo rivolse a Minerva per la casa che la dea aveva costruito erano che non l’aveva fatta mobile. E in quanto a mobilità, il senso di libertà che può dare una barca-casa difficilmente può essere eguagliato. Solo quando non hai una casa fissa tutto il mondo diventa tuo. Certo si può viaggiare con l’aereo, ma arrivare in un posto a migliaia di chilometri in un paio ore di volo non è come arrivarci in barca a vela: assapori tutte le sfumature delle diversità che si contrappongono, ti rendi conto delle distanze che copri e ne assapori ogni miglio. Treni veloci e aerei accorciano le distanze, ma accorciano anche la capacità di comprendere il mondo. Anche andare in albergo non è la stessa cosa: ovunque io vada ho la mia casa con me, non ne sento la mancanza. Quando parto per un viaggio non ho bisogno di fare le valigie. E’ sempre tutto con me. Ma in questo tipo di scelta c’è anche un desiderio di tornare all’essenziale. Ogni volta che ho fatto un trasloco mi sono accorto della quantità di cose inutili che si collezionano. Se si vuole riempire la vita bisogna prima svuotarla. Bisogna svuotare le tasche dei sassolini per riuscire a fare un salto. La nostra esistenza è sciupata in dettagli che l'appesantiscono: diventiamo schiavi e non più padroni delle cose e delle case. dialogare Soldatini2

Navigare da solo risponde ad un bisogno di fuga o al desiderio di ricerca?

Qualcuno ha scritto libri che tuonano un “Adesso basta”. Per me questa scelta non è una rottura con il mondo, anzi, è un andare alla sua ricerca. Ma anche alla ricerca di me stesso, degli altri, della vita.


Cosa cerchi nel silenzio del mare?

Nel silenzio cerco la musica. Non ci può essere musica senza il silenzio. Ma nel mare non c’è mai, il silenzio. C’è la musica del mare, con i suoi suoni, la sua polifonia armonia, il suo ritmo. Il suono del vento, quello che genera gonfiando le vele o facendo vibrare sartie e drizze, il suono delle onde che si frangono e quello dello scafo che le solca. 

Musica e Mare, stessa iniziale, stesso potere: condurti in viaggio con il corpo e con lo spirito. Qual è la musica del mare?

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E' la 'musica' che mi permette di maturare un'interpretazione, di correggere una rotta. Suonando, dirigendo, o componendo cerco di riprodurne l'essenza, in qualche maniera. 

Musica e scrittura. Una fusione perfetta nel rispetto dei tempi e del ritmo. Come nasce questo libro?

Nasce un po' per gioco e un po' per caso. Quando sono partito per la prima volta, senza esperienza, da un molo della Francia meridionale, in rotta per Istanbul, tutti i miei amici erano preoccupati per me, e mi avevano chiesto di mandare loro notizie costantemente. Così avevo cominciato a scrivere un diario di bordo. Miglio dopo miglio diventava una guida turistica, un portolano, un racconto d'avventura e di mare, una riflessione sulla musica, sui luoghi visitati e la loro storia, sulle persone incontrate, sulla vita. E' piaciuto a più di un editore, ma la scelta di Nutrimenti è stata vincente. E' un editore giovane, in crescita, con una squadra affiatata, e lavora molto bene, con coraggio, senza paura di rischiare. Come me.


Qual è il tuo rapporto con la paura? E con la solitudine? 

La paura scompare quando si è disposti a testare i propri limiti, e a tentare di superarli. E la solitudine è necessaria, per meditare, per crescere. Per capire cosa è vero e cosa no. Ma anche proprio per saper stare in compagnia, e dare il giusto valore alle amicizie, all'amore.

Dal centro del mare cosa apprezzi di più?

La forza della natura. La sua bellezza. E quello che mi insegna. 


Come è cambiata la tua vita, anche di musicista, da quando hai fatto questa scelta?

Ho migliorato il mio carattere, smussandone i difetti. Ho imparato tante cose. dialogare Soldatini4Come godere ciò che la vita mi regala, e a saper cogliere i cambiamenti che mi offre. Ho modificato il mio modo di interpretare la musica, cogliendone ogni particolare, ogni sfumatura, rallentando i tempi, così come ho rallentato la mia vita. In un epoca in cui tutti corrono, sempre più veloci, nella vita, come nella musica, trovo che sia molto importante rallentare.

Come è cambiato il modo di vedere la terraferma?

La vedo con altri occhi, che mi permettono di coglierne le peculiarità, ma anche le contraddizioni. E il ritorno è sempre traumatico, più che altro per l'inquinamento dei gas di scarico di macchine e motorini, Il palato mi brucia, mi viene la nausea, mi gira la testa. Insomma, per un po' di tempo sto male. Incredibile a cosa l'uomo si abitua, quale prezzo è disposto a pagare per un'apparente comodità. A volte, anzi spesso, con la morte. Nessuno che usi le biciclette, almeno ogni tanto, almeno quelle elettriche. E nel nostro paese si protesta ogni volta che un sindaco pedonalizza qualche strada. D’accordo, in alcuni casi non è stato concepito un sufficiente piano di circolazione alternativo. Ma gli italiani aspettano sempre che le trasformazioni arrivino dal cielo. Loro però non fanno niente perché le cose migliorino. Per ottenere un cambiamento bisogna rimboccarsi le maniche, e c’è un prezzo da pagare. Ecco perché la maggioranza preferisce lamentarsi, piuttosto che fare. dialogare Soldatini5

Cosa rappresenta per te la musica, la scrittura e il mare?

La musica è una delle professioni che ho sperimentato, che mi ha permesso di esplorare me stesso e il mondo che mi circonda. La scrittura mi permette, grazie anche a incontri stimolanti, come quello che si è svolto a "Gocce d'autore" qualche giorno fa, di confrontarmi con altre realtà, altri sogni. E il mare mette in relazione tutte queste cose.

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Eva Bonitatibus

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perle Giselle

Giselle e Svetlana. Un’osmosi, un essere unico. La danzatrice e l’interprete che si fondono dando vita ad un’essenza. L’essenza, quella che è apparsa agli occhi di molti, quella incarnata dalla ballerina più brava di questo tempo, Svetlana Zacharova. Sabato 18 aprile al teatro San Carlo di Napoli sold out per lo spettacolo di balletto Giselle, la cui protagonista è stata appunto la grande danzatrice russa. Una serata che resterà alla storia per la sublime esecuzione ed interpretazione di Giselle in cui Svetlana non ha danzato, ma fluttuato nello spazio. Il suo corpo ha dominato il palcoscenico senza produrre il benché minimo rumore se non quello dello spostamento d’aria. Già, perché è essa stessa “aria”. E luce, quella che contiene anche nel suo nome (svet in russo significa “luce”) e che trasmette con la sua grazia. perle Giselle1

Il balletto in due atti racconta di una contadina, Giselle, che vive con la madre in un villaggio della Renania del Medioevo. Il suo ingresso sul palco è accolto da un lungo applauso e a stento il pubblico riesce a controllarsi. L’emozione è troppo grande. Le sue braccia lunghe e affusolate accompagnano i movimenti che lievi raccontano la storia della sventurata Giselle. E’ la stagione della vendemmia e nel pieno della festa fa il suo arrivo un principe vestito da popolano, Albrecht, che si diverte a corteggiare Giselle. Lei, che ne ignora le nobili origini, se ne innamora. Danzano e giocano allegramente, ma la madre di Giselle cerca di dissuaderla a causa delle caduche condizioni di salute della ragazza. L’arrivo della corte e della promessa sposa di Albrecht, la principessa Bathilde, viene salutato dalla ballerina con la famosa variazione eseguita con grande raffinatezza. Ma il nuovo ingresso rompe la gaiezza che aleggia sul villaggio. Il guardiacaccia innamorato di Giselle smentisce il falso popolano e svela la sua vera personalità. Giselle impazzisce e per il dolore muore.   

La scena della pazzia, suggellata dalla musica struggente, raggiunge picchi di autentica commozione e l’attesa per l’inizio del secondo atto è vibrante. Ciò che accade nel regno delle Villi fa salire le emozioni che si affastellano e si concentrano sulla tomba della povera sventurata. Myrtha, la regina delle Villi, è austera ed accoglie Giselle invitandola ad unirsi alle altre creature morte per amore. La scena delle Villi è toccante. Svetlana è a un metro sopra di loro. Il corpo di ballo danza, lei lo sovrasta. Nella sua imponenza è delicata, appare fragile eppure forte perle Giselle2 nei suoi développès e nei suoi panche arabesque che non finiscono mai. La perfezione delle linee è intatta anche quando esegue in pas des deux la serie di grand jetes per attraversare il palcoscenico. Oltre i 180 gradi, eppure il suo atterraggio è insonoro.    

Il pubblico in delirio ha acclamato la danzatrice che al termine del balletto ha fatto una decina di uscite con applausi che non si sono mai arrestati. Le luci dei cellulari per fotografare la divina sul proscenio sono stati uno spettacolo nello spettacolo. E la folla in attesa all’uscita degli artisti si è protratta per ore. Una fatica che si poteva affrontare pur di vedere da vicino il mito, la leggenda contemporanea della danza classica.perle Giselle3

Eva Bonitatibus

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