logo2017

Iscriviti alla Newsletter di Gocce D'Autore

 

Eva Bonitatibus

Giornalista pubblicista

I libri sono la mia perdizione. Amo ascoltare le storie e amo scriverle. Ma il mio sguardo curioso si rivolge ovunque, purché attinga bellezza e raffinatezza.

La musica è il mio alveo, l’arte la mia prospettiva, la danza il mio riferimento. Inguaribile sognatrice, penso ancora che arriverà un domani…

dialogare MauriziodeGiovanni 1 Dalle stagioni del commissario Ricciardi ai casi dell’ispettore Lojacono, dalla Napoli anni ’30 a quella contemporanea, dal noir al poliziesco, dai vicoli colorati e chiassosi agli ambienti grigi di Pizzofalcone. Un filo mai interrotto della narrazione lungo il quale si snoda l’intera vicenda letteraria di uno degli scrittori italiani più letti di quest’ultimo decennio. Maurizio de Giovanni, napoletano di nascita e di fede, dal 2005 ad oggi ha dato alle stampe oltre trenta titoli, tra romanzi e racconti, inaugurando fortunate serie di noir da cui sono state tratte anche fiction televisive. Un successo di lettori e di critica dovuto al modo accattivante di scrivere le storie, al saper mescolare sapientemente cronaca e sentimento, ferocia e passione, tecnica e talento. Maurizio de Giovanni scrive con la testa e con il cuore, commuove e si commuove. E’ uno scrittore vero che non usa artifici per conquistare il pubblico e i suoi romanzi sono stati giustamente definiti “neri sentimentali”. Lo abbiamo incontrato alcuni anni fa a Potenza, in occasione della presentazione del suo libro Il metodo del coccodrillo, e ci ha conquistati. Oggi lo abbiamo cercato di nuovo per rivolgergli altre domande e la sua immediata disponibilità ci ha entusiasmato.

 

Quando nasce la sua passione per la scrittura e in particolare per il “giallo”?

 

E’ una passione relativamente recente, risale a dieci anni fa. Alcuni amici mi iscrissero per scherzo a un concorso e io lo vinsi; era un concorso per giallisti. Tutto molto per caso, dunque. Come ogni cosa bella.

 

dialogare ilrestodellasettimana 2Le storie che racconta sono intrise di una grande napoletanità, anche l’ultimo, Il resto della settimana, in cui parla della sua passione per il calcio e della sua squadra del cuore. La sua città fa da sfondo a tutti i suoi romanzi, perché?

 

Credo che un libro sia un viaggio, o almeno dovrebbe esserlo, e uno scrittore solo una specie di guida turistica. Deve portare il lettore, perciò, in un luogo e in un tempo che conosce, per poterlo raccontare realisticamente e in ogni aspetto. Io racconto la mia città, perché è un meraviglioso territorio che produce storie in continuazione.

 

Gialli ambientati in varie epoche storiche ma che ruotano intorno ad efferati omicidi passionali. Quanto “pesca” dalla realtà?

 

Più che nella realtà, nella natura umana. Il delitto purtroppo fa parte di noi fin dall’origine della specie, e affonda le radici nelle passioni primarie. Raccontare il crimine significa raccontare una parte di noi che non ci fa piacere accettare, ma che esiste eccome.

 

I suoi personaggi sono un po’ picareschi, alcuni caratterizzati da nobili sentimenti altri invece si rivelano imbroglioni e spregiudicati. Tutto è cominciato con il fatidico commissario Ricciardi, e poi?

 

dialogare ilpostodiognuno 3E poi Ricciardi e io ci siamo guardati attorno, e abbiamo scoperto un intero mondo di persone e sentimenti ed emozioni, che è stato ed è bello raccontare nella sua immensa varietà.

 

Nei suoi gialli c’è un retrogusto romantico. E’ un tratto autobiografico dell’autore?

 

Io credo che chiunque, sotto la crosta di una difesa dalla sofferenza più o meno consolidata, sia romantico. Crediamo nell’amore e in quello che può diventare, se sottoposto a gelosia o invidia. Ne siamo testimoni giorno dopo giorno, e raccontiamo questo.

 

I suoi protagonisti sono tutti uomini. E’ una scrittura al maschile? Secondo lei è giusto parlare di scrittura di genere?

 

Credo che le donne nei miei romanzi siano assolutamente protagoniste, e qualsiasi lettore può verificarlo facilmente. Maschili sono solo i veicoli che utilizzo per percorrere la vicenda, la prospettiva per così dire: ma le vere protagoniste sono le donne. Su questo non ho alcun dubbio.

 

Per lei la letteratura ha più valore di restituzione o di identificazione?

 

Né l’una né l’altra. Per me la letteratura dev’essere il racconto di storie, di altri mondi e altri tempi e altri spazi in cui rifugiare la propria immaginazione.

Quali messaggi vuole tramettere attraverso i suoi romanzi?

 

Mi dispiace, ma non trasmetto messaggi né mi interessa farlo. Io racconto solo storie.dialogare 4

 

Tanti premi e numerosi riconoscimenti per la sua produzione narrativa confermano il valore della sua letteratura. Qual è il segreto del suo successo?

 

Magari ci fosse un segreto: saprei come mantenere e incrementare questo meraviglioso momento. Credo solo di aver trovato qualche personaggio interessante da raccontare.

 

Cosa rappresenta per lei la scrittura?

 

Un modo molto divertente e gratificante per guadagnarmi il tempo di leggere.

 

Eva Bonitatibus

e-max.it: your social media marketing partner

scrivere misura felicita 1 “Nessun uomo è un’isola. Ogni libro è un mondo.” E’ l’insegna un po’ sbiadita che si trova all’ingresso di una piccola libreria situata su un’isola, Alice Island. 55 metri quadrati di libri, di pile precarie di bozze rilegate lungo il corridoio, un reparto per la letteratura infantile molto piccolo, titoli di narrativa di qualità. Una scala interna porta all’appartamento al piano di sopra. Ci abita il proprietario di “Island Books”, A.J. Fikry, un vedovo inaridito dal lutto, il protagonista de La misura della felicità di Gabrielle Zevin. Un romanzo che ha il sapore del mare d’inverno, il profumo delle pagine e il senso della caducità. Ma è soprattutto una storia che parla d’amore per la vita e per la letteratura. Un libro che invita a “sfogliare” se stessi e ad interrogarsi sulle verità scritte sulla carta velina della propria anima. Un’opera che invita ad uscire dal proprio “ripiano” per andare incontro al mondo sulle ali di un libro. “Tutto quello che ti serve sapere di una persona lo capisci dalla sua risposta alla domanda: qual è il tuo libro preferito?”.

 

La moglie di A.J., Nic, era una scrittrice, oltre che la titolare della libreria. Era lei a mantenerla viva organizzando presentazioni di libri, gruppi di lettura, curando la scelta dei titoli, dispensando consigli alla clientela. La sua morte portò una fitta nebbia nella sua vita.

scrivere misura felicita 2

E’ l’arrivo de La fioritura tardiva a modificare il corso delle cose e a riaccendere l’interesse nell’uomo per la letteratura e per la vita. Un memoir sulla possibilità di trovare il grande amore a qualsiasi età. Ma è soprattutto la presenza di due persone a stravolgere la vita ormai piatta e monotona di A.J.: Maya e Amelia. La prima è una bambina abbandonata nella libreria che lui adotta e cresce tra libri e letture. La seconda è un’agente della Knightley Press in visita all’Island Books per la cedola invernale con cui poi si sposerà. La loro presenza riconduce pian piano A.J. verso l’amore per i libri, “ogni storia arriva al momento giusto”, e riporta su un piano nuovamente umano l’austero proprietario dell’unica libreria dell’isola. Un luogo che si ammanta di fascino per il paesaggio alle volte cupo che l’oceano regala tutt’intorno e per le storie delle persone che vi abitano.  

Tutta la storia gioca con citazioni di titoli e frasi dei più famosi romanzi, anche i pranzi dei protagonisti prendono spunto dalle pietanze dei libri menzionati. Si parla di scrittori, di come si scrivono i racconti, della autenticità delle trame, di come nasce la passione per la scrittura, di talenti e di stroncature. La fioritura tardiva sarà soltanto un espediente utilizzato da Gabrielle Zevin, per parlare di amore senza barriere verso i libri e verso gli altri.

 

Eva Bonitatibus

e-max.it: your social media marketing partner

Investire

Sono stata felicissima della mattinata trascorsa tra arte e musica. Ad un certo punto ho immaginato di poter entrare in uno di quei quadri scherzando e giocando con tutti quegli splendidi colori (Roberta). Per dipingere bene si ha bisogno della musica, dell’armonia, dell’immaginazione (Sara). E’ stata proprio una giornata emozionante che mi ha fatto capire quanto sia bella ed importante l’arte! (Lucio). L’arte è questione di fantasia, ma anche di bravura (Giovanni). Oggi ho capito che l’arte significa esprimere se stessi (Mattia). Spero di ripetere questa meravigliosa giornata perché ho capito che c’è arte in ciascuno di noi (Stefano Pio). Questa mostra mi ha insegnato a capire che i quadri oltre a guardarli si possono anche ascoltare, ossia capire cosa voglia esprimere l’artista: i suoi sentimenti (Elena). Voglio che la galleria non chiuda mai perché da grande voglio vedere di nuovo, sentire di nuovo quadri e musica, ritmi e melodie (Aurora).

 

Investire 3Sono soltanto alcuni dei pensieri espressi dagli alunni di una quarta elementare dopo aver visitato una mostra d’arte figurativa. Una esposizione che ha unito la pittura e la musica e che ha trovato nell’uso del colore la sua chiave di lettura. Colori vivaci, forti, sgargianti che hanno dato vita ad inedite scene popolate da personaggi stravaganti e paesaggi sagomati. Toni briosi, con sfumature nostalgiche, hanno donato dinamicità alle immagini fermate nei quadri collezionando melodie vibranti di emozioni. Vasilij Kandinskij diceva che “il colore è un mezzo che consente di esercitare un influsso diretto sull’anima. Il colore è il tasto, l’occhio il martelletto, l’anima è il pianoforte dalle molte corde”. Dunque i bambini che hanno fruito della piacevolezza dei linguaggi artistici hanno saputo apprezzare il bello della creatività. Si sono lasciati condurre dalla musica verso la contemplazione attiva delle opere d’arte e in un clima di composta libertà hanno lasciato vagare la propria fantasia. Hanno indagato le figure dei quadri, hanno perlustrato gli spazi delle tele, hanno osservato la diversità dei materiali utilizzati. Sono entrati ed usciti dai quadri. Hanno prestato ascolto alla musica prodotta dai colori e dalle forme ed hanno guardato la musica che con le sue note ha descritto le scene rappresentate. Hanno giocato in un nuovo cosmo. Una narrazione fluida che i bambini di 9 anni hanno gradito mostrando maturità di pensiero e di elaborazione. E questo grazie alla sensibilità dei loro insegnanti e dei dirigenti scolastici che hanno acconsentito che i piccoli visitatori vivessero un’esperienza emozionale forte.

 

Investire 2 Investire 4Investire 5

Un atteggiamento di apertura che soprattutto oggi la scuola non può non avere in un momento di veloce transizione verso abitudini e valori in evoluzione. Una scuola che educa alla sensibilità e alla capacità di osservazione è una scuola che traccia percorsi certi e che punta all’eccellenza della formazione. Non è ovvietà né luogo comune affermare che soltanto attraverso le esperienze dirette i bambini imparano a conoscere il mondo. Lo dimostrò la Montessori con la teoria dell’apprendimento per scoperta e per costruzione delle conoscenze, un approccio educativo riconosciuto in tutto il mondo. Investire 1

E le esperienze di questi piccoli osservatori dell’Istituto Comprensivo “Torraca-Bonaventura” di una ancor più piccola città del Sud Italia che è Potenza in una “piccola stanza tutta colorata” che è la sede del Circolo culturale Gocce d’autore dove si è tenuta la mostra “Cosmo gioco” di Enzo Bomba, confermano ancora una volta la validità del pensiero della grande pedagogista. La scuola che educa al pensiero divergente è una scuola vincente, la scuola che educa all’arte è una scuola che insegna ad amare. Amare. Amare è un altro verbo che non conosce l’imperativo, come il verbo leggere. E’ un bisogno, è un istinto, è una sospensione. E i bambini che imparano presto ad osservare il mondo con gli occhi dello stupore solo quelli che non smetteranno mai di amare e di considerare la vita come la più grande opera d’arte dell’universo.

 

Eva Bonitatibus

e-max.it: your social media marketing partner

dialogare Michele Pogliani

Sarà a Livorno e a Napoli nel prossimo mese di aprile per individuare giovani danzatori. Il nuovo talent scout in Italia della Rotterdam Dance Accademy, la più importante accademia di danza d’Europa, Michele Pogliani ha ricevuto da poco la prestigiosa nomina che gli consentirà di “promuovere” nuovi talenti cui offrire concrete possibilità per l’inizio della loro carriera. Il danzatore e coreografo italiano dalla lunga e luminosa carriera racconta in questa intervista la sua vita per la danza, le sue esperienze professionali, la sua filosofia sul corpo e sul superamento dei propri limiti. Racconta anche le nuove frontiere della danza, di come i nuovi approcci ai linguaggi virtuali possano dare vigore al gesto e al movimento. Ma il nostro ospite fa anche un’analisi sullo stato dell’arte tersicorea in Italia e con una punta di rammarico ne denuncia la scarsa attenzione nella quale viene considerata.

 

Michele Pogliani, definito dalla critica danzatore e coreografo dell'osservazione per il suo "movimento dello sguardo" e per l'intensità del gesto. Cosa deve essere la danza? Un linguaggio, un'esperienza emozionale o un modo per stare al mondo?

 

Per quanto mi riguarda la danza è sicuramente un’esperienza corporea, un viaggio emotivo e un linguaggio. Ho sempre pensato alla danza come a una scelta di vita, una necessità da cui non si può prescindere. Che si parli di un linguaggio astratto piuttosto che di un linguaggio teatrale, espressivo è un percorso che partendo dal nostro corpo si dirama alla nostra coscienza. Non si può scindere il piacere e l’esperienza fisica dal nostro essere emotivo ed intellettuale. Se questo non avviene, il viaggio è incompleto.

 

Come e quando si è avvicinato all'arte tersicorea? 

 

Molto tardi, all’età di 17 anni. Mia madre mi portava spesso a vedere i grandi balletti classici. Mi appassionai al punto di voler diventare un critico di danza consapevole che non sarei mai riuscito a recuperare il tempo perduto. Cominciai a studiare con Elsa Piperno per avere gli strumenti per capirne di più. Mi sbagliavo! Dopo la prima lezione di Graham volevo fare solo quello, ballare. E così è stato.

 

Dodici anni a New York nei primi anni '80. Un'esperienza da sogno al Merce Cunningham, a contatto con grandi coreografi, nella Rosalinda Newman and dancer, nella Laura Dean dancer and musicians, nella Lucinda Childs dance company con cui ha fatto il tour mondiale Einstein on the Beach di Robert Wilson e Philip Glass. Cosa porta con se' di questa straordinaria avventura?

 

Vivere gli anni 80 a NY è stato un privilegio immenso. L’America era un focolaio di artisti, pittori, scrittori, poeti, musicisti e coreografi. Si era liberi di creare e di pensare l’impossibile. Dopo una prima esperienza con Rosalind Newman, che mi ha insegnato la dedizione necessaria per diventare un danzatore, mi sono subito interessato al movimento minimalista in tutte le sue forme. La mia prima esperienza fu con Laura Dean, coreografa e musicista minimalista e storica collaboratrice di Steve Reich. Lavorare in seguito con Lucinda Childs fu il coronamento di un sogno. Da lei e, successivamente da Robert Wilson, ho imparato tutto quello che so oggi a livello coreografico, registico e di illuminazione della scena. Lucinda mi ha cambiato la vita, Wilson l’ha raffinata.

Da Merce, dove ho studiato i miei primi anni nella grande mela ho imparato che tutto è possibile; i limiti sono solo linee immaginarie che delineano la nostra insicurezza, ma se si vuole fare arte bisogna essere disposti a superarli, a combattere i propri fantasmi e ad infrangere i propri tabù.

 

Com'è cambiata la danza da allora?

 

dialogare 2Credo che l’America abbia subito un’involuzione dopo la progressiva perdita dei grandi maestri che hanno dato vita alla Danza Moderna e al post modernismo. L’interesse si è sicuramente trasferito in Europa e in Israele, dove una nuova generazione sta sperimentando e portando la danza a grandissimi livelli. Quello che forse mi manca oggi è la firma, il segno distinto dei nuovi coreografi. Il metodo di lavoro è cambiato, ci si affida molto di più all’apporto dei propri danzatori. Questo, da una parte, ha arricchito il linguaggio, dall’altra ha creato una leggera perdita di identità da parte del coreografo che delle volte si può definire un vero e proprio regista. Stiamo vivendo un momento storico in cui i grandissimi talenti si sprecano, peccato però che l’attenzione per la danza (soprattutto in Italia) sia immensamente calata.

 

La sua straordinaria vita da danzatore lo ha portato sui grandi palcoscenici del mondo in qualità di interprete e di coreografo. Ha anche fondato una sua compagnia, CMP,  nel 1997 e sciolta nel 2005. Il suo debutto fu "Il Rosario di Umili Meraviglie", uno spettacolo che parlava dell'amore inteso quale eterna e disperata lotta. Oggi che posto occupa questo tema nella sua arte?

 

Dopo il Rosario, ho lavorato su tematiche completamente diverse. Ero affascinato, insieme ai miei collaboratori, dalle nuove tecnologie, dal video gioco, per tornare al gioco analogico, al musical e all’aspetto ludico della danza. Dal 2008, dopo la morte del mio compagno, sono tornato a un aspetto più umano della danza. Il tema dell’amore, della seduzione, dell’ispezione del corpo sono tornate a guidare le miei creazioni.

 

Uno stile che fonde "la contemporaneità dell'avanguardia e l'eternità del classico" e che esalta il rapporto tra il corpo e lo spazio. Nell'era virtuale come cambia questa relazione? 

 

Il virtuale è spesso considerato freddo e distaccato rispetto all’esperienza dal vivo. Non sono d’accordo. Credo che, ad esempio, il video sia diventato uno strumento di facile presa e fruibile a un pubblico molto vasto. Ciò che è importante è l’uso che uno ne fa. Grandissimi artisti si cimentano con questo strumento da anni, così come molti giovani artisti oggi. L’impatto può essere estremamente forte e toccante. Il video ha un potere mediale di grandissimo impatto, come il cinema d’altronde. La danza trasposta su video, certo, perde l’emozione e la fragilità dell’esperienza live, ma non per questo è meno forte o emotivamente fredda. Da qualche anno mi sto dilettando anch’io con questo mezzo e ne sono completamente affascinato.dialogare coreografia Pogliani

 

Dallo scorso mese di Gennaio e' stato nominato ufficialmente Talent Scout in Italia per la CODARTS di Rotterdam, una delle Accademie più prestigiose d’ Europa, di cui e' stato coordinatore sotto la direzione artistica di Samuel Wuersten. Quale sarà il suo compito?

 

Lavorare alla Codarts e soprattutto con Samuel è stata un’esperienza fondamentale. Ne avevo gli strumenti e credo di aver dato un apporto importante. Ora dopo undici anni di collaborazione con loro sono felice mi abbiano datodialogare MP questo riconoscimento. Di fatto si tratta di individuare giovani di talento a cui poter offrire borse di studio o inviti ufficiali alle audizioni che l’accademia tiene in Italia grazie all’AED di Livorno, partners ufficiali della Codarts.

 

Ha fatto un cenno al suo rapporto con l'Italia. Come giudica lo stato di salute della danza in Italia? 

 

Purtroppo il mio rapporto con il nostro paese è da sempre piuttosto conflittuale. Trovo sia un paese meraviglioso con il potenziale di essere un paradiso e dove vivono grandi menti. Ma questo rimane, a mio parere, solo latente. Di fatto è un paese che culturalmente è sprofondato ai minimi storici. La danza, ovviamente, è la prima a risentirne.

 

Coreografo e maestro di danza contemporanea, collaboratore dell’AED di Livorno, coordinatore del Triennio Alta Formazione presso la Formazione Bartolomei a Roma, quali valori trasmette ai suoi ballerini e allievi?

 

Come dicevo prima, la danza è un percorso e non solo una disciplina. Insegnare danza ai giovani è per me una scusa per accompagnarli nel loro viaggio della vita. Un danzatore senza cultura, etica, morale e passione sarà solo e sempre un bravo esecutore. Se di arte stiamo parlando, questo non basta. Dico sempre ai miei allievi che per essere un danzatore o danzatrice completi bisogna affrontare una sorta di catarsi. Quello che si è in sala non differisce così tanto da quello che si è nella vita come persona. La danza spaventa. Il rapporto che si crea con la nostra immagine riflessa allo specchio, il contatto e la percezione del nostro corpo, della nostra sessualità, il rapporto con gli altri e la possibilità di esprimersi solo con il nostro corpo sono tutti elementi che vanno affrontati con coraggio e senza limiti. In QUESTO la danza non è per tutti.

 

Come deve essere il danzatore per Michele Pogliani? Quali requisiti e quali qualità deve possedere? 

 

Deve essere consapevole di se stesso e padrone dei propri mezzi. Disponibile e aperto a qualsiasi esperienza coreografica gli si proponga. Avere un proprio stile e naturalezza nel movimento. Essere elegante e sensuale, forte ma morbido e deve amare questo lavoro.

Eva Bonitatibus

e-max.it: your social media marketing partner

Piero Dorlfes

Imparare a comprendere ed apprezzare un testo. Questo il pensiero di Piero Dorfles, giornalista e critico letterario trai più affermati in Italia. lo abbiamo cercato perché solleticati dal suo ultimo libro, “I cento libri che rendono più ricca la nostra vita”, un saggio che racconta i romanzi che rappresentano i pilastri della letteratura mondiale. Piero Dorfles è nipote del noto critico d’arte Gillo Dorfles, frequentatore abituale della libreria di via Ripetta a Roma ideata e gestita dalla Signora Agnese De Donato che pure abbiamo ospitato in questa sezione della rivista. La sua formazione intellettuale ha sicuramente tratto giovamento dall’ambiente nel quale è cresciuto e i frutti di tali stimoli risiedono tutti nella sua vita spiritualmente ricca. E’ infatti stato responsabile dei servizi culturali del Giornale Radio Rai ed ha condotto il programma televisivo “Per un pugno di libri” in onda su Rai 3. Ha curato dal 2007 la rubrica radiofonica “Il baco del millennio” per Radiouno. Ha scritto vari libri tra cui “Atlante della radio e della televisione” (Nuova ERI 1988), “Guardando all’Italia” (Nuova ERI 1991), “Carosello” (Il Mulino 1998) e “Il ritorno del dinosauro, una difesa della cultura” (Garzanti libri 2010). Piero Dorfles è stato ospite di Gocce d’autore a Potenza per la presentazione del suo ultimo lavoro nel giugno 2014 e oggi lo abbiamo contattato per un dialogo sul valore della lettura e dei libri e sul loro rapporto con la popolazione. Ma prima di tutto gli abbiamo chiesto come e quando nasce la sua passione per i libri e chi per primo lo ha avviato alla pratica della lettura. Lui ci ha risposto così:    

 

“Credo che nasca con le letture che mia madre faceva a me e a mia sorella la sera, prima che ci addormentassimo. A partire da Pinocchio per passare a Salgari e a Verne.”

 

La lettura è una forma di assoluta dedizione che occorre saper coltivare. Per non sbagliare, soprattutto con gli adolescenti, qual è secondo lei l’approccio migliore per avvicinare i ragazzi ai libri? Quali insomma i libri da evitare e quelli da consigliare?

 

dialogare 2“Non sono sicuro che si tratti di dedizione, quanto di acquisizione di una competenza. Leggere, infatti, secondo me, non è in sé una passione ma una capacità, una competenza che, se coltivata, può produrre passione. Ecco perché non credo ci siano libri da consigliare e altri da evitare, perché coltivare la lettura è soprattutto coltivare la capacità di affrontare un testo scritto e di trarne informazione, sapere e piacere. Da piccolo ho avuto per le mani testi orribili, che però mi hanno permesso di esercitarmi ad avere dimestichezza con il meccanismo della lettura. Così penso che oggi il problema dei giovani non sia quello di affrontare letture "nobili" ed edificanti, ma di imparare a comprendere ed apprezzare un testo. Dunque va bene tutto, da Coelo a Kafka, da Baricco a Mann, da Geronimo Stilton all'Ulisse di Joyce. La capacità di giudicare i libri più adatti a sé e alla propria formazione verrà dopo. E non esiste un'età adatta: dai dodici anni in su, tutti possono leggere tutto. Meglio che un ragazzo incontri la descrizione di un rapporto sessuale nell'Amante di Lady Chatterley che in un giornalino pornografico.”

 

Quali sono, secondo lei, i libri che aiutano a crescere?

 

“Tutti. Ma i classici prima degli altri, proprio perché mettono in contatto con una forma di scrittura solida, con riferimenti importanti ai problemi dell'essere.”

 

E quali dovrebbero essere le letture degli adulti che vogliono cominciare a leggere?

 

“Stesso discorso del punto 2. Non c'è un metodo per imparare a leggere da adulti, né un testo migliore di un altro. C'è chi ha cominciato, magari dopo essere andato in pensione, con il Conte di Montecristo e chi con la Montagna incantata. A ciascuno il suo.”

 

Nella sua recente pubblicazione “I cento libri che rendono più ricca la nostra vita” passa in rassegna i classici della letteratura universale. Quelli che secondo Italo Calvino “non hanno mai finito quel che hanno dire”. E’ questa la chiave di lettura del suo libro?

 

“Veramente ho cercato di seguire un altro criterio. Calvino parla dei grandi classici in assoluto, mentre nei Centolibri io ho cercato di individuare i classici che hanno una certa popolarità, che sono entrati in un modo o nell'altro nell'immaginario letterario collettivo, quelli di cui si può parlare ovunque, in treno o in un articolo, al bar o in un programma tv, perché contengono riferimenti che sono comprensibili a tutti quelli che li hanno letti e rappresentano una forma di sapere collettivo da cui tutti traiamo immagini, tropi linguistici e archetipi del comportamento umano.”

 

A quale ricchezza si riferisce nel suo libro?

 

“Potrei dire che mi riferisco a una ricchezza spirituale, intellettuale, che è certo quella che il libro ispira in primis. Ma c'è qualcosa di più terreno e materiale, dovuto al fatto che chi più legge, più sa, più conosce, più pensa, più è ricco non solo intellettualmente, ma anche economicamente. I paesi dove si legge di più hanno la maggiore crescita del Pil, dei brevetti, dello sviluppo di nuove tecnologie, di servizi più efficienti. Se si tratta di una coincidenza, è una coincidenza non casuale, perché la lettura è in sé il più alto esercizio intellettuale che possa compiere l'uomo, e  - anche se non tutti i lettori e le persone colte sono migliori di quelle incolte - la intelligenza collettiva di un paese che legge è uno strumento di benessere e sviluppo che i paesi che non leggono non hanno.”

 

Si è buoni scrittori se si è buoni lettori. Quali sono i criteri, secondo il suo parere, per scrivere una buona storia?

  

“Credo che chi vuole scrivere debba prima aver letto e vissuto. La scrittura non è, come purtroppo molti pensano, il trasferire sulla carta sentimenti e sensibilità personali. E' la capacità di produrre in un racconto una realtà autonoma, realistica o fantastica che sia, che abbia una sua coerenza interna e rappresenti la trasfigurazione letteraria del nostro pensiero. La semplice trasposizione dell'esperienza in un racconto difficilmente sarà letteratura. Perché lo diventi è necessario che si sia sviluppato uno strumento di elaborazione analitica e critica che vada al di là del rispecchiamento del reale. Bisogna poi pensare che sono millenni che l'uomo racconta e scrive, e che è difficilissimo non ripercorrere sentieri già affollati. Ecco perché per scrivere è necessario conoscere bene i classici, capirne la chiave narrativa, lo strumento linguistico e l'elaborazione dei personaggi. Troppo spesso si pubblicano testimonianze sincere ma ingenue di persone che sentono il desiderio di condividere il loro vissuto ma non sono in grado di elaborarlo letterariamente. Tempo, fatica a carta sprecata.”

 

dialogare 1Qual è il suo rapporto con gli incipit? E qual è il suo incipit preferito?

 

“Gli incipit possono essere belli e terribili. A suo tempo Fruttero e Lucentini pubblicarono un libro con un centinaio degli incipit più significativi della letteratura mondiale. Rimando a quel testo. Io penso che alle volte - come in 100 anni di solitudine, o in Anna Karenina - un incipit dica più di un intero romanzo.”

 

Se dovesse scrivere un libro, dopo averne letti tanti, quale storia racconterebbe? Scriverebbe un romanzo o un racconto? E che tipo di scrittore si definirebbe: di montagna o di terre basse, per usare un’espressione di Giuseppe Lupo nel suo “Atlante immaginario. Nomi e luoghi di una geografia fantasma”?

 

“Se dovessi scrivere un romanzo vorrebbe dire che me ne è venuta l'ispirazione, e che sarei diventato un aspirante scrittore. Per ora non sono nemmeno quello, e quindi non posso classificarmi, perché non ho mai scritto nemmeno un raccontino.”

 

Se dovesse partire per un’isola deserta, quale libro porterebbe con sé?

 

“Mi scusi, ma per quale pazzesca casualità dovrei partire per un'isola deserta con un libro solo? Meglio niente, allora: Robinson se la cavava benissimo senza libri, e sono convinto che in un'isola deserta c'è un sacco di lavoro da fare, per sopravvivere.”

 

 

Eva Bonitatibus

Imparare a comprendere ed apprezzare un testo. Questo il pensiero di Piero Dorfles, giornalista e critico letterario trai più affermati in Italia. lo abbiamo cercato perché solleticati dal suo ultimo libro, “I cento libri che rendono più ricca la nostra vita”, un saggio che racconta i romanzi che rappresentano i pilastri della letteratura mondiale. Piero Dorfles è figlio del noto critico d’arte Gillo Dorfles, frequentatore abituale della libreria di via Ripetta a Roma ideata e gestita dalla Signora Agnese De Donato che pure abbiamo ospitato in questa sezione della rivista. La sua formazione intellettuale ha sicuramente tratto giovamento dall’ambiente nel quale è cresciuto e i frutti di tali stimoli risiedono tutti nella sua vita spiritualmente ricca. E’ infatti stato responsabile dei servizi culturali del Giornale Radio Rai ed ha condotto il programma televisivo “Per un pugno di libri” in onda su Rai 3. Ha curato dal 2007 la rubrica radiofonica “Il baco del millennio” per Radiouno. Ha scritto vari libri tra cui “Atlante della radio e della televisione” (Nuova ERI 1988), “Guardando all’Italia” (Nuova ERI 1991), “Carosello” (Il Mulino 1998) e “Il ritorno del dinosauro, una difesa della cultura” (Garzanti libri 2010). Piero Dorfles è stato ospite di Gocce d’autore a Potenza per la presentazione del suo ultimo lavoro nel giugno 2014 e oggi lo abbiamo contattato per un dialogo sul valore della lettura e dei libri e sul loro rapporto con la popolazione. Ma prima di tutto gli abbiamo chiesto come e quando nasce la sua passione per i libri e chi per primo lo ha avviato alla pratica della lettura. Lui ci ha risposto così:     

“Credo che nasca con le letture che mia madre faceva a me e a mia sorella la sera, prima che ci addormentassimo. A partire da Pinocchio per passare a Salgari e a Verne.”

La lettura è una forma di assoluta dedizione che occorre saper coltivare. Per non sbagliare, soprattutto con gli adolescenti, qual è secondo lei l’approccio migliore per avvicinare i ragazzi ai libri? Quali insomma i libri da evitare e quelli da consigliare?

“Non sono sicuro che si tratti di dedizione, quanto di acquisizione di una competenza. Leggere, infatti, secondo me, non è in sé una passione ma una capacità, una competenza che, se coltivata, può produrre passione. Ecco perché non credo ci siano libri da consigliare e altri da evitare, perché coltivare la lettura è soprattutto coltivare la capacità di affrontare un testo scritto e di trarne informazione, sapere e piacere. Da piccolo ho avuto per le mani testi orribili, che però mi hanno permesso di esercitarmi ad avere dimestichezza con il meccanismo della lettura. Così penso che oggi il problema dei giovani non sia quello di affrontare letture "nobili" ed edificanti, ma di imparare a comprendere ed apprezzare un testo. Dunque va bene tutto, da Coelo a Kafka, da Baricco a Mann, da Geronimo Stilton all'Ulisse di Joyce. La capacità di giudicare i libri più adatti a sé e alla propria formazione verrà dopo. E non esiste un'età adatta: dai dodici anni in su, tutti possono leggere tutto. Meglio che un ragazzo incontri la descrizione di un rapporto sessuale nell'Amante di Lady Chatterley che in un giornalino pornografico.”

http://oubliettemagazine.com/wp-content/uploads/Per-un-pugno-di-libri-2014.jpg

Quali sono, secondo lei, i libri che aiutano a crescere?

“Tutti. Ma i classici prima degli altri, proprio perché mettono in contatto con una forma di scrittura solida, con riferimenti importanti ai problemi dell'essere.”

E quali dovrebbero essere le letture degli adulti che vogliono cominciare a leggere?

“Stesso discorso del punto 2. Non c'è un metodo per imparare a leggere da adulti, né un testo migliore di un altro. C'è chi ha cominciato, magari dopo essere andato in pensione, con il Conte di Montecristo e chi con la Montagna incantata. A ciascuno il suo.”

Nella sua recente pubblicazione “I cento libri che rendono più ricca la nostra vita” passa in rassegna i classici della letteratura universale. Quelli che secondo Italo Calvino “non hanno mai finito quel che hanno dire”. E’ questa la chiave di lettura del suo libro?

“Veramente ho cercato di seguire un altro criterio. Calvino parla dei grandi classici in assoluto, mentre nei Centolibri io ho cercato di individuare i classici che hanno una certa popolarità, che sono entrati in un modo o nell'altro nell'immaginario letterario collettivo, quelli di cui si può parlare ovunque, in treno o in un articolo, al bar o in un programma tv, perché contengono riferimenti che sono comprensibili a tutti quelli che li hanno letti e rappresentano una forma di sapere collettivo da cui tutti traiamo immagini, tropi linguistici e archetipi del comportamento umano.”

A quale ricchezza si riferisce nel suo libro?

 

“Potrei dire che mi riferisco a una ricchezza spirituale, intellettuale, che è certo quella che il libro ispira in primis. Ma c'è qualcosa di più terreno e materiale, dovuto al fatto che chi più legge, più sa, più conosce, più pensa, più è ricco non solo intellettualmente, ma anche economicamente. I paesi dove si legge di più hanno la maggiore crescita del Pil, dei brevetti, dello sviluppo di nuove tecnologie, di servizi più efficienti. Se si tratta di una coincidenza, è una coincidenza non casuale, perché la lettura è in sé il più alto esercizio intellettuale che possa compiere l'uomo, e  - anche se non tutti i lettori e le persone colte sono migliori di quelle incolte - la intelligenza collettiva di un paese che legge è uno strumento di benessere e sviluppo che i paesi che non leggono non hanno.”

Si è buoni scrittori se si è buoni lettori. Quali sono i criteri, secondo il suo parere, per scrivere una buona storia?

  

“Credo che chi vuole scrivere debba prima aver letto e vissuto. La scrittura non è, come purtroppo molti pensano, il trasferire sulla carta sentimenti e sensibilità personali. E' la capacità di produrre in un racconto una realtà autonoma, realistica o fantastica che sia, che abbia una sua coerenza interna e rappresenti la trasfigurazione letteraria del nostro pensiero. La semplice trasposizione dell'esperienza in un racconto difficilmente sarà letteratura. Perché lo diventi è necessario che si sia sviluppato uno strumento di elaborazione analitica e critica che vada al di là del rispecchiamento del reale. Bisogna poi pensare che sono millenni che l'uomo racconta e scrive, e che è difficilissimo non ripercorrere sentieri già affollati. Ecco perché per scrivere è necessario conoscere bene i classici, capirne la chiave narrativa, lo strumento linguistico e l'elaborazione dei personaggi. Troppo spesso si pubblicano testimonianze sincere ma ingenue di persone che sentono il desiderio di condividere il loro vissuto ma non sono in grado di elaborarlo letterariamente. Tempo, fatica a carta sprecata.”

Qual è il suo rapporto con gli incipit? E qual è il suo incipit preferito?

“Gli incipit possono essere belli e terribili. A suo tempo Fruttero e Lucentini pubblicarono un libro con un centinaio degli incipit più significativi della letteratura mondiale. Rimando a quel testo. Io penso che alle volte - come in 100 anni di solitudine, o in Anna Karenina - un incipit dica più di un intero romanzo.”

http://www.bookville.it/public/books/front/9788811687481.jpgSe dovesse scrivere un libro, dopo averne letti tanti, quale storia racconterebbe? Scriverebbe un romanzo o un racconto? E che tipo di scrittore si definirebbe: di montagna o di terre basse, per usare un’espressione di Giuseppe Lupo nel suo “Atlante immaginario. Nomi e luoghi di una geografia fantasma”?

“Se dovessi scrivere un romanzo vorrebbe dire che me ne è venuta l'ispirazione, e che sarei diventato un aspirante scrittore. Per ora non sono nemmeno quello, e quindi non posso classificarmi, perché non ho mai scritto nemmeno un raccontino.”

Se dovesse partire per un’isola deserta, quale libro porterebbe con sé?

“Mi scusi, ma per quale pazzesca casualità dovrei partire per un'isola deserta con un libro solo? Meglio niente, allora: Robinson se la cavava benissimo senza libri, e sono convinto che in un'isola deserta c'è un sacco di lavoro da fare, per sopravvivere.”

Eva Bonitatibus

e-max.it: your social media marketing partner

All’Epifania regaliamo un bel libro da leggere o della buona musica da ascoltare. Si può spaziare dalle novità editoriali ai grandi classici senza tempo, l’importante è perdersi tra le righe delle pagine e le onde dei pentagrammi. Regalare un libro o un disco fa bene a chi lo riceve e anche a chi lo dona perché è più di un semplice presente, è un invito ad intraprendere un viaggio che porta oltre il tempo e lo spazio. E’ una esortazione a salire sulle nuvole e a lasciarsi trasportare dall’ebrezza del vento che lieve promette mete da sogno. Non abbiate timore a far trovare questa strenna nella calza della Befana, un bel pacchetto infiocchettato contenente le “terre promesse”. Auguri cari lettori di Gocce d’autore, che questo nuovo anno riporti nelle case di tutti tanti libri e tanta musica, che vuol dire tanto riconoscimento a chi lavora nel campo dell’editoria letteraria e musicale. BUON ANNO!

 

Numero Zero

Di Umberto Eco 
Bompiani

Numero zero

Una redazione raccogliticcia che prepara un quotidiano destinato, più che all'informazione, al ricatto, alla macchina del fango, a bassi servizi per il suo editore. Un redattore paranoico che, aggirandosi per una Milano allucinata (o allucinato per una Milano normale), ricostruisce la storia di cinquant'anni sullo sfondo di un piano sulfureo costruito intorno al cadavere putrefatto di uno pseudo Mussolini. E nell'ombra Gladio, la P2, l'assassinio di papa Luciani, il colpo di stato di Junio Valerio Borghese, la Cia, i terroristi rossi manovrati dagli uffici affari riservati, vent' anni di stragi e di depistaggi, un insieme di fatti inspiegabili che paiono inventati sino a che una trasmissione della BBC non prova che sono veri, o almeno che sono ormai confessati dai loro autori. E poi un cadavere che entra in scena all'improvviso nella più stretta e malfamata via di Milano. Un'esile storia d'amore tra due protagonisti perdenti per natura, un ghost writer fallito e una ragazza inquietante che per aiutare la famiglia ha abbandonato l'università e si è specializzata nel gossip su affettuose amicizie, ma ancora piange sul secondo movimento della Settima di Beethoven. Un perfetto manuale per il cattivo giornalismo che il lettore via via non sa se inventato o semplicemente ripreso dal vivo. Una storia che si svolge nel 1992 in cui si prefigurano tanti misteri e follie del ventennio successivo, proprio mentre i due protagonisti pensano che l'incubo sia finito. Una vicenda amara e grottesca che si svolge in Europa dalla fine della guerra ai giorni nostri.

 

La polveriera

Di Stefano Petrocchi
Mondadori

La polveriera

Stanze cariche di presenze e memorie, dove si è dispensata - e tuttora si dispensa - la gloria letteraria: "sala d'aspetto d'Immortali", scrive ironicamente Cesare Pavese, e al contempo "polveriera" in cui deflagrano le ambizioni dei maggiori scrittori contemporanei, suggerisce con realismo Maria Bellona, padrona di casa nonché animatrice del gruppo degli Amici della domenica da cui nasce il premio Strega. In quelle stanze traboccanti di libri, oltre che sulle terrazze fiorite che ospitano le riunioni della giuria, vediamo muoversi i protagonisti della cultura italiana degli ultimi settant'anni: concorrenti, editori e intellettuali facili alla polemica e alla battuta sferzante, rissosi e appassionati. La storia del premio viene narrata attraverso una galleria di dettagli insospettati, con particolare riferimento agli anni più recenti, caratterizzati dalla definitiva trasformazione dello scrittore in una figura mediatica. Alla guida del premio c'è a lungo Anna Maria Rimoaldi, amica ed erede della Bellona. Personaggio vissuto tutto dentro il Novecento che però riesce nell'impresa di traghettare nella nuova epoca le strutture un po' demodé dello Strega. Arbitro (quasi) assoluto dei destini del premio, per l'io narrante lei è semplicemente "il Capo", l'attitudine al comando fatta persona: tratto del carattere che convive con la altrettanto energica capacità di mantenersi un passo indietro rispetto ai riflettori, e con una vita intima che rimane inaccessibile...

 

 

L'arte delle lettere. 125 corrispondenze indimenticabili

A cura di Shaun Usber

Feltrinelli

 

L'arte delle lettere"L'arte delle lettere" è una raccolta di oltre cento tra le più divertenti, stimolanti e sorprendenti lettere mai scritte. La corrispondenza epistolare torna protagonista in questo volume come una delle forme espressive più coinvolgenti, intense e veritiere che abbiamo a disposizione. Le lettere rivelano le motivazioni e approfondiscono la conoscenza. Sono probatorie. Cambiano le vite e cambiano la Storia. Sono motore delle interazioni umane e fucina di idee. Sono il silenzioso passaggio segreto delle cose di valore e di quelle accidentali: l'ora a cui saremmo arrivati per cena, il racconto della nostra meravigliosa giornata, le gioie più importanti e i più terribili dispiaceri d'amore. Dalla struggente lettera di suicidio di Virginia Woolf, alla ricetta per gli scones della regina Elisabetta II inviata al presidente Eisenhower; dalla prima volta in cui troviamo in uso l'espressione OMG in una lettera a Winston Churchill, all'appello alla calma di Gandhi a Hitler; dalla splendida lettera di consigli di Iggy Pop a una fan in difficoltà, alla pregevole lettera di richiesta d'impiego di Leonardo da Vinci, L'arte delle lettere è una celebrazione del potere della corrispondenza per iscritto che cattura tutto lo humour, la serietà, la tristezza e lo splendore delle nostre vite.

 

 

 

 

 

L’incredibile Urka

Di Luciana Littizzetto

Mondadori

L'incredibile Urka

"Piccole donne s'incazzano. Perché siam buone e care, ma anche al balengo c'è un limite. E a un certo punto i nervi escono dalla guaina. Per esempio, quando scopriamo che anche gli idoli cadono: Giorgione Clooney si è sposato, e non con me. Niente più Martini, niente più party. Banderas prima affettava le mutande di Catherine Zeta-Jones con la spada e adesso impasta taralli. E Kevin Costner balla coi tonni. Anche Hollande impazzisce per la jolanda, confermando la legge della fisica per cui tir plus un pluc de gnoc che due Renault. Gli uomini d'altra parte non sono mai maturi… Passano dall'essere acerbi all'essere marci. Come i cachi. Oppure quando, forse per confermarci in che periodo siamo e da che cosa siamo sempre più sommersi, scopriamo la moda del caffè ricavato dalla cacca di animale, praticamente il caffè defecato, il Nescaghè. Per non parlare di quelle scienziate indonesiane che con la cacca ci hanno fatto un profumo, un Popò Chanel." Luciana Littizzetto-Incredibile Urka è una supereroina che come tutte le persone normali a un certo punto sbrocca e diventa verde dalla rabbia. Sconfigge i cretini a colpi di ironia, e con i suoi superpoteri trasforma le loro pirlate in perle di umorismo, la nostra incazzatura in una grande, liberatoria, risata.

 

 

 

 

La felicità delle piccole cose

Di Caroline Vermalle

Feltrinelli

10743394 10204204616109627 399214718 n

Parigi. La neve cade dolcemente sulla città, ammantando di bianco la Tour Eiffel, Notre-Dame e il Panthéon, come in una cartolina. Un uomo passeggia lungo la Senna diretto verso casa, un elegante palazzo sull’Île Saint-Louis. È Frédéric Solis, avvocato di successo con la passione per i quadri impressionisti. Affascinante, ricco e talentuoso, Frédéric sembra avere tutto quello che si può desiderare dalla vita. Gli manca una famiglia, ma dopo essere stato abbandonato dal padre molti anni prima, ha preferito circondarsi di oggetti lussuosi e belle donne piuttosto che mettere ancora in gioco il suo cuore ferito. Fino a quando, un giorno, scopre di aver ricevuto una strana eredità, che consiste in una manciata di misteriosi biglietti e in un disegno che ha tutta l’aria di essere una mappa. Cosa nasconderanno quegli indizi? Convinto di essere sulle tracce di un quadro dimenticato di Monet, Frédéric decide di tentare di decifrare la mappa. Grazie all’aiuto della giovane e stralunata assistente Pétronille, inizia così un viaggio lungo i paesaggi innevati del Nord della Francia, tra i luoghi prediletti dai suoi amati impressionisti: Éragny, Vétheuil, il giardino di Monet, con una tappa d’obbligo al Musée d’Orsay. Di incontro in incontro, di sorpresa in sorpresa, torneranno a galla ricordi che Frédéric credeva di aver dimenticato, e un tesoro ben più prezioso di qualsiasi ricchezza.

 

 

 

 

 

A very special Mario Christmas

Di Mario Biondi

Cofanetto cd – dvd

Mario Biondi 1

“A VERY SPECIAL Mario Christmas” è un cofanetto CD+DVD che raccoglie la magia di “Mario Christmas”, 3 nuovi straordinari brani e le immagini dell’emozionante concerto di Natale del Sun Tour, registrato a Napoli nel 2013. Nell’album, realizzato tra l’Italia e New York, Mario Biondi reinterpreta classici natalizi come Last Christmas, Let it snow, Have yourself a Merry Little Christmas regalando immediatamente un’atmosfera calda e sofisticata con la sua voce inconfondibile.

A cura della redazione

e-max.it: your social media marketing partner

Familydom

Visible White Photo Prize 2015, 4a edizione.

Scadenza: 28 febbraio 2015

visiblewhite

 

E’ un premio internazionale aperto a fotografi ed artisti italiani e stranieri senza limiti di età o di esperienza. I progetti, serie o essays fotografici devono essere elaborati sulla base del tema proposto dai curatori Francesca Fabiani e Paul di Felice.

“Dai tempi della mostra The Family of Man curata da Edward Steichen nel 1955, il concetto di “famiglia” è cambiato radicalmente. Le immagini che scelse, fondamentalmente portatrici dei valori di una comunità rurale difficile ed umana sono molto distanti dalle visioni etiche ed estetiche globalizzate di oggi. Negli anni '80 e '90 l'idea umanistica della famiglia era già stata sostituita da concezioni multiformi e frammentate di rappresentazione del mondo in molte mostre postmoderne.

L’avvento del digitale, l’immissione sul mercato di dispositivi di facile utilizzo come smartphone e tablet, uniti al proliferare dei social network, hanno letteralmente trasformato le modalità di comunicazione, di esperienza della realtà e di auto-rappresentazione degli individui.

L’ambiente domestico e “familiare” non si sottrae a queste trasformazioni ma anzi, anche in virtù del suo mutato significato sociale, assimila questo nuovo modo di comunicare generando nuove iconografie.

Nel contesto della società post-umana, della manipolazione genetica e della cyber-cultura molti fotografi oggi indagano lo status del corpo, dell'individuo e del gruppo reinterpretando i diversi generi ed i temi umani in un atto fotografico sperimentale.

Alla luce di queste rivoluzioni, il tema proposto intende indagare l’impatto “sociale” della fotografia e il ruolo cruciale che essa assume nella “certificazione” dell’identità e nella comprensione (o compromissione?) del reale.”

Totale Premi* 4.000 €

- 2.500 € per il Best Project

- 1.500 € per il Runner-up Project

In più, sarà assegnato ad uno dei partecipanti a Familydom un workshop o corso gratuito presso la Fondazione Studio Marangoni, Firenze.

Per tutte le info:

www.premioceleste.it

A cura della redazione

e-max.it: your social media marketing partner

Caro Gesù Bambino,

si avvicina anche quest’anno la data del tuo compleanno e sento il bisogno di rivolgermi a te non per formularti una richiesta, bensì per pronunciare una preghiera. Parole semplici che abbiano il potere di attirare la tua immensa attenzione verso i palpiti che muovono il mondo. Fluttuazioni che non sempre riescono a determinarne gli effetti, oscillazioni del cosmo che gesu 1spostano ora di qua ora di la le fragilità dell’umanità. Pensieri e azioni, gli uni a rincorrere le altre, in un ritmo sempre più veloce che si conclude in un vortice che tutto comprende e tutto risucchia. Una frenesia che attanaglia noi uomini incapaci di osservare il creato con gli occhi dello stupore infinito e riconoscente. Gli occhi. Quelli delle nostre mamme. Quelli che per primi hanno visto la luce dell’universo. Ti prego Gesù Bambino, non farmeli più vedere velati di mestizia e di rassegnazione. Uno sguardo che di tanto in tanto si appanna e si disorienta e impaurito cerca le pagine di un nuovo capitolo per riprendere a comprendere il significato di ciò che è scritto. Si, perché solo tu sai come andrà a finire la nostra storia, noi non possiamo fare altro che affidarci a te e alla tua purezza.

Caro Gesù Bambino, ridona luce ai nostri papà che un tempo erano forti come leoni e oggi sembrano cuccioli che hanno smarrito la loro mamma. Restituiscigli la forza di un tempo, quella che serve loro per entrare in un nuovo luogo della vita. Le loro spalle si sono incurvate, come se la porta per entrare in questa nuova casa sia troppo stretta e loro facciano fatica a passarvi. Aiutali per favore ad dischiudere il loro plesso solare così che l’orizzonte si apra ampio e luminoso e loro non debbano più provare fatica nel varcare la soglia della nuova era.

Caro Gesù Bambino, ti prego di continuare a volgere il tuo sguardo docile e amabile verso tutti i bambini del mondo. Proteggili dalla barbarie di questo tempo incivile e bruto, avvolgili nel tuo abbraccio salvifico e fa che il loro cammino sia lucente come la scia della stella che conduce a te. Proteggi i loro sogni e fa che nessuno più tradisca la loro immensa bontà. I loro sorrisi sono come raggi di sole, colpiscono in profondità fino a farti bruciare gli occhi. Fa che nessuno oscuri mai più questa luce.

Caro Gesù Bambino, fai sentire le tue braccia morbide intorno al collo delle persone che temono di aver perso la fiducia verso il proprio sentire. Spalancagli le orecchie del cuore e rassicurale sui passi da compiere. Porgigli la tua guancia paffuta e lasciagli affondare tutto il loro essere dimentichi delle cose brutte del mondo. Dai loro la tua piccola manina, si sentiranno sicuri nella tua stretta, e conducili lungo il sentiero che solo tu conosci.gesu 2

Caro Gesù Bambino io ti prometto di continuare ad usare i miei occhi per camminare nella bellezza che avvolge il creato per coglierne i rapimenti e rinnovarne le emozioni. “Non vivere invano la tua vita”, ce lo ha comandato Dio, e quando al tramonto del sole io mi fermo a piangere di fronte allo struggente spettacolo del cielo che muta colore, il buio annuncia l’inizio di una nuova raffigurazione: il sorgere delle stelle. Io mi incanto a fissarle. Sono come le tue parole, Signore, esse non tramontano mai.

Eva Bonitatibus  

e-max.it: your social media marketing partner

dialogare31Vogliamo dedicare la rubrica del dialogo ad un’inedita intervista con i grandi poeti della letteratura universale che hanno manifestato il loro pensiero sul Natale attraverso poesie e racconti sulla vicenda più attesa dell’anno. Nel nostro spazio ideale abbiamo incontrato Umberto Saba, Salvatore Quasimodo, Gianni Rodari ai quali abbiamo chiesto cosa rappresenti per loro la festa che celebra la nascita di Cristo e l’arrivo del nuovo anno. Umberto Saba ci ha raccontato della magica atmosfera che vive la notte di Natale, raccolto nell’intimità della sua casa. Un sentimento che esprime con delicatezza e sui quali si pone alcuni interrogativi:

 

 

 

 

 

dialogare4

Nella notte di Natale

Io scrivo nella mia dolce stanzetta,

d’una candela al tenue chiarore,

ed una forza indomita d’amore

muore la stanca mano che si affretta.

Come debole e dolce il suon dell’ore!

Forse il bene invocato oggi m’aspetta.

Una serenità quasi perfetta

calma i battiti ardenti del mio cuore.

Notte fredda e stellata di Natale,

sai tu dirmi la fonte onde zampilla

improvvisa la mia speranza buona?

E’ forse il sogno di Gesù che brilla

nell’anima dolente e immortale

del giovane che ama, che perdona?

 

Signor Salvatore Quasimodo lei si interroga sull’umanità che non ha pace, della cattiveria che spesso mette i fratelli gli uni contro gli altri. Qual è il messaggio che vuole trasmettere?

dialogare1

Natale. Guardo il presepe scolpito,

dove sono i pastori appena giunti

alla povera stalla di Betlemme.

Anche i Re Magi nelle lunghe vesti

Salutano il potente Re del mondo.

Pace nella finzione e nel silenzio delle figure di legno: ecco i vecchi

Del villaggio e la stella che risplende,

e l’asinello di colore azzurro.

Pace nel cuore di Cristo in eterno;

ma non v’è pace nel cuore dell’uomo.

Anche con Cristo e sono venti secoli

Il fratello si scaglia sul fratello.

Ma c’è chi ascolta il pianto del bambino

Che morirà poi in croce fra due ladri?

 

La leggerezza della poesia in versi. Gianni Rodari è il maestro delle filastrocche e delle rime e lui si diverte a mettere le parole insieme che abbiano una sonorità simpatica e divertente. Quali sono le sue aspettative per il nuovo anno che verrà?

dialogare2

Voglio un gennaio col sole d’aprile,

un luglio fresco, un marzo gentile;

voglio un giorno senza sera ,

voglio una mare senza bufera;

voglio un pane sempre fresco,

sul cipresso il fiore del pesco;

che siano amici il gatto e il cane,

che diano latte le fontane.

Se voglio troppo, non darmi niente,

dammi una faccia allegra solamente.

 

L’incontro virtuale con i poeti senza tempo ci ha fornito lo spunto per parlare del Natale in letteratura in maniera lieve. Parole leggere come i fiocchi di neve che imbiancheranno i tetti delle case e che renderanno ancora più suggestiva l’immagine del Natale. Auguri di un Santo Natale a tutti i lettori della nostra rivista!

 

Eva Bonitatibus

 

 

 

 

e-max.it: your social media marketing partner

 

scrivere2

Canto di Natale (A Christmas Carol) è la più classica delle storie natalizie. Romanzo breve di genere fantastico del 1843, dalla penna di Charles Dickens, è stato reinterpretato al cinema e al teatro, utilizzato anche a scopo didattico e rivisto in chiave fumettistica oltre che nella più tradizionale delle vesti letterarie.

 

 

L’opera rappresenta una finestra di tempo, senza tempo.

 

Si rinviene in senso più ampio, lo spaccato di una Londra cieca e costellata da analfabetismo, povertà e sfruttamento minorile. Un’immagine fin troppo vivida di quanto ancora non sia cambiato nel mondo. È forse proprio questo il trait d’union.

 

Oltre a ciò, si attesta come espediente ideale, usato dall’autore per criticare le faglie di una società arretrata e brutale, soprattutto nei confronti dei più deboli. Per contro, non manca di offrire uno spiraglio di speranza e quindi di luce finale.

 

Il burbero protagonista, Scrooge, ricco finanziere, avaro al punto da non vivere se non in funzione della sua satolla cassaforte di denari e fortemente opposto all’idea del Natale, si converte di fronte a un’evidenza cristallina e inconfutabile che gli si manifesta per il tramite di tre fantasmi che vanno a turbare la sua personale notte di Natale.

 

L’amico e socio in affari, Marley, morto, gli appare per primo per introdurre quello che sarà un “cammino onirico” di analisi del dolore e redenzione.

 

Il riflesso del Natale Passato gli propone cartoline della sua infanzia, desolata d’affetti; non ha che il nipote Fred al suo fianco, ma l’opposizione al ragazzo è totale, tanto da fargli rifiutare tutti i suoi inviti a trascorrere le festività in famiglia.

 

scrivere 1Il Natale Presente lo fa ridestare dopo ore di cupa disperazione e terrore. Scrooge si ritrova a osservare la famiglia di Bob Cratchit, suo lavorante, sfruttato, maltrattato e non pagato come si converrebbe, con un figlio gravemente malato al quale non può garantire le cure.

 

La nebbia accoglie il Natale Futuro, accompagnatore silenzioso e triste. Il vecchio brontolone vede la proiezione del suo funerale, momento in cui subisce lo scherno di quanti lo hanno conosciuto nella vita.

 

Al risveglio, scopre con sollievo di essere in tempo per rimediare. Va per strada e fa doni, consente al piccolo Tim (figlio del suo dipendente, al quale corrisponderà finalmente uno stipendi dignitoso) la guarigione e soprattutto accoglie finalmente l’invito del nipote Fred.

Un circolo che si chiude. Un lieto fine di senso, che vale come auspicio generale.

 

 

e-max.it: your social media marketing partner

LOGO B 2 1