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Redazione

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Pubblichiamo volentieri l’intervento di un nostro lettore, Canio Franculli, Dirigente scolastico in pensione, sulla figura del critico d’arte. Un articolo interessante che propone un excursus nella storia della filosofia e dell’arte. Buona lettura!

Credo che l’estetica e l’arte siano tra gli osservatori più interessanti esistenti sulla realtà. Cos’è l’arte è naturalmente argomento complesso. E in particolare ancora più complessa sembra essere l’arte contemporanea. Diventa, invece, di semplice e lineare definizione se si accetta l’argomentazione base di Kant, espressa nel “La critica del giudizio. Scrive Kant: “Per distinguere se qualcosa è bello o no, noi riferiamo la rappresentazione non all’oggetto, per la conoscenza, ma al soggetto e al suo sentimento del piacere e del dispiacere mediante l’immaginazione (forse legata con l’intelletto). Quindi il giudizio di gusto non è un giudizio di conoscenza, e dunque logico, ma è estetico, intendendosi con ciò che il suo principio di determinazione non può essere altrimenti che soggettivo”. Questo dice Kant: il giudizio di piacere è personale. Più tardi un altro grande dirà che ciò che piace è scientificamente osservabile e misurato. Quindi non ha nulla di personale ma è oggettivo. Il piacere e la grandezza di un’opera non è affidata al giudizio personale ma sono soggetti a una analisi e a una valutazione obiettiva. Se personalmente ho capito bene credo che uno dei massimi critici contemporanei, Vittorio Sgarbi, sia di questo secondo parere.

    

L’arte classica si presta ad essere di più facile e immediata lettura e di intuitivo giudizio valutativo. Gli angeli che si dipingevano erano angeli, i bei  visi aristocratici o di Madonne erano bellissimi visi e la prospettiva era reale prospettiva. Ma la prospettiva con Pat Mondrian è diventata altra, è diventata moderna. A partire dagli anni di nascita della modernità il concetto di bellezza, e il pensiero stesso, è diventato sia oggetto che  soggetto d’arte, indipendentemente dalla sua oggettuale riproduzione rappresentativa.

Non occorrono più Madonne, non occorrono piazze (La scuola di Atene, per esempio), non occorre rispettare fedelmente le proporzioni (Chagall per esempio) per fare arte.

L’oggetto d’arte è diventato talmente minimalista da diventare altro dal passato e confluire sulla tela in macchie, in tagli o monocratismi di varia concezione. Nascono e si sviluppano l’arte astratta e quella concettuale.  Un taglio (Fontana) è concetto. Il concetto è un prodotto umano e quindi è  progetto naturalmente estetico, oltre che etico e politico. Il taglio è progetto che va oltre la tela e il cromatismo facendo parlare e unire i mondi dell’uomo che stanno avanti e dopo, sono ferite aperte, paesaggi e passaggi che non occorre più definire: esistono e ora sono materialmente visibili nell’essenzialità del taglio.

L’arte pittorica si spinge fino a fare a meno dei pennelli e dei colori e nascono le monocromatiche tele ondulate su chiodi di Enrico Castellano.

Il tempo, già agli inizi del Novecento, nel ‘17, è maturo per la modernità perché basti ora soltanto una firma per legittimare l’arte: la si può mettere su un orinatoio (Marcel Duchamp) o, negli anni Sessanta, su scatolette di merda che diventano merda di autore (Piero Manzoni). In America Pollock prende a verniciate in faccia le tele, la forma non serve più a niente, e poi le ritaglia. Il suo dolore, la sua voglia di vivere, di essere e di dire diventa rabbia creatrice che, distruggendo, si racconta. Rothko dipinge quasi monocromaticamente grandi superficie che non sono però luoghi deserti, ma luoghi che invitano a un percorso interno. Sono storie che si lasciano leggere e percorrere. L’occhio del moderno che li vide è occhio figlio di una modernità che consente letture altrimenti impensabili in tempi antichi dominati da altre culture.

L’arte moderna, per la sua natura spesso demolitrice o minimalista, comincia a configurarsi sempre  più anche quale luogo di un sapere estetico creativo spesso indecifrabile e caotico. Soprattutto per il grande pubblico. Vi occorre una guida, una lampada che illumini la sua strada e il suo obiettivo, quindi il suo progetto politico-esistenzialista.

Nella pittura pre-ottocentesca venivano rappresentati ritratti, figure e paesaggi fedeli alle regole classiche della pittura. Tutte le composizioni erano ben leggibili. Poi, lentamente, dagli impressionisti in poi, passando da Paul Klee fino a Picasso e arrivando agli anni Cinquanta americani, con Pollock o con Rothko, e poi ancora negli anni Sessanta europei e successivi, dalla Pop Art di Mario Schifano alle opere e alle performances di autori come Cattelan o Marina Abramovic, le cose cambiano. Perché è la società che nel frattempo è enormemente cambiata sotto l’influenza, tra l’altro, della tecnologia e del consumismo.

La figura del critico d’arte nasce alla fine della seconda metà del Settecento e ha subito uno sviluppo continuo e complesso impensabile all’inizio, ma anche altrettanto necessario e insostituibile per leggere e comunicare il cambiamento.

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Oggi l’arte non può fare a meno del critico, professionista nel quale convergono l’intellettuale, il commerciante e l’artista. E altrettanto consolidata è la considerazione che il mondo dell’arte contemporanea è interessato ad uno sviluppo di sempre maggiori proporzioni, particolarmente legate alle necessità di incremento della sua funzione socio-culturale e del suo uso e valore economico-finanziario. L’ arte non può fare a meno di essere anche un prodotto commerciale. E il critico non è estraneo a questo aspetto della produzione artistica. 

E’ una figura che è andata specializzandosi negli anni  e che la si trova a qualsiasi livello del mondo artistico: dagli eventi internazionali degli spazi espositivi dei grandi musei e delle grandi gallerie, fino  alla miriade di eventi legati alle piccole gallerie e alle proposte locali, di aree territoriali, quindi,  molto ristrette e periferiche.

Nel panorama del mondo dei critici vi sono quelli che  scrivono saggi tradotti anche in altre lingue, fanno didattica, promuovono convegni  e collaborano con l’editoria e gli spazi museali sia nazionali che internazionali. Sono studiosi che insegnano all’università o in prestigiose accademie. Questi critici tendenzialmente danno all’arte contemporanea un apporto teorico e una prospettiva storica. Sono professionisti solitamente non militanti e che si interessano prevalentemente di grandi mostre nonché di artisti già ampiamente affermati.

Una funzione particolarmente specifica al campo dell’informazione di massa viene svolta dai critici che curano rubriche fisse di grandi o piccoli quotidiani o riviste specializzate. Questi incidono sugli autori e sulle loro opere in misura direttamente proporzionale all’area territoriale nella quale operano.  Più il loro media è di larga fascia, e quindi comprende un pubblico di vaste proporzioni, più la loro posizione e il loro potere di incidenza è maggiore. Nella misura in cui si riduce la loro area il territoriale di riferimento decresce anche la loro autorevolezza, pur continuando, naturalmente,  ad essere senz’altro critici corteggiati dagli artisti locali di cui sono in grado di decretarne in zona il successo o meno.

A qualsiasi livello i critici di solito si servono e privilegiano la carta stampata. Il mezzo televisivo e il web svolgono anch’essi una funzione informativa e divulgativa  ma che non ha ancora raggiunto l’efficacia riconosciuta alla carta stampata, dai cataloghi all’articolo e al saggio.

La diffusione delle notizie per mezzo della stampa scritta riversa un’importanza altrettanto strategica, sia a livello locale che di più ampia portata, di cui si serve il critico d’arte: riesce a dare immagine al singolo artista o anche a un’esposizione museale o a un programma istituzionale pubblico. Bisogna far conoscere, divulgare, parlarne. E non importa parlarne necessariamente bene, basta parlarne. Il successo legato allo scandalo di recensioni negative è stato spesso ben cavalcato dagli interessati, che sono stati in più casi capaci di trasformarlo a proprio vantaggio.

Il critico d’arte è figura complessa e di grande attualità sulla quale occorrono più attente riflessioni e più mirati confronti. Non lo si può erroneamente ridurre a figura secondaria, di semplice e banale parolaio che riempie la paginetta, più o meno grande, di didascalia dell’ultimo artista che è in mostra.

Canio Franculli

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Con Mi siedo davanti ai fiori nella speranza che m'insegnino l'arte di aprirsi – Koyczan, scatto di Francesca Soloperto, rendiamo omaggio alla primavera e alla bellezza dei suoi colori. Un messaggio di intensa delicatezza!

misiedo

A cura della redazione

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ilmuroverde

Era lì che mi recavo ogni giorno. Nei pressi del muro verde che il calcare e l’umidità avevano creato negli anni. Proprio il verde, che in natura non può prosperare in assenza di luce solare – che incredibile mistero mi era sempre parsa la fotosintesi clorofilliana! – in quel luogo era tanto più intenso e vivo quanto più l’ombra regnava incontrastata. E poi, ogni volta che la guardavo, quella conformazione spontanea così strana e cangiante mi riportava con la mente ad un’immagine diversa. Un giorno mi sembrava di contemplare le maestose cascate del Niagara, paradigma di grandezza e di violenza, il giorno dopo mi sentivo un esploratore penetrato avventurosamente nella lussureggiante Amazzonia, sulle rapide che scorrevano tumultuose nel fitto della vegetazione tropicale, quello dopo ero nel bel mezzo della tundra artica a parecchi gradi sotto lo zero, in cerca di muschi e licheni che mi tenessero in vita in quelle condizioni estreme. Una volta mi sorpresi perfino a piangere, pensando al mio caro papà, che ogni anno verso la fine di Novembre mi portava con lui nel bosco a raccogliere il muschio fresco - sì proprio quello di cui mi nutrivo durante le mie immaginarie spedizioni polari – per farci il Presepe. Che poi mi ero sempre chiesto se ci fosse davvero tutto quel verde in Palestina, senza mai riuscire a darmi una risposta convincente. Quel rito familiare era comunque per me un tenero ricordo, ahimè così lontano!

Ogni volta era un viaggio, nella fantasia o nella memoria, ma quelle suggestioni erano così forti che mi appagavano come un’esperienza vissuta col corpo e non solo con la mente. Un pomeriggio mi parve di vedere, nitide davanti ai miei occhi in tutto il loro sorprendente splendore, le stalattiti che tanto mi avevano impressionato tanti anni prima, in gita di quinta elementare, alle grotte di Castellana. Di tanto in tanto mi capitava anche di ridere, ridere come un pazzo, proprio a crepapelle, senza un apparente motivo. Allora mi voltavo di scatto e mi guardavo intorno con fare circospetto, nel timore che qualcuno mi vedesse e pensasse che pazzo lo fossi davvero. La verità è che se ridevo avevo i miei buoni motivi, come quel giorno che mi tornarono in mente le alghe dell’Adriatico e quella disgustosa sensazione che provai nel ritrovarmele in bocca, mentre giocavo a domare i cavalloni, la prima volta che i miei genitori mi portarono al mare a Rimini. All’inizio erano state urla e conati di vomito trattenuti a stento ma poi la situazione si era fatta divertente: mi era venuto da pensare a tutte le storie che facevo puntualmente per mangiare gli spinaci preparati da mia madre, certamente molto più saporiti di quelle erbacce di mare, e a quella volta che avevo rifiutato diecimila lire pur di non assaggiare il minestrone di verdure.

Che fossero risa o lacrime, sarei rimasto per delle ore davanti a quel muro, seduto a terra con le gambe incrociate alla maniera degli yogi o sdraiato a pancia in giù con il palmo della mano a sostenere il mento, come se stessi leggendo un libro, disteso su un fianco come uno che sta per appisolarsi o supino con le braccia dietro la desta leggermente sollevata dal suolo, nella posizione del sognatore. Solo in quel luogo mi sentivo ancora vivo, capace di provare emozioni, tutt’uno con me stesso, in sintonia col mio passato, con il bambino che ero stato e con l’uomo che ero. Tutt’intorno non c’era altro che sofferenza, squallore, negazione dell’umano e morte cerebrale. Lontano da quel muro il tempo si fermava e io desideravo che la fine arrivasse rapida e indolore. Come tutti, nel braccio della morte del penitenziario di San Quintino, dov’ero entrato un numero imprecisato di anni prima per una brutta storia di sballo e di amicizia tradita. L’alba del sogno americano era tramontata troppo presto per me, come nel peggiore degli incubi, e avevo dovuto dire addio per sempre al mio zaino da globetrotter, sepolto insieme a migliaia di altri oggetti senza memoria in uno scantinato buio e maleodorante. Quanto a me, ero rimasto sospeso a mezz’aria come gli altri, affacciato sull’abisso che separa la vita dalla morte. Ma io – questa è la verità - continuavo a scegliere la vita. Almeno nella mezz’ora d’aria passata lontano da tutti, nell’angolo più in ombra del cortile, davanti al mio bel muro verde.

Vito Daniele Cuccaro

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Basilicata, gennaio 2016 è il titolo dell’immagine che riceviamo da Attilio Bixio, appassionato di fotografia già ospite della nostra rivista. Pubblichiamo ancora una volta il frutto della sua arte per la forza comunicativa dello scatto che coglie alcuni aspetti di questa regione: il silenzio immerso nei colori pastello della natura di gennaio e il senso della vastità di un territorio.

Ridotto 3

A cura della redazione

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raccontoinedito cielo 1

Il cielo oggi è magnifico. Vi sono dei giorni in cui la natura incanta e sa essere dolce come miele, lasciandosi inseguire fino all’ orizzonte tra i pendii della sua dolcezza. Non credo che essa sia stata voluta e creata da qualcuno dal nulla. Mi riferisco a Dio. Penso piuttosto che si sia sempre gestita e continua a gestirsi da se stessa, cioè da tutto ciò che nel corso del tempo ha contenuto e continua a contenere, me compresa che oggi vi faccio parte. Ed io, per esserci oggi,  sono in qualche modo sempre esistita anche nel passato. Il mistero che avvolge origini e destino fa parte della sua bellezza. Me ne sto lontana da chi rivendica la conoscenza del segreto. I segreti sono segreti. Dobbiamo sfidarli ma anche umilmente accettare. Sotto il misterioso cielo in cui vivo non c’è niente e nessuno che sta fermo. C’è gente che va, gente che viene, e dappertutto fermenti di vita che nascono dall’attimo prima che è morto. Anch’io gioco la mia parte. Chissà di cosa è capace l’ottanta per cento dell’antimateria che è nell’universo, quindi anche tra i liquidi del mio corpo e di ciò che mi circonda, e di cui si sa solo che esiste, e nient’altro. Niente. Il mistero è una sfida. A volte magnificamente gioiosa, a volte crudele. 

-      Ciao Rosy, ciao.

-      Torno per pranzo, va bene?

-      Ok. Va bene. Stai attenta.

Una farfalla rossa, gialla e blu mi vola intorno. Le farfalle non parlano. Solo gli uomini lo fanno: questi esseri che nella loro vita costruiscono idee. Nelle quali navigano. Chiedendo, correndo, interrogandosi e rompendo l’anima al prossimo. Al mondo delle idee del prossimo.

Le farfalle volano e basta. La scienza delle parole dell’uomo lo sa il perché ma a loro, alle farfalle, non gliene frega niente. Non se ne interessano. Continuano a volare e a fare quello che sanno fare senza chiedere nient’altro a se stesse e al mondo intero. Sono sagge le farfalle. Ce n’è una, la più grande del mondo, che rilascia nell’aria il suo feromone per richiamare il maschio compagno, questo la raggiunge, anche a distanza di chilometri riesce a sentirla e a raggiungerla, si accoppiano e poi tutte e due muoiono. Vivono pochi giorni e nascono senza bocca e senza apparato digerente perché non si cibano, nascono solo per accoppiarsi e poi morire. Sono essenziali le farfalle: la vita è solo riproduzione della specie.

Rosy mi ha regalato un libro. Lo sto leggendo. Tra un capitolo e un altro mi alzo dalla sdraio e cammino a piedi scalzi sul prato di casa. Non ho paura di farmi male. Lo tengo pulitissimo. Ogni tanto mi fermo, pensando ad una frase appena letta oppure allungando la mano a misurare la ciccia che trasborda dai miei fianchi e mi dico Ah! prima o poi dovrò decidermi ad andare in palestra, poi ritorno sulla mia sdraio, prendo in mano il libro e ricomincio a leggerlo.

C’è una quercia stupenda in giardino: alta e possente. E’ il mio totem. A volte, andando su e giù sull’erba, mi fermo vicino a lei, allungo le mani sulla sua pelle rugosa e l’abbraccio e le mie braccia si allargano come ali fino a metà della sua circonferenza. E’ da tanto tempo che ci conosciamo: da quando ero bambina. All’epoca era già grande e affascinante. E’ sempre stata molto bella.

La casa nella quale abito è a pochi metri dalla quercia, è bianca e ha gli infissi di legno che ho dipinto di celeste. Mi piace molto il celeste. Ma li avrei potuto dipingere anche di rosso. Anche il rosso sta molto bene con il bianco: colore che può essere invaso e percorso da qualsiasi racconto cromatico, dal tragico al romantico.

Adesso la casa avrebbe bisogno di un po’ di manutenzione, è malandata. Non molto, ma lo è. Un giorno mi dedicherò completamente ai lavoretti di cui necessita. Quel giorno andrò anche in palestra. Inizierò la nuova stagione della mia vita facendo entrambe le cose con inizio nello stesso giorno. Waoo! A volte mi meraviglio di me stessa: di quanti bei propositi è strapiena la mia testa. Senza parlare poi del cuore, sempre pulsante di passione per qualcosa o per qualcuno. Non si ferma un attimo. A volte scappa così forte da non riuscire a raggiungerlo. E così succede che dopo un po’ ci perdiamo per strada, lungo percorsi differenti. 

Verrà un giorno in cui una delle mie due figlie, Rosy o l’latra, quando non ci sarò più, forse in questa stessa casa che avrà di nuovo bisogno di un po’ d’ordine e cambiamento, metterà una mia foto, sagomandone i bordi per adattarla, in una cornice che poserà  poi su un ripiano. E quando entrerà  nella stanza alzerà lo sguardo e  mi guarderà, ricordando.

Abito alla periferia della città. Il mio vicino di casa è un signore anziano e corpulento che nella stagione estiva veste quasi sempre con sgargianti camicie a quadroni. Ha una pancia pronunciata anche lui e una cinta di capelli lungo il cranio che gli formano una naturale aureola, simile a quella che i pittori dipingono sulla testa dei santi.

Anche casa sua ha un piccolo giardino intorno. Qui dove io abito tutte le case hanno un piccolo giardino. E anche il vicino di casa, come me, ama passeggiarvi dentro. E anche lui come me, camminando, ogni tanto si ferma e si guarda intorno, come a cercare qualcosa o qualcuno. Ma non si ferma con un libro in mano. Lui si ferma senza libro in mano. Si ferma e basta. E scruta il cielo come a cercare qualcosa. Ma io lo so che non cerca niente. Lo conosco dai tempi della quercia antica. Da sempre si guarda intorno, a volte con aria perplessa, a volte rassegnata, a volte felice, a volte triste. Non so cosa cerca ma so che cerca. Non mi meraviglio più quando lo vedo portare sugli occhi la mano a visiera, per proteggersi lo sguardo dal bagliore della luce, mentre scruta nell’orizzonte il niente che ha preso una qualche forma nella sua mente.

Una volta uscì di casa dopo averne aperto perentoriamente la porta, si piazzò a piedi larghi sul cancelletto di fronte alla strada, si guardò intorno prima da un lato e poi dall’altro, poi tornò indietro, riaprì la porta e, guardandovi dentro, gridò che adesso ci andava lui a vedere che era successo. Quindi richiuse con forza la porta, ritornò sui suoi passi e si avviò lungo la strada. Ma in casa non c’era nessuno. Lo sapevo bene. Era vedovo da più di vent’anni e non abitava con nessuno. Ed io  erano quasi vent’anni che per tre volte alla settimana gliel’andavo a pulire.

Un’altra volta, appena entrai a casa sua per le solite pulizie infrasettimanali, lo trovai a distanza di qualche metro dirimpetto alla porta, vestito in tuta da ginnastica, col collo proteso in avanti  e le gambe e le braccia allungate e immobili. Erra irrigidito nella posizione di chi per la fretta cammina allungando il passo e guarda dritto davanti a sé. Gli chiesi cosa stesse facendo. Non mi rispose subito. All’inizio pensai che non mi avesse neanche vista. Poi lentamente girò lo sguardo verso di me e disse: Mi sto preparando ad andare. – Per dove?, gli chiesi. - Non so, ma devo andare. E’ giunta l’ora-. Poi non disse più nulla, e ritornò a puntare lo sguardo in quel luogo indefinito che si trovava in fondo all’orizzonte del suo mondo. E che solo lui vedeva.

Canio Franculli, 2016

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Un omaggio alla poesia. In questo numero della rivista vogliamo dedicare la rubrica “investire” alle strutture museali che continuano a far vivere la poesia e i poeti attraverso le loro attività. Vi invitiamo ad intraprendere un fantastico viaggio alla scoperta delle case-museo della poesia che compongono il già ricco patrimonio culturale italiano. Buon divertimento!

Casa delle Arti - Spazio Alda Merini

Casa Alda MeriniNella ex-tabaccheria comunale di via Magolfa, a un passo dal Naviglio Grande a Milano, rivive il ricordo della poetessa Alda Merini, una personalità straordinaria, dolce e generosa. Al piano superiore è riprodotta una delle stanze dell’abitazione della poetessa, con un percorso poetico intitolato 'Sono nata il ventuno a primavera' che ripropone su pannelli la sua biografia e alcune delle sue poesie. Lo spazio, la cui gestione è stata affidata dal comune di Milano all'associazione "La Casa delle Artiste" propone l'organizzazione di corsi, attività, eventi, un caffè letterario e una libreria cartacea e multimediale. Si propone di tenere viva l'opera letteraria e l'eredità umana di Alda Merini contribuendo alla valorizzazione della poesia e di tutte le forme artistiche ad essa correlate.

 

Orari di apertura museo: giovedì, venerdì, sabato e domenica dalle 18:00 alle 22:30. Per visite oltre l’orario previsto contattare il 3317570256

La casa natale di Giovanni Pascoli

Casa PascoliLa casa natale di Giovanni Pascoli, monumento nazionale dal 1924 e proprietà dello Stato, è il luogo che ha profondamente segnato l'infanzia del poeta, il quale ha vissuto in questa casa fino ai sette anni di età, continuando a frequentarla anche nel periodo giovanile. Il ricordo del periodo sereno trascorso a San Mauro è rievocato in molte poesie con grande nostalgia e affetto, soprattutto per il fortissimo legame con la famiglia e l’attaccamento alla propria terra d'origine. Casa Pascoli ha subito notevoli danni durante la seconda guerra mondiale, ragione per cui è stata ristrutturata in modo da ripristinare la struttura originaria; c'è un'unica stanza però che è rimasta intatta e si presenta al visitatore così com'era durante l’infanzia del poeta, la cucina. Essa conserva l'antica travatura in legno del soffitto, il grande focolare domestico, l'acquaio in pietra ed è arricchita con utensili, mobili d'epoca e cimeli di famiglia. L'altra sala al piano terra viene utilizzata come saletta espositiva; ogni anno il Museo Casa Pascoli promuove, qui e nella saletta al primo piano, mostre documentarie e fotografiche di interesse pascoliano e di storia locale. Al primo piano si trovano invece la camera in cui nacque Giovanni Pascoli, con l'antica culla in legno e il mobilio dello studio di Bologna, quando il poeta insegnava letteratura italiana all’Università. Il Museo Casa Pascoli promuove ogni anno laboratori didattici per le scuole, visite guidate ai luoghi pascoliani, mostre, letture di poesia. Oltre alla conservazione di un ricchissimo archivio di volumi, carteggi e documenti pascoliani, il Museo cura anche la pubblicazione di cataloghi che raccolgono ricerche inedite di interesse pascoliano e di storia locale.

Contatti:

Museo Casa Pascoli

Tel.: 0541.810100

Fax: 0541.934084

Direttore: Rosita Boschetti

www.casapascoli.it

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Casa Carducci

Casa museo CarducciCasa Carducci è un istituto del Comune di Bologna  per la conservazione e la fruizione pubblica, per la valorizzazione e lo studio della biblioteca e dell'archivio di Giosue Carducci (1835-1907), nella casa, con gli arredi e le suppellettili originali, dove lo scrittore ha abitato dal 1890 fino alla morte raccogliendo e organizzando un cospicuo patrimonio di memorie e di cultura. È un organismo complesso e originale: casa museo, dimora storica con giardino e monumento in onore del poeta, raccolta di oggetti e documenti carducciani, centro di informazione specializzata sulla produzione dello scrittore, nonché punto di riferimento per gli studi letterari ottocenteschi. Inaugurato il 6 novembre 1921, l’istituto si è aperto, dal 1997, alla vicenda della scrittura novecentesca e contemporanea attraverso l'acquisizione di librerie e archivi di studiosi e di intellettuali attivi a Bologna e di significativo valore per la cultura letteraria italiana. Sezione speciale della Biblioteca dell'Archiginnasio, Casa Carducci è officina dell’Edizione Nazionale delle Opere del letterato.

Piazza Giosuè Carducci, 5

40125 Bologna, Italia

Tel. 051. 347592 fax 051. 4292820

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La Casa-museo Albino Pierro 

museo Albino PierroL’abitazione di Albino Pierro è collocata nel centro storico del rione di San Filippo in piazza Plebiscito a Tursi in provincia di Matera (Basilicata). Il palazzo, denominato “’U Paazze” dal poeta, è una struttura composta da un seminterrato che si affaccia su vico Garibaldi e da due piani rialzati su corso Umberto I. Dal palazzo si ha un’incantevole vista panoramica sul torrente Pescogrosso, sul convento di San Francesco e sui dirupi del rione Rabatana. Dopo la morte di Pierro, i piani superiori del palazzo sono stati adibiti a biblioteca Pierro, dove vengono custoditi molti libri appartenuti al poeta e molte sue opere. Oggi il palazzo Pierro e l’annessa biblioteca sono meta di turisti e studiosi italiani e stranieri. Candidato al Premio Nobel per la Letteratura, difensore appassionato del dialetto natio, Albino Pierro ha cercato di salvarlo dall’oblio fissando per sempre sulla carta i suoni della sua gente («Quella di Tursi, il mio paese in provincia di Matera, era una delle tante parlate destinate a scomparire. Ho dovuto cercare il modo di fissare sulla carta i suoni della mia gente», in 'A terra d'u ricorde). Il Museo della Poesia Pierriana è la sede del Centro Studi “Albino Pierro” Onlus creato all’interno della Casa-Museo di Pierro a Tursi, dove sono custoditi e narrati i luoghi, gli attrezzi, gli usi ed i costumi che il Maestro lucano ha raccontato nelle sue poesie.

 

 

La Casa di Albino Pierro è aperta al pubblico il Sabato e la Domenica dalle ore 15.30 alle ore 19.00

CENTRO STUDI “ALBINO PIERRO” ONLUS  

Via E. Berlinguer - 75028 Tursi (MT) 

Presidente: Francesco Ottomano 

tel. 333.6401629 

Vice Presidente: Luigi De Lorenzo - tel. 320. 2745706              

e-mail: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

A cura della redazione

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La notte avvolge Spinoso è il titolo della foto che Franco Vetrano, poeta lucano, ha inviato alla redazione di www.goccedautore.it. Un’immagine che racconta l’incanto della notte e il fascino del borgo valdagrino.

Vetrano

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ragna tela

Era lì. Fermo. Tutto nero e, se visto da vicino, anche peloso. I contorni definiti con nitidezza, illuminati dalla luce del sole solo lievemente filtrata dal vetro della finestra. Si trovava in quella casa ormai da giorni. Almeno, questo era quanto si poteva immaginare. Non c’era nessuna prova del contrario. Non si sapeva nient’altro. Nessuno, in quella casa, poteva essere in grado di dire come e quando fosse entrato. D’altra parte, saperlo non importava a nessuno. Era un essere insignificante. Tranne che per Kevin. A Kevin importava. Infinitesimo nel mondo degli adulti, dei normali, quel particolare assumeva grande importanza nel suo mondo. Era una interessante variazione al tema della sua vita. Quando si è costretti a stare immobili, soffrendo per il lento trascorrere di minuti, ore, giorni e settimane, ogni disturbo è il benvenuto. Lui, nonostante tutto, era lì. Ora si muoveva lentamente, in modo quasi impercettibile. Forse era solo un ripetuto sincronismo delle fauci o delle zampe, chissà. E Kevin, per quanto si sforzasse, non riusciva a vederle. Ma sapeva bene come era fatto, lui. Lo aveva ammirato su un libro. Un libro regalatogli per il compleanno, il mese scorso. Kevin aveva un grande passione per insetti e animali. Di loro, sapeva tutto a memoria. Ne aveva memorizzato ogni dettaglio fissando foto e disegni, e nemmeno sapeva spiegare come ci fosse riuscito. Della natura, in quel libro, aveva imparato uno dei meravigliosi aspetti: la varietà. Intanto, piccole vibrazioni scuotevano le zampette di quell’essere. Dovevano essere otto. Erano otto. Ma solo sette erano poggiate saldamente sul vetro. Una sembrava quasi penzolare, come fosse un ramo d’albero non del tutto staccatosi dal tronco. Che scherzi fa la vita… Un po’ lui gli assomigliava, tranne che in una cosa. Riusciva a muoversi, lui. Kevin, invece, riusciva a muovere a malapena le braccia e la testa. Kevin osservò ancor più attentamente. Dal momento in cui lo aveva notato, quel piccolo coso era diventato il suo passatempo principale. E così, quel minuscolo essere era diventato Lui. Kevin non aveva ritenuto necessario affibbiargli un nome. Come per le entità soprannaturali. Lui non era un semplice essere vivente. Era il significato di quei giorni. Più del mangiare, del bere, del dormire. Kevin aveva compiuto tredici anni il mese scorso. Quasi metà li aveva trascorsi su una sedia a rotelle. Dai sei anni in poi la vita di Kevin aveva assunto un aspetto diverso. Ed era già fortunato che ci fosse ancora una vita e ancora un aspetto. L’unico diletto, nei lunghi momenti trascorsi da solo, era quello di fissarsi su qualcosa, anche la più insignificante. E cosa c’è di più insignificante di osservare (quasi) tutto il giorno un corpicino peloso a otto zampe che si sposta su un vetro, su una parete o su un davanzale? O mentre tesse la sua tela? O si muove su e giù a volte rapido e a scatti, a volte lento, quasi svogliato? Ma forse era proprio questo il fascino di tutta la situazione. Osservare un essere vivente che rasentava la perfezione in tutto quello che faceva. Dovrò vivere così, in questo modo?, avrebbe potuto continuare a chiedersi Kevin, ma era da tempo che non si poneva più questa domanda. Ci provavano tutti, a scuoterlo. Gli amici, i compagni di scuola, gli zii, i cugini e, su tutti, i genitori; in tanti avevano tentato di stimolarlo, ma risultati non se ne erano visti. No, forse no. Quella passione per insetti e animali era l’unica soddisfazione che Kevin era riuscito a dare agli altri. E a sè stesso. Non era molto, ma a lui bastava. Il sole aveva inondato la stanza. C’erano pochi angoli bui. Fuori era una splendida giornata. Fra non molto sarebbe venuto suo padre a prepararlo per uscire. La passeggiata quotidiana nel parco. Almeno quando il clima lo permetteva. E quella era una gran bella giornata. Come il mattino prima, quando padre e figlio erano stati per ore nel parco, e avevano riso di quel poco che c’era da ridere. Gli amici quel giorno non sarebbero venuti a trovarlo. Col tempo, ognuno di loro si era ritagliato un modo di vivere. Il gioco, lo studio, i primi timidi contatti con le ragazzine. Cose loro, Kevin lo aveva capito. Lui era diverso. Doveva essere diverso. Forse migliore. Forse peggiore. Ma sicuramente diverso. I silenzi, i cambiamenti di tono che i grandi assumevano quando parlavano di lui, non gli erano mai sfuggiti. La sensibilità di Kevin si era accentuata. Inevitabile. E più si accentuava e più il ragazzo si rinchiudeva in un altro mondo. Il suo mondo. Intanto, nella stanza non si udiva alcun rumore, tranne il ticchettio delle lancette dell’orologio che scandivano l’incessante trascorrere del tempo. …Tic tac tic tac tic tac tic tac… Quel ticchettare testimoniava l’immobilità dell'ambiente. La stanza appariva immobile e inespressiva come certe parti del suo corpo. Il corpo era lì, come inchiodato; la fantasia no, quella non gliela poteva immobilizzare nessuno. Le lancette scorrevano. Quella dei secondi, coll’incessante tic tac tic tac tic tac, scandiva il ritmo ossessivo di una monotona colonna sonora. Intanto, dove era finito Lui? Ah, eccolo lì, in basso a destra. Sul legno della finestra. Si muoveva rapido, come in preda a un impulso irrefrenabile. Kevin non riusciva a capire cosa inducesse tale rapido spostamento. Cambiando di poco la visuale, l’occhio gli cadde sulla pila di numeri accuratamente accatastati dei fumetti di Spiderman, i suoi preferiti. Zia Evelyn non gliene faceva mai mancare una copia. Quando leggeva le avventure del suo idolo, si immergeva nel colore degli albi, nel profumo della carta stampata. Kevin, in quei momenti, riusciva davvero a evadere. E se Lui, mordendolo, gli avesse fatto acquistare i superpoteri di Peter Parker? Ma no. Non era possibile. Assolutamente... Che bello, però, se fosse potuto uscire liberamente, arrampicarsi sui muri, saltare da un palazzo all’altro, stendendo ovunque i fili della sua tela d’acciaio. Era un sogno. Desolatamente un sogno. Che però lo faceva stare bene... Cavolo! Che distratto! Un attimo solo aveva distolto lo sguardo e Lui era sparito. Non c’era sul vetro. Non era sul legno. Nemmeno sulla tenda, né sul muro. Dove ti sei cacciato, amico?, pensò Kevin. Una punta di stizza lo ghermì e un quintale di panico gli venne addosso, opprimendolo. Si era abituato, a Lui. Doveva per forza essere finito da qualche parte. Non poteva essersi volatilizzato. Intanto, Kevin cominciò ad avvertire una grande stanchezza. Non si era ancora ripreso dalla passeggiata del giorno prima. O meglio, aveva riposato poco e male quella notte. Il calore dei raggi del sole lo avvolse. Un tepore piacevole lo cullò. Le palpebre si fecero più pesanti e, nel silenzio ovattato rotto solo dal familiare tic tac dell’orologio, Kevin si assopì. Il tempo subì allora una disgregazione, perdendo ogni significato e consistenza, come è tipico di quando si dorme di sasso. In quel frangente cominciarono a raggrumarsi i sogni. E gli incubi. Kevin era al solito posto, nella propria stanza. Osservava impietrito il vetro della finestra. Era sporco, una macchia piccola ma visibile rompeva la nitidezza ineffabile della superficie trasparente. A guardarla meglio, si capiva che era Lui. Col corpicino spiaccicato sul vetro. Una poltiglia mucosa, giallastra, da cui emergevano residui nerastri del corpo che fu. Kevin vide il suo amico così ridotto e una lacrima gli rigò il volto. Era molto tempo che non piangeva. Chi era stato? Chi gli aveva sottratto quell’amicizia così strana eppur così bella? Si svegliò tutto sudato e agitato. Era un incubo? Kevin si rese conto che sul vetro della finestra la macchia non c’era. Era sparita? Oppure non c’era mai stata? Un essere poco consistente come Lui, in mezzo agli umani, non avrebbe mai potuto avere vita lunga. Soprattutto in una casa come quella, piena di gente maniaca della pulizia. Un colpo di scopa, un foglio di carta assorbente, e via. Lui non c’era più. Finito. Cancellato. Ora Kevin avrebbe dovuto inventarsi qualcosa di nuovo. Un amico nuovo. Ma Lui era stato troppo importante. Rabbia... Impotenza... La vita tornava alla sua monotonia. Nonostante l’ottimismo degli altri, era inevitabile. I sogni erano così brevi… l’entusiasmo per qualcosa svaniva così, da un momento all’altro… Kevin sentì d’esser messo proprio male. Vagando con lo sguardo per la stanza, il ragazzo tornò sconsolato a fissare il ripiano del vetro. Una macchiolina scura era ora appena visibile. A un occhio allenato come il suo bastò. Era impossibile sfuggirgli. Incredulo, Kevin aguzzò lo sguardo. Sì, non c’erano dubbi! Era Lui! Era proprio Lui! Una vampata di calore seguì la gioia che all’improvviso si era impadronita del cuore del ragazzo. Poi, di colpo, un dubbio. C’era qualcosa di strano. Kevin si avvicinò al vetro, per vedere meglio. Ma certo! Lui era di fuori! Ecco cosa c’era di strano. Kevin non riuscì spiegarsi come diavolo avesse fatto a uscire, ma Lui era posato sulla facciata esterna del vetro. E zampettava rapidamente verso l’alto della finestra. Lui sembrava aver riacquistato di colpo anche la completa mobilità dell’arto offeso. O meglio, della zampa offesa. Lui era bello da vedersi, con tutta quell’energia. Ed era libero, soprattutto. Una lacrima traboccò dagli occhi di Kevin, scivolando poi sul volto imberbe. Ma questa volta era gioia. Gioia vera.

Enzo D’Andrea

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Il suggestivo paesaggio intitolato “La Petrolla e la Valle del Cavone” è opera di Antoniocarmine Burzo, fotografo appassionato, selezionato dalla nostra redazione per la forza evocativa dell’immagine e la qualità dello scatto. Buona visione!

La petrolla

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Al di là è il titolo dello scatto di Francesca Soloperto, appassionata di fotografia, inviato alla nostra redazione. Un suggestivo paesaggio marino che mette in evidenza le luci e le ombre della bellezza della natura, invitandoci alla contemplazione. 

Aldila

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