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lupoGiuseppe Lupo è lo scrittore dalla prosa immaginifica. Leggere i suoi libri significa immergersi in una dimensione onirica che entra ed esce dalla realtà. Pare si diverta molto ad inventare storie "fantastiche" e a giocare con la sua fantasia. I suoi romanzi sono popolati di tantissimi personaggi, tutti con nomi astrusi ma dal profondo significato, e i suoi racconti sono ambientati in luoghi che solo la fantasia o un remotissimo passato può disegnare. Una scrittura visionaria che ha il potere di aprire mondi nuovi ai lettori e di catalizzare il loro sguardo sulle parole che descrivono il reale e l'irreale, ciò che c'è e ciò che non c'è, ciò che si vede con gli occhi e ciò che si vede con l'immaginazione. Una scrittura lieve quella di Giuseppe Lupo, che apre varchi alla ragione facendole compiere viaggi mirabolanti. Alla sua leggerezza narrativa (le sue parole hanno la consistenza delle nuvole) corrisponde una personalità sensibile che emerge tutta dal sorriso e dallo sguardo pulito che ha del mondo. Incuriositi dalle sue storie, gli abbiamo rivolto alcune domande .

La letteratura è uno spazio di libertà totale. Per te cosa rappresenta?

È un territorio in cui abitare o da riempire attraverso l'immaginazione. In fondo scrivere un romanzo è un po' come inventare il mondo.

Scrivere è anche un esercizio mimetico per parlare in tante voci. A chi dai voce nei tuoi romanzi?

Fino a pochi anni fa mi nascondevo dietro i personaggi, nel senso che avevo paura di costruire i personaggi che mi assomigliassero. Adesso invece ho capito quanto sia importante uscire di più allo scoperto. In generale penso che i miei personaggi siano tutti sognatori, dunque cerco di dare voce a chi crede nell'utopia della Storia.

Riconoscimento e restituzione: due funzioni importanti della letteratura.C'è un momento in cui riconosci la tua voce nei tuoi racconti e in che modo ti restituiscono la tua identità?

Io penso che ogni scrittore dovrebbe avere una sua identità, come il timbro di voce per un attore o per un cantante: anche se non li vedi, riconosci subito di chi si tratta. Chi scrive dovrebbe preoccuparsi di domandarsi: in che maniera io sono riconoscibile? Non solo ciò che scrivi, ma anche in che modo lo fai, con quale timbro, con quale stile, con quale lingua: tutto questo conferisce identità a chi scrive.

I tuoi romanzi sono ricchi di fantasia e caratterizzati da proiezioni visionarie. Dove trovi le storie che racconti e soprattutto dove cerchi l'ispirazione?

Non sono io che cerco le storie, sono le storie che mi vengono a cercare, io sto solo attente a non farmele sfuggire o a non perderle. Di solito i miei libri nascono da qualcosa di indefinito, che mi capita di ascoltare o di vedere, magari anche in maniera del tutto casuale e anche nei luoghi più quotidiani, come un supermercato o una carrozza di un treno. E poi è il vento che trasporta le  storie.

atlanteUna conferma al nostro discorso viene fornito dal tuo "Atlante immaginario. Nomi e luoghi di una geografia fantasma", Marsilio editori, uscito da poche settimane, in cui tracci percorsi immaginari che abbattono i confini tra realtà e irrealtà. Cosa racconti in questo libro?

Non è un libro di narrativa, non è di saggistica, non è autobiografico, ma è tutto queste cose mescolate insieme. Un atlante è, nella comune delle interpretazioni, la scrittura del mondo così com'è. Un atlante immaginario potrebbe essere il disegno di un mondo non disegnato. Si tratta di cinquanta brevi capitoli, pieni di invenzioni, ipotesi, progetti, sogni, utopie. Ci sono riferimenti ai libri che ho già scritto e a quelli che vorrei scrivere. Se uno volesse sapere cosa gira nella mia testa non ha che da leggerlo.

Sulle tracce di quali grandi scrittori componi itinerari ideali?

Mi hanno sempre attratto i raccontatori di storie, gli affabulatori, perché penso che la letteratura sia soprattutto la capacità di narrare. Amo le grandi epopee, soprattutto quelle irrobustite di situazioni fantastiche (che però non vuol dire il fantasy). Il mondo è pieno di simili maestri: Omero, Boccaccio, Ariosto, Cervantes, Tolstoj.

Disegni sogni per i tuoi lettori. Ma quali sono i tuoi sogni?

Mi piacerebbe che la Storia non ci deludesse più.

Intervista di Eva Bonitatibus

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CountBasie

Le storie in bianco e nero proseguono con un altro grande musicista del jazz mondiale. Count Basie, compositore, pianista e direttore d'orchestra statunitense di musica jazz, definito "conte" al pari di "Duke" Ellington e Earl Hines.
Nacque il 21 agosto 1904, a Red Bank, nel New Jersey, USA. Entrambi i suoi genitori erano musicisti. All'inizio si cimentò con la batteria, ma in quello strumento ebbe come rivale un suo amico, Sonny Greer, che poi sarebbe diventato batterista della band di Duke Ellington, così passò al pianoforte, di cui ricevette le prime lezioni da sua madre, pianista. Ebbe contatti con altri pianisti di Harlem, in particolare Fats Waller. Prima dei suoi 20 anni aveva già suonato in circuiti vaudeville come pianista solista, accompagnatore e direttore di musica per cantanti blues, ballerini e attori.
Nel 1927 arrivò a Kansas City, accompagnando un gruppo in tour; qui rimase, dapprima suonando come pianista neicinema di film muti. Nel luglio 1928 si unì ai Blue Devils di Walter Page, che includevano il cantante Jimmy Rushing; entrambi sarebbero stati importanti componenti della band dello stesso Basie. All'inizio del 1929 Count Basie lasciò i Blue Devils per suonare con altre due band meno famose. Sempre in quell'anno entrò nella Kansas City Orchestra di Bennie Moten, come fecero dopo poco gli altri membri chiave dei Blue Devils.
Bennie Moten morì nel 1935; la band continuò sotto la guida di Buster Moten ma Basie se ne andò poco dopo. Sempre in quell'anno, con Buster Smith e diversi altri componenti della band di Moten, formò un nuovo gruppo di nove musicisti, inclusi"Papa" Jo Jones, Walter Page, Freddie Green e in seguito Lester Young; col nome di Barons of Rhythm diventarono presenza fissa al Reno Club di Kansas City.
La trasmissione per radio della musica del gruppo, nel 1936, portò a contratti con un'agenzia di spettacoli nazionale e con la casa discografica Decca Records. Il contratto si fece più importante e nel giro di un anno la Count Basie Orchestra, come ormai si era chiamata, diventò una delle principali big band dell'era dello swing. Basie si dedicò a collaborazioni con diversi famosi cantanti, come Frank Sinatra (avvalendosi in questo caso degliarrangiamenti di Quincy Jones)[2], Tony Bennett (1958/1959), Ella Fitzgerald (1963), Sammy Davis jr. (1965) e Jackie Wilson (1968). Questo suo periodo risultò sgradito agli appassionati di jazz più integralisti, ed alla fine degli anni sessanta Basie tornò a una musica più in linea con la sua storia. Tuttavia la registrazione del concerto con Sinatra "At the Sands" di Las Vegas nel gennaio-febbraio 1965 (Reprise) rimane un classico dello swing ed uno dei migliori concerti sia per il cantante che per la band e l'arrangiatore.

di Toni De Giorgi

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A questa domanda non si possono che considerare le indagini di Platone e Aristotele, i quali hanno certamente posto le basi della futura riflessione sull’arte.Entrambi partono dal concetto di mimesis, che ridotto al significato base significa imitare,

La condanna platonica dell’arte fonda le sue ragioni richiamandosi alla dimensione del vero.

L’arte è imitazione del mondo sensibile, il quale, a sua volta, è imitazione del mondo delle idee, unica sede della verità; dunque l’arte è imitazione di un’imitazione.

Più nel dettaglio Platone distingue due tipi di mimesis: quando si riproducono esattamente le proporzioni dell’oggetto considerato; quando tiene conto dell’osservatore ed attua una serie di accorgimenti illusionistici che sembrano alterare la realtà, come in architettura. Nella dialettica realtà-apparenza il compromesso è impossibile, ogni apparenza è un tradimento della verità, dato che reali sono solo le idee, illusioni le cose di questo mondo.

Aristotele riscatta l’arte dalla condanna che Platone le aveva riservato; la dimensione artistica non allontana dal vero e non turba l’equilibrio emotivo dell’individuo. Definisce anche lui l’arte come imitazione, ma il carattere mimetico di tale esperienza non assume connotati di tipo menzognero, poiché il mondo sensibile oggetto di mimesi, nel suo sistema, non è apparenza ma realtà vera. In questa prospettiva l’attività artistica diventa un validissimo aiuto per comprendere l’uomo.

“l’imitare è connaturato agli uomini e tutti traggono piacere dalle imitazioni” e ancora “L’arte vive in uno spazio di possibilità e libertà”.  

Se per Platone l’arte è una copia fuorviante di ciò che esiste, per Aristotele è costruzione. Quindi per Platone è registrazione passiva di qualcosa che già c’è (e che a sua volta è una copia), per Aristotele fare arte è un’operazione attiva che coinvolge la sensibilità, è un’operazione intellettuale che prevede la scelta, una selezione della realtà che permette che questa sia capita, e permette di fornire un messaggio universale. 

1Particolare dell’opera “La scuola di Atene”, un affresco realizzato tra il 1509 ed il 1511 dal pittore Raffaello Sanzio. È conservato nella Stanza della Segnatura nei Palazzi Vaticani di Città del Vaticano.

Al centro figurano Platone ed Aristotele. Platone, dipinto con le sembianze di Leonardo da Vinci, regge in mano la sua opera Timeo ed indica il cielo con un dito (indica il mondo delle idee), mentre Aristotele regge l'Etica e rivolge il palmo della mano verso terra rivolgendosi al mondo terreno.

Da Pittrice posso dire che In un operaIl punto di partenza è sempre e comunque il reale, per quanto in molti casi l’artista, a lavoro ultimato, se ne ritrovi distaccato completamente.

S’impadronisce del contesto, lo fa suo modificandolo secondo la propria sensibilità e lo ripropone trasformato in una differente visione, in un luogo interiore che vuole condividere con il suo spettatore e che diviene nell’opera più verosimile e credibile della stessa realtà, quella con la quale siamo soliti confrontarci nel quotidiano e che viene considerata erroneamente l’unica possibile, l’unica esistente.

Per allontanarsi dalla fintaveritàsi estrae, con il fine di arrivare a nuovi contenuti inalterabili e immodificabili.

Dipende quindi da quale parte si vuole osservare questa faccenda. Se si guarda dalla dimensione dalla quale siamo abituati a posizionarci, quella nella quale manteniamo ben saldi i piedi per terra e la testa sulle spalle, egli, l’artista, è il bugiardo per eccellenza, è colui che astrae un concetto per raccontarcelo elaborato secondo la propria fantasia e la propria inventiva.
Se però guardiamo la stessa faccenda dall’altra sponda del fiume, quella dove per vedere basta chiudere gli occhi per entrare nella dimensione della sensibilità, scopriamo con stupore che l’opera ci concede finalmente di smascherare una dimensione ipocrita ed insincera, considerata purtroppo normalmente esclusiva per la sua facilità di osservazione. La questione è che oggi non esiste una realtà ma sono diversi modi di pensarla che costituiscono le tante realtà possibili.

 

 

 

 

2A partire dagli anni '80, l’uso del computer nei linguaggi dell’immagine ha determinato una non indifferente svolta nell’ambito delle espressioni artistiche, permettendo lo sviluppo di nuove forme di percezione e configurazione.

Il digitale ha permesso all'arte di aderire sempre più al nostro corpo e alla nostra mente, diventando quasi una metafora onirica dell'inconoscibile, dell'oltre la soglia. Attraverso l'interattivitàal fruitore viene conferito il potere di manipolare e trasformare l’elemento artistico con cui interagisce.

Oggi la tecnologica sta spingendo i laboratori del mondo informatico verso la ricostruzione di mondi cosiddetti "virtuali”. Grazie a sistemi di interfaccia hardware e sofware l'uomo viene collocato in veri e propri ambienti artificiali.

In realtà il calcolatore è da sempre anche simulatore della realtà: sistemi CAD, Videogames, modelli scientifici di simulazione che si misurano col reale imitando le forme della natura o meglio tutto questo sembri essere una corsa ad essere "più reale del reale".

Da ciò si deduce che ora è la macchina a realizzare ciò che Platone aveva prescritto agli artisti: fare copie della realtà e ,così facendo,Il mondo della percezione è ormai saldamente in mano alle tecnologie del virtuale.

 

di Serena Gervasio

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giorni di spasimato amore

Struggente. Questo è l’aggettivo che mi viene in mente dopo aver letto il romanzo di Romana Petri. Una storia d’amore tra Antonio e Lucia che lascia senza fiato, due persone fuori dal comune che vivono il loro amore nella sospensione più totale. Il mare luccicante dello splendido golfo di Napoli ne fa da cornice e da sostanza, un orizzonte non troppo lontano nel quale riporre ogni aspettativa di redenzione.

E poi l’arco temporale nel quale si svolge la vicenda, un attraversamento degli anni più significativi della storia italiana: dalla guerra, all’avvento degli anni ’50, per finire negli anni ’70. Un affresco di quella che fu l’Italia della devastazione e poi della ripresa sociale ed economica, con alcuni flash sulla storia del costume del popolo italiano. La curiosità di comprendere appieno la parola “struggente” mi ha portato a cercarne il significato sul vocabolario: consumare lentamente, causare dolore, sofferenza. E’ ciò che accade ad Antonio, il protagonista di Giorni di spasimato amore, Longanesi editore, che si consuma lentamente aspettando che il suo amore ritorni, affacciato al suo balconcino che da’ proprio sul mare. Una lacerazione interna che diventa ogni giorno più profonda, alimentata da un “desiderio che fa paura”, un’attesa senza certezza, e dalla consapevolezza di non essere compreso dagli altri. Antonio vive con la madre, la signora Silvana, che si consuma anche lei nella sofferenza. Quella di non poter vedere il figlio felice e che fa di tutto per consegnarlo ad una vita “normale”. Un sogno ormai riposto nei cassetti del suo armadio da tanti, troppi anni, da quando Antonio si annulla nell’immagine di quella che sarebbe potuta essere la sua storia d’amore accanto a Lucia. E poi c’è la derisione dei vicini di casa che lo considerano pazzo e quella dei colleghi di lavoro dell’ufficio postale in cui occupa il posto appartenuto prima al padre. Si aggiunge l’odio provato da Teresa, donna prorompente con la quale Antonio contrae matrimonio per insistenza della madre. Un’unione destinata a sciogliersi subito dopo a causa dell’assoluta indifferenza manifestata da Antonio nei confronti della donna. Antonio e Lucia, due corpi e un’anima sola: morire e continuare a vivere allo stesso tempo. Un amore nato da uno scontro, quando ancora ragazzini correvano da due parti opposte della strada per andare al mercato nero a fare provviste. Un impatto fragoroso tra i due corpi e poi tra questi e il suolo, in quello esplosivo del più grande conflitto umano: la seconda guerra mondiale. La storia infatti nasce il 4 marzo 1943, quando dopo qualche mese Napoli viene bombardata, distruggendo anche il trecentesco Monastero di Santa Chiara cui venne dedicata la bellissima canzone di Giacomo Rondinella. Lucia, bellissima ragazza dalla lunga treccia nera e dagli occhi screziati d’oro, va via portata altrove da una pallottola ma poi ritorna. Come le onde del mare, che vanno e vengono. E dalla profondità del mare esce fuori la verità di un romanzo che esplora nel profondo la psiche umana disegnando un atlante dei sentimenti. Uno su tutti: la nostalgia. Una nostalgia intensa, totale, avvolgente, dolcissima, scarnificante, che porta alla vita e che porta alla morte. Una nostalgia che uccide e tiene in vita il protagonista in una sorta di limbo che divide zoè e thanatos, realtà e immaginazione. Una storia che entra e esce dal tempo e dallo spazio senza intoppi, buio e luce di un destino scritto in quell’orizzonte cucito tra cielo e mare. Un bagliore che è approdo per Antonio e punto di partenza per Lucia. Che nella luce scompare di nuovo. In queste pagine Romana Petri ci regala una storia piena d’amore, in cui le fragilità degli uomini vengono messe a nudo senza scherno e senza rivalsa.

Eva Bonitatibus 

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copertinaQuesta sezione è dedicata alle principali novità editoriali del mese di settembre. Finita l’estate, la lettura non va mai in vacanza e prosegue con nuove e interessanti proposte. Sono libri freschi di stampa che trovate in tutte le librerie d’Italia. Gocce d’autore vi invita a scegliere la storia che più vi attrae tra quelle selezionate, al fine di trascorrere un tempo felice immersi tra pagine odorose e parole avvolgenti. Buona lettura!

 

atlante

 

Atlante immaginario. Nomi e luoghi di una geografia fantasma

Di Giuseppe Lupo

Marsilio

Gli atlanti sono fatti per immaginare mondi, per sognare orizzonti o percepire un altrove spesso sconosciuto. Questo libro contiene nomi di località, ricordi d'infanzia, invenzioni fantastiche, riflessioni critiche e può essere letto come itinerario in una mappa dove realtà e irrealtà arrivano a confondersi. Si visitano città, si percorrono luoghi solitari come le periferie metropolitane o i deserti di oriente, si esplorano sogni e utopie, ci si sposta avanti e indietro nel tempo seguendo le grandi narrazioni di Omero, Ariosto, Kafka, Faulkner, Calvino, García Márquez. Pagina dopo pagina prende forma una geografia che appare e scompare come un fantasma, si intuisce vera anche se non c'è e lascia nel lettore la sensazione di aver vissuto un'avventura onirica, un viaggio su un simbolico tappeto volante. È possibile rintracciare nelle nuvole i volti delle persone non ancora nate? Quali rotte seguono i manoscritti chiusi in bottiglia e gettati in mare? E se i satelliti inventano isole? In ogni capitolo Giuseppe Lupo incuriosisce ed emoziona, si cimenta con una scrittura che sta all'incrocio tra narrativa, saggistica, autobiografia e con tono scanzonato svela i caratteri e i temi del suo immaginario. 

ilcasopiegariIl caso Piegari

Di Ermanno Rea

Feltrinelli

Un giallo-verità che l'autore racconta vent'anni dopo esserne venuto a conoscenza: questo è "Il caso Piegari", coda imprevista di un vecchio libro che a suo tempo sollevò scandalo e indignazione, "Mistero napoletano". Un "omissis" finalmente svelato? Proprio così, lungo soltanto sei brevi capitoli, non meno drammatici di quelli relativi alla storia del suicidio di Francesca Spada.

 

 anuotoA nuoto verso casa

Di Deborah Levy

Garzanti

È un pigro pomeriggio d’estate sulle colline che fanno da cornice alla Costa Azzurra. Quando Nina lascia correre lo sguardo sul rigoglioso giardino della villa in cui sta passando le vacanze, qualcosa attira la sua attenzione. C’è una donna nella piscina. Sospesa nell'acqua, la carnagione bianchissima in contrasto con una fiammata di riccioli rossi. Sembra priva di sensi. Nina ha solo quattordici anni. È spaventata e aspetta l’intervento dei genitori, ma non ce n’è bisogno: pochi istanti dopo Kitty Finch esce dalla piscina e si accomoda mollemente su una sdraio. E ciò che a prima vista sembra solo un banale imprevisto ben presto diventa un incontro sconvolgente, in grado di sovvertire il destino degli ospiti della villa.

carrisiIl cacciatore del buio

Di Donato Carrisi

Longanesi

Non esistono indizi, ma segni. Non esistono crimini, solo anomalie. E ogni morte è l’inizio di un racconto. Questo è il romanzo di un uomo che non ha più niente – non ha identità, non ha memoria, non ha amore né odio – se non la propria rabbia… E un talento segreto. Perché Marcus è l’ultimo dei penitenzieri: è un prete che ha la capacità di scovare le anomalie e di intravedere i fili che intessono la trama di ogni omicidio. Ma questa trama rischia di essere impossibile da ricostruire, anche per lui. Questo è il romanzo di una donna che sta cercando di ricostruire se stessa. Anche Sandra lavora sulle scene del crimine, ma diversamente da Marcus non si deve nascondere, se non dietro l’obiettivo della sua macchina fotografica. Perché Sandra è una fotorilevatrice della polizia: il suo talento è fotografare il nulla, per renderlo visibile. Ma stavolta il nulla rischia di inghiottirla. Questo è il romanzo di una follia omicida che risponde a un disegno, terribile eppure seducente. E ogni volta che Marcus e Sandra pensano di aver afferrato un lembo della verità, scoprono uno scenario ancora più inquietante e minaccioso. Questo è il romanzo che leggerete combattendo la stessa lotta di Marcus, scontrandovi con gli stessi enigmi che attanagliano Sandra, vivendo delle stesse speranze e delle stesse paure fino all’ultima riga.

cartabiancaCarta bianca

Di Carlo Lucarelli

Einaudi

Il primo libro di Carlo Lucarelli, dove per la prima volta compare il commissario De Luca. Aprile 1945. Col finire della guerra il commissario De Luca vuol prendere le distanze dal proprio passato nella polizia politica e adesso indaga proprio su quei crimini comuni, che in tempi di dissoluzione di un regime passano senz'altro in secondo piano. Ma le cose non vanno come ci si aspetta. Nulla è scontato, nulla obbedisce al modello di una trama ben confezionata di cui l'autore sa già tutto. Sembra anzi che Lucarelli sia lí, appena un passo davanti a noi, ansioso quanto noi di scoprire dove diavolo lo porti il suo personaggio, a quale rivelazione di sé. Può darsi che l'indagine porti lontano, proprio in quel mondo febbrile di corruzione e traffici loschi e sospensione di ogni regola che ben si sposa con la fine di una dittatura. Può darsi che porti a scoprire qualcosa che ci appartiene profondamente, come italiani, e che forse non è mai passato, forse è ancora lí che aspetta. E anche De Luca è con noi, con la sua malinconia, con quello che può apparire perfino cinismo, e invece è solo la consapevolezza che, nella vita come in una indagine degna del suo nome, arriva sempre il tempo di scegliere. Bentornato, commissario.

decrescenzoTi porterà fortuna

Luciano De Crescenzo

Mondadori

"Se vuoi conoscere davvero un po' del mio pensiero, supposto che ne abbia uno, abbiamo una sola scelta: andare insieme a Napoli. Solo nella mia città posso mostrarti come mi sono formato. Potrai osservare il mondo che ha orientato la mia esistenza, il mondo che ha fatto di me un napoletano in ogni istante della mia vita. Che ne dici?" Carla, una giovane studentessa universitaria di Bologna, vuol fare una tesi di laurea su Luciano De Crescenzo, e gli chiede, in una lettera appassionata, di poterlo incontrare. Lui accetta, ma a una condizione: che il loro colloquio si svolga passeggiando per le strade e i vicoli di Napoli. In questo filosofare camminando, la ragazza curiosa e lo scrittore saggio si lasciano ispirare dagli scorci e dai personaggi che la città partenopea regala e ci offrono così un aneddoto che fa sorridere, una storia che sorprende, una riflessione che spiazza e apre la mente. Moderni peripatetici, parlano della semplicità e della passione, della musica e dell'arte, del tempo e dell'amore, del caso e della fortuna. Citano Diogene e il guardiamacchine Raffaele, Platone e Taniello, il principe degli osti partenopei. Dopo quello degli altri filosofi, Luciano De Crescenzo ci espone il proprio pensiero, sempre leggero e spesso illuminante. "E vedrai, Napoli porterà fortuna anche a te..."

lamammaLa rivincita della mamma imperfetta

Di Annalisa Strada

Piemme

Lola ha trentott'anni, due figli meravigliosi, un marito che ama e un lavoro che adora. Insomma, tutte le carte in regola per poter entrare nel club delle Mamme Imperfette. Nel corso di una settimana, la più temibile dell'anno quella delle feste di compleanno di Sofia e Arturo (diversificate, ma entrambe curatissime); dei colloqui con gli insegnanti pre-chiusura estiva (tutti rigorosamente in orario di lavoro); dell'inaugurazione della mostra che ha curato per mesi e delle allergie che mettono KO il già non presentissimo marito - dimostrerà al mondo che può farcela. Perché la vita delle mamme che lavorano, ma che vogliono anche veder crescere i propri figli è così: una corsa a ostacoli, dove puoi star certa che se fai bene da una parte dall'altra succederà un disastro. Ma in fondo al cuore lo sai: è stata la scelta giusta e tra qualche anno (10? 15?) potrai concederti una pausa!

lasposaLa sposa

Di Mauro Covacich

Bompiani

Due sconosciuti in attesa di sparare durante un safari umano. Un giovane sacerdote, ignaro del suo futuro di papa, in un corpo a corpo con il desiderio. Gli attentati compiuti nei supermercati da un tranquillo padre di famiglia con la passione per gli esplosivi. Le peripezie di un cuore espiantato, in corsa verso la seconda vita. Un uomo deciso a condividere la casa con un branco di lupi. Fatti realmente accaduti che si fondono a invenzioni folgoranti.

 

lalcandaLa locanda delle occasioni perdute

Di Antonella Boralevi

Rizzoli

“Ci vuole coraggio per guardarsi la vita.” Tanto coraggio. Lo sa bene Mirella, mentre cammina sotto la pioggia battente di Parigi, diretta nella minuscola rue Thérèse. Si ferma davanti all’insegna Restaurant che ha tanto cercato: è il momento, non può più tornare indietro. Prende un respiro profondo ed entra. Ad accoglierla c’è il vecchio cameriere Alphonse, che con modi ruvidi tenta di cacciarla. Ma Mirella non può andarsene, perché è qui per un motivo preciso: sa che, seduta a un tavolo a sfogliare il pesante menu, potrà rivivere tutti i ricordi, i desideri, i sogni che l’hanno resa la donna che è oggi. Ma sa che torneranno a visitarla anche i rimorsi, le delusioni, le pagine più nere del racconto della sua vita, quelle che avrebbe voluto cancellare. O, forse, semplicemente riscrivere. Come se il passato si potesse cambiare, e ogni amore perduto, ogni carezza mai data potesse trasformarsi in un nuovo inizio. E mentre la pioggia suona la sua musica dolce e Parigi si colora d’incanto, in un attimo immenso tutto questo diventa possibile. Antonella Boralevi ci conduce nel fascino segreto di rue Thérèse, dove si nasconde il luogo che rincorriamo da sempre, quello in cui le speranze più profonde s’incontrano e prendono vita. E ci ricorda che la materia dei sogni può trasformarsi in realtà, perché siamo noi gli artefici del nostro lieto fine.

lavolpeLa volpe meccanica

Di Mariolina Venezia

Bompiani

Una donna racconta di sé. E della passione bruciante per un uomo più giovane di lei, che finalmente lascia il segno in un’esistenza grigia, imprigionata in un matrimonio deciso a sangue freddo. Testimoni o complici, la seguiamo nei labirinti della sua mente, attraverso le ambigue proiezioni dell’arte e dell’amore. Assistiamo come dal buco della serratura a giochi erotici sempre più mozzafiato, in uno sconcertante thriller dei sentimenti. Mariolina Venezia costruisce una discesa nell’inferno di un delitto senza castigo fissata da una scrittura precisa come una lama che seziona eventi e caratteri riducendoli all’osso, in un tango freddo e appassionato di amore e morte.

 

 

a cura della Redazione

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 romana petri-largeRomana Petri, una scrittrice dall’animo e dalla penna sensibile, è stata ospite del salotto di Gocce d’autore lo scorso 5 settembre a Potenza. Un incontro piacevole in cui l’autrice di Giorni di spasimato amore, edito da Longanesi, si è lasciata andare ad un appassionato racconto su cosa significhi amare e su come la sofferenza sia un passaggio obbligato per gli uomini che amano. Romana Petri vive tra Roma e Lisbona e oltre a scrivere romanzi, fa anche la traduttrice e proviene da un’esperienza da editrice.

Vincitrice di numerosi e prestigiosi premi letterari, ci ha svelato quanto sia stato importante per lei vivere in una famiglia ricca di stimoli culturali, da qui l’interesse per i libri, e del suo amore incondizionato per il papà che faceva il cantante lirico. La passione per la psichiatria e una innata curiosità, portano la scrittrice a mantenere inalterato il suo sguardo vivace sul mondo. Le abbiamo chiesto del suo ultimo romanzo che parla di sentimento, che sulla scia del precedente, Figli dello stesso padre, prosegue l’opera di esplorazione profonda del mondo psicologico maschile. Perché?

La scrittura ha poco sesso, ha risposto Romana Petri. Scrutare il mondo che ci sta intorno è cosa naturale, e intorno a noi ci sono gli uomini e le donne. A tratti può capitare di essere fascinati dagli uni a tratti dalle altre. Il mondo maschile non mi è estraneo, devo dire che gli uomini mi sono simpatici. Forse sarà perché molto simpatico mi era mio padre, il primo individuo di sesso maschile della mia vita. E poi sono le storie che nascono spontanee, a volte hanno volti femminili, altre maschili. E alle storie si deve per forza dar retta, perché poi, in fondo, sono sempre loro a scegliere di essere raccontate.”

Chi sono i protagonisti di Giorni di spasimato amore?

“Credo che a parte l’amore tra Antonio e Lucia, i veri protagonisti siano il mare e il tempo. In questo caso addirittura sovrapposti, come fossero la stessa cosa: il mare col movimento ritmico delle onde, quasi un conteggio, uno scandire con i suoi passi lo scorrere del tempo. E dentro al mare e al tempo c’è un protagonista un po’ più nascosto: l’attesa. Per tutto il romanzo non si fa che attendere l’arrivo di qualcuno, un Godot che, dopo essersi fatto aspettare tanto a lungo, alla fine arriva davvero, come un premio alla resistenza, alla perseveranza. In fondo, Antonio vince perché così ha voluto con tutte le forze. E tutte lo forze possono essere invincibili.”

La storia comincia il 4 marzo 1943 e finisce a marzo del 1971. Uno spaccato dell’Italia che si trasforma e si evolve, che assiste a profondi mutamenti sociali, economici e politici. Quale paese si racconta attraverso queste pagine?

“Di certo l’Italia, ma potrebbe essere anche un altro paese. In fondo, guerre, disillusioni, paure, bisogno di continuare a credere, sono il pane dell’umanità. Non faccio che scrivere libri sull’importanza del resistere a tutti i costi. È una necessità che anche oggi, credo, abbiamo un po’ tutti.”

Dove ha incontrato Antonio e Lucia? Quanta fantasia c’è nel suo romanzo e quanta verità?

“A volte è necessario usare solo la fantasia per raccontare dolori profondi. Per quelli più lievi l’autobiografia duole meno. Volevo raccontare della potenza della maternità, e alla fine, invece, ho scritto una storia d’amore estrema che coinvolge quattro persone. Ma la passione profonda comincia dalla madre di Antonio. E le passioni, si sa, sono contagiosissime.”

Cosa rappresenta per Lei la letteratura e cosa dovrebbe rappresentare oggi la letteratura per il pubblico dei lettori?

“La letteratura è stata il mio punto di appoggio, sempre. Ho cominciato e leggere molto presto e non sono mai riuscita a farne a meno. Oggi è un po’ più difficile far passare questo messaggio. I lettori muoiono e non vengono rimpiazzati in ugual misura. E allora il numero torna a restringersi. Forse non è nemmeno un male, il sogno della cultura di massa è stato solo mercato. E mercato e Letteratura non sono mai andati molto d’accordo. Hesse diceva che dopo le 10.000 copie vendute bisogna cominciare a dubitare di ciò che abbiamo scritto. Forse esagerava, ma il concetto mi sembra giusto.”

Chi sono i suoi maestri?

“I miei maestri sono infiniti, da Omero ad Ariosto, da Cervantes a tutto il Secolo dell’Oro spagnolo, dalla Chanson de Geste alla Letteratura Cortese, Montaigne, Moliere, Pascal... E poi l’Ottocento francese, pieno di grandi maestri. Nel Novecento i nomi sono tanti: Joyce, Musil, Proust, Eliot. E più avanti, in Italia, Elsa Morante, Gadda, Manganelli, Tabucchi. E poi i sudamericani, Marquez, Guimarães Rosa, Carpentier, Sabato. E il premio Nobel portoghese Saramago… ma ce ne sarebbero molti altri, la lista sarebbe lunghissima. Come tenere fuori Gombrowicz?”

Quali sono i suoi sogni?

“Ho sogni semplici. Cerco di coltivare soprattutto il ridimensionamento. La nostra vita è importante solo per noi e per le persone che ci amano. I sognatori mi hanno sempre fatto un po’ paura. In genere sono dei megalomani che sognano cose straordinarie solo per loro stessi. Al sogno, pur necessario per vivere, preferisco un solido ideale. Insomma, la solita capacità di resistere alle traversie.”

Intervista di Eva Bonitatibus

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 fabi-gazze-silvestri-album-insiemeGocce d’Autore inaugura lo spazio dedicato alla musica raccontando una canzone.Parliamo di Life is sweet di Niccolò Fabi, Daniele Silvestri e Max Gazzè. Uscito lo scorso 25 aprile, il singolo farà parte dell’album di inediti del trio di cantautori dal titolo Il padrone della festa, atteso per il 16 settembre.

Life is sweet è la canzone di un viaggio e merita di essere raccontata capovolgendo completamente il punto di vista su di essa e ascoltando il racconto dalla fine, proprio dall’ultimo verso.

“L’ultimo che passa vale come il primo”

L’ultimo verso di una canzone che si chiude come a stringere in una sola energia vitale una moltitudine di uomini, dall’ultimo al primo, intorno ad una sola parola che non è quella troppe volte abusata della solidarietà, ma quella primordiale della salvezza. E lo fa in una terra anch’essa da sempre considerata “ultima”, l’Africa.

Il Sud Sudan, divenuto indipendente nel luglio del 2011, è ad oggi lo Stato più giovane del mondo. L’ultimo.

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Dopo dieci anni di guerra civile con il Nord del Sudan, la creazione dello stato indipendente non ha mai comportato una situazione di pace stabile, anzi nel 2013 le rivalità all’interno ne hanno fatto teatro di un conflitto etnico tra le forze governative di etnia dinka e quelle nuer. Un conflitto che coinvolge la popolazione intera e che continua nonostante le trattative di pace in corso.

La popolazione del Sud Sudan vive soprattutto nelle aree rurali dove pratica una precaria economia di sussistenza. Ma questa non è la sola miseria di questo popolo, il cui sviluppo è influenzato negativamente dalla mancanza totale delle infrastrutture e dalla recente distruzione di quelle che erano esistenti . Il Sud Sudan è un luogo di dolore, il suo popolo è vasto ma troppo distante, isolato e sofferente da qualsiasi angolazione lo si guardi. Eppure  “cambiando prospettive” è possibile non certo cambiare lo stato di cose ma dare a se stessi “il giusto slancio per ripartire”.

Life is sweet nasce dall’idea di un viaggio, così come i viaggi nascono sempre dalla necessità di cambiare le prospettive e le angolazioni da cui si guardano le cose. Niccolò Fabi, attivista e testimone del lavoro dell’Organizzazione Non Governativa Medici con l’Africa CUAMM, da oltre sessant'anni impegnata per la tutela e la promozione della salute delle popolazioni africane, coinvolge nello scorso autunno Max Gazzè e Daniele Silvestri in un viaggio in Sud Sudan. Un viaggio intenso, cha va da Juba a Yirol arrivando nel villaggio di Lui e poi ritornando a Juba, verso la “terraferma” della civiltà moderna, simbolicamente ritrovata quando alle spalle ci si lascia chilometri di strade sterrate e ricomincia l’asfalto.

Molte cose nascono da un viaggio, e così dall’esperienza di questo viaggio prendono forma le immagini della canzone. Dalla stessa esperienza di un viaggio che, attraverso la condizione a tratti avventurosa ma sempre consapevole della difficoltà di convivere costantemente con tali disagi e paure, conduce i tre cantautori nell’anima più “dolce” della partecipazione umana. Non quella univoca nei confronti di chi è svantaggiato, ma quella un po’ più grande, un po’ più ricca, che non ammette più differenze, quella in cui l’atavica sfida tra uomo e ostacoli naturali rende inevitabile la consapevolezza che l'ultimo che passa vale come il primo

Il viaggio dei tre cantautori è un’esperienza di distanze. La strada, il luogo più rapido e fondamentale, il luogo che richiama alla mente le possibilità, la dinamicità, il cambiamento, in Africa cambia di significato e si trasforma in un ostacolo quotidiano.

Le strade in Sud Sudan sono completamente sterrate. L’asciutto o il bagnato determinano i tempi di percorrenza di una terra infinita, le cui sterminate distanze sono influenzate ancor di più dagli eventi naturali.

La strada del progresso dove tutto il mondo sembra immediato, raggiungibile e tutto è prevedibile si affianca alle strade di Yirol dove non c’è più nulla di certo, dove l’asfalto scompare per lasciare il posto a fosse, fango, lunghe fermate e lente ripartenze. Dove la vita va scelta e reclamata con ostinazione, va spinta fuori dalle pozze di malattia , va riportata alla luce e alla dignità e dove tutto ciò non può più essere possibile senza l’aiuto dell’altro. La terra del Sud Sudan si fa piena di ricchezza e la sue strade, in cui cessa ogni forma di individualità, conducono a una meravigliosa collettività che arriva da ogni angolo del mondo.

L’immensa difficoltà di un territorio soffocato dalle carenze si scontra quotidianamente con la forza di chi questo territorio lo vive, di chi partecipa con la sua piccola forza a un desiderio di forza comune, che come una catena umana costruisca ponti incrollabili , diventi sempre più stretta e fitta e che non lasci mai scorrere via la consapevolezza, intimamente umana, che in fondo dalle difficoltà ci si salva tutti insieme oppure non ne è salvo nessuno. Che nessuna madre può dirsi salva se altrove una stessa madre muore di parto e nessun bimbo è davvero sano se altrove un altro bimbo muore di fame o di malaria. Che il mondo non è salvo se l’urlo disperato del suo “ultimo” Paese produce solo un sordo rumore di fondo. E che se la vita conserva il suo gusto “dolce” anche in una terra avversa e attanagliata da limiti estremi, ciò è reso possibile solo dall’unione di un’umanità che lotta per una sopravvivenza etica e collettiva. Medici, infermieri, cantanti e ancora gente del luogo, giovani ragazzi, volti sorridenti e vite scandite da lenti ritmi rurali si uniscono nelle parole di Niccolò, Max e Daniele, simbolicamente con le scarpe nelle mani, in fila ad uno ad uno a trascinare fuori dalle pozze di fango le macchine che percorrono le non strade dell’Africa più ostile. Una catena di vita che prima di considerare la solidarietà come un dono per gli altri, considera lo stesso principio come la sola salvezza possibile per tutti, insieme. Perché da qui passeranno tutti o non passerà nessuno.

Di Antonella Mangini

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Di Toni De Giorgi

Erroll GarnerGocce d’autore da inizio ad una galleria di compositori che hanno fatto la storia della musica universale. Storie in bianco e in nero racconta la vita di un grande pianista jazz, Erroll Garner, un talento che strabiliò il mondo per la sua genialità rincorrendo le note su e giù per la tastiera del pianoforte.

Il pianista Erroll Garner nacque a Pittsburgh e suonava jazz, swing e be-bop. Divenne una leggenda negli anni ‘40 quando, a New York, si unitì all’icona del jazz Charlie Parker per le sue “Cool Blues Sessions”. Negli anni ‘50 Garner pubblicò qualche album solista, tra cui “Long Ago And Far Away” e “Concert By The Sea” e nel 1974 uscì l’album “Magician”. Garner aveva un talento speciale: nonostante non sapesse leggere la musica, poteva suonare composizioni classiche come quelle di Debussy, Rachmaninoff e Chopin. Ha anche composto “Misty”. Garner è morto nel 1977.

Aveva dimostrato le sue innate capacità pianistiche sin da piccolo, a soli dieci anni tenne una performance alla radio presso un programma riservato ai giovani musicisti. Gli esordi da musicista li consumò a Pittsburgh fino a quando nel 1944 decise di trasferirsi a New York. Dopo una breve collaborazione con il contrabbassista Slam Stewart, ebbe la sua occasione nel 1947 con il mito del momento: il sassofonista Charlie Parker. Partecipò alla session di Cool Blues e divenne famoso.

Da allora la sua carriera musicale è stata sempre in ascesa e il suo stile si è integrato con il be bop anziché scontrarsi. Ha inciso con le più importanti case discografiche di jazz, il suo brano Misty (1954) è diventato uno standard e il suo disco Concert by the Sea rimane uno dei dischi più popolari della storia del jazz.

Misty, originariamente concepito come brano strumentale nel tradizionale formato di 32 battute, è divenuto in seguito una canzone grazie al testo scritto da Johnny Burke. In questa veste è stata il cavallo di battaglia di Johnny Mathis, raggiungendo la 12ª posizione nella classifica dei singoli più popolari negli Stati Uniti nel 1959. Ne sono state interpretate numerose cover, delle quali le più notevoli sono probabilmente quelle di Ella Fitzgerald, Sarah Vaughan (1959), Billy Eckstine (1960), registrata dal vivo a Las Vegas (album: "No cover, no Minimum"), accompagnato da un ottetto guidato da Bobby Tacker; Frank Sinatra e Earl Grant (1961), Lloyd Price (1963), Johnny Hartman (1965) e, restando in ambito jazzistico, Carmen McRae (1990, all'indomani della scomparsa di Sarah Vaughn (album: "Dedicated to Sarah") e accompagnata dal Trio della pianista e cantante Shirley Horne). Da segnalare anche la "lettura" di Ray Stevens (1975) in una versione country. Oltre a queste, ne esistono anche una versione registrata da Julie London ed una strumentale degli Shadows. Nel 1991, la versione di Erroll Garner della canzone è entrata a far parte della Grammy Hall of Fame, seguita nel 2002 dalla versione di Johnny Mathis. La versione country realizzata nel 1975 da Ray Stevens è stata premiata con un Grammy per la categoria "Miglior arrangiamento dell'anno". Il brano è stato inciso anche dalla cantante italiana Mina, per l'album del 1983 Mina 25. Nel 1993 ne sono apparse due cover, una ad opera del chitarrista Larry Coryell per il suo album Fallen Angel e una del sassofonista Dave Koz per il suo album Lucky Man.

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 benvenutiChi osserva un'opera d'arte vive un'esperienza emotiva. Mettere delle parole intorno all'opera significa creare un involucro, alzare una barriera fra l'opera e l'esperienza emotiva, significa tradurre l'emozione in parole.

Di conseguenza, al sentimento subentra la ragione, il calcolo, l'analisi.

Tutto questo può permettere di vedere più in profondità alcuni aspetti dell'opera (l’ideologia, la prospettiva storica, l'abilità tecnica dell'autore, la teoria estetica...), ma sarebbe assurdo pensare che l'arte si possa "capire" o co­munque "apprezzare" applicando solo criteri intellettuali.

La PAROLA, insomma, è destinata prima o poi a fermarsi difronte all’emotività dell'opera, perché ciò che fa di quell'opera un'opera d'arte è proprio il suo lato INDICIBILE e oscuro.

L'attrazione o repulsione che l'arte riesce a esercitare su di noi nasce proprio dalla sua capacità di comunicare diretta­mente con il nostro inconscio, di sollecitare le nostre emozioni più pro­fonde, di fare luce per un breve attimo sulle regioni sconosciute dell’anima. Ma se le parole fossero pronunciate dall’opera stessa e se a spiegare la realizzazione fosse proprio quel dipinto? 

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Questo concetto è stato reso nel miglior modo dall’artista Olandese Maurits Cornelius Escher con una litografia del 1948 “Mani che disegnano”, in cui una mano destra, nella parte alta del foglio, sta disegnando una mano sinistra.

L’inganno creato in questa raffigurazione è stato volutamente basato su vere premesse (immagini) per mezzo di ragionamenti corretti (composizione) che tuttavia portano a conclusioni contraddittorie (mondi impossibili).

La mano disegna sé stessa. Nella sua rappresentazione e realizzazione l’arte parla di sé.

E se fossero i soggetti rappresentati a poter parlare?

Osservando un dipinto qualsiasi, di sicuro, almeno una volta nella vita, sarà capitato di immaginare di cosa avrebbero discusso i personaggi ritratti se fossero stati dotati della facoltà di parola.

Stefano Guerrera, ingegnere informatico di 25 anni ha ben pensato di dare una risposta a tale quesito creando una delle pagine più seguite su facebook (più di mezzo milione di utenti) nel quale a intervalli irregolari vengono pubblicate le immagini derivanti dai quadri più popolari della storia dell’arte corredati da un commento ironico in dialetto.Immagine2

Per realizzare le sue personalissime "opere d'arte" usa Snapchat, "un'app” di messaggistica che negli Stati Uniti è usatissima, mentre in Italia ancora non è molto conosciuta.

Nata per gioco o per caso Stefano partorisce questa piccola grande idea proprio nel leggere l’appello per riportare l’insegnamento dell’arte nelle scuole superiori e altro non fa che portare su Facebook quello che molti studenti hanno fatto per anni durante le lezioni di arte al liceo o nelle aule magne dell'università.

Da qui si può far nascere una riflessione, per pensare nuovi approcci più attuali in grado di coinvolgere gli studenti di oggi, sfruttando tutte le potenzialità della tecnologia, dei social e della multimedialità in generale.

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i libri che hanno il mare nel titolo

Un-mare-di-libriL’estate regala più tempo alla maggior parte delle persone. Ognuna decide come impiegarlo. Più o meno tutti sono indirizzati ad intraprendere un viaggio. In molti si preparano ad affrontare il proprio immaginando mete meravigliose e avventure da mille e una notte. Ma non tutti lo fanno aprendo un libro. Bastano le prime righe per catapultare il lettore in mondi lontani, promettendo le mete agognate e forse mai immaginate.

Noi di Gocce d’autore abbiamo fatto una ricerca giocosa, scegliendo quei libri che hanno il mare nel titolo. Così da non allontanarci dall’idea prevalente che vede l’estate associata al mare. Ne abbiamo individuati dieci, sono tutti piacevoli romanzi, che speriamo vi portino in luoghi da esplorare e nei quali trovarvi a proprio agio.

Buone letture a tutti!    

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