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Battito cardiaco, respiro, movimento e creazione.

Heather Hansen, una performance artist contemporanea e ballerina di New Orleans, ha messo a punto un modo elegante e creativo per catturare i suoi movimenti di ballo su un foglio di carta con un po di carbone.

Per l'aspetto prestazionale del suo lavoro, Hansen invita gli osservatori a vedere la sua danza su un enorme pezzo di carta.Mentre balla, adagiata sulla carta, disegna con il carbone la costruzione graduale di un bellissimo schema figurativo.

Questo suo progetto nasce sulla spiaggia dopo aver visto le linee scolpite sulla sabbia lasciate dai suoi movimenti “danzanti” e così decide di mettere in mostra su carta i movimenti fluidi del corpo e le forme simmetriche di curve e archi che crea mentre si contorce e si piega su di essa.

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Ogni forma d’arte ha a che fare con gli strumenti attraverso i quali si estrinseca; e gli strumenti sono sempre estranei all’artista. Lo strumento della danza è il corpo umano…

Ladanzaè stata considerata la prima forma di espressione artisticae di comunicazione adottata dall’uomo nella storia.

Il linguaggio non verbale rappresenta il settantacinque percento della comunicazione. Il corpo si fa strumento: si muove, si alza, si abbassa, si china, ondeggia, dipinge nello spazio, segue il ritmo del vento, del tempo, del cuore, della musica, danza.. e danzando l’uomo ha rappresentato, in tutte le epoche, dolore, gioia, passioni, ideali, valori e bisogni.

Nell'essere umano questa forma d’arte può giungere alla creazione di forme nuove nello spazio, animate dall'intensità della partecipazione interiore.

La danza rappresentata dagli artisti, ci riporta alla mente i dipinti delle ballerine di Degas, pittore che alla fine dell''800, ci invitava già a considerare gli aspetti più intimi del ballo proponendoci scene vissute in un interno.

I dipinti di Renoir, invece, ci invitavano ad apprezzare l'aspetto più gioioso delle danze all'aperto, di una Parigi mondana che appariva quasi unirsi a queste danze collettive, svolte nei modesti locali alla moda con leggiadria e spensieratezza.

Ben diverso è il tono del dipinto “La danza” di Chagall del 1951, che ci riporta al mondo onirico dell'artista, alla memoria del suo paese natio e all'incanto di quei ricordi. Tutto diventa magico, e la danza e la musica si fondono in un unico richiamo d'amore che li fa salire verso il cielo.

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La comunione tra il movimento e l'uso dei colori è sottolineato alla fine dell''800, dalla splendida interpretazione della nota danzatriceLoie Fuller che Toulouse Lautrec ritrae in uno dei suoi numerosi disegni. Il gusto per la linea sinuosa in Toulouse si concede al movimento del braccio dell'artista, quasi che la danza sia anche quella del movimento stesso della mano dell'artista sul foglio. Il soggetto del disegno, la ballerina americana Loie Fuller, divenne nota al pubblico per uno spettacolo in cui fondeva luci colorate e suoni ed esaltava il movimento attraverso l'uso di grandi foulard di seta, che agitandosi al ritmo della sua danza componevano figure meravigliose tanto da esser descritta da Mallarmè come “involucro fisico di un'idea”. ( un richiamo alle performance di Heather Hansen)

 

osservare3Nella scultura uno splendido omaggio alla danza è quella berniniana “Apollo e Dafne” conservata alla galleria Borghese di Roma. Il capolavoro del barocco infatti pur raccontando il dramma di una fanciulla che preferisce trasformarsi in un albero di alloro pur di sfuggire alle brame del giovane Apollo, stempera l'avvenimento attraverso la simulazione di una danza a due. Il riferimento appare evidente nelle movenze di entrambi, Apollo che ha la gamba sollevata da terra e Dafne che cinta appena in vita dal braccio di Apollo, solleva le braccia in una mossa piena di grazia. Il gruppo scultoreo ci invita a ruotare intorno ad esso e a percepire quasi un eco lontano di musica barocca.

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La danza è la realizzazione di un dialogo con sé stessi, tramite il quale riusciamo a manifestarci agli altri. I movimenti seguono un ritmo interiore e, se pur nel silenzio, ognuno di essi è in grado di suscitare un' intensa vibrazione. Si parla di Arte poichè Il livello artistico rappresenta la forma evoluta della espressione coreica la quale si identifica col danzatore fino al punto di nascere e morire con esso. Quando muore un grande pittore, restano i suoi quadri a parlare di lui e a glorificare la Pittura. Se muore un grande ballerino, dobbiamo ricorrere ai filmati (quando ne esistano) per rivivere la sua opera d'arte. Se il grande ballerino invecchia ed il suo corpo perde la forza, lo slancio, la freschezza espressiva, cessa il suo miracolo di produrre arte. Ecco perchè una esibizione di danza artistica è un momento irripetibile, unico. Se il ballerino esegue cento volte, nell'arco della sua vita, una danza artisticamente rilevante,  vuol dire che ha prodotto cento opere d'arte: perchè ogni volta è la prima; perchè dopo l'ultima volta, quell'opera d'arte cessa di esistere.  

 

 

 

Vetrofanie danzanti

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Arte, colori, musica, la danza come espressione dell’io più profondo, queste le componenti magiche che hanno regalato e suscitato emozioni a chi ha assistito a questa originale iniziativa ideata dal Centro danza Maeva di Potenza in collaborazione con Benetton store di Potenza e con Decor Eventi Potenza nelle prime tre domeniche di dicembre.

Le allieve del Maeva hanno dato vita a suggestive coreografie animando l’atmosfera natalizia nel centro storico della città. Una forma d’arte a tutto tondo in cui vengono fuse la creazione coreutica con quella figurativa.

Un modo del tutto particolare di decorare le vetrine dei negozi: non i consueti decori colorati, ne’ festoni natalizi, tantomeno alberi di Natale e pacchetti regali confezionati ma giovani ballerine che interpretano lo spirito natalizio attraverso il linguaggio del loro corpo accompagnato dalle melodie tradizionali natalizie.

Le tre vetrine della Benetton store sono state così trasformate in piccoli schermi da cui assistere all’inusuale spettacolo.

 

Serena Gervasio

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inedito2Cammino pensierosa per le vie del centro, è Dicembre, non ci sono ancora luminarie nella mia città, di tanto in tanto in qualche vetrina scorgo l’abete ecologico addobbato. Mi fermo a guardare “ finalmente “ penso, osservo le lucine intermittenti e gli oggetti un po’inusuali che Giulia la vetrinista ha appeso ai rami folti: folletti, lanterne, fiocchi di pannolenci, abitini per le bambole. E’ bello nel suo genere e siccome completa, accanto al caminetto spento la scenografia della vetrina, trasmette come ovattata l’atmosfera di sogno che scaturisce dalla mia fantasia.

Incuriosita da questa immagine, mi propongo di visitare tutte le vetrine che espongono gli alberi di Natale. Giro, osservo mi diverto, sono tutti belli :c’è quello innevato con palline rosse e bianche le cui lucine, nascoste fra i rami scintillano come le stelle nella Notte Santa; c’e’quello lussuoso ricolmo di cristalli e fiocchi di neve;c’è l’abete naif che sembra uscito da un quadro d’autore.   Tutti trasmettono immagini poetiche, mi sembra di scorgere tanti piccoli bimbi che indossando il morbido pigiamino, curiosano fra i rami nella speranza di poter staccare da un ramo un Babbo Natale di cioccolato.

Fra tanti, un albero attira la mia attenzione: “ stupore, incredulità, disapprovazione; non e’ ecologico, ma solo lo scheletro di un abete che ha perso tutti gli aghi, ai suoi rami tristemente spogli, sono appesi fiocchi di carta lucida di ogni colore e qualche pacchettino mal confezionato, il puntale e’ un fiore bianco riciclato per l’occasione e che guarniva una scatola di confetti. Sento una profonda tristezza, chissà cosa vuole dire l’autore, certo sembra raccontare storie di povertà, oppure un messaggio di crisi. Il negozio accanto al quale e’ posizionato appartiene a commercianti facoltosi, così pare, allora quale sarà il motivo…? I miei pensieri si infittiscono, ad un tratto pero’, ricordo una favola raccontata alla mia nipotina dalla su maestra di Scuola Materna.

Era Natale, nella fattoria di un piccolo borgo, fervevano i preparativi, i bambini allestivano il loro abete, la cuoca preparava dolci in quantità , l’odore dei biscotti nel forno stimolava una certa acquolina in bocca. Gli animali che vi abitavano, attratti da tanto fermento, vollero il loro abete, ma come addobbarlo? Fu così che l’oca si fece prestare dalle sue amiche le piume bianche e grigie; il cane corse a dissotterrare le ossa che aveva nascoste; la pecora raccolse quanta più lana che poteva, l’asino andò nella stalla e tutto trafelato staccò ciuffi di paglia; insieme andarono nel bosco a prendere un piccolo abete. Fu così che in poco tempo l’albero fu pronto,. Il cielo si commosse e fece cadere una pioggia di stelline che illuminarono l’albero degli animali.

Erano tutti felici e insieme ai colombi, alle galline,all’asino nella stalla, fecero festa. Anche i bambini scesero nel cortile a rallegrare l’evento con un girotondo. Era sicuramente molto più bello quello che lo striminzito e spoglio del negozio di maglie.

Intanto con quel ricordo ripresi a camminare e a cercare alberi, alberi di Natale tanto attesi da grandi e piccini.

Tornata a casa mi consolai con il mio meraviglioso e sontuoso Albero addobbato da una scenografa d’eccezione, mi sedetti accanto sulla mia morbida poltrona e mi addormentai.

Nel sogno immaginavo come rendere bello Striminzino, lo scheletro infiocchettato e ricordo che lo spogliavo e rivestivo proprio come facevo con la mia stanza vuota che adoravo arredare ogni volta in modo diverso.inedito3

Finalmente la mia fantasia diede una idea precisa: lo avvolsi in abbondante tulle bianco, circondato da fili d’argento e stelline scintillanti, completato da un grande cristallo di ghiaccio e per completare la sontuosità del suo aspetto lo collocai nel castello della regina delle nevi. Ecco sono soddisfatta e’ proprio bello ora.

Il mattino seguente al sogno esco col proposito di tornare da Striminzino e… MAGIA!!!. Accanto al negozio di maglie c’era l’Abete che avevo addobbato nel sogno.

Ora sono proprio felice e curiosa di sapere chi ha realizzato il mio sogno.

Ma certo: “ La Magia del Natale!

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Canto di Natale (A Christmas Carol) è la più classica delle storie natalizie. Romanzo breve di genere fantastico del 1843, dalla penna di Charles Dickens, è stato reinterpretato al cinema e al teatro, utilizzato anche a scopo didattico e rivisto in chiave fumettistica oltre che nella più tradizionale delle vesti letterarie.

 

 

L’opera rappresenta una finestra di tempo, senza tempo.

 

Si rinviene in senso più ampio, lo spaccato di una Londra cieca e costellata da analfabetismo, povertà e sfruttamento minorile. Un’immagine fin troppo vivida di quanto ancora non sia cambiato nel mondo. È forse proprio questo il trait d’union.

 

Oltre a ciò, si attesta come espediente ideale, usato dall’autore per criticare le faglie di una società arretrata e brutale, soprattutto nei confronti dei più deboli. Per contro, non manca di offrire uno spiraglio di speranza e quindi di luce finale.

 

Il burbero protagonista, Scrooge, ricco finanziere, avaro al punto da non vivere se non in funzione della sua satolla cassaforte di denari e fortemente opposto all’idea del Natale, si converte di fronte a un’evidenza cristallina e inconfutabile che gli si manifesta per il tramite di tre fantasmi che vanno a turbare la sua personale notte di Natale.

 

L’amico e socio in affari, Marley, morto, gli appare per primo per introdurre quello che sarà un “cammino onirico” di analisi del dolore e redenzione.

 

Il riflesso del Natale Passato gli propone cartoline della sua infanzia, desolata d’affetti; non ha che il nipote Fred al suo fianco, ma l’opposizione al ragazzo è totale, tanto da fargli rifiutare tutti i suoi inviti a trascorrere le festività in famiglia.

 

scrivere 1Il Natale Presente lo fa ridestare dopo ore di cupa disperazione e terrore. Scrooge si ritrova a osservare la famiglia di Bob Cratchit, suo lavorante, sfruttato, maltrattato e non pagato come si converrebbe, con un figlio gravemente malato al quale non può garantire le cure.

 

La nebbia accoglie il Natale Futuro, accompagnatore silenzioso e triste. Il vecchio brontolone vede la proiezione del suo funerale, momento in cui subisce lo scherno di quanti lo hanno conosciuto nella vita.

 

Al risveglio, scopre con sollievo di essere in tempo per rimediare. Va per strada e fa doni, consente al piccolo Tim (figlio del suo dipendente, al quale corrisponderà finalmente uno stipendi dignitoso) la guarigione e soprattutto accoglie finalmente l’invito del nipote Fred.

Un circolo che si chiude. Un lieto fine di senso, che vale come auspicio generale.

 

 

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Giuseppe Bigliardi non è un semplice fotografo, ma un artista caleidoscopico. La forte passione per la fotografia spinge Bigliardi ad iscriversi all'Istituto Europeo di Design, dove impara i segreti dell'arte fotografica specializzandosi nello still life.

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In realtà, sono diverse le tecniche fotografiche che Giuseppe Bigliardi riesce ad interpretare con bravura e abilità, pur mantenendo uno stile molto personale http://www.giuseppebigliardi.com/.

Terminati gli studi, Giuseppe Bigliardi si lancia nel settore giornalistico, come fotografo di testata di riviste note automobilistiche oltre a partecipare alle campagne pubblicitarie di noti brand commerciali.

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Per Bigliardi la fotografia è un'arte in continua evoluzione e nella sua sperimentazione rivoluziona il concetto di fotografia per cui l'immagine perde la sua essenza bidimensionale per acquisire corpo e plasticità nello spazio.

L'immagine nella fotografia, è solo il punto di partenza di un complesso lavoro che risulta dallo studio di prospettive, forme, profondità e materiali (spesso di scarto o di riciclo!).

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Quando guardi un'opera di Bigliardi non riesci a comprendere se è nata prima l'immagine o il supporto su cui è impressa e se la tridimensionalità è da attribuire alla profondità dell'immagine stessa, ai colori, alle forme scelte o ai materiali, assemblati e talvolta intrecciati per dare forza e armonia alla materia.

Prospettiva, profondità, plasticità è la fotografia che prende una nuova forma staccandosi dalla liscia superficie della carta per lasciarsi “modellare” confondendo sensi e sensazioni... chi osserva l'opera di Giuseppe Bigliardi riflette su quanto sia stranamente possibile toccare l'immagine con gli occhi!

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Anna Chiara Blasi

 

 

 

 

 

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inedito1“L’ho vista, l’ho vista!” gridò all’improvviso Matilde che scrutava il buio della notte dalla finestra della camera da letto. Il tono concitato e ansioso ci svegliò e con un balzo dai letti fummo accanto a lei. “Dove, dove? Dov’è?” chiese Lisetta, la più piccola di noi. Matilde indicò il punto esatto con il suo dito, generando una certa agitazione in noi altre.

Con i nasi incollati ai vetri, eravamo tutte lì: Ilde, Matilde, Agnese, Elsa, Loretta e Lisetta, a guardare in direzione della luna.

“L’ho vista!”, insistette Matilde, “ho visto una scia luminosa attraversare il cielo, proprio lì, vicino alla luna”.

Rimanevamo in silenzio, pazientemente ad aspettare che la scena si ripetesse. Non un movimento, non un respiro. “Ssssss!!!” ci rimproverò Ilde, la maggiore delle sorelline, “papà e mamma stanno dormendo!”

Bisbigliando e rimbrottando, ciascuna di noi cercava di guadagnarsi una posizione migliore, uno spiraglio che garantisse una visione maggiore del cielo stellato. Volevamo vedere la Befana! Il tempo sembrò fermarsi nel buio della cameretta invasa dai letti aperti e con le coperte arruffate dalla fretta.

“Matilde sei sicura di averla vista?” chiese Agnese che cominciava a dubitare. “Com’era questa scia?” chiese Loretta. Matilde rassicurò tutte noi arricchendo di particolari la sua descrizione precedente. L’ascoltammo senza distogliere lo sguardo dal cielo, intimamente grate per le sue parole che rigettavano ogni ombra di dubbio.

Che spettacolo quella notte rischiarata dal bagliore della luna e dal brillare di tante piccole stelline!inedito2

Assiepate alla finestra, con il cuore in tumulto e una gioia che cresceva sempre di più, cominciammo a raccontarci magiche leggende sulla Befana.

Il sonno ormai ci aveva abbandonate e una straordinaria eccitazione ne aveva preso il posto. E che spettacolo per la Befana che ci vedeva da lassù: sei graziose sorelline in pigiama con i nasi all’insù e gli occhi sgranati a perlustrare il cielo, tra puntini luminosi e virgole di nubi.

La stanchezza prese il sopravvento e con una punta di rammarico per non aver avvistato la mitica vecchina a cavallo della sua scopina, ce ne tornammo a letto. Il cuore però era gonfio dell’emozione ancora viva e fu difficile riaddormentarsi.

“L’anno prossimo non andremo a dormire, così la vedremo anche noi!” dissi io, incontrando l’approvazione delle altre. La delusione si sciolse al dolce pensiero dei doni che avremmo ritrovato l’indomani mattina al nostro risveglio. Ci addormentammo finalmente e la notte trascorse placida e serena. La Befana stese su di noi una nuvola azzurrino che ci avvolse in un morbido abbraccio e sfiorò le nostre gote paffute in una calda carezza.

Ogni anno puntuale la nostra adorata vecchina viene a trovarci. Ora dietro le finestre vede i nasini dei nostri piccoli bambini, i loro cuoricini palpitano proprio come i nostri, mentre cresce l’attesa per la nascita di un nuovo giorno, pieno di rosee promesse e di doni copiosi.

Eva Bonitatibus

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musicareIl suo suono era inconfondibile, potente, pieno. Il suo modo di suonare dietro al tempo (laid back) lo rendeva particolare. La prestigiose collaborazioni del sassofonista statunitense Dexter Gordon spaziavano da Lionel Hampton a Tadd Dameron, Charles Mingus, Charlie Parker ,Louis Armstrong, Dizzy Gillespie, Billy Eckstine. Iniziò all’età di 17 anni nell'orchestra di Lionel Hampton e successivamente a 20 anni venne chiamato da Louis Armstrong. Il suo grande maestro fu Lester Young, che influenzò il suo stile.

Dexter Gordon ha lasciato un'eredità tecnica e stilistica chiaramente individuabile in molti sassofonisti jazz contemporanei, specialmente per quello che riguarda la sua interpretazione delle ballads. Il produttore Ira Gitler afferma che lo stile di Gordon nei primi anni influenzò tanto Coltrane quanto Sonny Rollins.

La collaborazione con Charlie Parker lo rese famoso nell'ambiente. Verso la fine degli anni cinquanta, Gordon cominciò ad avere seri problemi di alcolismo che comportarono il suo inesorabile declino.

 

 

Nel 1962 intraprese un lungo "esilio" in Europa, dove trascorse 15 anni suonando e vivendo principalmente a Parigi e Copenaghen, e collaborando regolarmente con alcuni jazzmen espatriati quale Bud Powell, Freddie Hubbard, Bobby Hutcherson, Kenny Drew, Horace Parlan e Billy Higgins.

Nel ‘76 tornò negli Stati Uniti per registrare molti degli album usciti sotto il suo nome, ma sono i sette album che ha registrato per la Blue Note Records negli anni sessanta (Doin' Allright, Dexter Calling..., Go!, A Swingin' Affair, Our Man in Paris, One Flight Up e Gettin' Around) a essere considerati le sue opere migliori.

L'esibizione al Village Vanguard di New York fu un nuovo inizio dal punto di vista sia discografico che artistico, e la critica finalmente lo riconobbe come uno dei migliori sassofonisti jazz.

Durante la prigione per possesso di eroina, Gordon divenne un appassionato di cinema, e per questo nel 1986 accettò con entusiasmo di interpretare la parte del protagonista in RoundMusicare dexter gordon Midnight - A mezzanotte circa, diretto da Bertrand Tavernier e ispirato alla vita di Bud Powell e Lester Young. Nel 1990 partecipò come comparsa interpretando la parte di un paziente al film Risvegli diretto da Penny Marshall, con Robert De Niro e Robin Williams.

Attraverso la foto scattatagli da Herman Leonard al Royal Roost nel 1948, Dexter Gordon è divenuto parte integrante dell'iconografia del jazz.

 

 

Tra i numerosi successi nel 78’ e 80’ Dexer ricordiamo la candidatura dalla Awards Academy come miglior attore protagonista ed come miglior musicista .

Dexter sciomparve il 25 aprile del 1990 all'età di 67 anni.

Toni De Giorgi

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Un libro sotto l’albero è una frase abusata ormai. Ma il messaggio non si discosta da quello che noi di Gocce d’autore vogliamo trasmettere: a Natale un libro è un dono gradito. Non solo perché forse c’è più tempo da dedicare alla lettura, ma perché un libro offre viaggi sognanti senza biglietto né prenotazioni. Non occorre preparare valigie traboccanti, né cimentarsi in preparativi stressanti, basta aprire la prima pagina e il viaggio comincia! Dunque invitiamo tutti a regalare libri e a lasciarsi condurre dalle storie in essi custodite. Buona lettura e buone feste!

 

leggere sixSix memos in jazz

Di Giuseppe Romaniello

Conti editore

Il 15 ottobre 2013 Italo Calvino avrebbe compiuto 90 anni. Mi è sembrata un'occasione rara e preziosa per provare a rileggere la storia contemporanea e novecentesca del jazz americano attraverso i valori che Calvino propose nel suo capolavoro postumo "Lezioni americane" capovolgendone il paradigma iniziale. Le sei proposte per il nuovo millennio, anzi i six memos for the next millenium, individuati da Italo Calvino, diventano il filo rosso per riproporre sei qualità della musica jazz nordamericana, sei ambiti di riflessione, sei possibilità interpretative del canone musicale sviluppatosi negli Stati Uniti d'America durante il '900. In altre parole, il jazz diventa la lezione americana verso cui rivolgere lo sguardo per comprendere e decriptare l'attuale contemporaneità.

 

 

 

 

 

leggere copLa musica del mare. La scelta di un direttore d’orchestra di mollare gli ormeggi

Di Roberto Soldatini

Nutrimenti editore

Una barca e un violoncello, niente di più. La scoperta che fra la musica e l'andare a vela corre un'armonia perfetta. Roberto Soldatini, direttore d'orchestra, compositore e violoncellista, ha deciso di fare della barca la propria casa e di salpare alla volta dell'Oriente in compagnia di 'Stradi', il suo violoncello. Un viaggio, quello a bordo di Denecia, che lo ha condotto dall'Italia a Istanbul approdando nelle più belle isole dell'Egeo, alla scoperta di un mondo magico e antico, accolto dai sorrisi di gente semplice e saggia, stregato dalla bellezza dei luoghi e arricchito di nuove amicizie. Una scelta estrema vissuta senza enfasi, ma con inesauribile curiosità. Così il viaggio diventa esplorazione, occasione di incontro, scoperta di sé e dei propri limiti. Giorno dopo giorno, il musicista si trasforma in marinaio. E la barca diventa il suo mondo. La musica del mare è il racconto di una scelta di mollare gli ormeggi unica nel suo genere. Quella di un musicista che non ha messo da parte il suo passato, che continua a fare concerti e insegna in Conservatorio, ma che ha scelto uno stile di vita nuovo, e mostra orgoglioso la carta d'identità che, prima in Italia, porta come indirizzo la banchina del porto di Napoli dove Denecia è ormeggiata.

 

leggere laregolaLa regola dell’equilibrio

Di Gianrico Carofiglio

Einaudi

È una primavera strana, indecisa, come l'umore di Guido Guerrieri. Messo all'angolo da una vicenda personale che lo spinge a riflettere sulla propria esistenza, Guido pare chiudersi in sé stesso. Come interlocutore preferito ha il sacco da boxe che pende dal soffitto del suo soggiorno. A smuovere la situazione arriva un cliente fuori del comune: un giudice nel pieno di una folgorante carriera, suo ex compagno di università, sempre primo negli studi e nei concorsi. Si rivolge a lui perché lo difenda dall'accusa di corruzione, la peggiore che possa ricadere su un magistrato. Quasi suo malgrado, Guerrieri si lascia coinvolgere dal caso e a poco a poco perde lucidità, lacerato dalla tensione fra regole formali e coscienza individuale. In un susseguirsi di accadimenti drammatici e squarci comici, ad aiutarlo saranno l'amico poliziotto, Carmelo Tancredi, e un investigatore privato, un personaggio difficile da decifrare: se non altro perché è donna, è bella, è ambigua, e gira con una mazza da baseball.

 

 

 

 

 

leggere libreriaLa libreria del buon romanzo

Di Cossè Laurence

E/O

Un misantropo appassionato di Stendhal, nascosto in un villaggio della Savoia, viene misteriosamente rapito e abbandonato in una foresta. Una bella signora bionda, esperta guidatrice, perde il controllo dell'auto e finisce fuori strada. Intanto in Bretagna un uomo che ogni giorno faceva la sua passeggiata in riva al mare incontra due sconosciuti che lo terrorizzano. Ma il lettore capisce presto che questo non è un classico romanzo poliziesco. Gli aggressori non sono né agenti segreti né trafficanti. Non aggrediscono dei duri ma delle persone miti. Ce l'hanno in particolare con un libraio ribelle, con una malinconica ereditiera e con la libreria che i due hanno creato senza mai pensare che potesse suscitare tanto odio. Chi, tra gli appassionati della letteratura, non ha mai sognato di aprire una libreria ideale dove si vendessero solo i libri più amati? Lanciandosi nell'avventura, Francesca e Ivan, i due librai, sapevano che non sarebbe stato facile. Come scegliere i libri? Come far quadrare i conti? Ma ciò che non avevano previsto era il successo. Un successo che però scatena una sorprendente sfilza di invidie e aggressioni.

 

 

 

leggere viginiaMeno cinque alla felicità

Di Virginia Bramati

Mondadori

Costanza Moretti, brillante giornalista in un giornale finanziario di New York, non dovrebbe farlo, e anche il suo capo (nonché amante) è molto contrariato. Ma lei ormai ha deciso: per Natale torna in Italia, a Verate. Sua mamma e sua sorella Eleonora le sembrano troppo strane al telefono, e da quando - pochi mesi fa - il papà è morto la gestione della mitica Trattoria Moretti, nel centro del paese, è tutta nelle loro mani. Non è solo la preoccupazione, però, a indurla a partire, c'è qualcosa di molto più pressante: una voce insistente che da qualche giorno la assilla, decisa a non tacere finché non avrà ottenuto ciò che vuole. Costanza quella voce la conosce bene, da sempre... è la voce di suo padre! Allucinazioni? Non si direbbe. Suo padre ha una missione segreta e lei dovrà aiutarlo a portarla a termine: entro cinque giorni, quelli che mancano al Natale! Approdata a Verate, toccherà a Costanza pensare a tutto: sua madre ed Eleonora stanno lasciando andare la trattoria, ormai servono solo il caffè e a pochi giorni dal Natale non hanno nemmeno messo mano alle decorazioni. La sola cosa di cui si sono occupate è stato allevare le solite tre oche bianche destinate a essere cucinate per il pranzo... Ma c'è un'altra sgradita sorpresa che attende Costanza: la mamma ha affittato la stanza sopra la rimessa a un uomo di cui nulla si sa se non il nome - Andrej - e il fatto che (forse) lavora come muratore, (forse) è estone e... (sicuramente!) è molto affascinante.

A cura della redazione

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Remake

Scritto da

investire“Così un giorno presi un sellino di una bicicletta e il manubrio mettendo l’uno sopra l’altro. Facendo di essi una testa di toro. Forte. Ma ciò che feci più tardi fu gettar via la testa di toro. Gettar via. Nello solo della grondaia, da qualunque parte, ma lontano da me.

Poi un operaio si avvicinò e la raccolse dal fosso e decise che forse avrebbe potuto ricavare un sellino e un manubrio da quella testa di toro. E lo avrebbe fatto, sarebbe stata una cosa magnifica.

Questa è l’arte della trasformazione.”   (Pablo Picasso: testa di toro, 1943)

Usare, consumare, gettare, ubriacarsi di cose sempre diverse, perdersi nell’iperscelta, drogarsi di consumi per compensare tutte le possibili mancanze: questa l’esigenza primaria del vivere “contemporaneo”.

La qualità, quella vera, che appartiene all’anima delle cose e non alla loro “apparenza”, chiede di essere mantenuta imparando a conservare con la saggezza dei tempi poveri.

Riusare, trasformare i rifiuti in oggetti d’uso non significa rinunciare alla bellezza ma trovare una nuova forma estetica più prossima al nostro essere.

Una bellezza che si porta dentro le tracce di ciò che è stato, i resti di quanto è trascorso.

Partendo dal riuso si giunge ad attribuire un valore “d’opera d’arte” a un povero oggetto risorto che arriva a rappresentare l’impegno personale nella pratica quotidiana insegnando una nuova lettura dei materiali che possono avere molte vite.

Recuperare e conservare oggetti, cercare di trattenerli, il voler lasciare un’orma, una traccia, tocca una dimensione psicologica che ha accompagnato numerosi artisti.

Nei musei e nelle gallerie di tutto il mondo si sono viste opere realizzate con rifiuti, scorie, scarti, avanzi, rottami e stracci, si guardi, ad esempio, alle tendenze del Nouveau Realisme e Pop Art.

Le opere sono quelle dove prospera l’antica magia di inventare immagini con gli oggetti di scarto.

Pablo Picasso, ad esempio, che con la sua opera “Testa di toro”, coglie l'intrinseca capacità mimetica della rappresentazione che si modifica davanti allo sguardo dell'osservatore. Nulla è come appare in un ribaltamento continuo dei significati.

O ancora Marcel Duchamp con la “Ruota di bicicletta”,un paradosso logico, perché unisce un oggetto che esprime il movimento (la ruota) a uno che lo rende immobile (lo sgabello), uninvestire2 prodotto industriale (la ruota) a uno artigianale (lo sgabello di legno), una forma circolare (la ruota ) a una quadrata (la base dello sgabello).

Il valore del prodotto non è costituito soltanto dalla quantità e pesantezza della sua materia, dalla sua estetica, dalle sue prestazioni, dalla firma del designer, ma anche dai modi del suo farsi.

Questo pensiero ha indotto non solo artisti ma molteplici designers a pensare il progetto che parte dal guardarsi intorno per cercare di vedere le cose quotidiane oltre la loro apparenza, oltre il loro destino assegnato con l’obiettivo di sollecitare una riflessione sulla loro possibilità di risorgere in contesti e in modi diversi.

Passato e presente dialogano perfettamente, gettando un ponte tra ciò che è stato e ciò che è. 

Il nuovo designer deve umilmente ascoltare il “battito” delle forme che i materiali di nuova generazione portano in sé ed intervenire per dare loro una nuova luce.

E’ ciò che ha fatto Marisa Santopietro nella sua mostra “reinterpretare il design con creatività” visibile presso la sede di Gocce D’autore a Potenza fino al 21 dicembre.

Architetto e interior designer, nel 2005 crea MSD design, un concept store dedicato alla progettazione e alla vendita di arredamento e all’attività di restyling su mobili e complementi d’arredo di sua produzione.

Tutta la mostra riadatta il principio ai canoni artistici per cui “tutto si crea, qualcosa si distrugge, tutto si trasforma”.

 

La salvezza non sta nella negazione del progetto e della produzione, ma nella diversa modalità: il fare deve prevedere il disfare, e il disfatto deve potersi rifare.

 

Di Serena Gervasio

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dialogare Agnese DeDonatoHo conosciuto un mito. Una donna che negli anni ’60 ha precorso i tempi con le sue scelte culturali e professionali. Una giornalista formidabile che dopo una gloriosa esperienza da libraia ed animatrice culturale nella città capitolina, ha fondato negli anni ’70 la prima rivista femminista italiana, Effe. Fotografa e reporter, ha collaborato con varie testate giornalistiche e tutt’oggi cura uffici stampa di importati enti lirici e festival internazionali. Figlia di una famiglia numerosa di origini pugliesi (cinque sorelle e un fratello), è stata tra le protagoniste della vita mondana romana. Agnese De Donato, questo il suo nome, aveva infatti fondato la famosa libreria-galleria “Ferro di cavallo” in via Ripetta 67 frequentata da intellettuali, artisti e scrittori di chiara fama internazionale. Una donna affascinante e intraprendente che ideò per prima in Italia le presentazioni dei libri in libreria. L’ho incontrata a Montemurro, in provincia di Potenza, in occasione dell’inaugurazione della mostra “Intimo Sinisgalli” nella Casa delle Muse che la Fondazione Leonardo Sinisgalli ha allestito per volere del suo direttore, l’infaticabile Biagio Russo. La storia di Agnese, che ha donato documenti inediti alla Fondazione, mi ha talmente incuriosita che ho voluto che ci raccontasse la bella avventura degli anni '60 vissuta tra via Ripetta, Piazza del Popolo e via Gregoriana. Lei ci ha risposto così:

 

“Una sera, per caso, passeggiando per Via Ripetta, vidi un cartello su una serranda chiusa, si affittava un locale proprio di fronte alla Accademia d’Arte nella armoniosa piazzetta del Ferro di Cavallo, un segno del destino, sognavo di aprire una libreria, quale posto migliore? Il giorno dopo avevo già il contratto e nove mesi dopo, novembre 1957, ci fu la grandiosa inaugurazione di una libreria che divenne subito punto di incontro di scrittori, artisti, poeti musicisti, studenti dell’Accademia e di Architettura, divenuti in seguito importanti professionisti. Le novità assolute sarebbero state presentazione di libri e mostre fotografiche, due cose che ancora non esistevano.”

 

La sua libreria fu la prima in Italia ad organizzare le presentazioni dei libri in uscita. Come si tenevano? E quale fu il primo autore presentato? Ricorda quel giorno?

 

“Il primo libro a essere festeggiato fu Ore Giapponesi di Fosco Maraini editato da mio fratello Diego De Donato. Presentò il volume, ricco di moltissime e straordinarie foto, Carlo Levi. Come si può vedere dalle foto, le manifestazioni avvenivano in piedi, molto informali, in mezzo a una gran folla di amici. Presentazione di libri o inaugurazioni di varie mostre si susseguivano a ritmo serrato, anche perché la mia era l’unica libreria a fare queste cose e le richieste da parte degli editori erano tante!”

 

Fu ideatrice anche di un premio di letteratura per il libro più sperimentale, consistente in un autentico ferro di cavallo. Quali opere vennero premiate e che tipo di successo ebbero in seguito? Nel suo libro "Via Ripetta 67" racconta che spesso si trovava in debito con le case editrici non perché non vendesse i libri, ma perché glieli rubavano. E a rubarli erano gli amici, coloro che amavano i libri. Tra avanguardie artistiche, letterarie e musicali che frequentavano la sua libreria, qual era l'atmosfera che si respirava?

 

“L’idea di creare un premio per il libro più sperimentale dell’anno nacque proprio dalla frequentazione assidua di scrittori e poeti “d’avanguardia” che gravitavano quotidianamentedialogare 8marzo in libreria, i “Novissimi” e il “Gruppo 63”, i musicisti di “Nuova Consonanza”. Infatti, assidui in libreria oltre ai vari Levi, Moravia e altri, i più insidiosi erano proprio loro, gli “avanguardisti” con le loro idee, le loro proposte, i loro incitamenti pressanti. La libreria era il loro punto di incontro, si beveva, si chiacchierava, si leggevano i libri, i giovani studenti che sarebbero poi diventati “grandi” spesso li rubavano e io molte volte mi trovavo in difficoltà con i pagamenti. Ma era un bel vivere. Il primo a vincere il “Ferro di Cavallo” montato su legno dallo scultore Libertucci fu Nanni Balestrini. In seguito anche Germano Lombardi. Non ricordo se lui e gli altri degli anni successivi abbiano avuto successo…certamente noi, le sette belle della giuria, avemmo un grande successo di stampa: io, Carla Vasio, Gabriella Drudi, Ninì Pirandello, Giosetta Fioroni, Rosanna Tofanelli, Graziella Civiletti.”

 

In tanti si sono innamorati di lei, donna avvenente non solo per le fattezze fisiche ma anche e soprattutto per l'intelligenza e l'intraprendenza. Tra questi Leonardo Sinisgalli che le dedicò liriche intense e scherzose. Cosa ricorda di questo amore?

 

“Non è che si innamorassero di me!!! Si, mi corteggiavano, si scherzava e si rideva tanto in quel periodo. La cultura era una cosa seria, ma nei ‘60 la vivevamo con leggerezza, con quella leggerezza indispensabile in ogni cosa a parer mio. In libreria, da me la cultura non aveva niente di professorale anche se la frequentavano personaggi “seri” come Ungaretti, Praz, Argan, Pound, Guillen, Tzara … Certo non lo nascondo ero bella, che non guastava, era un valore aggiunto! Leonardo Sinisgalli mi amò molto. Con la sua arguzia, la sua intelligenza, la sua verve, la sua cultura immensa mi affascinava e per la verità affascinava chiunque! Ogni incontro con lui era un arricchimento, con l’amore mi trasmetteva gioia di vivere, amore per l’arte e per il gioco! Le sue poesie a me dedicate sono un vero dono. E sono molto lusingata e orgogliosa di vederle oggi esposte alla Casa delle Muse a Montemurro insieme ai ritratti, disegni e lettere che il Poeta mi inviava da tutto il mondo.”

 

Dieci anni trascorsi tra grandi nomi del panorama culturale internazionale ad organizzare mostre, presentazioni ed eventi di grande risonanza. Come è cambiato nel frattempo il modo di fare cultura oggi?

 

Gli anni Sessanta fino al ‘68 sono stati anni spensierati e felici. Anni della fiducia, della certezza dell’avvenire, della felicità di stare insieme, della cultura brillante, degli amici. Anni irripetibili. Prendiamo come esempio un luogo magico come piazza del Popolo a Roma, un tempo i clienti dei due grandi caffè che si guardano dirimpetto erano quasi tutti intellettuali delle lettere o delle arti: al Canova sostavano i più tradizionalisti e da Rosati quelli più scapigliati, era sempre una gran festa la sera verso le 8 dopo il lavoro ci si vedeva lì tutti, si combinavano incontri, serate, nascevano idee, progetti, si beveva e si scherzava e si continuava a fare cultura. Oggi? Quell’epoca è finita. La cultura è una industria….che non va neanche tanto bene, gli artisti non si incontrano più, la vita in comune non esiste, in quei caffè si vedono solo cinesi e russi. Nel suo recente delizioso libro Roma è una bugia Filippo La Porta a un certo punto scrive a proposito di quegli anni e della libreria Al Ferro di Cavallo: “Oggi non mi vengono in mente luoghi così ‘formativi’: quasi una riedizione delle botteghe rinascimentali”.

 

dialogare Copertina EffeNegli anni '70 ha fondato insieme ad altre donne la prima rivista femminista in Italia "Effe", le cui copertine ritraevano le foto scattate da lei. Cosa raccontava questa rivista e a chi dava voce? Ma soprattutto chi acquistava e leggeva Effe?

 

“Siamo arrivati agli anni 70, l’avvento del femminismo! Che felicità anche questo periodo, nonostante avessi già tre figli e nessuna rivendicazione riguardo alla educazione dei miei genitori, liberali intelligenti e colti, mi tuffai con entusiasmo anche in questa avventura. Eravamo un gruppo di giornaliste e ci inventammo una rivista “EFFE”, prima in Italia e seconda solo a quella famosa americana. La redazione era un luogo straordinario, si era sempre in vivaci e allegre discussioni e alla ricerca di notizie da dare, da divulgare. A chi? Le nostre lettrici erano soprattutto ragazze, ragazze affamate, che volevano sapere, che chiedevano aiuto non avendolo magari nelle loro famiglie e si parlava e scriveva di aborto, divorzio, contraccettivi, orgasmo, di tutto!!!! Fare fotografie era bellissimo, i loro visi raggianti, il gesto femminista, gli striscioni, le mimose….. (allego foto di EFFE).

 

Giornalista e fotografa, ha curato uffici stampa di importanti enti e festival internazionali. Cos'altro le piacerebbe fare oggi?

 

Non ho curato uffici stampa di festival di danza e musica, ma curo ancora. E’ il mio lavoro e lo faccio tutt’ora. Però è diventato molto stressante perché i giornali oggi si interessano solo di televisione e di cinema, anzi più che altro dei “pettegolezzi” sugli attori. Non è così? Cosa mi piacerebbe fare oggi? Veramente sono gli altri che stanno facendo delle cose su di me: l’Università Roma3 sta organizzando una giornata di studi su di me e la attività dei dieci anni del Ferro di Cavallo, e questa è una grande soddisfazione, mi sto anche impegnando per una mostra di mie fotografie, ho un archivio fotografico degli anni 70, foto ormai storiche: teatro d’avanguardia, personaggi vari scrittori politici artisti poeti manifestazioni politiche e sociali, danza e tanto altro ancora.”

 

Infine, è madre di tre figli. Pensa che questa sua fervida attività abbia aiutato i suoi ragazzi a crescere meglio, con maggiori stimoli, o che invece abbia sottratto loro del tempo? Insomma, secondo lei, qual è la ricetta ideale per essere Donna senza ripensamenti?

 

“In un passo del mio libro ho scritto: “Un passato pieno, felice, denso, un passato che è stato, ed è fino a oggi che sono vecchia, una forza umana e positiva che ho trasmesso e trasmetto quotidianamente ai miei tre figli, tanto da essere un punto di riferimento per loro”. Cresciuti con un padre gallerista d’arte e una madre giornalista della cultura e libraia non potevano certo diventare medici o avvocati…..Francesco regista, Giovanni architetto, Michele ballerino-coreografo, tre professioni artistiche e creative. A questo passato, e prima ancora degli anni di Via Ripetta, bisogna aggiungere che per fortuna io ho avuto una famiglia d’origine progressista e anticonvenzionale che mi ha regalato una vita fuori del comune, stimolante e felice.”

Eva Bonitatibus

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