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Investire

Sono stata felicissima della mattinata trascorsa tra arte e musica. Ad un certo punto ho immaginato di poter entrare in uno di quei quadri scherzando e giocando con tutti quegli splendidi colori (Roberta). Per dipingere bene si ha bisogno della musica, dell’armonia, dell’immaginazione (Sara). E’ stata proprio una giornata emozionante che mi ha fatto capire quanto sia bella ed importante l’arte! (Lucio). L’arte è questione di fantasia, ma anche di bravura (Giovanni). Oggi ho capito che l’arte significa esprimere se stessi (Mattia). Spero di ripetere questa meravigliosa giornata perché ho capito che c’è arte in ciascuno di noi (Stefano Pio). Questa mostra mi ha insegnato a capire che i quadri oltre a guardarli si possono anche ascoltare, ossia capire cosa voglia esprimere l’artista: i suoi sentimenti (Elena). Voglio che la galleria non chiuda mai perché da grande voglio vedere di nuovo, sentire di nuovo quadri e musica, ritmi e melodie (Aurora).

 

Investire 3Sono soltanto alcuni dei pensieri espressi dagli alunni di una quarta elementare dopo aver visitato una mostra d’arte figurativa. Una esposizione che ha unito la pittura e la musica e che ha trovato nell’uso del colore la sua chiave di lettura. Colori vivaci, forti, sgargianti che hanno dato vita ad inedite scene popolate da personaggi stravaganti e paesaggi sagomati. Toni briosi, con sfumature nostalgiche, hanno donato dinamicità alle immagini fermate nei quadri collezionando melodie vibranti di emozioni. Vasilij Kandinskij diceva che “il colore è un mezzo che consente di esercitare un influsso diretto sull’anima. Il colore è il tasto, l’occhio il martelletto, l’anima è il pianoforte dalle molte corde”. Dunque i bambini che hanno fruito della piacevolezza dei linguaggi artistici hanno saputo apprezzare il bello della creatività. Si sono lasciati condurre dalla musica verso la contemplazione attiva delle opere d’arte e in un clima di composta libertà hanno lasciato vagare la propria fantasia. Hanno indagato le figure dei quadri, hanno perlustrato gli spazi delle tele, hanno osservato la diversità dei materiali utilizzati. Sono entrati ed usciti dai quadri. Hanno prestato ascolto alla musica prodotta dai colori e dalle forme ed hanno guardato la musica che con le sue note ha descritto le scene rappresentate. Hanno giocato in un nuovo cosmo. Una narrazione fluida che i bambini di 9 anni hanno gradito mostrando maturità di pensiero e di elaborazione. E questo grazie alla sensibilità dei loro insegnanti e dei dirigenti scolastici che hanno acconsentito che i piccoli visitatori vivessero un’esperienza emozionale forte.

 

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Un atteggiamento di apertura che soprattutto oggi la scuola non può non avere in un momento di veloce transizione verso abitudini e valori in evoluzione. Una scuola che educa alla sensibilità e alla capacità di osservazione è una scuola che traccia percorsi certi e che punta all’eccellenza della formazione. Non è ovvietà né luogo comune affermare che soltanto attraverso le esperienze dirette i bambini imparano a conoscere il mondo. Lo dimostrò la Montessori con la teoria dell’apprendimento per scoperta e per costruzione delle conoscenze, un approccio educativo riconosciuto in tutto il mondo. Investire 1

E le esperienze di questi piccoli osservatori dell’Istituto Comprensivo “Torraca-Bonaventura” di una ancor più piccola città del Sud Italia che è Potenza in una “piccola stanza tutta colorata” che è la sede del Circolo culturale Gocce d’autore dove si è tenuta la mostra “Cosmo gioco” di Enzo Bomba, confermano ancora una volta la validità del pensiero della grande pedagogista. La scuola che educa al pensiero divergente è una scuola vincente, la scuola che educa all’arte è una scuola che insegna ad amare. Amare. Amare è un altro verbo che non conosce l’imperativo, come il verbo leggere. E’ un bisogno, è un istinto, è una sospensione. E i bambini che imparano presto ad osservare il mondo con gli occhi dello stupore solo quelli che non smetteranno mai di amare e di considerare la vita come la più grande opera d’arte dell’universo.

 

Eva Bonitatibus

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Biblioteca provinciale potenza

Continuiamo a sostenere l’appello della Biblioteca Provinciale di Potenza contro la sua chiusura. Tante le adesioni pervenute da ogni parte d'Italia e anche dall'estero. Fate sentire anche la vostra!

Con le adesioni all'appello, lanciato dal Direttore e dai dipendenti della Biblioteca Provinciale di Potenza per evitare il rischio di chiusura della struttura e di interruzione del servizio, sono pervenuti anche diversi commenti che qui riportiamo affinché chiunque voglia sottoscrivere la petizione, indicando nome, cognome, qualifica, città all’indirizzo: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. possa conoscere i nominativi di chi ha già condiviso l’iniziativa. Il testo dell'appello e l’elenco completo dei firmatari, in continuo aggiornamento, sono pubblicati sul sito della Biblioteca Provinciale di Potenza (http://biblioteca.provincia.potenza.it/).

Tra i primi firmatari dell’appello Santino Bonsera, Gaetano Cappelli, Flavia Cristiano, Roberto Delle Donne, Antonio De Siena, Mauro Guerrini, Klaus Kempf, Angelo Lucano Larotonda, Elena Lattanzi, Enrica Manenti, Maurizio Martirano, Jean-Marc Moret, Raffaele Nigro, Maria Raffaella Pennacchia Vertone, Alberto Petrucciani, Francesco Sacco, Giovanni Solimine, Anna Maria Tammaro, Giuliana Vitale, Maurizio Vivarelli.

«Se l’Italia avesse cura della sua storia, della sua memoria, si accorgerebbe che i regimi non nascono dal nulla, sono il portato di veleni antichi, di metastasi invincibili» (Pier Paolo Pasolini, Scritti corsari, 1975.)”. Ilaria Andreoletti, Biblioteca del Dipartimento di Studi Umanistici, Università del Piemonte Orientale, Vercelli

“Fermiamo il massacro della dignità della Cultura. No alla Chiusura”. Associazione studentesca Unidea – Rappresentanti degli studenti del DISU, Università della Basilicata

“Scongiuriamo la chiusura della Biblioteca Provinciale, dei cui ottimi servizi ho usufruito”. Mariano Bocchini, Geologo e storico, San Giorgio del Sannio (BN)

“Condivido pienamente l’appello, non solo alla luce del fatto che una città della nostra regione, Matera, sia stata prescelta come ”capitale” di cultura, ma anche e soprattutto perchè tutte le biblioteche rappresentano strumenti insostituibili di ricerca, in quanto autentici, silenziosi e preziosissimi custodi della nostra storia”. Antonio V. Boccia, Avvocato, Università “A. Moisiu”, Durazzo (Albania)

“Credo che questa sia l’ennesimo colpo di una politica scellerata volta solo a tagliare scriteriatamente senza affatto tener conto della perdita di un patrimonio librario di valore”. Mario Giovanni Bocola, Insegnante e dottorando di ricerca, San Severo (FG)

“L’auspicio è che la nostra storia custodita per tanto tempo nei locali della Biblioteca Provinciale non vada dispersa. Evviva i libri, evviva la Biblioteca Provinciale!”. Eva Bonitatibus, Giornalista freelance, Potenza

“Sottoscrivo l’Appello al presidente della Regione Basilicata perché adotti un provvedimento teso a salvaguardare il patrimonio culturale costituito dalla Biblioteca Provinciale di Potenza e ne assicuri la continuità delle sue alta funzioni civili e culturali”. Santino Giuseppe Bonsera, Professore di Lettere nei Licei in pensione, Potenza

“Aderisco senza riserve all’appello e mi unisco alla denuncia delle sciagurate conseguenze dell’evidente dilettantismo (per non pensare al peggio), che ha condotto all’infelice Legge Del Rio”. Dino Buzzetti, Fondazione per le Scienze Religiose Giovanni XXIII, Bologna

“Fermiamo questo suicidio dilagante”. Rocco Calandriello, libero professionista (settore creativo), Pisticci (MT)

“Aderisco senza dubbi all’appello. Salviamo il prezioso patrimonio della Biblioteca Provinciale di Potenza, così come le numerose iniziative culturali che vi si svolgono!” Giovanna Caprio, Bibliotecario (Professione disciplinata dalla Legge n. 4/2013; iscritta all’Elenco degli Associati AIB), Napoli

“Faccio mie le celebri parole di Eco, riportate in quello straordinario romanzo intriso di bibliofilia che è “Il Nome della Rosa”: «Il sapere non è come la moneta, che rimane fissamente integra anche attraverso i più infami baratti: esso è piuttosto come un abito bellissimo, che si consuma attraverso l’uso e l’ostentazione. Non è così infatti il libro stesso, le cui pagine si sbriciolano, gli inchiostri e gli ori si fanno opachi, se troppe mani lo toccano?» Affinché la Biblioteca Provinciale di Potenza continui a ostentare il suo patrimonio, e affinché ancora molte mani continuino a toccare e consumare i suoi libri e il sapere che in essi è custodito, sottoscrivo pienamente l’appello”. Carmine Cassino, Direttore rivista “Basiliskos” e curatore del blog “Un lucano all’estero”

“Aderisco all’appello! Non si può chiudere la biblioteca provinciale di Potenza!”. Angela Castronuovo, Archivista libero-professionista, Sant’Arcangelo (PZ)

“Potenza e la Basilicata hanno bisogno di maggiori presidi di cultura, non di eliminare quelli che ci sono”. Emanuele Catone, Archivista libero professionista, Buccino (SA)

“Aderisco all’appello per scongiurare la chiusura di un luogo fondamentale per la cultura cittadina, oltre che per la mia formazione personale”. Metello Cavallo, Potenza

“Aderisco all’appello per evitare la chiusura della Biblioteca Provinciale di Potenza”. Flavia Cristiano, Direttrice del Centro per il libro e la lettura (MIBACT), Roma

“Non deve chiudere”. Antonio D’Andria, Insegnante, Potenza

“Sono con voi contro queste barbarie culturali e civili”. Salvatore Damiano, Docente di materie letterarie, Firenze

“Condivido il contenuto dell’appello e mi associo con indignazione per questa vergognosa situazione. Sono solidale con Voi”. Giancarlo De Calisti, Presidente CDA GAP Srl, Roma

“Nessuna biblioteca deve chiudere: è una sconfitta della democrazia”. Cassandra De Marco, Bibliotecaria, Università degli Studi di Milano

“Chiudere una biblioteca è sbagliato: impoverisce i cittadini, rovina il territorio, mortifica i bibliotecari”. Gabriele De Veris, Bibliotecario, Perugia

“La chiusura di una biblioteca di una città equivale alla chiusura della sua anima e all’involgarimento e divenire rozzo del suo corpo”. Serafino Di Sanzo, Laureato in Lettere classiche, Senise (PZ)

“Sottoscrivo l’appello perché sono un frequentatore, da quasi trent’anni della Biblioteca”. Bruno Di Tolla, Dipendente Ferrovie dello Stato/RFI, Potenza

“Chiudete gli enti inutili ma non private i cittadini della cultura. Non devono morire le biblioteche!”. Antonello Faretta, Filmmaker, Roma/Potenza

“Non perdiamo il nostro patrimonio culturale!”. Mariolina Ferrara, impiegata, Potenza

“Negare, come i fatti raccontano, che una Biblioteca sia un patrimonio, è un crimine!” Nico Ferri, Cecilia, Centro per la Creatività, Tito (PZ)

“«Leggere è sognare per mano altrui» ( Fernando Pessoa) Condivido pienamente il vostro appello, la biblioteca provinciale di Potenza non deve essere chiusa”. Anna Nica Fittipaldi, Storica dell’arte, Lauria (PZ)

“I tagli alla cultura e all’educazione sono segno di inciviltà”. Zaira Galante, Jaén (Spagna)

“Nessuna biblioteca venga chiusa!” Claudio Gamba, Dirigente cultura, Bergamo

“Speriamo veramente che la biblioteca non venga chiusa!” Giorgio Garelli, Funzionario amministrativo dello Stato, Rocceforte Mondovì (CN)

“Sottoscrivo questo appello, sperando che trovi ascolto presso le autorità competenti. Dove si chiudono le biblioteche si ruba il futuro dei giovani e delle prossime generazioni. Più di una volta le biblioteche e i bibliotecari sono chiamati a difendere l’accesso libero e universale all’informazione in qualsiasi forma, analogica e digitale, per chiunque, a prescindere dal suo status sociale e dalle sue capacità economiche. Di più, le biblioteche sono luoghi di studio e di apprendimento, dunque posti che insieme con le scuole sono chiamati a formare ed educare i giovani che garantiscono il domani della nostra società. Inoltre le biblioteche sono rimaste tra i pochissimi luoghi aperti ed accessibili per ognuno senza obbligo di consumare e di mettersi – con la pura visita – a disposizione di interessi commerciali. Sono i veri luoghi di agglomerazione sociale e più di altre istituzioni pubbliche garantiscono la coesione della nostra società sempre più minacciata da fenomeni d’egoismo ed egocentrismo”. Klaus Kempf, Direttore Bayerische Staatsbibliothek, Monaco di Baviera

“L’ennesimo segnale di de-crescita e de-alfabetizzazione”. Manuela Lapenta, Potenza

“Certamente aderisco all’appello e mi sembra incredibile che possano succedere cose di questo genere!Sono stata Soprintendente ai Beni archeologici a Potenza, tra gli anni Settanta e Ottanta del 1900, dopo Dinu Adamesteanu, che, se fosse vivo, sicuramente avrebbe promosso una simile iniziativa. Il Professore era rumeno e si era battuto per la salvaguardia dei beni culturali della Basilicata!” Elena Lattanzi, già Soprintendente ai Beni archeologici della Basilicata, Roma

“Benissimo, chiudere le biblioteche: mi sembra che stiamo andando nella giusta direzione. Poi magari organizziamo un bel falò con tutti i libri, eh? Che ideona!” Simon Laurenzana, Operatore centro diurno psichiatrico, Potenza

“In tempi di crisi, a maggior ragione le biblioteche si aprono, non si chiudono”. Francesco Leonetti, Andria

“Sono solidale con tutti voi (bibliotecari e cittadini potentini) per il disagio che vivete e per il rischio che state correndo. Un pericolo comune anche alla nostra Biblioteca Provinciale di Campobasso”. Vincenzo Lombardi, Bibliotecario (Professione disciplinata dalla Legge n. 4/2013; iscritta all’Elenco degli Associati AIB), Direttore Biblioteca provinciale “P. Albino”, Campobasso

“Sottoscrivo immediatamente l’appello per evitare la chiusura della biblioteca storica. Esprimo i migliori auguri per un meritato successo della vostra iniziativa”. Gabriella Lorenzi, Biblioteca Università degli studi della Repubblica di San Marino

“Aderisco con entusiasmo, auguri di nuova vita alla Provinciale”. Antonio Lotierzo, Scrittore, Napoli

“Aderisco con convinzione: la biblioteca costituisce un valore inestimabile e quindi irrinunciabile!” Anna Malomo, Ricercatore di Diritto privato, Università di Salerno

“Non si può chiudere la biblioteca provinciale di Potenza! Non si possono chiudere le biblioteche pubbliche!” Vito Maragno, Dipendente Biblioteca Provinciale di Matera

“Sottoscrivo anch’io l’appello al Presidente della Regione Basilicata per evitare la chiusura della Biblioteca Provinciale di Potenza. «Ciascuno di noi forse porta scritta in una recondita particella del corpo, la propria finale condanna. Ma perché andare determinatamente a disseppellirla?» (Dino Buzzati, Cronache terrestri, 1972)”. Antonio Mario Marzo, Restauratore, Chartacea Vestis, Tricase (LE)

“Auguro tutto il succeso possibile a questa iniziativa”. Pierfranco Minsenti, Bibliotecario, Venezia

“Ritengo che è una follia la chiusura della Biblioteca Provinciale di Potenza”. Antonio Molfese, Professore, medico e giornalista, Roma/Sant’Arcangelo (PZ)

“Prego l’autorità competente di fare tutto il possibile per impedire la chiusura della Biblioteca Provinciale di Potenza. Vista la storia e la ricchezza di questa biblioteca, nonché la qualità del personale bibliotecario, sarebbe un danno immenso per la cultura del Meridione interrompere la sua attività. Ho avuto personalmente il privilegio, negli anni 2010-2012, di fare ricerche in questa gloriosa istituzione, per la preparazione del libro uscito nel 2104, I marmi di Garaguso (Osanna Edizioni). L’aiuto che ho ricevuto mi ha permesso di reperire materiale importantissimo per la redazione dell’ opera. È oltremodo chiaro che la chiusura della biblioteca priverebbe la ricerca scientifica in Basilicata di uno dei suoi strumenti principali”. Jean-Marc Moret, Professore emerito, Università di Lione 2

“Sono solidale con il grido di allarme lanciato dalla Biblioteca di Potenza”. Raffaele Nigro, Scrittore, Melfi/Bari

“Condivido pienamente le preoccupazioni esposte ed invito chi di competenza a non chiudere in sacchi sigillati la cultura, quella cultura che a tutti noi è pervenuta appunto dalla documentazione storica della regione ed alla quale ognuno di noi spesso ha fatto riferimento per i propri studi e per le ricerche. Pensiamo che se la documentazione tutta (documenti libri) sarà ben imballata saranno proprio i nostri figli a non poterla utilizzare e ci chiederanno perché o forse ci rimprovereranno per non aver fatto quanto avremmo potuto fare”. Antonio Parente, Presidente Centro Studi F. M. Pagano di Brienza, Roma

“Condivido e sottoscrivo l’appello, reputo assurda la chiusura della storica e prestigiosa Biblioteca Provinciale di Potenza”. Maria Raffaella Pennacchia Vertone, Docente e Presidente Comitato di Potenza della Società Dante Alighieri Aldo Pergola, Pensionato, Potenza

“Possiamo chiudere una porta, una storia, un capitolo, una scatola. Possiamo chiudere pure una scala mobile… ma mai una biblioteca”. Mario Pennacchio, Traduttore presso la STEP Language Services, Potenza

“La Biblioteca Provinciale è un insostitubile luogo di formazione culturale e di formazione democratica alla cittadinanza attraverso il sapere. Non solo è un dovere tenerla aperta, ma è un dovere amarla e arricchirla”. Stefano Perfetti, Docente di Storia della Filosofia Medievale, Università di Pisa

“Aderisco all’appello per difendere un importante presidio culturale e sociale del territorio”. Vittorio Ponzani, Biblioteca dell’Istituto superiore di Sanità, Roma

“Aderisco con convinzione”. Francesco Potenza, Avvocato, Potenza

“Fruitore da quarant’anni della Biblioteca, non sono solo d’accordo, ma… d’accordissimo”. Vittorio Prinzi, Docente in pensione e studioso di storia locale, già Consigliere provinciale, Viggiano (PZ)

“Le biblioteche bisogna aprirle, non chiuderle”. Francesco Pugliese, Docente, Rovereto (TN)

“Un’istituzione così importante, fonte di cultura e pregna di tradizione, non può e non deve chiudere. La spending review non può toccare la cultura, le nostre tradizioni, la nostra vita”. Nello Rega, Giornalista, Potenza

“Un presidio culturale e della memoria di così grande importanza non può chiudere nel disinteresse colpevole delle autorità politiche, specialmente se esse vogliono conservare un legame con la loro ispirazione ideale. Il patrimonio librario deve essere considerato uno strumento di resistenza alla barbarie sanguinaria che ci assale”. Rosangela Restaino, Insegnante di lettere e latino, dottore di ricerca in scienze storiche, Potenza

“La Biblioteca Provinciale non va chiusa ma va assolutamente riportata in un contesto del centro storico della Città, altrimenti è comunque destinata a morire”. Rocco Riviello, Ingegnere Regione Basilicata, Potenza

“Fermiamo il massacro della dignità della Cultura. No alla chiusura”. Andrea Rossi, Studente Università di Basilicata, Potenza

“Chiudere una biblioteca è stato da sempre non solo triste ma il segno della decadenza di una intera civiltà. Condivido l’appello della Dott.ssa Costabile e ne sottoscrivo le considerazioni e le preoccupazioni”. Franco Sabia, Direttore Biblioteca Nazionale di Potenza

“Non si può restare indifferenti a questo effetto collaterale, pessimo, dell’abolizione delle province italiane”. Serena Sangiorgi, Biblioteca Politecnica, Università di Parma

“Condivido l’appello lanciato dalla Biblioteca Provinciale di Potenza ritenendo inammissibile non poter garantire alla comunità i diritti fondamentali dell’istruzione e della libertà di informazione da tempo espressi dalle Biblioteche di questa Regione”. Angela M. Scandiffio, Istruttore di Biblioteca della Biblioteca Provinciale di Matera, Matera

“Non credo che siamo così acculturati ed istruiti da poterci permettere la chiusura della Biblioteca Provinciale di Potenza”. Antonio Sciaraffia, Impiegato, Potenza

“La Biblioteca provinciale di Potenza rappresenta, come analoghe istituzioni esistenti in capoluoghi del centro sud, un importante presidio culturale e un elemento essenziale della infrastrutturazione civile del territorio. Va assolutamente scongiurato il rischio di una sua chiusura e ne vanno invece salvaguardate le funzionalità”. Giovanni Solimine, Docente Università di Roma La Sapienza, Presidente del Forum del libro

“Un servizio pubblico così importante qual è la Biblioteca Provinciale di Potenza non andrebbe interrotto”. Gerardo Travascio, già sindaco di Pietragalla (PZ)

“Le città ‘invivibili’… dove cementificare prati è perdere un luogo in cui giocare; dove costruire schiere di palazzi è non avere un luogo in cui parlare; dove chiudere biblioteche è sottrarre un luogo in cui pensare”. Simona Ugliano, Potenza

“Signor Presidente, ogni libro che sparisce, è un po’ del nostro mondo che non c’è più”. Emanuele Vernavà, Promotore Centro Vincenzo Solimena, Forenza (PZ)

“Giù le mani dalla Biblioteca!” Vivi Potenza

“Sostengo con forza”. Irene Zavattero, Università di Trento

 

A cura della redazione

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dialogare Michele Pogliani

Sarà a Livorno e a Napoli nel prossimo mese di aprile per individuare giovani danzatori. Il nuovo talent scout in Italia della Rotterdam Dance Accademy, la più importante accademia di danza d’Europa, Michele Pogliani ha ricevuto da poco la prestigiosa nomina che gli consentirà di “promuovere” nuovi talenti cui offrire concrete possibilità per l’inizio della loro carriera. Il danzatore e coreografo italiano dalla lunga e luminosa carriera racconta in questa intervista la sua vita per la danza, le sue esperienze professionali, la sua filosofia sul corpo e sul superamento dei propri limiti. Racconta anche le nuove frontiere della danza, di come i nuovi approcci ai linguaggi virtuali possano dare vigore al gesto e al movimento. Ma il nostro ospite fa anche un’analisi sullo stato dell’arte tersicorea in Italia e con una punta di rammarico ne denuncia la scarsa attenzione nella quale viene considerata.

 

Michele Pogliani, definito dalla critica danzatore e coreografo dell'osservazione per il suo "movimento dello sguardo" e per l'intensità del gesto. Cosa deve essere la danza? Un linguaggio, un'esperienza emozionale o un modo per stare al mondo?

 

Per quanto mi riguarda la danza è sicuramente un’esperienza corporea, un viaggio emotivo e un linguaggio. Ho sempre pensato alla danza come a una scelta di vita, una necessità da cui non si può prescindere. Che si parli di un linguaggio astratto piuttosto che di un linguaggio teatrale, espressivo è un percorso che partendo dal nostro corpo si dirama alla nostra coscienza. Non si può scindere il piacere e l’esperienza fisica dal nostro essere emotivo ed intellettuale. Se questo non avviene, il viaggio è incompleto.

 

Come e quando si è avvicinato all'arte tersicorea? 

 

Molto tardi, all’età di 17 anni. Mia madre mi portava spesso a vedere i grandi balletti classici. Mi appassionai al punto di voler diventare un critico di danza consapevole che non sarei mai riuscito a recuperare il tempo perduto. Cominciai a studiare con Elsa Piperno per avere gli strumenti per capirne di più. Mi sbagliavo! Dopo la prima lezione di Graham volevo fare solo quello, ballare. E così è stato.

 

Dodici anni a New York nei primi anni '80. Un'esperienza da sogno al Merce Cunningham, a contatto con grandi coreografi, nella Rosalinda Newman and dancer, nella Laura Dean dancer and musicians, nella Lucinda Childs dance company con cui ha fatto il tour mondiale Einstein on the Beach di Robert Wilson e Philip Glass. Cosa porta con se' di questa straordinaria avventura?

 

Vivere gli anni 80 a NY è stato un privilegio immenso. L’America era un focolaio di artisti, pittori, scrittori, poeti, musicisti e coreografi. Si era liberi di creare e di pensare l’impossibile. Dopo una prima esperienza con Rosalind Newman, che mi ha insegnato la dedizione necessaria per diventare un danzatore, mi sono subito interessato al movimento minimalista in tutte le sue forme. La mia prima esperienza fu con Laura Dean, coreografa e musicista minimalista e storica collaboratrice di Steve Reich. Lavorare in seguito con Lucinda Childs fu il coronamento di un sogno. Da lei e, successivamente da Robert Wilson, ho imparato tutto quello che so oggi a livello coreografico, registico e di illuminazione della scena. Lucinda mi ha cambiato la vita, Wilson l’ha raffinata.

Da Merce, dove ho studiato i miei primi anni nella grande mela ho imparato che tutto è possibile; i limiti sono solo linee immaginarie che delineano la nostra insicurezza, ma se si vuole fare arte bisogna essere disposti a superarli, a combattere i propri fantasmi e ad infrangere i propri tabù.

 

Com'è cambiata la danza da allora?

 

dialogare 2Credo che l’America abbia subito un’involuzione dopo la progressiva perdita dei grandi maestri che hanno dato vita alla Danza Moderna e al post modernismo. L’interesse si è sicuramente trasferito in Europa e in Israele, dove una nuova generazione sta sperimentando e portando la danza a grandissimi livelli. Quello che forse mi manca oggi è la firma, il segno distinto dei nuovi coreografi. Il metodo di lavoro è cambiato, ci si affida molto di più all’apporto dei propri danzatori. Questo, da una parte, ha arricchito il linguaggio, dall’altra ha creato una leggera perdita di identità da parte del coreografo che delle volte si può definire un vero e proprio regista. Stiamo vivendo un momento storico in cui i grandissimi talenti si sprecano, peccato però che l’attenzione per la danza (soprattutto in Italia) sia immensamente calata.

 

La sua straordinaria vita da danzatore lo ha portato sui grandi palcoscenici del mondo in qualità di interprete e di coreografo. Ha anche fondato una sua compagnia, CMP,  nel 1997 e sciolta nel 2005. Il suo debutto fu "Il Rosario di Umili Meraviglie", uno spettacolo che parlava dell'amore inteso quale eterna e disperata lotta. Oggi che posto occupa questo tema nella sua arte?

 

Dopo il Rosario, ho lavorato su tematiche completamente diverse. Ero affascinato, insieme ai miei collaboratori, dalle nuove tecnologie, dal video gioco, per tornare al gioco analogico, al musical e all’aspetto ludico della danza. Dal 2008, dopo la morte del mio compagno, sono tornato a un aspetto più umano della danza. Il tema dell’amore, della seduzione, dell’ispezione del corpo sono tornate a guidare le miei creazioni.

 

Uno stile che fonde "la contemporaneità dell'avanguardia e l'eternità del classico" e che esalta il rapporto tra il corpo e lo spazio. Nell'era virtuale come cambia questa relazione? 

 

Il virtuale è spesso considerato freddo e distaccato rispetto all’esperienza dal vivo. Non sono d’accordo. Credo che, ad esempio, il video sia diventato uno strumento di facile presa e fruibile a un pubblico molto vasto. Ciò che è importante è l’uso che uno ne fa. Grandissimi artisti si cimentano con questo strumento da anni, così come molti giovani artisti oggi. L’impatto può essere estremamente forte e toccante. Il video ha un potere mediale di grandissimo impatto, come il cinema d’altronde. La danza trasposta su video, certo, perde l’emozione e la fragilità dell’esperienza live, ma non per questo è meno forte o emotivamente fredda. Da qualche anno mi sto dilettando anch’io con questo mezzo e ne sono completamente affascinato.dialogare coreografia Pogliani

 

Dallo scorso mese di Gennaio e' stato nominato ufficialmente Talent Scout in Italia per la CODARTS di Rotterdam, una delle Accademie più prestigiose d’ Europa, di cui e' stato coordinatore sotto la direzione artistica di Samuel Wuersten. Quale sarà il suo compito?

 

Lavorare alla Codarts e soprattutto con Samuel è stata un’esperienza fondamentale. Ne avevo gli strumenti e credo di aver dato un apporto importante. Ora dopo undici anni di collaborazione con loro sono felice mi abbiano datodialogare MP questo riconoscimento. Di fatto si tratta di individuare giovani di talento a cui poter offrire borse di studio o inviti ufficiali alle audizioni che l’accademia tiene in Italia grazie all’AED di Livorno, partners ufficiali della Codarts.

 

Ha fatto un cenno al suo rapporto con l'Italia. Come giudica lo stato di salute della danza in Italia? 

 

Purtroppo il mio rapporto con il nostro paese è da sempre piuttosto conflittuale. Trovo sia un paese meraviglioso con il potenziale di essere un paradiso e dove vivono grandi menti. Ma questo rimane, a mio parere, solo latente. Di fatto è un paese che culturalmente è sprofondato ai minimi storici. La danza, ovviamente, è la prima a risentirne.

 

Coreografo e maestro di danza contemporanea, collaboratore dell’AED di Livorno, coordinatore del Triennio Alta Formazione presso la Formazione Bartolomei a Roma, quali valori trasmette ai suoi ballerini e allievi?

 

Come dicevo prima, la danza è un percorso e non solo una disciplina. Insegnare danza ai giovani è per me una scusa per accompagnarli nel loro viaggio della vita. Un danzatore senza cultura, etica, morale e passione sarà solo e sempre un bravo esecutore. Se di arte stiamo parlando, questo non basta. Dico sempre ai miei allievi che per essere un danzatore o danzatrice completi bisogna affrontare una sorta di catarsi. Quello che si è in sala non differisce così tanto da quello che si è nella vita come persona. La danza spaventa. Il rapporto che si crea con la nostra immagine riflessa allo specchio, il contatto e la percezione del nostro corpo, della nostra sessualità, il rapporto con gli altri e la possibilità di esprimersi solo con il nostro corpo sono tutti elementi che vanno affrontati con coraggio e senza limiti. In QUESTO la danza non è per tutti.

 

Come deve essere il danzatore per Michele Pogliani? Quali requisiti e quali qualità deve possedere? 

 

Deve essere consapevole di se stesso e padrone dei propri mezzi. Disponibile e aperto a qualsiasi esperienza coreografica gli si proponga. Avere un proprio stile e naturalezza nel movimento. Essere elegante e sensuale, forte ma morbido e deve amare questo lavoro.

Eva Bonitatibus

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BibliotecaProvincialePotenza

Pubblichiamo volentieri l’appello della Biblioteca Provinciale di Potenza al Presidente della Regione Basilicata che rischia la chiusura a causa della recente legge Delrio che ridisegna confini e competenze dell'amministrazione locale. Nei tagli indiscriminati finiscono anche beni dal valore inestimabile come i libri e i luoghi deputati a custodirli e a garantirne la fruizione. Noi di Gocce d’autore sosteniamo l’appello affinché tutti possano continuare a sfogliare i preziosi libri della più antica biblioteca del capoluogo lucano.

 

La Biblioteca Provinciale di Potenza a rischio chiusura

 

A pochi mesi dalla designazione di Matera quale Capitale Europea della Cultura per il 2019, la Biblioteca Provinciale di Potenza, istituita nel 1899 per volere della Deputazione Provinciale di Basilicata, rischia di chiudere.

La Legge 56/2014 (“Legge Delrio”) infatti non contempla la Cultura tra le funzioni fondamentali delle Province e la Regione Basilicata non ha ancora legiferato per definire deleghe e funzioni.

A ciò si aggiunge che l’Ente Provincia non ha risorse finanziarie sufficienti per garantire il prosieguo delle attività della Biblioteca Provinciale ed i vincoli imposti dal patto di stabilità impediscono nei fatti il completamento in tempi brevi della costruzione destinata a nuova e definitiva sede della Biblioteca stessa.

Pertanto l’intera collettività regionale rischia di perdere un patrimonio cartaceo comprendente manoscritti, incunabuli, cinquecentine, libri del ‘600, del ‘700, un importante fondo meridionalistico e storico-letterario dei secoli XIX e XX, una raccolta locale che annovera documentazione socio-storico-letteraria dell’intera Regione a partire dal 1600, una collezione di periodici costituita da ca. 1.300 testate, l’intera collezione Emerografica lucana in digitale, materiale multimediale ecc..

Saranno così interrotte le visite didattiche riservate alle scolaresche, le proiezioni di film introdotte da professori universitari, le attività culturali, compresi gli incontri del Gruppo di lettura costituitosi da un anno in Biblioteca.

I sottoscritti fanno appello alla Sua persona perché, nella veste di Presidente della Regione Basilicata, si adoperi in tempi brevi affinché il notevole patrimonio di conoscenza, storia e cultura della Biblioteca Provinciale di Potenza, non venga chiuso negli scatoli e relegato in un magazzino, con la conseguente cessazione dei servizi di prestito locale, nazionale e internazionale, fornitura di documenti, consulenza bibliografica e animazione culturale di cui hanno usufruito migliaia di studenti, docenti, intellettuali e semplici cittadini di ogni fascia d’età, non solo lucani.

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Irriverente. Frizzante. Determinato.

Scrivere colazione da tiffanyNato nella patria del jazz, un omosessuale dichiarato, in un’America di lustrini e jet set, Truman Capote, con il suo Colazione da Tiffany ha dato vita a un vero e proprio status quo.

La Holly Golightly svampita e trasognante; fintamente maliziosa e pasticciona cattura, non già per la leggera architettura del suo sguardo femminile, quanto per la cognizione dell’altro.

Una lectio sociale, sebbene si presenti sotto la forma più nostalgica di una storia d’amore, con tanto di colonna sonora, ripensamenti e capricci.

Fino a coronare il sogno nel grande ritorno. Nell’accettazione più vera e fragile.

Maschi e femmine a confronto, il gioco della passione per le arti, il lusso, lo stile, il bianco&nero che rapisce e il tempio onirico della certezza.

Nulla succede da Tiffany, il garbo nell’accoglienza e la spropositata offerta di ori e argenti sono una vera carezza sul cuore.

E poi ci sono le Avenue, gli uomini cercati per trarre ricchezza, i fratelli reclutati dall’esercito, i mariti abbandonati, quelli che abbandonano e gli scrittori di talento.

C’è una giornata trascorsa a fare ciò che si è sempre desiderato fare ma che la convenzione ha impedito, c’è il sovvertimento del perbenismo borghese, c’è il coinvolgimento in una “storiaccia” di droga.

scrivere Colazione da Tiffany0002

Ma vige soprattutto il gesto generoso, la scelta morale e niente affatto moralista, una insofferenza alla convenienza che sfocia nella ricerca e in un quadro fotografico affascinante, magnetico, perfettamente equilibrato.

E che ha siglato una delle pagine più belle della letteratura e in seguito della filmografia moderna.

 

Virginia Cortese

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Alina

Scritto da

racconto inedito 3Mi chiamo Marco e ho venticinque anni.

Una volta avevo un fratello.

Per un certo periodo è stato come se non l’avessi più.

Un giorno qualcuno me l’ha restituito.

Questo qualcuno si chiama Alina.

Alina è una dolce ragazza che viene dalla Romania.

Ha un viso delicato, capelli corvini e due occhi neri come la pece, ma di quel nero che non ha nulla di cattivo in sé, anzi ti culla e ti fa sentire protetto.

Mio fratello Sergio, di un anno più piccolo di me, ha trascorso la sua adolescenza tra campi di calcio, discoteche, ragazze e viaggi.

Sergio un tempo non stava mai fermo, era sempre impegnato in qualcosa e non lo vedevi mai annoiato. Oggi, Sergio non può più muoversi con la stessa facilità di una volta.

Sono ormai tre anni che, a causa di una rara malattia genetica, ha perso la vista.

Insieme alla vista, però, mio fratello ha perso qualcosa di più importante: la voglia di vivere; dal momento in cui ha preso coscienza del suo nuovo stato, ha preferito non accettarlo.

Punto.

La sua risposta a questa brutta novità è stata quella di mettersi seduto – o sdraiato, se era il caso – senza pensare più a niente.

Almeno in apparenza.

Sono convinto tuttora che anche in quei momenti d’immobilità il suo cervello fosse attivissimo nell’elaborare una spirale di pensieri negativi.

La sua unica preoccupazione, in quel periodo, fu quella di lasciar sedimentare la propria vita in una stanza, restando il più possibile solo con se stesso e ricorrendo alla gente che gli è vicina solo per le proprie esigenze materiali.

Così, pian piano, Sergio ha finito per allontanarsi da tutti e da tutto, diventando scontroso e irascibile, apatico e meno vivo dei mobili che occupano la sua stanza.

Ho provato a stargli vicino – certo! Non avreste fatto così anche voi? – ho tentato di farmi ascoltare, di dialogare. Credete sia servito a qualcosa? Niente, tutto inutile.

Un giorno in cui lo pungolai più del solito, Sergio si arrabbiò davvero e mi rispose: «Che ne sai tu? Me lo dici una buona volta? Che cosa puoi saperne tu di svegliarti la mattina, aprire gli occhi e vedere tutto buio intorno a te, come se fosse ancora notte e stessi ancora dormendo, con uno straccio nero a coprirti la vista tutte le sante ore del giorno?».

Rimasi di sasso, sorpreso da quell’aggressione ma non più di tanto, perché in fondo me l’aspettavo. La vera batosta arrivò subito dopo. Quello che non mi aspettavo, infatti, fu l’epilogo dello sfogo.

Prima ancora che potessi formulare una risposta che avesse un senso, Sergio rincarò la dose: «Sai cosa mi ha detto qualche giorno fa un bastardo che non mi rivolgeva più la parola da anni? Mi ha telefonato apposta per dirmi che ora posso sbraitare quanto voglio, tanto sono e resterò per sempre un cieco di merda… E che lui la mattina quando si sveglia il sole può vederlo… Io invece me lo posso solo sognare! Hai capito? No, non credo… Che ne potete sapere tu e gli altri? Perciò vai via e lasciami stare, che non potrai mai capire…».

Ammutolito, lasciai Sergio da solo con le sue lacrime di rabbia.

Non potei consolarlo perché in quel momento ero impegnato a piangere le mie lacrime, causate dalla rabbia nel vedere quanto quella maledetta malattia avesse trasformato mio fratello, e non solo dal punto di vista fisico.

E dal quel giorno io e lui non ci siamo più rivolti la parola.

Parlavo solo con i miei genitori e, anche quando ero costretto ad aiutarlo, per esempio ad andare in bagno, lo facevo senza spiccicare parola. Come un servo muto.

E altrettanto faceva lui. Ma con sdegno, come se il guaio capitatogli fosse colpa mia, in realtà.

Le cose hanno avuto quest’andazzo per mesi fino a quando, esasperati, i miei genitori non provarono ad associargli una persona estranea, qualcuno che fosse in grado di aiutarlo a superare quello stato d’animo e recuperare un minimo di voglia di vivere.

Agli occhi dei miei, il peggio era questo suo lasciarsi andare, questo morire lento e ingiustificato che li feriva ancor di più dell’handicap.

Ci affidammo a un centro di assistenza per non vedenti, dal quale ci assicurarono la disponibilità di personale adatto al nostro caso.

La scelta sarebbe dovuta cadere su una persona seria, affidabile e soprattutto dotata di grande pazienza. Mi aspettavo, da un momento all’altro, di vedermi per casa una donna cinquantenne, tanto abbottonata sulle proprie cose private quanto impicciona per quanto riguardava i fatti degli altri. Non so perché avessi in mente un tipo del genere; ebbi la prova di quanto mi sbagliavo quando ho conosciuto le persone che ci inviarono dal centro: ognuna di esse si scostava di molto da quella raffigurazione. In positivo o in negativo.

Dopo poco tempo ci rendemmo conto che i tentativi andavano tutti a vuoto. A causa del comportamento scontroso e a tratti insopportabile di Sergio, dopo uno al massimo due giorni, tutti i candidati rinunciavano.

 

racconto inedito 2I miei genitori stavano per gettare la spugna, quando saltò fuori l’ultima possibilità.

Si trattava di una ragazza poco più che ventenne. Non era italiana e, nonostante la giovane età, quelli del centro ci assicurarono che aveva già una lunga esperienza nell’assistere i non vedenti. Ci dissero anche che aveva capacità particolari; non riuscivo a immaginare quali fossero né quelli del centro scesero troppo nei dettagli. Me ne resi conto solo in seguito di quali fossero queste capacità, e senza comprenderle a fondo.

Ai miei genitori importava solo il bene di Sergio, per cui accettarono di buon grado. Io accolsi con scetticismo quell’ultimo tentativo, convinto che sarebbe fallito miseramente come gli altri.

Un freddo mattino di gennaio però, quando Alina varcò per la prima volta la soglia della nostra casa situata a pochi chilometri dalla città, una strana sensazione s’impossessò di me. Fu una cosa passeggera, senza alcuna spiegazione plausibile; appena la vidi, quella ragazza m’ispirò fiducia. E Amen.

Alina viveva in Italia da quasi un anno; per raggiungere la propria famiglia, che già vi abitava, aveva sostenuto un lungo viaggio da sola.

La madre fu la prima a lasciare il suo Paese e lavorava da anni in casa di una coppia di signori di mezz’età; il marito e il figlio maggiore (padre e fratello di Alina, rispettivamente) si trasferirono dopo di lei e all’epoca erano operai in una fabbrica in cui si lavorava il legname.

Oggi, sinceramente, non so proprio che fine abbiano fatto.

Dopo la partenza dei familiari, Alina è rimasta in Romania vivendo insieme alla nonna; lì ha studiato e ha svolto un’intensa attività di volontariato.

Quel giorno di gennaio, Alina entrò in casa mia con molta discrezione. Attribuii quell’atteggiamento a un’eccessiva timidezza. Sembrava aver paura di far rumore, anche solo col proprio respiro. Era minuta e graziosa. Oltre al suo aspetto esteriore, quando la vidi mi colpì la sua pacatezza, così insolita a quell’età in cui molti sono esuberanti e avventati – me compreso.

Alina aveva inoltre un modo tutto particolare di muoversi, di guardarti mentre ti ascoltava e, quando parlava, emetteva un suono che pareva legato non solo alle vibrazioni della voce; ogni volta che apriva bocca era come se le particelle dell’aria circostante si mettessero a vibrare all’unisono col suo timbro vocale.

Quella ragazza portava con sé la millenaria saggezza della sua gente.

Alina cominciò a frequentare la nostra casa e il suo compito, fin da subito, mi parve proibitivo. Sergio la trattava male, spesso senza nemmeno aprir bocca. Erano, infatti, numerose le occasioni in cui, anziché parlare, si ostinava nel suo mutismo e reagiva buttando giù roba dalle mensole e dai tavoli, o scalciando sedie e poltrone.

Eppure, nonostante mio fratello le riservasse tale atteggiamento, lei non fece mai una piega. Ed io mi chiedevo, in continuazione: «Ma come fa a sopportarlo?».

Alina continuava a frequentare casa nostra, portando sempre con sé una grande serenità interiore, come se niente e nessuno al mondo potesse scalfirla.

L’unica cosa che cambiava, giorno dopo giorno, fu la sua determinazione. I suoi occhi neri e profondi lanciavano barlumi, luccichii improvvisi, come se fossero lampi, impulsi di una volontà incrollabile, quasi disumana.

E quante volte mi sono ritrovato a pensare: «Ma perché una ragazza così giovane e carina perde il suo tempo appresso a queste cose, e non manda al diavolo tutto? Perché non se ne va via, magari sbattendo la porta, che ne avrebbe in fondo anche la ragione, visto il modo in cui la tratta mio fratello?».

Ma lei niente, imperterrita continuava con pazienza ad accudire Sergio.

Un giorno qualcosa cambiò. Mi accorsi che le crisi di Sergio diminuivano e la barricata che ergeva tra sé e gli altri, e ancor di più tra sé e Alina, stava cedendo.

La dura scorza che ricopriva il suo cuore iniziò a sgretolarsi. Non che fosse chissà che cosa, ma la sensazione che provai fu la certezza di un cambiamento. In meglio.

Sergio trascorreva alcune ore chiuso nella sua stanza in compagnia di Alina, senza che nessuno li disturbasse.

A un certo punto qualche malizioso pensiero avrà sfiorato la mente dei miei genitori. Su questo non posso scommetterci, in tutta sincerità.

Per quanto riguarda me, posso giurare che un fugace pensiero malizioso ci fu. Tanto che, un pomeriggio, mi arrischiai a spiarli.

Non che mi aspettassi chissà cosa, ma la curiosità era davvero forte.

Aprii con estrema cautela la porta della camera di Sergio, uno spiraglio di luce sufficiente a farci passare a malapena una piccola mazzetta di banconote.

Compiendo sforzi enormi come quando da piccolo spiavo dai buchi delle serrature, sono riuscito a sbirciare nella stanza. Dal mio punto di vista si vedevano chiaramente il letto e due sedie accostate a esso.

Sergio e Alina stavano seduti su quelle sedie, l’uno di fronte all’altra, con gli occhi chiusi.

O meglio, Alina li teneva chiusi, mentre per Sergio doveva essere solo un vecchio riflesso incondizionato. Per lui tenere le palpebre alzate o abbassate non cambiava nulla.

I due non parlavano. Sembravano non essersi nemmeno accorti del mio occhio indiscreto.

Chiusi la porta e mi allontanai per paura che, nonostante cercassi di essere prudente, si rendessero conto della mia presenza.

Il giorno dopo, però, ripetei l’azzardo.

Aprii uno spiraglio nella porta e sbirciai all’interno.

I due erano nella stessa posa che avevano il giorno prima; a differenza dell’altra occasione però, questa volta Alina toccava il volto di Sergio, con delicatezza. Le sue dita scivolavano leggerissime sulle palpebre, sfiorando poi la linea del naso, fino a giungere sulle labbra. Qui sostavano racconto inedito 1per una frazione di secondo lungo la linea della bocca, per poi ridiscendere verso il mento e infine sul collo.

Terminato il percorso, le dita risalivano e ripetevano lo stesso tragitto di prima.

A un certo punto Alina disse, nel suo italiano ancora incerto: «Ora tu prova… di fare come me» e, vincendo con delicatezza la ritrosia e l’imbarazzo di Sergio, gli prese la mano e se la portò al viso.

Alina collocò la mano di Sergio sulla propria fronte, guidando le dita di mio fratello in un movimento tale da esplorarle tutto il tratto che andava dall’attaccatura dei neri capelli fluenti fino alle delicate sopracciglia.

«No è dificcile…», commentò Alina. Sorrisi nell’udire quella sgangherata pronuncia.

Sergio muoveva incerto le dita, restando in silenzio. Dal suo atteggiamento traspariva un certo imbarazzo.

La sua mano seguiva le curve del volto, sollevando e posando più volte la punta delle timide dita sulla pelle delle palpebre, poi sulle guance fino a seguire la delicata morfologia del naso, e risalendo verso l’alto fino all’arcata delle sopracciglia e di lì scendendo di nuovo sugli zigomi.

A un certo punto, Sergio ritrasse la mano come se avesse toccato qualcosa di proibito. Fu come se si fosse accorto all’ultimo istante che stava varcando la soglia di un tempio sacro e proibito.

Alina allora prese la mano di mio fratello nelle sue e se la portò all’altezza delle labbra.

Sfiorandole con i polpastrelli, Sergio seguì la linea delle labbra carnose di Alina, andando da un angolo all’altro della bocca e poi ridiscendendo verso il mento.

«Hai visto?» gli sussurrò Alina, «Ora io fare altra volta come tu».

La ragazza, sempre tenendo gli occhi chiusi, sollevò una delle sue mani e posò le dita sul viso di Sergio, iniziando lo stesso percorso che prima mio fratello aveva compiuto sul suo.

Io osservavo, incuriosito, l’espressione che si era dipinta nel frattempo sul volto di Sergio. Giuro, era da tanto tempo che non lo vedevo così sereno e rilassato.

Quando ebbe finito, Alina aprì gli occhi e si avvicinò al volto di mio fratello.

«Ora va bene? Se vuoi noi fa lo stesso domani» gli disse, con gran pacatezza.

La sua voce sussurrata, nel silenzio di quella stanza, ebbe lo stesso effetto di una frase detta ad alta voce.

Sergio infatti sussultò, come se si risvegliasse da un sonno profondo.

Subito dopo parlò con un tono gentile che non gli riconoscevo da tempo, pur dicendo semplicemente: «Va bene».

Alina si alzò in piedi e io, nel timore di esser scoperto a curiosare, chiusi all’istante lo spiraglio della porta.

Mi recai in fretta nella mia stanza, mettendomi a riordinare alcune cose fuori posto. Cercai di fingere di essere impegnato.

Dopo qualche secondo, sentii Alina che salutava i miei e lasciava la casa.

Anche se mi sforzai di apparire tranquillo, quella sera a cena mi sentii innaturale.

Era chiaro che quanto avevo potuto osservare mi lasciava interdetto e incuriosito.

Eppure non si trattava di una sensazione spiacevole. Non so per quale motivo, ma in quel momento maturai la convinzione che doveva trattarsi di qualcosa di positivo; questa convinzione mi tranquillizzò.

Non dissi nulla ai miei.

Preferii scoprire da solo di cosa si trattava.

Da quel giorno, ogni volta che mi trovavo a casa e Alina era insieme a Sergio, mi misi a spiare ciò che facevano.

La scena cui avevo assistito si ripeté di continuo.

A volte i due se ne stavano seduti, a volte in piedi nei pressi della finestra.

In ogni occasione, essi ripetevano quella delicata esplorazione del proprio viso.

Ogni volta Sergio sembrava imparare qualcosa da Alina, e Alina s’immedesimava in quello che provava mio fratello.

Inutile aggiungere che cercai di fare sempre la massima attenzione per non farmi sorprendere in quell’atteggiamento infantile.

Li spiavo e davo per scontato che, così facendo, loro non si accorgessero della mia presenza.

Un pomeriggio ebbi, tuttavia, la prova di quanto mi sbagliavo. Alina, mentre Sergio le toccava il viso con le dita, rivolse all’improvviso lo sguardo verso la porta.

Seppur io non possa escludere a priori che potesse notarsi lo spiraglio da cui sbirciavo, sono convinto che dal punto in cui si trovavano nessuno di loro poteva accorgersi che c’era qualcuno dietro la porta.

Eppure Alina sapeva che c’era qualcuno.

Ne ebbi la conferma quando la ragazza portò lentamente un dito alle labbra, facendo cenno a quel qualcuno di restare in silenzio e non disturbarli.

Quel gesto mi spiazzò. Nonostante ciò, non chiusi lo spiraglio e rimasi rigido a osservare la scena. Come diavolo aveva fatto ad accorgersene?

«Cosa sente, tu?» disse lei dopo qualche secondo, rivolgendosi di nuovo a Sergio.

Alina continuò a comportarsi come se non ci fosse nessuno a osservarla. Dirò di più: mi sembrò come se tale eventualità non le desse il minimo fastidio.

«Riesco… Riesco a sentire la tua pelle, ed è… è vellutata… Io riesco a immaginarti… Io… io ti vedo!» rispose Sergio, con voce rotta dall’emozione.

Alina sorrise e prese le sue mani tra le proprie, portandosele al petto.

In quel momento, pur non riuscendo a vederlo chiaramente in volto, udii una distinta serie di singhiozzi.

Mio fratello, fino a quel momento un duro cuore di pietra che non voleva saperne più di niente e di nessuno, si stava commuovendo.

Fui tentato di aprire la porta, ma il silenzio che mi aveva intimato Alina mi convinse a desistere. Anche se non capivo come potesse sapere che c’ero io, dietro la porta, allo stesso tempo ero sicuro che sapesse chi c’era, dietro quella porta.

Alina a quel punto si alzò, allontanandosi da Sergio.

Si fermò nei pressi della finestra. Da quella nuova posizione, si rivolse a mio fratello dicendogli: «Ora tu alza e viene da me».

Rimasi allibito di fronte a quella richiesta.

Sergio, da quando aveva perso la percezione visiva, non si era mai spostato da solo, nemmeno per andare in bagno; come mi pare di aver già detto prima, a turno lo accompagnavamo io o mio padre.

Eppure Alina gli aveva chiesto di alzarsi e andare da lei.

Adesso la manda al diavolo, pensai.

Sergio, in effetti, rimase in silenzio per alcuni secondi, a metà tra l’indeciso e l’incredulo.

«Adesso tu deve fare tutto da solo… Io non posso più aiutare te» lo esortò Alina.

Il tono della voce però mi sembrò volesse intendere tutto l’opposto di ciò che diceva la ragazza; era proprio la sua voce lo stimolo più grande per Sergio.

Nel silenzio della stanza sentii, con mia grande sorpresa, le mani di mio fratello afferrare saldamente i braccioli della poltroncina su cui si trovava seduto.

Cambiai posizione, in modo da vederlo meglio.

Sergio fece forza sulle braccia e stava per alzarsi in piedi.

«Oddio! Fermo lì… Dove vai, sei pazzo?», fui sul punto di urlare.

Come un novello Lazzaro, Sergio si alzò e cominciò a muoversi.

Incerti furono solo i primi passi; man mano che muoveva un piede davanti all’altro, Sergio acquisiva sicurezza.

E, cosa più strabiliante, non incappò in un intoppo o ostacolo che fosse uno. Solo in un punto del tragitto Sergio posò un piede su una piega di un tappeto che si trovava vicino al letto, e sembrò inciampare. Fui tentato di precipitarmi per soccorrerlo.

La sicurezza con cui superò l’ostacolo, tuttavia, dimostrò che mi preoccupavo senza motivo.

Sergio percorse da solo il tratto che lo separava da Alina.

Quando giunse nei pressi della ragazza, questa aprì le braccia e lo strinse a sé.

A quel punto non ce la feci più.

Aprii la porta ed entrai.

«Sergio…», dissi soltanto.

Mio fratello si voltò verso di me, sorpreso di quell’irruzione.

Poi, con calma mi disse: «Vieni qua…».

Pensai che si sarebbe arrabbiato con me, come nell’ultima occasione in cui ci eravamo parlati.

Mi avvicinai, superando la mia ritrosia grazie a un cenno che fece Alina; quel gesto sembrava voler dire: Vai vicino a lui, fai come chiede.

Sergio sollevò una mano e la posò con delicatezza sul mio viso.

Aveva le dita fredde e, pur provando una sensazione sgradevole al contatto, lo lasciai fare.

Le sue dita cominciarono a esplorare i lineamenti e ogni angolo del mio volto come gli avevo visto fare con Alina, in precedenza.

Restare fermo mentre Sergio mi carezzava la pelle con le dita mi sembrò una cosa di un’idiozia unica, ma allo stesso tempo scelsi di non muovermi e di assecondarlo.

Sentii dentro di me che quella era l’unica cosa che contava, per Sergio.

Quella sembrò l’ultima occasione che mi si presentava; se non l’avessi colta al volo sono certo che avrei perduto per sempre mio fratello.

E così restai fermo mentre lui mi sfiorava il viso con le dita.

Quando ebbe finito, Sergio disse: «Marco… Io… ti vedo!».

Pronunciate queste semplici parole, scoppiò a ridere.

È impazzito, pensai.

Con uno sguardo, Alina mi convinse che ero nel torto.

Quella di Sergio era solo felicità.

Felicità autentica.

Sergio rideva forte, e continuò per qualche minuto; un riso crescente, che ben presto contagiò anche noialtri.

La stanza, da silenziosa che era, si riempì di clamore come se ci trovassimo in un locale pubblico pieno di gente che parlava in simultanea.

Gli schiamazzi richiamarono l’attenzione dei nostri genitori, i quali sopraggiunsero allarmati.

Vedendo di che si trattava, si tranquillizzarono. Certo, dobbiamo essergli sembrati tre pazzi, giacché non riuscivano ad afferrare il motivo di tanta incontenibile ilarità.

È il momento più bello che mi torna in mente, quando ripenso a quel periodo.

Da quel giorno, Sergio è tornato.

Non ha risolto il problema principale, ma adesso sa che deve superare l’ostacolo.

Sergio ha imparato a prendere coscienza che ormai vive in un nuovo stato delle cose, che deve accettarsi per quello che è, accettare quello che sono gli altri e condividere gioie e dolori quotidiani con le persone che gli stanno vicino e gli vogliono bene.

Da quel giorno, Sergio ha riacquistato una nuova vista.

E tutto ciò, per merito di una gracile e graziosa ragazza dell’Est.

Alina si congedò qualche giorno più tardi, quando fu sicura che la sua opera fosse ormai completa.

La accompagnai io stesso alla stazione; avrebbe preso un treno per l’estero dove, a quanto pareva, la aspettava una ghiotta occasione di lavoro.

Non scambiammo molte parole.

Io le dissi: «Grazie di tutto».

Lei mi rispose carezzandomi una guancia e mostrandomi uno smagliante sorriso di denti bianchissimi come sabbia di spiagge coralline.

Non ha detto nulla, è salita sul treno e non l’ho più vista da quel giorno. Oggi, ogni volta che mi capita di fissare gli occhi di mio fratello, non vedo qualcosa di spento; anzi, essi brillano di una luce potente, come se avesse ricevuto un dono in cambio del torto che gli ha fatto la vita.

E quella luce mi porta a ricordare altri occhi, neri e profondi come un oceano.

F I N E

Enzo D’Andrea

 

 

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Cosmo gioco

Scritto da

“Il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre ma nell’avere nuovi occhi”

 

osservare cosmogioco3“Cosmo Gioco” è il titolo della mostra dell’artista Enzo Bomba, inaugurata sabato 24 Gennaio presso il Circolo culturale di Gocce d'autore dove arte, letteratura e musica hanno accompagnato i visitatori nella comprensione di un linguaggio artistico che conduce lo spettatore in un mondo colorato, giocoso e surreale.

 

Enzo Bomba nasce ad Acerenza nel 1961 ma vive e lavora a Potenza.

Sposa di recente l’artista Katia Stain, anche lei ospite in una personale presso la sede di Gocce D’Autore.

Inizia a studiare pittura da autodidatta a partire dalla fine degli anni ’70 ispirato dalle raffigurazioni del pittore Rocco Guarino con la quale inizia a collaborare sperimentando varie tecniche pittoriche fino all’acquisizione di un linguaggio autonomo e personale.

La sua tecnica stilistica mira all'espressione il più possibile spontanea, casuale, di elementi onirici e inconsci.

Contrari a ogni logica formale, a ogni separazione di campo tra discipline, ambitienzo bomba1 culturali, piani espressivi, l’artista tenta nelle sue opere di suggerire imprevisti ponti tra vita sensoriale e libera immaginazione, mondi possibili e fantastici.

 

Scriveva Rosenberg “Per ogni pittore americano arriva il momento in cui la tela gli appare come un campo per la sua azione, ben più che uno spazio determinato ove riprodurre, ricreare, analizzare o esprimere un oggetto reale o fantastico. Ciò che deve essere espresso sulla tela non è in ogni caso un'immagine, ma un fatto, un'azione”.

Bomba si ispira proprio a questo concetto che richiama l’action paiting (pittura d’azione),uno stile che si diffuse negli anni quaranta e nei sessanta strettamente associato con l'espressionismo astratto.

È azione non ideata e non progettata nei modi di esecuzione e negli effetti finali.

L’artista infatti non utilizza bozze preparatorie, nessuna idea iniziale con , a volte, difficoltà a definire la “fine” di un dipinto.

 

osservare cosmogiocoosservare cosmoGioco2

Il colore è sicuramente il protagonista vivissimo dei 26 dipinti che arricchiscono la mostra.

In alcune opere, l’artista, non si limita a dipingere solo la tela ma si riversa anche sulla cornice facendo del colore un uso quasi smisurato.

Predilige le tinte forti e pure ,soprattutto le tonalità che richiamano la terra e la fertilità ,e le macchie contrastanti ed inedite ai temi trattati quali l’amore, la solitudine, la città natale, la festa, che sembrano come traslati in un mondo distaccato, facendoci compiere un’immersione nell’azzurro cristallino dell’occhio che vede oltre il reale.

Bomba insegue la bellezza e la spensieratezza del fanciullo, la sua purezza raggiungendo ciò che è soprannaturale, magico, miracoloso.

I riferimenti all'infanzia sono presenti in quasi tutte le sue opere quasi a volerlo identificare come un uomo che non ha mai smesso di essere un bambino e che si diverte a rappresentare il mondo attraverso quegli occhi incantati.

 

Serena Gervasio

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musicare DeGiorgi Bosso

In questo articolo vi parlerò di Fabrizio Bosso. Un amico, un grande musicista che ho avuto il piacere di conoscere nel 2012 in occasione di una masterclass organizzata presso la Tumbao School di Potenza e che avrò il piacere di rivedere ed ascoltare il 18 febbraio 2015 sempre a Potenza nella rassegna Jazz & Entraintment presso il teatro Piccolo Principe. Bosso è un musicista a 360° gradi. Ha attraversato quasi tutti i generi musicali, dalla classica al pop. “Preferisco essere considerato musicista piuttosto che jazzista, ha raccontato in una delle tante interviste, anche se è vero che ho scelto il jazz, poi mi sono avvicinato anche all'elettronica e al pop, era un modo per portare il mio linguaggio in altri ambiti. Non sono nemmeno per le contaminazioni troppo estreme”. Un incontro importante in passato con Charlie Haden e la Liberation Orchestra: un impatto decisamente diverso. “Quell'esperienza, ha detto, mi ha fatto maturare molto: ho capito che si può comunicare con espressività e grande intensità suonando brani pianissimo. Erano cose che non conoscevo e le ho scoperte grazie all'approccio quasi cameristico che ha la Liberation Orchestra”.

 

Fabrizio inizia a suonare la tromba all’età di 5 anni. In famiglia ci sono diversi musicisti, compreso il padre. La madre ascoltava molta musica in casa, soprattutto di cantautori italiani e stranieri. Da qui’ ha cominciato a improvvisare sulle canzoni di Mina e Fabio Concato. Cominciava a sentire qualcosa di grosso, qualcosa di forte dentro, qualcosa che si chiama passione. Diplomato a 15 anni al Conservatorio Giuseppe Verdi di Torino, completa i suoi studi al St. Mary's College di Washington DC.

Nel 1998 Viene chiamato per quattro concerti nel tour italiano della Canergie Hall Orchestra diretta da John Faddis.

Nel 1999 E’ premiato come “Miglior Nuovo Talento” del jazz italiano nel referendum della rivista Musica Jazz.

Nel 2000 esce il suo primo disco “Fast Flight” in quintetto con Rosario Giuliani pubblicato per la RED RECORDS. Nel 2002 VIA VENETO JAZZ pubblica il primo disco degli High Five Quintet “Jazz for More”Prima apparizione sul palco dell’Ariston per il Festival di Sanremo, al fianco di Sergio Cammariere.

musicare BossoNel 2004 partecipa ad alcune date del tour europeo della Liberation Orchestra di Charlie Haden con gli arrangiamenti e la partecipazione di Carla Bley.

Nel 2005 partecipa alla creazione di “Uomini in Frac”, progetto dedicato alle canzoni di Domenico Modugno. Con lui Peppe Servillo, Furio di Castri, ma anche Javier Girotto e Rita Marcotulli.

Nel 2006 con gli High Five Quintet realizza l’album “Handful Of Soul” che consacra al successo Mario Biondi.In occasione del Brianza Open Jazz Festval nasce il Latin Mood, sestetto del quale è coleader con Javier Girotto. Vi partecipano Natalio Mangalavite, Luca Bulgarelli, Lorenzo Tucci e Bruno Marcozzi.

Nel 2007 Esordio discografico presso BLUE NOTE / EMI ITALIA con “You’ve Changed” in quartetto e archi con gli arrangiamenti di Paolo Silvestri.

Nel 2008 esce con BLUE NOTE / EMI ITALIA di “Five Four Fun” con l’High Five Quintet.Pubblica, sempre con BLUE NOTE/EMI “Sol!”, il primo disco con i Latin Mood.Per la prima volta, con gli High Five Quintet, suona al Blue Note di Tokyo, e in quella occasione registra il disco Live For Fun, pubblicato dalla EMI JAPAN.

 

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Nel 2009 vince il TOP JAZZ come miglior disco dell’anno con “Stunt”, in duo con Antonello Salis, pubblicato per la PARCO DELLA MUSICA RECORDS Pubblica per BLUE NOTE /EMI “Split Kick” con gli High FiveAncora al Festival di Sanremo, al fianco dell’esordiente Simona Molinari.

Nel 2010 partecipa al progetto di Aldo Romano “Complete Communion”, pubblicato con DreyfusPubblica “Spiritual” in trio con Alberto Marsico e Alessandro MinettoRealizza con PONY CANYON, per il mercato giapponese, il CD “Libero” in quartetto e la partecipazione di Roberto Cecchetto.Ancora Top Jazz 2010 come miglior trombettista. Torna al Festival di Sanremo, al fianco di Raphael Gualazzi.

Nel 2011 registra a Londra, agli Air Studios, “Fabrizio Bosso plays Enchantment L’Incantesimo di Nino Rota” con la London Symphony Orchestra, Claudio Filippini, Rosario Bonaccorso e Lorenzo Tucci e con gli arragiamenti e la direzione del M° Stefano Fonzi , pubblicato da Schema Record. Partecipa alla nuova produzione ” Memorie di Adriano”, tributo alla musica di Adriano Celentano, sempre con Servillo, Di Castri, Girotto e la Marcotulli.

Nel 2012 festival di Sanremo, come special guest di Nina Zilli. E’ ospite speciale su Canale 5 della trasmissione “Panariello non esiste”, si esibisce con James Taylor, Massimo Ranieri, Rocco Papaleo e Renato Zero. Pubblica con Schema Records il secondo disco con i Latin Mood “Vamos”Esegue in diretta su RAI 3 la sigla dell’ultima puntata della stagione della trasmissione Ballarò.Umbria Jazz lo chiama per eseguire le partiture di Gil Evans “Miles Ahead” e “Quiet Nights” con la Eastman Jazz Orchestra diretta da Ryan Truesdell.Rappresenta l’Italia con Antonello Salis al Santiago Jazz festivalPubblica per ABEAT l’album “Face to Face” in duo con Luciano Biondini.

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Nel 2013 festival di Sanremo nuovamente al fianco di Raphael Gualazzi. Condivide il palco con Gabriele Cassone per un repertorio “tra il Barocco e il Jazz” eseguito con l’Orchestra della Magna Grecia con gli arrangiamenti del M° Stefano Fonzi”Da vita a “WE LOVE YOU Jazz’n soul” dedicato ai grandi interpreti della Soul Music. Chiama accanto a sè Nina Zilli e la band composta da Julian Oliver Mazzariello, Egidio Marchitelli, Marco Siniscalco, Emanuele Smimmo. Il tour avrà inizio il 15 maggio per concludersi il 5 ottobre. A fine maggio tiene tre concert a Tokyo con il suo Enchantment Quartet e a fine giugno suona a Buenos Aires con i Latin Mood. In settembre è ospite d’onore della star britannica Ian Shaw sul palco del Ronnie Scott’s di Londra, registrando il sold out e grande apprezzamento da parte del pubblico del famosissimo Club londinese. Il 31 Ottobre, in occasione del Roma Jazz Festival, condivide il palco dell’Auditorium Parco Della Musica con Massimo Popolizio e Julian Oliver Mazzariello, per la prima dello spettacolo “SHADOWS le memorie perdute di Chet Baker”. Il 17 novembre a Torino un grande evento organizzato dal Moncalieri Jazz Festival per celebrare il suo 40esimo compleanno. All’Auditorium della RAI viene eseguito Enchantment, l’incantesimo di Nino Rota, con l’orchestra sinfonica nazionale della RAI e, nella seconda parte della serata si avvicendano sul palco tutti gli artisti che hanno accompagnato Fabrizio negli anni della sua carriera, da Lorenzo Tucci e Rosario Bonaccorso a Raphael Gualazzi, da Julian Mazzariello o Rosario Giuliani a Nina Zilli, da Alessandro Minetto e Alberto Marsico a Mario Biondi. Il 26 novembre esce PURPLE, il secondo lavoro discografico dello Spiritual Trio, con Alberto Marsico e Alessandro Minetto. Il disco esce per la Verve (Universal) e viene promosso in un lungo tour che attraversa l’Italia per culminare nei 4 concerti a Umbria Jazz Winter.

 

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Nel 2014 l’anno comincia con una trasferta dall’altra parte del mondo, a Jakarta, dove Fabrizio tiene un concerto in duo con Julian Oliver Mazzariello. Prosegue con la nascita del nuovo quartetto, composto da Mazzariello al pianoforte, Luca Alemanno al contrabbasso e Nicola Angelucci alla batteria. Con questa nuova formazione Fabrizio si dedica completamente alla sua musica.

 

Toni De Giorgi.

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Andandosene, la zia Chiara disponeva che io potessi attingere liberamente alla sua considerevole biblioteca. Mi rivedo ancora lì, immerso in un silenziosissimo pomeriggio, in uno studio dove per tutto il perimetro le scaffalature ricolme correvano dal pavimento al soffitto. Giovane e idealista, non tenni per me che pochi volumi, ritenendo giusto che il più fosse destinato alla pubblica lettura. Oggi, che l’egoismo raggiunge il suo picco con la maturità, e conoscendo un poco come vanno in genere le cose pubbliche, oggi avrei preso tutto. Con quale criterio scelsi quei pochi e per ciò preziosissimi volumi? Non saprei riferirlo. 

leggere libridilibri1 Si dice sempre che leggere, e istruirsi, renda liberi. Ma c’è una libertà nel percorso prima che nell’arrivo, nella crescita prima che nel frutto: una libertà giocosa che precede la libertà. “L’uomo in biblioteca è libero del suo tempo, dei suoi svaghi e dei suoi studi […] con la presenza e il senso di intimità consentito dalla familiarità con i libri posseduti, percorsi, preferiti.” Così si esprime un autore che terrò per ora nascosto, riferendo del pensiero che Michel de Montaigne rivolgeva alla sua collezione di libri, al suo personale paradiso artificiale. Parlando di libri si può prendere mille strade: troveremo il sentiero che conduce ai discorsi sulla lettura; ci si può inabissare nel mistero dello scrivere; si può discendere nella grotta del linguaggio, dove le parole, come millenarie stalattiti, cristallizzano il mistero della comunicazione; si può seguire perfino il ragionamento sul recensire, come fosse un soleggiato labirinto di siepi. E i libri, gli “oggetti” libri? “Mi deliziano, nel risguardo, in alto a destra, quei segni cabalistici scarabocchiati dai librai, quei piccoli segreti di gestione del magazzino, quei misteri di bottega” dice un’altra penna, anch’essa volutamente, per ora, tenuta in ombra. E ancora, quasi in progressione: le raccolte di libri? Le collezioni, le pile, gli ammassi, i fondi, le biblioteche? E il rapporto, intimo o politico, con i libri? Il semplice gioco del formare l’elenco dei “dieci libri che …” l’abbiamo fatto tutti, almeno una volta, e se secondo alcuni su questi temi s’è già scritto più che abbastanza, in molti ancora si ritrovano a considerare questi argomenti, a loro volta, parafrasando un classico, un infinito intrattenimento. Eh, si: “Ci sono romanzi nella cui vicenda la biblioteca è un luogo determinanteleggere libridilibri2. Essa è ad esempio la fonte della follia di Don Chisciotte.” Così un’altra voce cui solo più in là daremo un volto e un nome.

Parleremo di libri che parlano di libri, in questo angolino, nei prossimi numeri. E in tanta arbitraria libertà, come potremmo proporre una definita architettura delle idee, una pianta della nostra personale città ideale? Partiremo allora da qui: dal più classico e limpido volumetto di “Consigli per la formazione di una biblioteca”, accompagnato magari da un paio di altri saggi, citati in queste righe. Per intanto qualcuno può già risalire dalle citazioni anonime ai volumi?

 

Rocco Infantino

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