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SCADENZA: 9 GIUGNO 2015

Premiolunezia2014

Il Premio Lunezia Nuove Proposte è aperto ad autori e compositori di qualunque nazionalità che partecipino con brani in lingua italiana.

E' suddiviso in quattro sezioni: Premio Band, Premio Cantautori – Autori – Solisti, Premio Autori di Testi, Premio "Musicare i poeti".

La domanda d’iscrizione, da scaricare dal sito www.lunezia.it, e gli elaborati insieme al materiale richiesto dal bando, dovranno essere inviati, con posta prioritaria, entro il 09 Giugno 2015 presso la Segreteria del Premio Lunezia Nuove Proposte, Via Roma 183, 19122 La Spezia, all’attenzione del Signor Stefano De Martino. E' prevista una quota di iscrizione.

Per informazioni contattare la Direzione Artistica telefonando ai numeri 0187 712567 – 347 3065739 (ore pomeridiane) oppure consultare il bando pubblicato on-line: http://www.lunezia.it/nuove-proposte/come-partecipare/#go_page_now

A cura della redazione

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Danza

Nella rubrica dedicata ai racconti inediti del nuovo numero della rivista ospitiamo la poesia. Sono versi in rima, deliziosi e divertenti inviatici da una giovane danzatrice che mettono in risalto il suo sentire l’arte tersicorea. Occhi che sanno ascoltare il mondo circostante, orecchie che vedono gli atteggiamenti della gente, animo determinato che afferma il proprio volere. Grazie alla giovane ballerina e poetessa. Buona lettura!

Esistono vari tipi di danza: hip-hop, moderna e classica

è un po’ come una materia scolastica.

Però è più elegante e precisa

peccato che a volte venga un po’ derisa;

beh su questo fatto ci soffermiamo

tutti noi che la danza amiamo.

Non da tutti è considerata un’attività

anche se ci vuole molta elasticità.

Voglio concludere questa poesia

affermando che per me la danza è una vera mania.

Anna Maria Urgesi

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Il vuoto, in quanto negazione dell’essere  non è sempre solo nulla e assenza totale ma, in tantissime circostanze, esso è traccia di qualcosa che non c’è perché non c’è più o non c’è mai stato, ma che pur vorremmo ci fosse o sentiamo che ci dovrebbe essere… e quella mancanza ci dice un’infinità di cose. È un vuoto ricco di un completamento che è volutamente lasciato agli spettatori. In campo artistico questo vuoto si trasforma in immaginazione attraverso la libertà di espressione. Una riflessione che potrebbe far risalire al discorso di “arte concettuale”.

“L’arte è immaginazione e questo è quello che chiedo alla gente di fare. Devi immaginare il dipinto o la scultura che stai ammirando”.

osservare lananewstrom Queste le parole della giovane artista Lana Newstrom in occasione della sua personale alla  Schulbert Gallery di New York.  Non c’è un’opera. Le sale sono completamente vuote e la gente osserva pareti completamente bianche.  Le pareti vuote, come un concerto senza musica o un bosco senza alberi, hanno comunque avuto il merito di far riprendere la discussione su cosa sia realmente oggi l’arte. L’arte come “concetto” torna centrale. In questa iniziativa mancano solo le opere, ma la gente completa il rituale fissando le pareti vuote forse molto più che in tanti loft dove chiacchiere e buffet la fanno da padrona sulle opere esposte.

L’importante è creare originalità e farsi conoscere.

AllaHayward Gallery di Londra, un'altra mostra ha fatto molto parlare di sé: Invisible: Art about the Unseen 1957-2012.In “esposizione ci sono cinquanta opere d’arte invisibili realizzate da artisti famosi tra cui il piedistallo su cui una volta si è appoggiato Andy Warhol, un foglietto bianco di Tom Friedman  “1.000 Hours of Staring”. Di Gianni Motti sono esposti disegni invisibili, dipinti con un inchiostro magico e racchiusi in cornici.
Vediamo per quale ragione foglietti bianchi, quadri vuoti, piedistalli abbandonati dovrebbero avere a che fare con le opere d’arte.

La filosofia ci mostra che, al di là di tutte le apparenze, le opere sono sempre lo stesso tipo di cosa; poi, certo, alcune sono belle, altre bruttissime, talune imitano la realtà e ci stupiscono per la bravura del loro artefice, altre ne disvelano tratti sorprendenti, e magari rimandano al concetto di “assenza”. Dunque possiamo affermare che anche questa è arte.

osservare yvesKlein Già nel 1958 “il Vuoto”, di Yves Klein ne  aveva avuto una intuizione simile. Propone infatti l’opera in l’assenza totale di manufatti in una galleria vuota. Decide di rappresentare il vuoto e di mostrarlo.

L’opera che forse ha affascinato di più per la sua potenza comunicativa  tra tutte quelle esposte alla mostra londinese ha a che fare con l’acqua. Dire acqua significa dire vita: vita che nasce, che cresce, che dilaga ma che a volte ci viene privata. Teresa Margolles ci riporta esattamente al centro di quella presente assenza, servendosi di un’acqua che è stata fisicamente in contatto con la morte. Nella sua opera l’acqua, nebulizzata e spruzzata nell’aria, accompagna tutti coloro che la attraversano, ricade sui loro corpi, li accarezza. E tuttavia quell’acqua nebulizzata è stata a contatto con i corpi di uomini vittime di assassinio a Città del Messico e chi attraversa quella nebbia di sfondo lo sa.

osservare andrealoriga Presente in Italia, invece, dal 14 Aprile al 31 Maggio 2015 al piano terra del Conservatorio Luigi Canepa di Sassari,  Andrea Loriga , un giovane studente del Conservatorio di Sassari, ci presenta la sua installazione d’Arte “Emotional Room” .

L'installazione è ospitata in una stanza vuota, totalmente nera e con l'illuminazione LED a soffitto che simula un cielo stellato. La composizione musicale, composta dallo stesso Andrea, si genera grazie all'interazione con l'ascoltatore. Una volta che si è chiusa la porta della stanza alle proprie spalle si da vita ad una scena sonora e luminosa di cui l'ascoltatore percepisce subito la tessitura principale e i colori. Ogni persona visita la stanza da solo, scalzo. Per ogni ingresso nell'Emotional Room viene selezionata una differente scena e la risposta della stanza cambia conseguentemente. L'opera genera una condizione di stasi ed induce ad una totale immersione nei paesaggi sonori immaginari generati dalla mente dell'ascoltatore stesso. L'ascoltatore interagisce con la stanza nella sua attivazione e disattivazione, ascolta, chiude gli occhi e immagina cosa vorrebbe al suo fianco lì in quel preciso momento.

“Ogni cosa è arte se sfugge alla banalità”

Serena Gervasio

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Niente a che vedere con prodotti di certo circo letterario, Intransigenze (Adelphi, Milano, 1994) è la raccolta di un discreto numero di interviste che Vladimir Nabokov, l’autore di Lolita e de Il dono, per intendersi, rilasciò nel corso  di molti anni della sua vita e della sua attività di scrittore. Chi s’aspettasse di trovarci qualche gustoso aneddoto, di scorgere tratti intimi dell’uomo dietro la figura pubblica, di far tesoro di trucchi o segreti del mestiere, o financo di arricchire la propria collezione di santini con una ennesima oleografia dell’artista o - perfidamente aggiungo - di scovarvi frasi tanto sibilline quanto banali con le quali farcire la barra di stato di Facebook e fare così incetta di like, sbaglierebbe. Nabokov, non sembri una contraddizione, non amava le interviste, “se per intervista s’intende una chiacchierata fra due normali esseri umani”, non considerava possibile un dialogo sulla scrittura e sulla letteratura, improntato ad una poco rigorosa spontanea immediatezza; tant’è che chi proprio intendesse, veniva invitato a produrre un elenco di domande scritte alle quali egli forniva altrettanto puntuali risposte scritte. Il volume non è quindi in definitiva una stampa anastatica di ritagli di giornale, bensì una ordinata occasione di dar voce alle sue opinioni personali, così si esprime, su temi pertinenti, che non trovavano a suo dire molto spazio nei suoi scritti narrativi. legg nabokov1In questo senso, in questa chiave, è probabilmente sensato proporre questo libro in questo contesto, come un discorso austero sulla produzione letteraria e sullo scrivere, dal metodo alle traduzioni, dalla cura del testo alla conoscenza approfondita delle lingue, alla critica della critica letteraria, oltre che sulla politica, sui costumi, la morale e la dittatura, la Russia e l’America ed altro, fatto da un grande scrittore del secolo scorso. E dire che, sollecitato, proprio Nabokov confessava di non aver mai pensato alla letteratura come una carriera, allo scrivere come una possibile fonte di reddito, avendone spesso immaginata per sé invece “una lunga e appassionante […] nei panni di un oscuro conservatore di lepidotteri in un grande museo”. Intransigenze lo lessi una prima volta nell’agosto del 2006, e l’ho riletto in questi giorni per l’occasione. Non ricordavo, tra le tante cose, certi giudizi su altri scrittori, sui Joyce e sui Kafka, i Tolstoj, Balthus, Balzac, Mann, e altri, che li dividono inesorabilmente, per così dire, tra sommersi e salvati. Non ricordavo nemmeno che da pagina 275, dandole dignità di paragrafo, producesse una così definitiva e sarcastica valutazione del tanto venerato Sartre de La Nausée, a me cara per molte ragioni. Però ricordavo il rigore e la serietà, ben lontani dalle mode o dai miti dello scrivere come viene, con i quali individua, richiesto, le virtù letterarie alle quali cercare di arrivare: “La capacità di chiamare a raccolta le parole migliori, con ogni aiuto disponibile, lessicale, associativo e ritmico, per esprimere con la massima precisione possibile ciò che si vuole esprimere”. Una buona lettura.

Rocco Infantino

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inv CarloLevi1 "Nullus locus sine Genio", ossia “nessun luogo è senza Genio”. L’espressione usata dal relatore latino Servio per commentare l’Eneide è stata utilizzata per raccontare un uomo e i suoi luoghi: Carlo Levi e la Basilicata. Una narrazione attraverso scatti fotografici e opere pittoriche che esaltano il concetto di “spirito” del luogo e dell’uomo. Un’immagine che affonda le sue radici nella cultura classica in cui si parla di sacralità dei luoghi e della funzione che ogni uomo è chiamato ad assolvere e che consegna a noi contemporanei il concetto di “essenza di un luogo”. Luoghi dotati di una certa forza, di un’anima, capaci di influenzare le persone che vi abitano. Affermazioni, queste, che ci portano nei meandri dell’antropologia secondo cui un uomo che vive in certi luoghi, con il passare del tempo ne assume i caratteri, diventa simile ad essi.

Così è stato per Aliano e Carlo Levi. Uno stretto rapporto tra terra e uomo sfociato in amore struggente di cui ha voluto parlare la mostra fotografica e pittorica Genius Loci...persistenze spazio temporali allestita presso la Biblioteca nazionale di Potenza inaugurata lo scorso 8 maggio e visitabile fino al prossimo 10 giugno.

Un’occasione fornita da varie ricorrenze che riguardano lo scrittore e pittore torinese: i 40 anni dalla sua scomparsa, i 70 dall'uscita del romanzo "Cristo si è fermato ad Eboli" e gli 80 dal suo confino in Basilicata. Una mostra che unisce i vari linguaggi espressivi: la fotografia e l’arte figurativa e che dedica uno spazio alle opere letterarie dello e sullo scrittore (Cristo si è fermato a Eboli, 1945, L'orologio, 1950, Le parole sono pietre, 1955, Il futuro ha un cuore antico, 1956, La doppia notte dei tigli, 1959, Tutto il miele è finito, 1964).inv CarloLevi2inv CarloLevi3 inv CarloLevi4

33 scatti fotografici, a cura dell'Associazione Fotografica "Imago Lucus", dedicati ai luoghi leviani del confino, i paesaggi materani di Aliano e di Grassano. 9 opere di Levi, selezionate dal Polo Museale Regionale della Basilicata dal titolo "I dipinti di contenuto sociale". Opere che vanno dal 1953 al 1974 di proprietà della Fondazione "Carlo Levi" di Roma date in comodato al Museo d'arte Medievale e Moderna della Basilicata - Palazzo Lanfranchi, che le ha messe a disposizione per questo evento. Chiude l’esposizione il ritratto di Levi realizzato dall'artista Rocco Santacroce. Un evento che racconta anche un buon esempio di sinergie tra le realtà pubbliche e private che operano sul territorio a favore della cultura investendo in operazioni di tale importanza. inv CarloLevi6inv CarloLevi7inv CarloLevi8

La mostra affronta un percorso geometrico e cromatico che riguarda il paesaggio e i suoi abitanti: linee profonde e scure che spaccano la terra arida, che disegnano il contorno del paese, che segnano i volti arsi dal sole della gente del paese. I colori caldi e materici: il giallo d'estate, l'ocra delle argille, il nero degli stendardi appesi alle porte, della Madonna nera, degli occhi profondi delle nonne, dei veli delle vedove, dei capelli delle streghe. Poi il bianco dei sassi di fiume e delle carcasse delle carogne. Il grigio-verde degli ulivi, delle pale dei fichi d'India, il verdastro-azzurrino delle imposte di legno e poi il blu del cielo terso.

E le curve dei tornanti, delle piccole case arroccate su cui si staglia l'ombra di una figura incorporea ed eterea. Lui, l’uomo, il Genius che non ha mai abbandonato quelle terre, che le osserva dall’alto, da dietro le case, attraverso i muri. Lui è sempre lì. La sua anima non ha emigrato altrove. E’ rimasta tra le colline arse dal sole e levigate dal moto incessante del vento. L'invisibile che sta dietro il visibile. inv CarloLevi5

Immagini incantate di un luogo che non ha mai smesso di raccontare la sua storia rese suggestive dalla sovrapposizione di scatti e dalla esposizione multipla di immagini.

Foto che hanno colto  lo spirito di Carlo Levi, Genius Loci, benevola eterna presenza.  

Eva Bonitatibus

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edi piazzalibri

Istigazione alla lettura. Lo ha detto Erri De Luca, scrittore italiano finito sotto processo per aver preso posizione nei confronti dei cantieri dell’Alta velocità sulla tratta Torino-Lione. Avrebbe invitato al sabotaggio della Tav. Ma lui, dall’aula del Tribunale di Torino dove si è svolto il processo a suo carico, si difende dall’accusa di istigazione a delinquere dicendo che potrebbe “istigare alla lettura, al massimo alla scrittura”.

Le parole sono pietre. Come non cominciare da questo evento per affermare il ruolo degli scrittori nella società odierna? Sembra che sia necessario tornare a soffermarsi sul significato delle singole parole. Le parole sono pietre. Lo scrisse Carlo Levi in un libro così intitolato in cui compie tre viaggi nella Sicilia dei primi anni ’50. Ne scruta il segreto, ne coglie la verità e la speranza. E ci invia un messaggio di amore per tutto quanto è umano, di debole e doloroso, vale a dire nobile. Da qui quella sua straordinaria capacità di guardare, leggere e capire la realtà.

edi piazzalibri2Contagiare la voglia di leggere. E come si può leggere la realtà se non attraverso il vissuto impresso nelle pagine dei libri di intellettuali e scrittori? Torna allora utile, ancora una volta, il ricorso ai libri e alla lettura. E torna utile ricordare che lo si potrà fare coralmente. Dal 21 maggio al 2 giugno arrivano le Piazze del Libro, la manifestazione del Maggio dei libri 2015 che vede il coinvolgimento anche dell’Associazione Nazionale Comuni Italiani il cui compito sarà di contagiare gli italiani da Nord a Sud con un’inguaribile voglia di leggere, di scoprire nuove storie, e tuffarsi in pagine e pagine.

Il nostro invito è allora sempre lo stesso. Leggere con occhi nuovi la realtà nella quale viviamo cercando di cogliere il significato di quello che ci accade. Seguendo le parole dei nostri maestri, non quelli cattivi, che ci hanno tracciato la strada per una vita vera. Continuiamo allora ad istigare e a contagiare…all’uso dei libri e al valore delle parole.

Eva Bonitatibus

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dial Amendolara1

Si definisce un cronista artigiano del Mezzogiorno d’Italia. E’ un giornalista puro, che ama la verità. Conosce il valore dell’informazione e delle parole, che usa con consapevolezza dando a ciascuna il giusto significato. Non ama gli scoop sensazionalistici e prende le distanze da certe trasmissioni televisive che fanno mercimonio di casi umani. Fabio Amendolara, giornalista lucano, è stato ospite di Gocce d’autore per la presentazione di uno dei suoi libri-inchiesta e di recente è stato insignito del prestigioso Premio Internazionale “Rosario Livatino e Antonino Saetta” per le sue inchieste giornalistiche su casi di femminicidio, di persone scomparse e di lupara bianca. Amendolara è autore di numerose inchieste e alcune pubblicazioni: La colpa di Ottavia, controinchiesta sulla misteriosa scomparsa della bambina di Montemurro, Il caso Ilaria Alpi, e-book sul misterioso omicidio dell’inviata di guerra, Il segreto di Anna. Inchiesta su un suicidio sospetto. La misteriosa morte del commissario Esposito e gli intrecci con la scomparsa di Elisa Claps. Impegnato come componente della Commissione garante per l'attuazione della Carta di Istanbul, Fabio Amendolara si batte per la qualità dell’informazione mediatica. Ecco la nostra intervista.

Dove nasce la passione per il giornalismo d'inchiesta?

Nasce mentre a Catanzaro seguivo da cronista le inchieste del pubblico ministero Luigi De Magistris. Ho avuto modo di lavorare a stretto contatto con giornalisti come Francesco Viviano che all'epoca era inviato speciale di Repubblica, Gianmarco Chiocci, inviato del Giornale e oggi direttore del Tempo, Antonio Massari, già con La Stampa e ora al Fatto Quotidiano. Loro non raccontavano soltanto il contenuto delle indagini ma lo valutavano, lo verificavano e lo inserivano in un contesto. Erano inchieste giornalistiche sulle inchieste giudiziarie. Lavorando con loro il mio approccio alla professione è cambiato.

Chi informa deve essere informato. Una regola aurea del giornalismo che non sempre viene rispettata e che in taluni casi genera danni irrimediabili. Come garantire una corretta informazione?

Io aggiungerei: deve essere anche documentato. Più lo è e migliore sarà la sua inchiesta. Purtroppo l'errore è sempre dietro l'angolo. L'unica arma che il giornalista ha in mano per prevenire è verificare, verificare, verificare.

 

dial Amendolara2dial Amendolara3dial Amendolara4

Tre libri su tre donne scomparse: Ottavia, Ilaria e Anna. Un impegno professionale che assume carattere sociale soprattutto per aver riacceso i riflettori su casi ormai finiti nell'oblio. Qual è il suo filo conduttore?

L'oblio è qualcosa di terribile. Su Ottavia e Anna c'era già una pietra sopra. Il caso di Ilaria è stato mantenuto in vita dalla caparbietà di tanti colleghi che l'avevano conosciuta e che avevano lavorato con lei. L’impegno delle famiglie in casi come questi non basta. I familiari sono soli in battaglie giudiziarie complicatissime e costosissime. Sono certo che il giornalismo d'inchiesta possa fare tanto e non solo per la memoria.

Ad Istanbul, dove ha recentemente partecipato al 3' Symposium internazionale sulla protezione giuridica della donna, ha parlato del rapporto tra giornalismo e femminicidio. Cosa pensa del modo in cui questo argomento viene trattato da alcuni programmi televisivi?

Provo paura quando vedo Barbara D'Urso intervistare zio Michele di Avetrana e altri protagonisti di fatti di cronaca. Di recente mi sono occupato del caso di un chirurgo finito nel tritacarne mediatico di trasmissioni televisive non condotte da giornalisti. Lo definirono un macellaio. In realtà, a parte il risultato estetico davvero terribile, aveva salvato la vita a una persona. Questo concetto è stato ribadito in diverse sentenze giudiziarie. Ora vedremo cosa decideranno i giudici per la definizione di macellaio. Sono certo che un giornalista non avrebbe mai usato quel termine con leggerezza.

Può la notizia influenzare il decorso della giustizia? In che misura?

Se l'informazione è corretta non può che influenzare il decorso della giustizia in modo positivo. Non sono pochi i casi in cui testimoni importanti sono stati rintracciati dai giornalisti e non dagli investigatori.


Nonostante il continuo parlarne, il triste fenomeno del femminicidio sembra non conoscere battute d'arresto. Il tam tam televisivo argina o favorisce tali crimini? Si può rimanere affascinati da scoop sensazionalistici?

È proprio ciò che va evitato: gli scoop sui casi di femminicidio.

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Qual è stato il caso più difficile da capire della sua carriera?

Senza ombra di dubbio l’omicidio della giovane Elisa Claps. Ci sono continui misteri nel mistero. È inestricabile.

Quale riaprirebbe?

Quello di Sveva Taffara, una ragazza di Settimo Torinese annegata in un pozzo di una masseria dispersa nelle campagne di Barile. L'hanno chiuso come suicidio, ma è un caso che grida giustizia.

Cos'è per lei il giornalismo?

Bella domanda. È informare i propri lettori/ascoltatori senza influenzarne le idee in modo subdolo.

Eva Bonitatibus

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È un brano di sensibilità maschile e vigore femminile, E dimmi che non vuoi morire, scritto da Vasco Rossi e magistralmente interpretato dall’eterea Patty Pravo, tanto da divenirne simbolo.

C’è un’ammissione nella visione del futuro. La consapevolezza della presenza non esclude dalla prospettiva della opportunità.

Una netta verità, fredda come una pioggia improvvisa sul cuore sereno.

Un corollario di questioni inevase è di difficile lettura. Ma la domanda di senso attutisce il colpo.

È una resa formale.

Una rassegnazione costante e lucida.

Un moto del giudizio, una spinta della cognizione personale a non predire con sempre dolorosa puntualità, l’effige della circostanza.

Un monito ad andare altrove. Avanti.

Che sia affacciarsi su uno specchio d’acqua o dentro se stessi, non modifica la sostanza di un viaggio, talvolta necessario come l’aria, sebbene inascoltato come i più pensanti sensi di colpa.

Un’esclusione generale, luminosa come una ferita nei cieli d’estate.

Virginia Cortese

ascoltare pattypravo

Guarda…io sono da sola ormai.

Credi…non c'e' più nessuna che

quando chiedi troppo e lo sai,

quando vuoi quello che non sei te

ricordati di me…forse non ci credi.

Sguardi…guarda sono qui per me

Non ti ricordi…eri come loro te.

Sono tutti quanti degli eroi

quando vogliono qualcosa…beh

lo chiedono lo sai… a chi può sentirli…

La cambio io la vita che

non ce la fa a cambiare me

bevi qualcosa, cosa volevi

vuoi far l'amore con me

la cambio io la vita che

che mi ha deluso più di te

portami al mare, fammi sognare

e dimmi che non vuoi morire...

Dimmi…sono solo guai per te.

Dimmi, ti sei ricordato che

hai una donna che se non ci sei

come fa a resistere senza te.

Piangi insieme a me dimmi cosa cerchi.

La cambio io la vita che

non ce la fa a cambiare me

bevi qualcosa, se non ti siedi

vuoi far l'amore con me

la cambio io la vita che

che mi ha deluso più di te

portami al mare, fammi sognare

e dimmi che non vuoi morire... 

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di Simone Marengo

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perle ferri0Il 10 Agosto 2007, in una magica serata sul palcoscenico del mitologico Teatro Antico di Taormina Alessandra Ferri dà il suo addio alla danza. Ha appena 40 anni. Una serata impossibile da dimenticare. Lo scenario del Teatro è noto: le antiche pietre color rosa fanno da sfondo, con quello squarcio straordinario sul lontano Etna sempre presente con il suo pennacchio rosso, che sia la scena per una Turandot o un Rigoletto o per la danza della Ferri. Cinquemila spettatori, pubblico della grandi occasioni, oltre ai sempre graditi turisti, era accorso il popolo dei ballettofili e non mancavano le grandi firme dei vip. In prima fila il marito e grande fotografo Fabrizio Ferri e le due bimbe. Insomma un fiore a l’occhiello per il Festival di Taormina diretto da Enrico Castiglione. Nel programma Alessandra passava con naturalezza dalla Cinderella di J Neumeir alla passionale Carmen di R.Petit, dalla languida Dame aux Camelias di Neumeier, dalle coreografie di L. Lubovitch, W. Forsythe, B. Stevenson alla dolce Manon di K.McMillan accompagnata da Giulio Bocca, comunicando agli spettatori una emozione unica.

Al termine e dopo aver accolto commossi e scroscianti applausi, scomparve romanticamente nella notte con marito e figlie sulla barca di e con Sting per far ritorno all’Isola di Pantelleria. Ma perperle ferri1 fortuna non è andata così, Alessandra non ha mai interrotto quel filo indissolubile di una passione, di un destino. Non poteva una artista come lei abbandonare così la scena. Una come lei con la sua storia! Una storia incredibile che inizia quando da bambina comincia i suoi studi alla Scuola di Ballo del Teatro alla Scala e che continua con il suo ingresso al Royal Ballet o essere stata scelta a soli 19 anni da Sir Kenneth McMilan quale interprete dei suoi più importanti balletti. Ha raccolto in seguito nel suo cammino una infinità di prestigiosi premi come il Prix de Lausanne, il Sir Lawrence Olivier Award, il Dance Magazine Award e il Benois de la Danse .

Ha 22 anni quando Mikhail Baryshnikov la invita all’ American Ballet Theatre dove rimarrà fino al 2007. Ha lavorato con i più grandi coreografi del nostro tempo: Sir Frederick Ashton, Sir Kenneth McMillan, Jerome Robbins, Jiří Kylián, Twyla Tharp, John Neumeier, William Forsythe, Roland Petit. Ha danzato nei teatri più prestigiosi del mondo. Voleva farci dimenticare tutto questo? Impossibile. E per fortuna ci ha ripensato: dopo quella sua “minaccia” fatta in una lontana sera ne ha fatte di cose!

Infatti dopo quell'addio alle scene del 2007 e dopo una breve parentesi Alessandra Ferri è stata presente in varie e importanti manifestazioni di danza: al Festival dei Due Mondi di Spoleto, proprio a Spoleto nel 2013 il suo ritorno con "The piano upstairs", ideato dal guru di Broadway John Weidman. A Modena si è esibita in "Trio ConcertDance", spettacolo concesso in prima assoluta per l'inaugurazione di ParmaDanza 201. E ancora si segnala la sua presenza nel 2014 al Ravenna Festival.

perle ferri3Con una bellezza più morbida e ancor più consapevole di se, con il suo copro sempre sottile, flessuoso e parlante Alessandra dimostra e conferma come la maturità può regalare nuove sfumature all’arte della danza e che l’età è solo uno stato mentale e non un impedimento per artisti come lei e altri importanti talenti.

Oggi Roma la accoglie con entusiasmo dopo ben undici anni di assenza. Ci ha pensato Daniele Cipriani, un appassionato di danza e grande organizzatore e produttore di spettacoli indimenticabili. Dunque, arrivata a cinquant’ anni ha deciso di ripercorrere ancora le vie della danza e con una nuova linfa.

Evolution è il titolo della serata del 30 Luglio nella Cavea dell’Auditorium Parco della Musica Roma. Uno spettacolo che segna l’evoluzione di questa grande artista. Il programma della serata molto attesa laperle ferri4 vedrà insieme a un asso della danza internazionale, quale Herman Cornejo primo ballerino dell’American Ballet Theatre che dalla nostra star si sente più stimolato nella sua ricerca artistica. Insieme a loro dueci saranno anche alcuni acclamati danzatori provenienti da compagnie classiche e moderne di punta. Tra loro, Tobin del Cuore (Lar Lubovitch Dance Company), Craig Hall (New York City Ballet) e Daniel Proietto (Russell Maliphant Company), artisti molto diversi tra di loro, eppure tutti profondamente uniti dalla medesima visione della danza.

Diversi anche i lavori coreografici presentati in questa raffinata serata: dall’americano Lar Lubovitch al franco-albanese Angelin Preljocaj, dall’inglese Christopher Wheeldon alla canadese Aszure Barton.

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