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Non possiamo non aprire la sezione dedicata ai consigli sulle letture d’autunno con Svetlana Aleksievich, Premio Nobel per la letteratura 2015. Abbiamo scelto di proporvi l’ultimo suo libro “Tempo di seconda mano”, edito nel 2013, che ha probabilmente giocato un ruolo decisivo per la scelta da parte del Comitato del Nobel. Questo libro ha inoltre vinto il “Premio internazionale per la pace degli autori tedeschi” (2013) e l'ordine francese di ufficiale delle Arti e delle Lettere (2014). Vi proponiamo, poi, un altro Premio, il Campiello, con “L’ultimo arrivato” di Marco Balzano. Tra le cinque proposte vi sono poi alcune novità con il ritorno del grande romanziere Wilbur Smith, lo scrittore pluripremiato Gianrico Carofiglio e il Premio Strega 2014 Antonella Cilento con un nuovo romanzo.

Buon divertimento!

leggere iltempo

di Svetlana Aleksievich

"Per me non è tanto importante che tu scriva quello che ti ho raccontato, ma che andando via ti volti a guardare la mia casetta, e non una ma due volte". Così si è rivolta a Svetlana Aleksievic, congedandosi da lei sulla soglia della sua casa, quella contadina bielorussa. La speranza di avere affidato il racconto della sua vita a qualcuno capace di vero ascolto non poteva essere meglio riposta. Far raccontare a donne e uomini, protagonisti e vittime e carnefici, un dramma corale, quello delle "piccole persone" coinvolte dalla Grande Utopia comunista, che ha squassato la storia dell'URSS-Russia per settant'anni e fino a oggi, è il cuore del lavoro letterario di Svetlana Aleksievic. Questo nuovo libro, sullo sfondo del grande dramma collettivo del crollo dell'Unione Sovietica e della tormentosa e problematica nascita di una "nuova Russia", costituisce il coronamento ideale di un lavoro di trent'anni: qui sono decine i protagonisti-narratori che raccontano cos'è stata l'epocale svolta tuttora in atto: contadini, operai, studenti, intellettuali, dalla semplice militante al generale, all'alto funzionario del Cremlino, al volonteroso carnefice di ieri forse ormai consapevole dei troppi orrori del regime che serviva. Nonché misconosciuti eroi sovietici del tempo di pace e del tempo di guerra, i quali non sanno rassegnarsi al tramonto degli ideali e alle mediocri servitù di un'esistenza che, rispettando solo successo e denaro, esclude i deboli e gli ultimi.

leggere lultima

di Marco Balzano

Sellerio

Negli anni Cinquanta a spostarsi dal Meridione al Nord in cerca di lavoro non erano solo uomini e donne pronti all’esperienza e alla vita, ma anche bambini a volte più piccoli di dieci anni che mai si erano allontanati da casa. Il fenomeno dell’emigrazione infantile coinvolge migliaia di ragazzini che dicevano addio ai genitori, ai fratelli, e si trasferivano spesso per sempre nelle lontane metropoli. Questo romanzo è la storia di uno di loro,di un piccolo emigrante, Ninetto detto pelleossa, che abbandona la Sicilia e si reca a Milano. Come racconta lui stesso, «non è che un picciriddu piglia e parte in quattro e quattr’otto. Prima mi hanno fatto venire a schifo tutte cose, ho collezionato litigate, digiuni, giornate di nervi impizzati, e solo dopo me ne sono andato via. Era la fine del ’59, avevo nove anni e uno a quell’età preferirebbe sempre il suo paese, anche se è un cesso di paese e niente affatto quello dei balocchi». Ninetto parte e fugge, lascia dietro di sé una madre ridotta al silenzio e un padre che preferisce saperlo lontano ma con almeno un cenno di futuro. Quando arriva a destinazione, davanti agli occhi di un bambino che non capisce più se è «picciriddu» o adulto si spalanca il nuovo mondo, la scoperta della vita e di sé. Ad aiutarlo c’è poco o nulla, forse solo la memoria di lezioni scolastiche di qualche anno di Elementari. Ninetto si getta in quella città sconosciuta con foga, cammina senza fermarsi, cerca, chiede, ottiene un lavoro. E tutto gli accade come per la prima volta, il viaggio in treno o la corsa sul tram, l’avventurarsi per quartieri e periferie, scoprire la bellezza delle donne, incontrare nuovi amici, esporsi all’inganno di chi si credeva un compagno di strada, scivolare fatalmente in un gesto violento dalle conseguenze amare. In quel teatro sorprendente e crudele, col cuore stretto dalla timidezza, dal timore, dall’emozione dell’ignoto, trova la voce per raccontare una storia al tempo stesso classica e nuova. E questa voce, con la sua immaginazione e la sua personalità, la sua cadenza sbilenca e fantasiosa, diventa quella di un personaggio letterario capace di svelare una realtà caduta nell’oblio, e di renderla di nuovo vera e vitale.

leggere il leone

di Wilbur Smith

Longanesi

Africa orientale, seconda metà del diciassettesimo secolo. Hal Courteney incarna la quintessenza di una vita vissuta pericolosamente: ha per moglie una nobile guerriera etiope che combatte al suo fianco, ha da parte un cospicuo tesoro e ha un ancor più cospicuo numero di nemici. Hal è convinto di aver seppellito per sempre il peggiore di questi, l'Avvoltoio, il responsabile dell'ingiusta condanna di suo padre. Ma l'uomo è invece sopravvissuto e, benché sfigurato e mutilato, è più combattivo che mai: l'unico scopo della sua vita ormai è uccidere Hal e la moglie.

leggere il bordo

di Gianrico Carofiglio

Rizzoli

Mentre sorseggia il cappuccino come ogni mattina, seduto in un bar nel centro di Firenze, Enrico Vallesi legge una notizia sul giornale: in un conflitto a fuoco con i carabinieri, è rimasto ucciso un rapinatore, da poco uscito di galera. Il nome della vittima riporta Enrico alla fine degli anni Settanta, al primo giorno di liceo, quando in una classe di quindicenni aveva fatto la sua comparsa Salvatore. più volte bocciato, turbolento, il compagno che gli aveva insegnato come difendersi dalla violenza della strada e superare a testa alta quel territorio straniero che è l'adolescenza. Ai ricordi di Enrico si alterna il racconto del suo ritorno nella città dalla quale era partito, quando non aveva ancora conosciuto gioie e delusioni del matrimonio e del suo mestiere di scrittore. Un ritorno a casa in cerca di risposte ai propri tormenti, per scoprire quello che tanti anni prima si era lasciato alle spalle, ma anche per capire cosa è diventata nel frattempo la sua vita.

leggere madonna

di Antonella Cilento

NNE

Tutto accade a Napoli nell’arco di sei mesi, benché la storia narrata potrebbe accadere in qualunque città d’Italia: Statine, studente in medicina a carico della nonna, è fra i volontari di una piccola associazione cattolica che cura disabili e ragazze madri, diretta da Simone Mennella su consiglio dell’avvocato Mimì Staibano e finanziata da don Cuccurullo, parroco alla moda. È una delle ragazze madri, Amalia, ad avviare la vicenda aggredendo Simone, ma sarà la presenza di Agata Sòllima, madre di uno dei ragazzi disabili, a catalizzare gli eventi. Fra violenza e comicità, ipocrisie e teatrali colpi di scena, La Madonna dei mandarini racconta di nuove povertà, economiche e morali, del conflitto tra essere e apparire, tipico dei nostri giorni, ma anche di desideri, vanità e della bellezza offesa.

A cura della redazione

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editoriale nobel

"La libertà è un concetto che noi non conosciamo perché non siamo mai stati liberi". (Svetlana Aleksievic)

La Russia è la patria della cultura del racconto perché c’è la voglia di raccontare il proprio vissuto e il proprio dolore. Lo ha affermato il Premio Nobel per la letteratura 2015, Svetlana Aleksievic, in una recente intervista rilasciata in occasione del Festival della letteratura di Mantova. La scrittrice e giornalista post sovietica ha descritto nei suoi libri gli orrori cui è stato sottoposto il popolo russo dalla guerra in Afghanistan al disastro di Chernobyl fino ai suicidi succeduti allo scioglimento dell’Unione Sovietica.

Una narrazione, la sua, che fa emergere la propria protesta contro il regime totalitario e violento. E lo fa attraverso una scrittura che è stata definita dall’Accademia svedese delle scienze “polifonica”. Si, polifonica, perché la scrittrice bielorussa parla attraverso le numerose voci raccolte durante il suo lavoro di scavo. Storie domestiche che raccontano un territorio frammentato e frammentario. Per questo la sua opera è stata premiata, perché rappresenta un “monumento alla sofferenza e al coraggio dei nostri tempi”.

editoriale SvetlanaUn Premio al coraggio di raccontare. Il racconto assurge dunque a funzione di importanza capitale. Ma solo se è lucido e inalterato. Non edulcorato. Né contaminato. La scrittura diventa una nuova forma di opposizione, pacifica ma tagliente, che racconta la verità. E la verità è quella macchina che ti porta verso la libertà assoluta. E’ un impegno raccontare la verità usando occhi sgombri e lingua onesta, e non bisogna mai cedere alla minaccia della paura. E’ questo l’insegnamento del Nobel per la letteratura 2015.

Liberare la popolazione dalla menzogna e lottare per la verità, questo il senso del coraggio di raccontare. Anche se non tutti sono disposti a comprenderti, la condanna è l’arma più facile da infliggere. E Svetlana ha scelto l’esilio volontario per poter continuare a raccontare gli orrori della barbarie. Diceva l’apostolo Paolo che c’è un momento in cui predichi e la gente non ti ascolta, ma guai a te se smetti di predicare. Non fermiamo dunque l’impegno civile di raccontare sempre la verità, ad ogni costo.

Un Premio al coraggio di raccontare. La libertà è l’anelito e Svetlana con i proventi del più importante riconoscimento (circa 850mila euro) ha detto che si “comprerà la libertà”. 

Eva Bonitatibus

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Video Concorso

Talent Factory

SCADENZA: Maggio 2016

Contest telent

Talent Factory è il Video Concorso dedicato a tutti i Musicisti, Artisti e Creativi che desiderano mettere in mostra il proprio talento e farsi conoscere sul web. Manda i tuoi video a talentfactory.it e avrai la possibilità di essere visto e votato da migliaia di utenti, valutato da veri professionisti della musica e dell’arte e accedere alla finale del Concorso che mette in palio 1.500 euro.

Il sito Talentfactory.it ed il concorso artistico a premi ad esso collegato nasce per dare l’opportunità a musicisti e artisti emergenti di farsi conoscere, in particolare sui più moderni canali web.

Il concorso si suddivide in 2 sezioni distinte e indipendenti: Musica e Canto, Arti Visive.

  • Musica e Canto: video di carattere musicale in cui l’artista presenta a suo nome o a nome di un gruppo o band una propria canzone o una cover di altro soggetto, purchè l’esecuzione e la registrazione del brano sia conforme alle attuali norme sul diritto d’autore. Il video può essere sotto forma di slideshow o montaggio di immagini, di ripresa live o di videoclip.
  • Arti Visive: video di carattere artistico in cui l’artista presenta a suo nome o a nome di un gruppo o collettivo una o più opere d’arte di qualunque tecnica appartenente alle arti visive (ivi comprese pittura, scultura, fotografia, installazione, arti grafiche, arti digitali, video-arte e cortometraggi). Il video può essere sotto forma di slideshow o montaggio di immagini anche di diverse opere, di ripresa live o velocizzata figurante la creazione delle opere, di video-arte o di videoclip.

La durata del concorso è di 9 mesi, da settembre 2015 a maggio 2016 compresi. Nel mese di giugno 2016 si svolgerà la fase finale tra i video vincitori dei mesi precedenti.

Tutti i visitatori del sito possono votare i loro video preferiti, previa autenticazione, esprimendo un solo voto per ciascun video. Per ciascuna categoria, i tre video che nel mese di gara hanno ricevuto più voti riceveranno un giudizio tecnico da un membro della giuria qualificata e saranno ammessi alla fase finale nella quale sarà decretato il vincitore assoluto per ciascuna categoria.

Per maggiori informazioni si invita a consultare il sito web www.talentfactory.it.

A cura della redazione

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ascoltare conte

È una tregua formale e non di sostanza.

Una danza irresistibile, un gioco suadente e malinconico.

Una luce timida e fresca.

Ha il colore delle sete e di echi lontani.

Ha il calore delle rivelazioni infantili alla luna.

Non ha sguardi d’origine ma chiose d’inesorabile ragione.

Senza confini d’accoglienza.

Senza parate di soccorso.

Un seme d’eleganza distinta.

Racchiude i suoni della speranza silenziosa.

Mescola le furbizie dei canti della primavera del cuore.

Le sue entrate in scena scelgono i palcoscenici più lussuosi, il pubblico più esigente, l’interprete più nascosto.

I monologhi più taglienti.

Applausi  a scena aperta.

Bravo.

Virginia Cortese

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scrivere 1

New York, marzo 1959. In una chiesa ortodossa sconsacrata si realizza la consacrazione della leggerezza nel jazz. E’ la lezione che Giuseppe Romaniello scrive sulla leggerezza e il jazz nel saggio intitolato “Six memos in jazz”, edito dalla Fondazione Abacus nella collana Socialitas e Conte editore. Il libro in questione rappresenta una continua sperimentazione, dalla prima all’ultima pagina, sui valori individuati da Italo Calvino trent’anni fa e sulla loro applicazione nella musica jazz. La letteratura e la musica sono le My favourite things di Romaniello, i due valori estremi in mezzo ai quali si svolge la vita dell’autore alla ricerca di quell’equilibrio che contempli i due generi apparentemente distanti e invece indissolubilmente intrecciati tra loro.

La prospettiva è il futuro. Sia i Six memos in the next millennium, diventati poi Lezioni americane, sia il jazz rappresentano la necessità di costruire nuove strade allo scopo di un rinnovamento sociale che destrutturi l’esistente per ricomporlo secondo nuove armonie. E il pensiero dei grandi musicisti jazzisti ci hanno lasciato un testamento spirituale esattamente come Italo Calvino ci ha trasmesso il suo. Sei i valori individuati dall’intellettuale e scrittore italiano: leggerezza, rapidità, esattezza, visibilità, molteplicità e coerenza, e sei i momenti e i luoghi del tempo che raccontano il jazz. “Il mio futuro incomincia quando mi sveglio al mattino e vedo la luce”, diceva Miles Davis, uno dei più influenti, innovativi ed originali compositori e trombettisti del XX secolo. E questo è l’invito rivolto a tutti i lettori dall’autore durante il tour di presentazione del libro che ha fatto tappa, tra l’altro, a Matera e a Potenza. scrivere 2

Il ritmo della narrazione è un “walking”, il tempo giusto per fare la passeggiata che l’autore ci invita a compiere tra i luoghi del jazz e quelli di Calvino. Lo stile ricco di groove impone al lettore di seguire le note che a seconda del valore indicato assumono un significato differente. Una relazione intessuta tra matematica e musica e tra matematica e parole che consente di rileggere le sei proposte calviniane attraverso un brano, un musicista, un’incisione. Dunque il jazz diventa la lezione americana per comprendere il nuovo millennio.

La rapidità di Calvino, raccontata attraverso la leggenda dell’imperatore Carlomagno, è incarnata dal sassofonista Charlie Parker: la sua musica era come lui. Andava velocissima, scrive Romaniello. E tanti i brani scritti da Parker e citati dall’autore a conferma dell’assunto, da Yardbird Suite, a Ko Ko, a Night in Tunisia.

L’esattezza per Calvino vuol dire tre cose: un disegno dell’opera ben definito e ben calcolato, l’evocazione di immagini visuali nitide, un linguaggio preciso. Per il jazz esattezza è velocità, virtuosismo, intensità ed energia. Qualità incarnate da John Coltrane, altro sassofonista, che dedicò gran parte delle sue energie a cercare un suono intenso e puro. A love supreme è il brano che meglio identifica questo valore, una poesia dedicata a Dio e che descrive il percorso ascetico dei pellegrini con assoluta esattezza.

Per la visibilità, che Calvino espresse magistralmente con il suo libro Le città invisibili, un racconto che fa emergere lo scontro tra città ideale e città reale. Lo spunto calviniano conduce Romaniello e il lettore a compiere un viaggio tra i luoghi del jazz e il loro legame con i musicisti. Scrive infatti l’autore che alcuni degli standard senza tempo testimoniano questa relazione: April in Paris, Autumn in New York, Nostalgia in Times Square. E ci sono poi grandi jazzisti che contemplano in sé la frizione tra reale e ideale, rispondendo alla necessità di guardare lontano, indicando ad altri il percorso da compiere. Loro sono Louis Armstrong, Lester Young, Coleman Hawkins, Gerry Mulligan e Chet Baker. scrivere 3

Se il romanzo Se una notte d’inverno un viaggiatore incarna le caratteristiche della molteplicità per i suoi numerosi incipit, Duke Ellington lo fa nel jazz con It don’t mean a thing if It ain’t got that swing. Infine l’incompletezza. Calvino non scrisse mai l’ultima lezione, quella dedicata alla coerenza, perché morì. Giuseppe Romaniello fa un parallelismo tra incompletezza e improvvisazione portando ad esempio una frase di Coltrane: non c’è mai fine. Perché, come scrive l’autore, nel jazz improvvisazione è metafora dell’agire organizzativo, è espressione consapevole dell’incompletezza. My ship di Kurt Weill e di Ira Gershwin è l’esempio calzante di questo valore che chiude la narrazione di Calvino e di Romaniello.           

Eva Bonitatibus

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inedito 1

L’odore della pioggia era ovunque. Fuori e dentro casa. Lo vedevi da dietro i vetri salire su verso il cielo e lo sentivi adagiarsi sulla pelle ormai umida. Al mare è così. Quando piove avverti le sue particelle umide dappertutto, anche d’estate. E il profumo di bagnato penetra le narici fino a farle bruciare.

Quel giorno era cominciato bene, il sole riscaldava già l’alba lasciando presagire il caldo torrido che sarebbe esploso di lì a poco. Un’aria indolente si abbatté su tutti nelle ore successive, rallentando gesti e azioni. Persino i bambini erano svogliati. Il mare accennava qualche onda, anche lui appiattito dalla calura. La mattinata si lasciò fluire così, senza emozioni, solo qualche gelato e un pò di movimento. Quel tanto che bastava per raggiungere la battigia e farsi inghiottire lentamente dall’acqua.

Un acquazzone improvviso scrosciò sul mare cogliendo alla sprovvista la folla che popolava la spiaggia. In un lampo tutto ammutolì. Gli ombrelloni e le sdraio rimanevano l’ultimo baluardo di un’umanità che fino a pochi istanti prima aveva colorato il paesaggio.

Lo spettacolo del mare bagnato dalla pioggia è uno dei più belli.

Ferma davanti al balcone aperto osservavo il mutare del colore del mare che sembrava assecondare la forza del temporale. Era sparita anche la leggera increspatura sotto gli schiaffi dell’acqua che scendevano vigorosi dal cielo cupo. Entrò nella stanza una folata di aria fresca, l’avevo desiderata tutto il giorno, e alcuni schizzi di pioggia mi bagnarono. Non mi scansai, la sensazione fu piacevole, e lasciai che le piccole gocce d’acqua scivolassero lentamente sul mio viso. 

Ero seduta sulla sabbia con lo sguardo rivolto all’orizzonte. Accanto a me il mio piccolo bambino nella stessa posizione. A noi piaceva stare così. In silenzio ad ascoltare il mare. Lo sguardo perso nell’azzurro del mare e del cielo, i pensieri che vagavano a briglie sciolte, liberi di volare sulle onde e andare lontano. Ogni tanto un gabbiano sorvolava le nostre teste e planava leggero pochi metri più in là. Erano bellissimi, bianchi e sinuosi. In un attimo erano già in volo, alla ricerca di chissà cosa.

Dove vanno, mamma?

Mi chiese Lorenzo rompendo il silenzio con la sua vocina squillante.

Da nessuna parte, tesoro. Giocano a rincorrersi, ma restano qui, sempre. Questa è la loro casa.

Si alzò in piedi e cominciò ad inseguire un gabbiano che aveva appena toccato terra. Aprì le sue piccole braccia e prese a correre lungo la spiaggia. I suoi piedini lasciavano orme sul bagnasciuga che le onde del mare cancellavano subito dopo.

Dai mamma, vieni anche tu!

Mi alzai senza farmelo ripetere e imitando il mio bambino cominciai a volare anche io. Corremmo lungo la spiaggia a perdifiato, spiccammo il volo e dopo un po’ ci ritrovammo a dorso di un gabbiano. Salimmo verso il cielo, oltrepassammo la linea dell’orizzonte e ci ritrovammo in un luogo mai visto. Fiori colorati ci accolsero con il loro profumo e un suono dolce riempiva lo spazio. Un grande senso di pace aleggiava dappertutto, e un fascio di luce si apriva come un ampio sorriso verso di noi. 

Dove siamo mamma?

Nel luogo dei nostri pensieri.

Quelli che facciamo quando guardiamo il mare?

Si, proprio quelli.

Che belli mamma!

Tu quale hai fatto?

Quello dei fiori colorati. Vedi come sono belli? Sono tutti diversi, ognuno ha una forma, chi ha il gambo più lungo e chi più corto, chi ha i petali che protendono verso l’alto chi verso il basso. Tutti formano una distesa colorata e si uniscono laddove rimane uno spazio bianco. Mi fanno allegria ed io mi tufferei in mezzo a loro. E qual è il tuo pensiero?

Quello lì in fondo, lo vedi? Quella distesa azzurrina, la calma, la ricerca della tranquillità. Hai presente quando i funamboli camminano su un filo sospeso? Ecco, io mi sento come quegli uomini lì che si muovono lentamente, un piede davanti all’altro, gambe flesse e schiena dritta, per cercare di non cadere nel vuoto. Guardare il mare mi restituisce questo: un senso di pace che nessun altro posto mi offre. Mi ci cullerei in questo luogo di serenità. Prenderei i tuoi fiori e farei un grande cuscino su cui affondare la mia testa pesante. Mi addormenterei lasciandomi sopraffare dal loro profumo intenso.     

Lorenzo mi strinse la mano e ci avviammo verso il fascio di luce che ci invitava ad entrare. La luce ci abbagliava e non riuscivamo a vedere cosa ci fosse oltre quel sorriso. Continuammo a camminare e notammo una presenza accanto a noi. Era il gabbiano che ci aveva condotto in quel luogo sconosciuto. Ci guardò e ci invitò a proseguire accanto a lui, ora non volava più, camminava come noi sulle sue lunghe zampe. Ci inoltrammo in questo luogo affascinante, una dolce melodia ci accolse e non senza sorpresa vedemmo altre figure muoversi a ritmo di musica. Danzavano abbracciati un valzer delicato, eseguito al pianoforte da un musicista in bianco e nero seduto al centro della luce. Tutti gli roteavano intorno e volteggiavano felici. Erano figure senza contorni di cui potevo però distinguere i loro sorrisi beati. La musica cominciò ad accelerare e le coppie a muoversi più velocemente, il ritmo incalzava e le gambe diventarono frenetiche e anche le dita del pianista presero a rincorrersi su e giù sulla tastiera senza sosta. Fu un vortice. Le dita. Le gambe. Le note. Le dita le gambe le note. Leditalegambelenote. Leditalegambelenoteleditalegambelenote.

inedito 2Un lampo improvviso ruppe l’incanto. L’immagine dei ballerini e del pianista si fece in mille pezzi che schizzarono nel cielo e finirono nel mare illuminandolo. Un’onda lunga prodotta dal boato giunse fino a riva bagnando i nostri piedi mentre assorti contemplavano il mare e l’orizzonte. Perduti nei nostri pensieri che ripresero a volare come ali di gabbiano.

 

Eva Bonitatibus  

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osservare holi 1

Le varie teorie intuite già nell’antichità da Oriente ad occidente, secondo la quale i colori eserciterebbero sulla psiche e sull’umore di ciascun individuo una innegabile fonte di benessere, trovano le loro conferme nei moderni esperimenti scientifici.

Le qualità e le proprietà di ciascun colore sono individuate con sfumature diverse dai vari maestri della Cina e dell'India e dai moderni ricercatori di cromoterapia europei e americani che  descrivono Il colore come un elemento capace di  influenzare il nostro organismo e, con azioni mirate, riportare situazioni di disfunzione o malessere verso un equilibrio salutare. queste civiltà ,fin dall’antichità ,hanno sfruttato il significato dei colori e il loro effetto sui processi fisici e psichici dell'uomo in numerosi campi, da quello della medicina a quello dei riti religiosi, atti a curare il corpo e a purificare l'anima. Gli Indiani, sostenuti dalle teorie dei biologi, credono nella sua azione purificante soprattutto se utilizzato in pittura, e, se diffuso su tutto il corpo, penetra nei pori ed il suo contatto servirebbe a rafforzare le difese naturali della pelle e ad abbellirla. Questo “rito pittorico” nasce da una delle più importanti festività della religione induista non che  una della feste più amate da tutta la popolazione indiana. Il suo nome è Holi, ma è conosciuta in tutto il mondo come la “Festa dei Colori”. Ha origini molto antiche: alcune incisioni su pietra ritrovate nel Nord-Est dell’India, ci mostrano come le prime celebrazioni della festa di Holi risalgano addirittura a 300 anni prima della nascita di Cristo. Letteralmente la parola Holi in lingua indiana significa “bruciare” e questo nome deriva da un’antica leggenda, in cui questa celebrazione va a segnare il trionfo del Bene sul Male.  E’ anche la festa della fertilità, che segna il passaggio dal gelo dell’inverno allo sbocciare della primavera infatti ,la sua celebrazione, cade nell’ultimo giorno di luna piena del mese induista chiamato Phalgun, che corrisponde più o meno al periodo che va da metà febbraio a metà marzo. La notte prima della festa vengono accesi dei grandi roghi, con lo scopo di scacciare gli spiriti del male con la potenza del fuoco. Ad ardere fra le fiamme è infatti il fantoccio di Holika, sorella di Hiranyakashipu, il re dei demoni. Secondo la leggenda,  Hiranyakashipu si considerava il padrone di tutto l’Universo, superiore a tutti gli dei ma tuttavia suo figlio Prahalad era devoto a Vishnu, divinità del bene.  Hiranyakashipu decise di punire il figlio per il suo “tradimento” e ordinò alla sorella di ucciderlo dandogli fuoco. Grazie alla protezione di Vishnu, Prahalad riuscì tuttavia a sfuggire all’agguato, mentre Holika morì vittima della trappola di fuoco che lei stessa aveva preparato.

osservare holi 2Il secondo giorno di festa invece è la giornata principale della celebrazione di Holi dove vede bambini, adulti, anziani, riversarsi nelle strade vestiti di bianco a rincorrersi, a danzare, a scherzare e a lanciarsi addosso acqua mescolata con polveri colorate. Ogni colore ha un significato particolare :  il verde rappresenta l’armonia, l’arancione l’ottimismo, il blu la vitalità e il rosso la gioia e l’amore. Il lancio delle polveri colorate trae origine da una leggenda induista, che parla del grande amore fra Krishna e Radha. Si narra che un giorno Krishna, geloso per la bellezza della pelle della sua amata Radha, decise di dipingerle la faccia, per renderla più simile alla propria. Proprio per questo, nel giorno di Holi gli innamorati usano dipingersi il volto a vicenda, in modo da sancire i propri reciproci sentimenti.
Inoltre durante questo giorno tutte le caste del sistema indiano non hanno alcun valore, le regole della vita di tutti i giorni vengono meno e le persone sono considerate tutte uguali. Per un giorno, ricchi e poveri si ritrovano a festeggiare assieme. Anche le donne, considerate dalla cultura indiana inferiori rispetto agli uomini, possono finalmente prendersi la loro rivincita.  Da qui l’idea di portare questo festival in giro per il mondo con lo scopo di  incoraggiare a promuovere l’uguaglianza e la tolleranza, avvicinando le persone tra loro. Questa festa ,infatti, ha preso il sopravvento in tutto il mondo privata però del suo significato più profondo.
Holi si è in parte trasformata in una festa commerciale e in alcuni negozi sono state vendute delle polveri colorate chimiche, tossiche per la salute umana e inquinanti per l’ambiente e, in alcuni paesi, hanno causato il ricovero in ospedale di alcuni bambini in seguito ad ustioni cutanee causate dal contatto di questi colori sintetici con la pelle.Nonostante ciò continua ad essere una festa piacevole ed allegra, che lascia un forte ricordo ai partecipanti e a coloro che ne sentiranno parlare.

Serena Gervasio

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musicare pastorius

John Francis Anthony Pastorius, nato a Norristown il 1º dicembre 1951 e conosciuto come Jaco Pastorius, è stato un bassista, compositore e produttore discografico di jazz, fusion e funky, annoverato tra i più grandi bassisti di tutti i tempi e tra le figure simbolo del genere fusion. Il suo primo approccio alla musica avvenne suonando la batteria. Successivamente per una frattura a un polso e, pur di non rimanere inattivo, iniziò ad esercitarsi con quello che sarebbe poi diventato il suo strumento, il basso. Suonava generalmente un basso elettrico fretless.

Con il suo stile particolare è riuscito a caratterizzare il basso come solista, e ridefinire il ruolo del basso elettrico nella musica, suonando simultaneamente melodie, accordi, armonici ed effetti percussivi. Per numerosi bassisti anche non inerenti al jazz (dal pop al rock) è stato ed è ancora un importante punto di riferimento.

Tecnica e talento uniti a una personalità decisamente sopra le righe: queste tre caratteristiche resero Pastorius la leggenda che conosciamo. Leggenda nata con l'approdo ai Weather Report, la mirabolante band jazz-fusion in cui Jaco iniziò a militare nel 1976. Ci arrivò consegnando un nastro con la sua versione di "Donna Lee" di Charlie Parker al leader Joe Zawinul l'anno precedente e rischiando seriamente di non far parte del gruppo. Ansioso di ricevere una risposta, aveva anticipato l'ascolto della cassetta con una telefonata a Zawinul - rimasta nella storia - in cui si definiva "il più grande bassista del mondo".

Il loro rapporto fu importantissimo e determinante per la carriera e la vita di entrambi. Zawinul ricoprì a lungo il ruolo di maestro e padre putativo di Jaco: quando il disturbo bipolare di Pastorius divenne più grave (peggiorato dagli abusi di alcol e droga), si creò una rottura insanabile tra i due. Nel frattempo - paradossalmente - la carriera solista del "più grande bassista del mondo" raggiungeva vette eccelse (memorabile il "Birthday Concert" del 1982 a Miami) con riconoscimenti e collaborazioni illustri (Pat Metheny e Herbie Hancock, tra i molti).

Pastorius lasciò i Weather Report e iniziò una fulgida carriera da solista, pubblicando il suo secondo album Word of Mouth. Suonò inoltre in alcuni album di Joni Mitchell quali Mingus, Hejira , Don Juan's Reckless Daughter , Shadows and Light con Pat Metheny, Lyle Mays, Michael Brecker e Don Alias.

L'alcolismo e la tossicodipendenza accentuarono il suo squilibrio mentale, che successivamente fu diagnosticato come disturbo bipolare; le sue relazioni con i responsabili dell'industria musicale e i gestori dei locali peggiorarono al punto da non trovare nessuno disposto a ingaggiarlo per un concerto.

A questo declino inesorabile fecero da contrappunto alcune esibizioni entrate nella storia del jazz, come l'esibizione che si tenne a Miami nel 1982, in occasione del suo trentunesimo compleanno, più nota come The Birthday Concert, contornata dalla partecipazione di musicisti come Michael Brecker, Bob Mintzer, Peter Erskine e altri e seguita poi da una tournée in Giappone con una sezione di fiati composta dai Brecker Brothers e Bob Mintzer. musicare pastorius1

Successivamente ci furono altre formazioni e gruppi più ristretti, con i quali Pastorius ebbe modo di esibirsi nei locali di New York: su tutti spiccano il trio con Hiram Bullock alla chitarra e Kenwood Dennard alla batteria, e il quartetto con Steve Slagle, Mike Stern e Adam Nussbaum, con cui registra l'album Live in New York, Volume 5. Nell'ultimo album, Live in New York, Volume 7, Kenwood Dennard viene rimpiazzato da Victor Lewis.

Jaco Pastorius mori’ il 21 settembre del 1987, a soli trentasei anni a causa delle percosse subite da un buttafuori durante una delle sue nottate a base di stupefacenti, venne prima cacciato da un concerto di Carlos Santana e poi dal "Midnight Bottle Club". Mori’ in ospedale poche ore dopo essere entrato in coma. 

Toni De Giorgi

 

 

 

 

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leggere

Ottobre profuma di libri. E noi vi invitiamo ad entrare nelle librerie e ad inspirare a pieni polmoni mantenendo gli occhi chiusi. Usate le mani per cercare il vostro libro: toccateli, odorateli, sentite il suono delle pagine che scorrono sotto le dita. Lasciatevi guidare dalle sensazioni generate. Solo alla fine apriteli e vedete se i vostri sensi vi hanno condotto lì dove volevate andare. Buon ottobre di letture!

leggere Lalberost

di Giuseppe Lupo

Marsilio

A conclusione di una serie di romanzi che hanno disegnato in questi quindici anni il destino delle genti di Lucania durante il lungo e drammatico attraversamento di un tempo a lungo sospeso tra il nuovo e l'antico, la fervida e generosa immaginazione di Giuseppe Lupo si condensa in un'unica, inarrestabile ascesa nel silenzio solitario degli uomini e nel racconto che i muri evocano delle generazioni durante tutto il secolo che ormai sta per chiudersi insieme al secondo millennio dopo la nascita di Cristo. Non è una saga questa di una Lucania diventata Lupania e neppure una mitica leggenda, piuttosto un paziente e amoroso rendiconto di una conquista, stanza sopra stanza, piano dopo piano, poi abbandonata per rivolgersi a nuove mete, in un altrove lontano; un bilancio tra storia e memoria dove i conti debbono in ogni caso quadrare, perché ormai vanno chiusi, e anche in fretta, con la vendita di tutta la “casa verticale”, ricorrendo a ogni forza ci venga dal riemergere dei ricordi, mentre le parole svaniscono in un definitivo silenzio. Lupo traccia un bilancio esistenziale e morale che va oltre il rimpianto, sfidando il futuro con l'entusiasmo del sogno e la concretezza del gesto: certo, molto intanto si è perso, scomparso nei tempi che sono stati, ma altro ci aspetta e la memoria così raddoppia la forza e lo slancio; in fondo il meglio ha radici nel passato da dove veniamo, ma le nuove foglie che crescono a primavera sono protese in avanti, alla ricerca della luce del sole.

leggere Seicome

di Melania Mazzucco

Einaudi

Una figlia, due padri, una famiglia normale. Un desiderio esaudito e un sogno spezzato. Il coraggio e la dolcezza per disarmare i pregiudizi. Eva ha undici anni ma sa già cos'è il dolore. L'ha scoperto quando suo padre Christian è morto all'improvviso. Eva sa già cos'è l'abbandono, perché anche suo padre Giose adesso non c'è più: si è ritirato in un casale sugli Appennini quando il tribunale, dopo la morte di Christian, ha deciso che non è lui il tutore più adeguato per sua figlia e ha preferito affidarla a uno zio che vive a Milano. Ma Eva conosce bene anche la felicità: perché lei, Christian e Giose sono stati una famiglia felice, unita e bellissima. E, per riacciuffare quella felicità, Eva è disposta a fuggire, ad attraversare l'Italia e tornare da Giose, per fargli tutte le domande che non gli ha mai fatto. Drammatico e divertente, veloce come un romanzo d'avventura, “Sei come sei” ci porta dentro l'amore tra un padre e una figlia, diversi da tutti e a tutti uguali, dentro i sentimenti che uniscono le persone al di là dei ruoli e delle leggi.

leggere Livelli

di Julian Barnes

Einaudi

Tre leggendari pionieri ottocenteschi rivivono fra le pagine dell'originale e struggente mescolanza di fatti e finzione che è "Livelli di vita": Fred Burnaby, colonnello della cavalleria della Guardia Reale inglese e viaggiatore per terre esotiche e inesplorate, la "divina" Sarah Bernhardt, la più grande attrice di tutti i tempi a detta di alcuni, e Félix Tournachon, il caricaturista, vignettista, aeronauta e celebre fotografo ritrattista noto come Nadar. Ad accomunarli, un'incomprimibile passione per il volo, l'impulso sacrilego a issarsi a bordo di una cesta di vimini appesa a un pallone e, affidandosi a un precario equilibrio di pesi e correnti, sganciarsi dal regno che ci è deputato per conquistare lo spazio degli dèi. Una buona metafora per ogni storia d'amore. Quella immaginata fra Burnaby e Sarah Bernhardt, ad esempio - l'aria, l'assenza di vincoli, l'eccentricità, lei; la concretezza, l'avventura, la disciplina, lui. O quella, cinquantennale, fra Nadar e l'afasica moglie Ernestine. Oppure la storia d'amore, durata trent'anni e poi proseguita, fra Julian Barnes e la moglie Pat Kavanagh. Storie in cui "metti insieme due cose che insieme non sono mai state e il mondo cambia", esempi di una "devozione uxoria" che travalica ogni barriera. Volare è esaltante e semidivino, volare è pericoloso. Un calcolo sbagliato, un vento contrario, un disegno avverso, o la casuale assenza di esso, e si può precipitare.

leggere Cheragazza

di Cathleen Schine

Mondadori

Lady è imprevedibile e anticonformista. Incurante del grande patrimonio che possiede, conduce una vita bohémienne al Greenwich Village di New York. E il 1964 e lei ha ventiquattro anni. Vive alla giornata, senza pensare al domani, fino al momento in cui il suo adorabile fratellastro Fin, rimasto orfano e solo al mondo a undici anni, si trasferisce a casa sua. Lady, naturalmente, non ha idea di cosa significhi crescere un ragazzino che non ha quasi mai visto e soprattutto è troppo distratta da tre pretendenti che a turno la sfiniscono di attenzioni per rubarle il cuore. Ma lei non intende sposarsi e vuole rimanere libera come l'aria, libera di viaggiare per il mondo e magari di tornare a Capri, il luogo dove si è sentita più a casa. Dal canto suo, Fin si ritrova catapultato in un ambiente lontano anni luce dalla quieta e bella fattoria dove è cresciuto, alle prese con una sorella che non conosce, bellissima, irresistibile, ma soprattutto inquieta e impulsiva. E mentre cerca affannosamente di adattarsi a un mondo di adulti strampalati, capisce che per il bene di entrambi non sarà Lady a occuparsi di lui, ma lui a dover crescere in fretta per potersi prendere cura di lei... Sullo sfondo dei mitici anni Sessanta, con il movimento per i diritti civili, la guerra in Vietnam, il pacifismo e Woodstock, in un momento storico di grande fermento.

leggere Miscel

di Martin Vargic

Mappe del Mondo, ma non come la conoscete. Un nuovo atlante è qui, una spettacolare guida visiva per come il mondo sembra davvero. Martin Vargic ha trasformato le informazioni con l'immaginazione, trasportando le infografiche di un territorio unico e vergine. Avrebbe potuto dire, ma lui preferisce mostrare ... quali altri paesi raccontare... quale Europa ci sarà tra 100 anni. La Miscellanea di Mappe Curiose di Vargic rivitalizza i fatti della vita, dati la miscelazione, il contesto e le connessioni in progetti particolari che rivelano tutto ciò che c'è da sapere sul nostro mondo moderno e in quale direzione sta andando. Questo atlante splendidamente illustrato contiene oltre 60 immagini delle creazioni cartografiche di Vargic.

A cura della redazione

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Amy appariva rasserenata, accanto a quell’uomo molto avanti negli anni che cantava con lei. Qualche minuto dopo, la stessa voce di Tony Bennett, resa appena meno fluida dall’evidente turbamento, spiegava con rammarico che avrebbe voluto dirle: “Rallenta, rallenta, tu sei troppo importante. La vita ti insegna a vivere, se solo la vivi abbastanza a lungo”. editoriale amy1 Del film documentario di Asif Kapadia, Amy - The girl behind the name, uscito in contemporanea nelle sale italiane per tre giorni poco più che una settimana fa, non riesco a togliermi dalla mente queste parole. Come pure non riesco a togliermi dall’animo una frustrante sensazione di tristezza per la drammatica vicenda umana della cantante, della giovane donna, dell’artista, della ragazzina. Vederne raccontati i tratti privati, intimi, attingendo a materiali una volta non convenzionali come filmati amatoriali, fotografie e riprese private, registrazioni, rende più difficile non domandarsi: perché. Amy Winehouse era una ragazza di talento. Possedeva una voce straordinaria, un orecchio assoluto, come ripete lo stesso Bennett, e poi gusto compositivo, eleganza nello scrivere. Era lucida, nella sua arte, come pochi alla sua età. E come tanti alla sua età, invece, probabilmente aveva conosciuto la fragilità dei sentimenti di amicizia, la solubilità o forse la tossicità di certi legami famigliari, la vacuità di certe relazioni, la durezza e la sordità delle periferie delle società evolute, la falsità di una certa idea di successo. E tutta questa esperienza del vuoto ancora non spiega. Non spiega come la sua giovane voce da jazz pop singer, voce accostata a quelle di Ella Fitzgerald o di Billie Holiday dovesse piegare su versi senza speranza come quelli di alcune sue canzoni come Stronger than me, o Wake up alone, che sembra cominciare lì proprio dove terminava la ‘Round Midnight di Thelonius Monk – tra le più ascoltate, ma gli esempi sono troppi dippiù -, versi che vanno ben oltre le blue note del più sintattico jazz, e trasformano la malinconia esistenziale in vera disperazione. Perché? Perché ammazzarsi di alcol e di droga? Chi scrive non crede neanche alle idiozie del Club 27, per intendersi, uno dei tanti espedienti per sviare l’attenzione dalla vera questione. Qual è allora il bordo di questo vuoto? Il profilo di questa solitudine? Cosa può smuoverci da questa apparentemente totale assenza di prospettiva, di speranza? Pochi giorni dopo, leggo gli accenni stupendamente superficiali che rimbalzano sulla stampa sul saluto di Papa Francesco ai giovani del Centro culturale Padre Varela di La Habana, Cuba. editoriale amy2 Vado alla fonte, lo faccio ogni volta che posso, leggo le precise parole. Il saluto è breve, vi invito a leggerlo. Francesco parla di giovani che entrano a far parte della cultura dello scarto. Lui fa riferimento all’innesco più evidente di questo genocidio generazionale che è la mancanza di lavoro. Ok, Amy non era una senza lavoro, anzi, ma ha parimenti conosciuto le dipendenze e fors’anche il suicidio, accettato quantomeno, se non cercato; qualcos’altro ha funto da innesco, nel suo caso. E questo qualcosa a me è sembrato un vuoto di prospettive, una solitudine profonda. Francesco parla di una realtà che è radicata nel profondo dell’essere umano, di una sete di pienezza, di ciò che eleva lo spirito umano verso cose grandi come la verità, la bellezza, la giustizia e l’amore. Cosa rendeva così rapita e serena la giovane Amy mentre cantava col suo idolo, un uomo che aveva quasi il triplo dei suoi anni, un uomo non semplicemente di un’altra epoca, ma quasi di un altro mondo? Era solo la musica, era l’arte. Negli anni in cui i ponti dentro e tra le società e tra le generazioni sono saltati, rovinando con il mancato rispetto del patto sociale e del patto ambientale, l’arte costituisce ancora un linguaggio comune, forse il meno compromesso, forse il più prossimo alla verità e alla bellezza, del quale ancora disponiamo. editoriale amy3 Essa non è il fine ma è il percorso. Può ancora aiutarci a conoscere nel profondo noi stessi, e a riconoscere gli altri. Può toglierci dalla disperazione. Poi, certo, dobbiamo anche fare.

Rocco Infantino

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