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C’era un tempo in cui non potevi andartene in giro senza una copia, meglio se gualcita e rigorosamente di edizione economica, di Narciso e Boccadoro, o de Il lupo della steppa, o de Il gioco delle perle di vetro, stipata in una tasca dell’eskimo o dello zaino. Con ciò lasciando intendere d’aver interiorizzato anche Siddharta e d’essere già oltre. Da giovane avvertivo il fascino che Hermann Hesse esercitava su molti miei coetanei – a me non dispiaceva – per quella che veniva letta, tra le sue pagine, come una aperta critica alla cultura occidentale e alla educazione impartita alle giovani generazioni come indottrinamento finalizzato alla repressione degli slanci più istintivi e naturali dell’individuo, per il loro migliore adattamento ad una società borghese preoccupata soltanto di conservare sé stessa. Così, detta d’un fiato. Pure, molta curiosità destava, in effetti, la particolarità d’uno scrittore europeo di lingua tedesca, che si proponesse come un tramite verso culture orientali: quella indiana dapprima e, più convintamente, quella cinese poi. lg hesse1Di Hesse, tra i volumi acquistati ben dopo i vent’anni e con le prime paghe, conservo una copia de Una biblioteca della letteratura universale, per i tipi di Adelphi. Il primo degli scritti di questo volumetto, che presta il titolo alla raccolta, può certo esser letto come una guida per la formazione di una propria selezione ragionata di opere della letteratura mondiale, o pressappoco; in ciò ricorda, solo quanto a romanzi, racconti e poesia, i canoni che proponeva il medesimo Gabriel Naudé (dal quale partimmo tempo fa su queste stesse colonne) per una biblioteca estesa a tutte le scienze, in ogni campo della speculazione, dell’arte e della conoscenza. Per quanto interessante, quest’insieme di regole, per avvertimento dello stesso autore, porterà tuttavia ad un catalogo dall’aria “molto ideale e graziosa, ma troppo impersonale”. In ciò, al contrario, il consiglio che si può trarre è invece quello di costruirsi una raccolta di libri che sia certo equilibrata, ma che segua le nostre personali sensibilità ed inclinazioni, giacché il fine di questo gioco non è una sterile erudizione, bensì quello di “entrare, attraverso le porte per noi più accessibili, nel santuario dello spirito”. E quindi, “cominci ciascuno da quello che è in grado di capire e di amare”. Così, si finirà per scoprire che non esistono i cento più bei libri in assoluto, ma per ciascuno di noi si dà una possibile “scelta particolare basata su ciò che [sia] affine e comprensibile, caro e prezioso”lg hesse2 Il volumetto ospita riflessioni di Hesse anche sulla lettura. Quel che certo sorprende, ma non dovrebbe, è che l’autore affermi che si rischia spesso di leggere troppo. Troppo e male; che sia sbagliato leggere “per distrarsi”, come spesso accade, mentre invece si dovrebbe leggere per concentrarsi, e che nella cronaca della continua concorrenza sleale, così s’esprime, tra la lettura e le vita, leggere dovrebbe semmai aiutare a vivere, e non evitare di vivere. Esistono, invero, tipi diversi di lettori e, in più, ciascuno, nel corso della propria esperienza, è volta a volta un lettore diverso. Quello che viene esaltato, da Hesse, è un lettore “così personale”, “così se stesso”, da contrapporsi “in assoluta libertà a ciò che viene leggendo”. Egli è un lettore bambino, capace di giocare con le proprie letture non meno che con qualsiasi altra cosa, istintivamente cosciente che ogni verità è suscettibile di essere capovolta, che sa pensare per associazioni ed è al contempo consapevole degli altri processi del pensiero. E quando la fantasia e la facoltà associativa sono giunte al culmine, ecco che non si legge neanche più. Già l’ispirazione può nascere da qualunque scritto, anche un orario ferroviario, poi da qualunque immagine grafica, poi, infine, da qualunque parola, o immagine tout court: “il disegno di un tappeto o la posizione delle pietre in un muro avrebbero, per lui, lo stesso valore della più bella pagina”. E’, questo, il lettore che non legge più. Non ci si ferma, certo, a questo stadio; a leggere, generalmente, si ricomincia, ma con una nuova consapevolezza: direi guardando dentro ciò che si legge, vedendo ciò che si legge. Diradate le cortine del leggere “tutte le scienze e tutte le arti come uno scolaro legge la grammatica”, sottraendo, sottraendo come fossimo a cimentarci in una specie di decrescita alfabetica felice, a sperimentare una forma di rifiuto dell’accumulo delle righe per l’accumulo, della capitalizzazione infruttuosa dei testi, del testo, “da questo mostro mitologico” formato dagli infiniti libri di tante lingue e di millenni, arriveremmo alla pura esperienza dello spirito: riusciremmo a scorgere “il sembiante dell’uomo, da mille tratti contraddittorii magicamente ricomposto in unità”. Ecco, il libro può essere riposto, dismesso l’eskimo, lo zaino posato: il percorso ci conduce a riconoscere chi siamo.

Rocco Infantino

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investire

Prima della scrittura, prima dei confini, c'era il pane. Nato dalla pietra e dalla cenere, io te lo offro per farti assaporare l'indefinibile gusto della pace. Sia che lo spezzi sia che lo mangi azzimo sarai a casa.”

Una ricetta che ha il sapore della narrazione, quella orale, tramandata di generazione in generazione. E che mescola alla farina le parole, balsamo per l’anima e per il corpo. Un cibo che prende vita dalla nuda terra e che alla terra torna. Che fa innamorare anche il più scettico viandante, al quale apre la bocca della fame e dello stupore. Quando alla tradizione culinaria si unisce il rispetto per la tradizione e l’amore per i luoghi natii, tutto questo è possibile.

E’ possibile fortificare il legame con il territorio, creare un’immagine di esso sana e genuina, veicolare l’idea che questo luogo custodisca la pace dei sensi e che solo recandovi si placa l’inquietudine della ricerca.

La ricetta è il pane di Matera, una pietanza fatta tradizionalmente ed artigianalmente che ha il merito, insieme ad altri prodotti locali, di rappresentare la sostanza della Basilicata. Regione posta al Sud del Sud Italia, questo territorio sa imporsi ai mercati più vasti grazie alle sue peculiarità enogastronomiche e allo spirito imprenditoriale di molte delle sue realtà produttive. Il pane di Matera è approdato alla Triennale di Milano per "Cibo a regola d'arte". Il terzo capitolo di FoodFileBasilicata, un progetto di narrazione enogastronomica prodotto dall'Agenzia di Promozione Territoriale di Basilicata, in collaborazione con la Regione Basilicata.

Si tratta di 5 ricette tradizionali, 5 prodotti tipici lucani (Peperone di Senise, Aglianico del Vulture, Pane di Matera, Lucanica e Canestrato di Moliterno), ma soprattutto 5 modi per assaggiare il carattere della Basilicata. Progetto presentato prima al Btwic 2014 e al BTO 2014 di Firenze per poi giungere all’Expo di Milano.

Uno storytelling video racconta la bellezza della preparazione del pane e la magia degli ingredienti che hanno il sapore delle radici.

“Prendi quest'architettura primordiale e scavane la mollica, proprio come gli antenati scavarono case nella roccia. E' il vuoto che accoglie il pieno, che crea l'utilità della grotta, la necessità del ricovero. E' il forte abbraccio della petrosa accoglienza che domò l'acqua.” Non è solo cibo ciò che viene rappresentato, ma è storia, cultura, architettura. E’ poesia. E’ amore. Alla spiegazione della ricetta si accompagna infatti il racconto di un popolo e del suo luogo, la Capitale europea della cultura nel 2019, che sa rappresentarsi nella sua duplice veste di città antica e moderna, custode di antichi riti e protesa verso il progresso.

Il vero messaggio che lo storytelling video trasmette è la Pace e la convivenza fra popoli, la gente d’Oriente e d’Occidente, che a Matera si trova come a casa. Questo è dunque il cuore della ricetta intorno alla quale si uniscono tutte le forze private ed istituzionali affinché il vero investimento nella cultura a 360° abbia ricadute positive sull’intero territorio.

Eva Bonitatibus

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Il valore della diversità

editoriale muore

Oggi si muore a piccole dosi. Ogni giorno muore qualcuno non perché ucciso, annegato, violentato, sgozzato o colpito dalla follia di un machete. Ogni giorno qualcuno viene ammazzato, soffocato, torturato, minacciato, represso dall’indifferenza dei suoi simili. Una morte lenta, sofferta, segnata dal ritmo dell’abitudine. Quell’abitudine che rende infelice chi preferisce le certezze alle incertezze, il nero sul bianco, i puntini sulle “i”, la stessa strada a nuovi percorsi. Un progressivo e inarrestabile olocausto dei sentimenti che tutto appiattisce, seppellendo per sempre i valori della diversità e dell’ineluttabilità.

Oggi si vive a piccole dosi. Ogni giorno viviamo con la paura di cambiare marcia, di parlare con chi non conosciamo, di cambiare colore dei vestiti. Non sappiamo se inseguire il nostro sogno o i consigli sensati di un amico. Lenta è la morte di questo vivere appena abbozzato in un mondo monocromatico i cui protagonisti sono marionette in marcia verso un’unica direzione perché non amano osare. Non si rischia, non si vuole uscire fuori dal seminato. E torna il monocolore. Ma il mondo è quell’insieme di infinite sfumature che tiene in piedi un’intera umanità.

Da Lampedusa a Ventimiglia si vive e si muore a piccole dosi. Immigrati, emarginati e relitti di una umanità boccheggiante aspetta di essere riabilitata alla specie cui appartengono dalla nascita per veder riconosciuto il proprio diritto. Anche quello di essere diverso dagli altri, anche quello di avere un colore diverso dagli altri, la forma del naso della bocca degli occhi diversa dagli altri. Avere il diritto di parlare in maniera diversa dagli altri. E di essere ascoltato ugualmente dagli altri.

Mi è capitato di incontrare una donna dalla straordinaria voglia di vivere e di amare. Lei adora scrivere ed è costretta a condividere questa passione con il suo handicap. E’ cieca da un occhio e vive il disagio di essere troppo sensibile. Un disturbo della crescita causato dalla precoce scomparsa della madre che l’ha esposta alla più atroce delle sofferenze. “I miei problemi di salute non mi hanno impedito di scrivere poesie e la mia infermità non ha limitato la mia voglia di esprimermi”. Questo il suo pensiero.

Il suo essere “diversa” non le ha impedito di esprimere se stessa, anzi, ha utilizzato i propri limiti per farlo meglio. Perché lei non ha evitato una passione, ha alimentato l'insieme delle emozioni che le turbinano intorno. Ha capovolto la sua vita, triste e infelice, ed ha avuto il coraggio di guardare avanti e oltre l'orizzonte ed ha trovato la sua strada. Oggi legge, ascolta la musica, viaggia, parla con chi non conosce e non prova paura. Ha trovato la grazia in se stessa perché ha scoperto di avere un progetto: evitare la morte a piccole dosi, perché essere viva richiede uno sforzo di gran lunga maggiore del semplice fatto di respirare.

La sua ardente pazienza l’ha condotta verso un'area di splendida felicità.

Eva Bonitatibus

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ornella vanoni


Un conto in sospeso può pesare fin troppo.

Un conto in sospeso con se stessi è un macigno che non si smaltisce.

Spetta a chi ha l’onesta attitudine al bilancio, tuttavia, richiamarsi all’interno di una reale ricostruzione.

Necessaria, se la coerenza vuol attestarsi come baluardo d’essenza.

Al di là del rimpianto per il non detto, della consapevolezza dell’effimero tempo della vanagloria, del commesso errore nella spensierata accettazione di un istante di felicità, la presenza silenziosa di un ego che conosce e sovrintende, non ha che logiche conseguenze.

Nel dualismo sentimentale, il perentorio dare/avere può presentarsi come una bilancia con equilibrio scomposto, luce diagonale sulla speranza di un ritorno.

Anelato e forse no.

Una sproporzione la cui analisi disaffeziona la coscienza, la ammalia e la rende schiava.

Ma a cosa serve una libertà senza la lucidità nella sua gestione?

È un nulla nel cosmo delle declinazioni d’amore.

Il faro illumina la strada dell’effettivo.

Chiude il cerchio dei concetti.

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Virginia Cortese

 

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LaiaccheradiGennaroPecchia

 

La iacchera di Gennaro Pecchia

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Meridionali si nasce. Da ragazzo immaginavo che i libri si stampassero tutti a Milano. Che gli editori fossero necessariamente milanesi. Sui vent’anni, uno ne incontrai. Non lì, ma al Nord, comunque. Ricordo l’appuntamento fissato alla controra, in un appartamento d’un edificio di quelli venuti su tra il baby boom e l’austerity, indifferentemente, nelle periferie italiane, lo studio che poteva andar bene per trattare affari su qualsiasi categoria merceologica tra quelle nel paniere Istat e d’intorno, così come il mio interlocutore. Firma del contratto, poche frasi che oggi rileggo come collaudate, quasi stanche anche nel misurato entusiasmo, sul futuro che impaziente pare mi attendesse, chissà se ancora e sempre col contributo dell’autore. Se dovessi obliterare il fatto che io non continuai a tentare di scrivere, potrei essere tentato di dolermi di non aver incontrato un editore d’altro tipo.Esce in queste settimane il volume numero mille della collana La Memoria di Sellerio editore di Palermo. Il numero 1000, La memoria di Elvira, è dedicato proprio a Elvira Giorgianni Sellerio, scomparsa pochi anni fa e per lungo tempo guida della Casa editrice, ed è una raccolta di testimonianze importanti, da Luciano Canfora a Alicia Giménez-Bartlett, da Giuseppe Scaraffia a Antonino Buttitta, a Andrea Camilleri, a Adriano Sofri e diversi altri, autori e collaboratori della casa editrice, sulla sua straordinaria esperienza.sellerio1Tentando di resistere al fascino personale, che s’immagina restituito soltanto per accenni, della Signora Elvira, in queste pagine si possono riconoscere l’idea, il progetto ed i caratteri fondanti di una Casa editrice molto particolare. Sorta nel 1969, in un panorama editoriale dove la Einaudi si era proposta come modello, assumendo su di sé dal dopoguerra il compito di introdurre nella cultura italiana i tanti autori europei ed extraeuropei fino ad allora esclusi, veicolando però i tratti della cultura marxista, la Sellerio nasce “sotto il segno crociano”, “ma reso più aperto dall’illuministica intelligenza di Sciascia”, altro fondatore, con Enzo Sellerio ed Elvira, sua moglie, della Casa, e in essa presenza e riferimento costante. Sellerio - il non disambiguare, tra la Casa e la Signora Elvira, viene naturale - è innanzitutto un rapporto pieno con i propri autori. La Signora legge tutti i dattiloscritti che arrivano, con attenzione e profondità, formula su di essi valutazioni discrete e disadorne nei toni, nella sostanza lucide e fondate. Ma oltre che lo scritto, nella dialettica tra autore e opera letteraria sulla quale medesima la letteratura stessa è copiosa, la Signora è interessata a conoscere l’uomo; su ciò, gli scritti del volume possono esser letti come autentiche testimonianze d’amicizia. La vicinanza con l’autore non porta però mai a confondere i piani e le responsabilità: i testi, se apprezzati, non vengono sottoposti ad alchimie, rimaneggiamenti, aggiustamenti, che vadano oltre qualche buon consiglio, e che siano invece risultato di invasive revisioni editoriali orientate maggiormente a rendere più vendibile il prodotto, che migliore l’opera. L’editore, dal canto proprio, nell’impaginare, stampare, rilegare, e prim’ancora nello scegliere le copertine e nel pretendere d’usare sempre perfino la carta d’una certa qualità, senza mai deflettere, anche nelle ristampe, anche dopo le diecimila copie, e nel distribuire, tratta ogni opera con la cura dell’artigiano e con la sacralità che il libro richiede. Tutte le opere edite sono tenute a catalogo a tempo indefinito: non conoscono il breve oblio del magazzino dell’invenduto, che in tante altre case editrici costituisce il braccio della morte che porta immancabilmente, quanto inspiegabilmente, al macero. In questa raccolta si può anche seguire il racconto di un sogno e di una impresa meridionali, siciliani. Impresa al contempo ardua e consapevole, orgogliosa fino a stampare “Palermo” sulla copertina dei volumi accanto a “Sellerio editore”. Impresa che negli anni ha attraversato anche tutte le difficoltà del contesto e specifiche del mondo dell’editoria, ha resistito all’assalto di molti ed ha rischiato d’essere sopraffatta, e che è stata invece soccorsa, non dall’esterno, dagli eccezionali risultati di vendita di alcuni dei propri autori, dal proprio interno. Da sé stessa, in definitiva. Le duecentosessanta pagine del volume, belle da leggersi non soltanto per le belle penne che le hanno scritte, lasciano molto più che quanto s’è accennato: la nostalgia per le figure di Elvira Giorgianni e dello stesso Leonardo Sciascia, presente costantemente in controluce anche oltre il consumarsi della sua assenza; l’amore ed il rispetto per il leggere e per lo scrivere.

Rocco Infantino

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Quandodecidiamo1 “Un pensiero viene quando vuole, non quando voglio io”. Così comincia il libro di Mauro Maldonato, psichiatra e professore di Psicopatologia generale, dal titolo “Quando decidiamo siamo attori consapevoli o macchine biologiche?” edito dalla Giunti. Un saggio che prende le mosse da un riferimento letterario, biografico se vogliamo, che riporta alla mente i famosi casi di Oliver Sacks raccontati nel “L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello”. Mauro Maldonato riporta l’incontro con un proprio paziente afflitto dall’incapacità di scegliere la “parola successiva” nei suoi discorsi per avviare la sua analisi sulle attività consapevoli e inconsce della mente umana.

Ciò che propone l’autore, i cui ambiti di ricerca sono la coscienza, il decision making, la creatività e l’innovazione, è una lettura nuova del fenomeno che poggia le sue solide basi sulle teorie tradizionali e sulla scuola del passato. Senza rinnegare quelle, ma invitando a guardare alle nuove prospettive della ricerca, Maldonato afferma che occorre cercare nuovi territori che vadano oltre l’inconscio e la coscienza. In sostanza si tratta di andare a ripescare le scoperte effettuate da neurologi e psichiatri della prima metà del XIX secolo e di proseguire il cammino della ricerca. Perché è necessario dimostrare che la mente ha una propria vita e che esistono processi invisibili che vanno ri-conosciuti per affrontare meglio la vita e le sue pulsioni. MauroMaldonato2

Una prima distinzione è tra mente e consapevolezza, che non coincidono né sono sinonimi, bensì forze sincroniche che nutrono diversamente il cervello affinchè regoli le proprie azioni e ne determini i comportamenti. L’analisi condotta dallo psichiatra attribuisce notevole importanza alle emozioni, stimolo per l’assunzione di decisioni, di cui l’uomo non può fare a meno. La mente va quindi considerata non come qualcosa a se stante, ma conglobante, ossia tutt’uno con il corpo umano. “Senza il corpo, senza le sue capacità sensoriali e motorie, molti aspetti del pensiero e della conoscenza umana sarebbero inspiegabili”, scrive l’autore in prefazione. Dunque l’uomo è ciò che sente, ciò che vive, ciò che mangia, ciò che respira. E un fattore decisivo alla capacità di scegliere e quindi di decidere è affidata all’incertezza, ai vaghi orizzonti che un’avventura potrebbe offrire. Ciò che il poeta spagnolo Antonio Machado esprimeva con i versi “caminante, no hay camino, se hace camino al andad”, ossia “viandante non c’è cammino, il cammino si fa andando”, diventa una vera e propria sfida per l’uomo. Un approccio che apre numerosi scenari per l’uomo che di fronte alla sorpresa attiva i propri infiniti sensori.

Eva Bonitatibus

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usignolo1

Pubblichiamo il giallo di Carmen Cangi, frutto del laboratorio di scrittura “La bottega dello scrittore” organizzato a Potenza dal Circolo culturale Gocce d’autore e tenuto dall’insegnante Luciana Gallo Moles.

Mary Blach era la persona più in vista della vita notturna di New York. La sua notorietà era dovuta in parte ad alcune relazioni amorose con personaggi politici importanti, ma soprattutto al successo di una famosa commedia musicale “Il volo dell’Usignolo”. Nel balletto ambientato nel mondo degli uccelli, lei era stata la protagonista. Il costume sottolineava l’oro luccicante dei capelli. Esaltava il colore del suo carnato. Rendeva prorompente il suo fascino di creatura. Un fascino che le altre ballerine incorniciavano. Senza saperlo. Senza volerlo. Gli uomini se la mangiavano con gli occhi mentre volteggiava leggera. Per tutti era “L’Usignolo”. Quel ruolo l’aveva fatta diventare una stella di prima grandezza. Lo era anche nella vita di tutti i giorni, ma... La sua luce si proiettava sugli altri in maniera così pronunciata da farla sembrare una stella alla quale piaceva far giocare gli uomini: “Stella, stellina, la notte si avvicina....”. Non era alta, ma abbastanza snella, quando bastava per aggiungere centimetri a un corpo sinuoso, poggiato su vertiginosi tacchi a spillo.  Le labbra carnose, il volto sensuale, l’abbigliamento appariscente facevano il resto.

Aveva lasciato il mondo dello spettacolo dopo la fine di un amore travolgente ma breve. Come il tramonto. Anche la stagione teatrale si era conclusa nello stesso periodo. Due colpi del destino che l’avevano depressa. E in maniera tanto pesante  da farla scivolare, quasi per inerzia, nel mondo della prostituzione, dell’amore effimero.

Abitava in un quartiere lacero e  malfamato di New York, un tempo signorile. Qua e là erano rimasti alcuni palazzi con porticati ampi, muri rivestiti da tegole piatte daibordi arrotondati. Tra edifici vecchi e alberghi fatiscenti  sorgevano trattorie infestate dalle mosche e case da affittare a buon mercato. Trafficava gente che non somigliava a niente e lo sapeva benissimo.

In una notte, una delle tante, Mary intravide, mentre rincasava, un gattino nero dallo sguardo triste e malinconico come il suo. Si era nascosto tra i bidoni dei rifiuti,. Fu amore a prima vista. Con un  animale? Ma certo che sì, lei, negli incontri che di notte consumavano il suo corpo, aveva capito che un animale poteva essere più umano di tanti uomini. Era diventato il suo unico amore. L’aveva seguita miagolando fino al portone. Mary se lo portò a casa, sfidando le ire della signora Gibson, la proprietaria dell’ appartamento e portinaia dello stabile, che odiava gli animali . Lo aveva chiamato Smeraldo per via dei suoi occhi di un verde puro tanto simili ai suoi. usignolo2

Il piccolo appartamento, composto da due soli vani e un buco di bagno, era tutto il suo mondo. L’arredamento della camera da letto era essenziale, con in bella evidenza  un orologio  del primo 800 il cui disco cilindrico poggiava su due colonnine con piedistalli in  capitelli di bronzo. Le lancette segnavano sempre la stessa ora: le nove e tredici. Era l’unico legame con la sua famiglia d’origine. Lo aveva ereditato dal nonno, medico condotto. Sin da piccola aveva condiviso con lui l’idea del tempo a servizio della gente e non il contrario. L’orologio ne era un complice testimone: viveva due volte al giorno: quella del mattino era l’ora della morte della nonna, l’altra quella del primo incontro d’amore.

Sulla controsoffittatura della camera da letto Mary aveva fatto dipingere da un suo ammiratore, pittore di strada, un pezzo di cielo, pagando con il denaro di un cliente particolarmente generoso. E nel cielo Mary aveva fatto disegnare uno spicchio di luna in mezzo a tante stelle luminose. Al centro un grande occhio, al quale confidava tutti i suoi segreti. Stesa sul letto, con accanto Smeraldo acciambellato su un cuscino, trascorreva ore a guardare il soffitto con vista sul cielo. Era il suo universo con cui dialogava e con quell’occhio in particolare, che sapeva rassicurarla come un papà.. Lei non ricordava di avere avuto un papà.

Smeraldo, aveva intuito l’immenso bisogno d’amore della padroncina. Era affettuoso all’inverosimile,  con la presunzione di volerla proteggere da tutto e da tutti, anche a costo della  vita. Gli animali sono capaci di  sentimenti forti. 

Di fronte alla signora Gibson Smeraldo mostrava paura, quasi avvertisse in lei qualcosa di oscuro, malvagio, cattivo. 

usignolo3 Nel letto del suo universo Mary trovò la morte. E lì il procuratore distrettuale della Squadra omicidi  di New York, Max Torry, vide per la prima volta “l’usignolo” di cui conosceva la fama.

La proprietaria dell’appartamento, Ethel Gibson, aveva avvertito la Polizia  a causa di un lezzo pesante che proveniva dall’appartamento di Mary. Il procuratore osservò attentamente la scena del delitto: la vittima era stata strangolata con un cavo elettrico, probabilmente da qualcuno che conosceva. Non si evidenziavano segni di colluttazione. L’appartamento era apparentemente in ordine: una scarpa di colore rosso lacca con il tacco a spillo giaceva inopportunamente al centro della stanza. Nella piccola cucina un frigorifero litigava con la corrente e la fontana del lavandino gocciolava per stanchezza. Nel bagno la doccia era coperta da una tenda in plastica; un accappatoio era appeso ad un chiodo e un pezzo di specchio era poggiato su una mensola. Su questa si faceva notare una boccetta di profumo con lo spruzzatore di gomma con nappetta gialla; il lavabo, minuscolo, sembrava più adatto ad una bambola che a una persona.

La signora Ethel Gibson, proprietaria dell’appartamento di Mary, era una donna  acida, pettegola, logorroica e soprattutto nervosa. Rovesciò addosso al Procuratore una valanga di parole: conosceva gli spostamenti di tutti gli inquilini e nella sua veste di portinaia spiava nella posta di ognuno e  di conseguenza nelle loro vite. Parlò delle frequenti visite notturne di Mark Grent, noto banchiere amante e vecchio conoscente di Mary e delle sue scenate rumorose. E parlò anche dei vari spasimanti,  persone poco affidabili, a  suo giudizio.

Il procuratore Torry  infastidito dai pettegolezzi della donna  tagliò  corto e le chiese  di stilare un elenco dei frequentatori di Mary con l’aiuto di un agente.

Di ritorno al Distretto consegnò l’elenco al suo collaboratore il sergente Har, un uomo con l’istinto di un segugio di razza e una notevole capacità di penetrazione psicologica, invitandolo a  convocare tutti i potenziali indiziati .

Gli interrogatori cominciarono con Lilly Smith, amica di Mary ex ballerina. La sua testimonianza offrì al procuratore e al sergente il quadro desolante dell’adolescenza di Mary: la ricerca dell’amore che non aveva trovato nella sua famiglia.

Fu poi la volta del signor Carr, inquilino dell’appartamento al piano sottostante. Lavorava come elettricista in una impresa di costruzioni.  Uomo schivo e scontroso, noto a tutti per la sua misoginia. Confessò di essere stato molto attratto da Mary, pur sapendo che non l’avrebbe mai avvicinata.usignolo4

Quindi il banchiere  Frederick Grent, uomo distinto, pieno di rancore misto a rabbia, che ammise di  nutrire  per  Mary un amore passionale, senza speranza.

Ancora, i vari spasimanti di Mary: tutti spregiudicati e dal cuore molto molto distratto.

Il procuratore distrettuale - dopo le prime indagini - sospettò del banchiere per via delle numerose visite notturne nell’appartamento di Mary, per le frequenti scenate di gelosia confermate dai vicini, e soprattutto per le consistenti somme di denaro prestate a Mary e mai restituite. Un lettera a firma del signor Grent, nascosta in fondo al cassetto del comodino della stanza di Mary,  rivelava l’esasperazione di un uomo ormai al limite di ogni tolleranza.

  Nuovamente convocato dal procuratore,  il banchiere per allontanare i sospetti sulla sua persona, riferì che Mary, da tempo, era  molto preoccupata a causa di una “presenza inquietante” che avvertiva in casa a cui non sapeva dare una spiegazione razionale. Grazie alla  sua perspicacia il banchiere Grent aveva rintracciato una telecamera nascosta  nell’occhio del controsoffitto.  Secondo la sua ipotesi, condivisa da Mary, ad istallarla era stato il misogino. Il signor Grent, anche in mancanza di prove concrete, lo aveva affrontato e smascherato, ma Carr, aveva minacciati di denunciarli alla polizia.

Come può interessare una donna a un uomo che le odia?  Questa domanda martellava la mente del procuratore, il quale decise di tornare sul luogo del delitto insieme al sergente Har.

Mentre pensava e ripensava, gli si avvicinò il gatto: sembrava quello che aveva regalato alla figlia per il compleanno. Lo accarezzò ripetutamente, mentre il sergente ispezionava meticolosamente ogni punto dell’appartamento. Smeraldo  voleva attirare l’attenzione del procuratore: gli faceva le fusa, dimenava la coda, gli leccava la mano... Gli mancava la parola come alla cavallina storna per smascherare il colpevole. Dalla morte  di Mary, rifiutava di mangiare: il suo unico desiderio era quello di ricongiungersi alla sua amata padrona. Il procuratore, casualmente, sentì nel pelo del felino la presenza di tracce di qualcosa che sembrava sangue. Chiamò la polizia scientifica e dispose gli esami del caso. Era sangue: gruppo 0RH negativo.  Fece convocare nuovamente tutti gli indagati al distretto, avvisandoli che sarebbero stati sottoposti ad esami ematici.

Il giorno dopo furono accompagnati al Saint Raphael Hospital, eccetto il signor Carr che per  un improvviso malore,  era già ricoverato lì.

Tornato a casa,  la moglie   gli chiese notizie sulle indagini: “Povera ragazza ...A che punto sei? Hai scoperto il colpevole?... e se succedesse a nostra figlia?...”

Telegiornale in sottofondo. Il giornalista lanciò un annuncio: “Serve urgentemente sangue di gruppo 0RH negativo al Saint Raphael Hospital per salvare la vita di un paziente”.

Lo stesso gruppo sanguigno nelle tracce di sangue trovate sul gatto, pensò il procuratore... Si recò  in ospedale. Forse aveva trovato una prova al suo indizio, e di conseguenza, alla scoperta dell’assassino di Mary.

Al Saint Raphael Hospital chiese ai poliziotti in servizio le generalità del paziente a cui serviva quel gruppo  sanguigno. Il suo intuito gli aveva dato ragione: si trattava di John Carr. Non era possibile parlargli.  Era in terapia intensiva e la sua vita era appesa a un filo.

Chiese ai medici di potergli parlare. Gli dissero di sì, ma lo invitarono a non trattenersi più di due minuti. A causa di una  brutta caduta, avevano scoperto un grave tumore al cervello ed era in attesa di trasfusione per essere sottoposto a intervento chirurgico urgente.

Procuratore Torry - parlò con un filo di voce Carr - non so quanto mi resta da vivere. Forse uscirò morto dalla sala operatoria. E allora voglio morire senza portarmi appresso il peso di un delitto che è come se avessi commesso. Ero entrato nell’appartamento di Mary, in piena notte, procurandomi le chiavi in un momento di distrazione della Signora Gibson. L’amavo pazzamente e l’amore per lei aveva quasi annullato la mia misoginia ma sapevo che  mi odiava  per via della telecamera che avevo istallato nella sua camera da letto. Non riuscivo più a vivere. Pensai  di strangolarla nel sonno. Non avrebbe amato più nessuno. Il gatto mi aggredì  graffiandomi fino a farmi sanguinare le mani e la faccia. Così scappai via portando con me una sola scarpa rossa  con il tacco a spillo come ...”

 Un rantolo e il signor Carr morì senza finire la sua confessione.

Il procuratore ritornò sul luogo del delitto. Nell’appartamento di Carr, in un vaso da fiori, trovò l’altra scarpa rossa con il tacco a spillo.  La  sua confessione  lo aveva convinto. Il caso non era risolto… Ma chi aveva ucciso Mary? 

In preda a questi pensieri, rientrò alla Centrale e raccontò l’accaduto al sergente Har, il quale rimase impassibile come se già sapesse che il colpevole non era il signor Carr. Con la calma che lo contraddistingueva, invitò il suo capo a seguire il filo del suo ragionamento e, a considerare l’ipotesi che il colpevole potesse essere la signora Gibson. Il movente - seppure apparentemente futile - era avvalorato dalla patologia di cui la signora era affetta da anni, su cui il sergente aveva indagato  procurandosi una consistente documentazione.

 Anni di ricoveri in diverse strutture psichiatriche;  la diagnosi, sempre la stessa: “soggetto psicopatico con manie di persecuzione, avversione maniacale per gli animali”. Ciò che aveva spinto il sergente Har ad indagare sulla portinaia era il comportamento anormale della stessa per il gatto di Mery. Nell’abitazione, infatti,  aveva trovato tracce di veleno  che la Gibson usava normalmente per i topi che infestavano i sottoscala e il cortile del fabbricato. Un veleno non più in commercio da molti anni per la sua alta tossicità. Lo stesso che la Gibson conservava sotto chiave in un piccolo locale accanto alla sua abitazione. Non essendo riuscita ad uccidere il gatto, la sua mente contorta aveva deciso di eliminare la padrona del gatto e con lei, di conseguenza, anche l’animale avrebbe fatto una brutta fine.

Nello stesso locale il sergente aveva rinvenuto del filo elettrico identico a quello utilizzato per strangolare Mary.

La prova certa della colpevolezza della signora Gibson il sergente Har l’aveva reperita nell’ultima ispezione nell’abitazione di Mary insieme al procuratore Torry: un lembo piccolissimo del grembiule, incastrato nello spigolo del letto, del quale la Gibson non si era accorta. usignolo5

 Indossava  lo stesso grembiule al momento dell’arresto.

Nei giorni successivi alla conclusione del caso, Maximilian Hare il pittore di strada che  aveva dipinto il soffitto della stanza da letto di Mary, ignaro dell’accaduto, si era recato a casa di Mary, con un quadro dipinto ad acquerello di cui voleva farle dono. Rimase sconvolto dalla notizia della sua orribile morte. Nutriva per Mary un affetto tenero e delicato,  come i colori della sua tela. Il dipinto raffigurava il mondo di Mary:  la sua immagine  con in braccio il suo amato gatto, sfumata in un velo di nebbia, un orologio con le lancette ferme alle ore nove e tredici, una scarpa rosso lacca con tacco a spillo e sullo sfondo un cielo di stelle luminose con uno spicchio di luna, e al centro un  grande occhio dalla luce rassicurante.

Il giorno successivo Maximilian si recò al Reparto Investigativo del Dipartimento della Polizia di New York. Alla presenza del procuratore Torry mostrò il suo dipinto, rimase per un attimo in estasi davanti alla sua opera e senza staccare gli occhi dal quadro, pallido e tremante  disse:

“Questa è stata la vera Vita di Mary!”

Quel dipinto venne deposto sulla tomba dell’Usignolo.

Carmen Cangi

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I sensi diventano liquidi se ci immergiamo anche per un solo istante nelle opere di Claudio Malacarne dove le pennellate fluide ma decise ci conducono nel  suo mondo sognato, calmo, feriale, lontanissimo dallo stress dell’ordinaria quotidianità.

L’interpretazione dell’acqua e del suo rapporto con l’uomo è il tema centrale di una sua personale “I sensi liquidi” che è stata ospitata dal 23 maggio fino al 6 giugno nella Galleria Civica di Largo Pignatari a Potenza.

osservare malacarne 2Le sue grandi tele si impongono all'attenzione di tutti principalmente per la loro dirompente forza cromatica, alimentata da un continuo gioco ritmico dei colori. Le sue pennellate corpose date da un pennello piatto, stese sulla tela con ampia azione gestuale, evidenziano una impaginazione vigorosa, di notevole comunicatività.

Protagonista è non solo il colore come mezzo espressivo piu’ d’impatto, coinvolgente ed efficace, ma anche l’ambientazione, la struttura e la composizione a voler esprimere tutto il suo lavoro incentrato sull’acqua come elemento da cui tutto nasce che ci rimanda a quella “natura feconda” che trae sostanza dal suo “elemento liquido primordiale”.

L'acqua di Malacarne appartiene ai fondali scogliosi del mare aperto, al colore sfumato del mediterraneo, alle trasparenze che l'occhio ama scoprire.

osservare malacarne 3 Carezza la superficie marina con un pennello espressivo e calibrato che accoglie uomini e donne, bimbi e adulti intenti in spensierati e vacanzieri giochi, in tuffi e bracciate, in un bagno  di luce, di solarità, di trasparenze liquide, in una radiosa tavolozza fatta di turchesi, di azzurri, di viola e di cadmio. Il mare è  quello reale e concreto delle vacanze, l’acqua è quella che allieta ragazzi e adulti ed è colta nella sua limpida, fresca e avvolgente dimensione naturale che ne valorizza le diamantine trasparenze, le morbidezze, i riflessi puri, le giocose deformazioni che fa dei corpi che in essa si muovono. In altri termini, è acqua che gioca insieme all’uomo per proteggerlo, renderlo felice nel ricordo. Se l’acqua ha una memoria,  non può essere che simile a questa: gioco e combinazione casuale o divina  che ha portato alla nascita della vita sulla terra.
Claudio Malacarne nasce a Mantova nell’estate del 1956, vive e lavora a Soave Mantovano.

osservare malacarne 4  La sua ricerca nasce da una  necessità interiore, “l’urgenza esistenziale” di possedere la realtà attraverso l’immagine che la ricrea. Frequentando l’atelier del maestro Enrico Longfils si muove attraverso sperimentazioni di “mezzi diversi”, dalla matita alla penna con inchiostro di china, prima a segni minuti e spezzati, poi a tratti più densi e continui, spesso sciolti in liquide acquarellature,. A partire dai dipinti a olio degli anni Ottanta s’intravede la lezione post-impressionista di Gauguin e di Van Gogh, di Bonnard e di Matisse.

Ha esposto in tutta Europa e da alcuni anni la sua produzione è particolarmente apprezzata negli Stati Uniti dove le sueopere figurano in importanti collezioni private e pubbliche.

Serena Gervasio

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Bancarellino

Ma dove nascono i librai? Navigando sul web alla ricerca di notizie interessanti al nostro dire mi sono soffermata su quello del Premio Bancarella. Ho letto che il 23 maggio scorso è già stato assegnato il Bancarellino e che a luglio saranno assegnati i riconoscimenti “Bancarella Sport”. Una storia cominciata 63 anni fa in Italia e che conferma la vocazione di questo paese alla cultura, quella con la C maiuscola (non per essere retorici, ma ogni tanto dobbiamo ricordarcelo).

Ebbene gli esordi di questa straordinaria realtà avvennero nella piccola cittadina di Pontremoli, nella Ludigiana, quella terra “porta delle grandi vie di comunicazione” tra Toscana e Lombardia costellata di tanti piccoli villaggi immersi nei boschi di castagni e pini. Ebbene, in questo luogo d’incanto sono nati i librai. Si legge ad un certo punto: A Montereggio e a Parana è difficile che la gente sappia leggere e scrivere; non ci sono che le pecore e castagni e si vive mangiando formaggio e polenta dolce, in attesa che l’inverno diventi primavera e l’estate autunno, così da un anno all’altro. Eppure ogni casa di Montereggio è piena di libri intonsi; e a ogni stagione c’è un pastore che lascia il villaggio e va per il mondo a fare il libraio. La storia dei pastori librai della Lunigiana si perde nel tempo. Si ignora il nome di chi si lanciò per primo nella grande avventura; si sa solo che la partenza dei neo-librai fu sempre solenne. Sembrava obbedissero a una strana ispirazione: si presentavano ai vicini e dicevano: “Vado”.

Una storia ammantata di fascino che accende i riflettori su una vicenda che ci tiene ancorati alla bellezza delle radici. Oggi questa eredità va rinvigorita. I “pastori-librai” potremmo essere tutti noi, a portare il “verbo” della lettura in ogni dove, valicando montagne e colline, oltrepassando la soglia del freddo e del caldo. Serbando in petto l’entusiasmo e la gioia dei primi librai che giurarono di incontrarsi ogni anno nello stesso luogo e alla stessa ora. Carichiamoci di libri, non solo idealmente, trasformiamo le nostre auto in biblioteche ambulanti e facciamo conoscere la piacevolezza della lettura a chi non si è ancora lasciato contagiare.

Eva Bonitatibus

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