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A Monza è “Intercultura in Quartiere 2015” con i poeti contemporanei impegnati in performance di voce-poesia-video-musica. Dal mese di ottobre fino al prossimo dicembre sei le serate dedicate alla poesia e all’arte performativa nell’ambito della rassegna “Le Voci in Movimento”.

Dopo il 23 ottobre, che ha visto Massimo Arrigoni e il suo “FUTURAKONCERT”, parole in libertà da Marinetti a Majakovskij -  partitura per voce e pianoforte con il pianista BRUNO  LAVIZZARI, sarà la volta il 6 novembre di Lorenzo Pierobon che presenta ”PAROLA VOCE SUONO”, un viaggio nel suono puro della voce. Il 20 novembre Dome Bulfaro porta in scena "PRIMA DEGLI OCCHI", live  Dome Bulfaro (testi e voce) e DAVID ROSSATO (musiche e digital sound design).  Il 4 dicembre Nicola Frangione presenta “LA VOCE in MOVIMENTO” e trasversalità video-sonore accompagnato dal pianista Matteo D’Achille, mentre il 18 dicembre Antonello Cassinotti presenta “DALLE PAROLE IL SUONO”.

La rassegna è organizzata dall’Associazione Culturale HARTA PERFORMING MONZA, con la Direzione Artistica di Nicola Frangione. La poesia sonora appartiene a quel settore della ricerca artistica che si colloca tra  letteratura, musica, arti figurative e teatro. Si tratta di uno spazio espressivo interdisciplinare dove la voce del poeta non costituisce un dato unicamente sonoro ma rappresenta l’elemento di raccordo diretto tra la corporeità  e la scrittura, oltre i margini ristretti della pagina stampata.

In questo senso la “poesia sonora” nella “Voce in Movimento” si è fatta comune denominatore di numerosi spazi di ricerca e Poeti Contemporanei anche nel territorio di Monza e Brianza (dalla poesia d’azione a quella elettronica, dalla videoperformance all’evento multimediale), costituendo le premesse per il lavoro della nuova realtà e produzione futura.  

perle retro

A cura della redazione

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osservare jeff 1 Jeff Koons nasce il 21 gennaio 1955 a York, nello Stato americano della Pennsylvania. In giovane età viene incoraggiato dai suoi genitori a dedicarsi alla sua grande passione, la pittura, ma dopo aver conseguito il diploma nel 1976 presso  il College of Art di Baltimora, abbandonerà lo stile pittorico per dedicarsi alla corrente artistica concettuale. In questo periodo trae ispirazione da artisti particolari come Martin Kippensberger e Robert Smithson. Ciò che colpisce di Jeff Koons è la sua contraddittorietà, la sua capacità di esprimere una critica tagliente nei confronti della società dei consumi usando gli stessi strumenti che nutrono questo sistema. Koons è ad oggi uno degli artisti più ricchi al mondo e , per il suo accostamento alla cultura pop, è considerato l’erede di Andy Warhol. Avvicina l’ “uomo della strada” all’arte, mostrandogli opere in cui possa ritrovare temi familiari e di facile comprensione e lo fa attraverso gli oggetti più diversi, che siano statue di Bernini o trenini giocattolo. Nel recente ciclo delle “Gazing Balls” (Sfere da giardino) si vede bene il processo creativo e compositivo di Koons: la copia bianca, spettrale, di un oggetto viene arricchita da una sfera di vetro, una tipica decorazione posta nei giardini in America. Il risultato è spiazzante, soprattutto perché tra gli “oggetti” scelti da Koons ci sono copie minuziose di grandi statue classiche . La banalità assoluta della sfera blu si trasforma in un’apparizione surreale. Un raffinato e attraente gesto concettuale per ribaltare e deviare lo sguardo dello spettatore dall’ammirazione dell’opera classica, quale immagine memorabile di pura perfezione, alla totalità dello spazio ambientale, in cui si riconoscono anche gli osservatori e i vari elementi che caratterizzano il contesto espositivo.

osservare jeff 2Gazing Ball (Barberini Faun), è un opera realizzata nel 2013 ed oggi esposta a Palazzo Vecchio a Firenze in occasione della mostra “jeff Koons in Florence” inauguarata il 26 Settembre 2015 e visibile fino al 28 Dicembre 2015. L’antico Fauno Barberini  è una scultura di età imperiale ispirata probabilmente a un opera in bronzo di epoca tardo-ellenistica.

 “Ho pensato a Gazing Ball guardando per molti anni sfere di questo genere. Ho voluto affermare la perentorietà e la generosità della superficie specchiante e la gioia che scatenano sfere come queste. La serie Gazing Ball si basa sulla trascendenza. La consapevolezza della propria mortalità è un pensiero astratto, e a partire da questa scoperta uno inizia ad avere coscienza maggiore del mondo esterno, della propria famiglia, della comunità, può instaurare un dialogo più vasto con l’umanità al di là del presente”.

La sfera viene vista dall’artista come un oggetto ammaliante, incantevole e dal potere incantatorio che risiede nel fatto che a chi guarda ad essi viene concessa la possibilità di vedere dietro le proprie spalle e fino agli angoli più lontani, con un effetto anamorfico, assorbendo all’interno della stessa superficie il proprio riflesso e ogni altro elemento intorno al proprio corpo. Forme affascinanti, magiche, piacevoli anche per la loro leggerezza (si tratta di sfere di vetro soffiato) e per la loro associazione con il gioco infantile. Data la loro estrema fragilità sono anche associate all’effimera durata della vita umana. La scelta di installare il Fauno nella Sala dei Gigli nasce dalla volontà di creare un dialogo tra il linguaggio rinascimentale e quello contemporaneo.  La scultura si presenta al pubblico ancora nella sua provocante posa, esempio di una bellezza non volgare con una sfera specchiante e di colore azzurro che entra in rapporto con il contesto decorativo della sala. Contrasti che esaltano la bellezza classica e l’estetica di massa, la sfera del mito e quella della mondanità, l’infanzia e la storia, Eros e Thanatos, mentre l’ambivalenza tra equilibrio e instabilità, originale e copia, oggetto artistico e merce, invita a riflettere anche sul rapporto tra immaginazione e serialità, tra metafisica e basso materialismo, tra stupore e mistificazione.

“Il tutto tradotto come ambiguità sottile in un gioco di rimandi tra finzione e verità o meglio legittimità  della finzione”.

Serena Gervasio

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musicare rich 1

«Quello che Paganini fu per il violino, Buddy Rich lo fu per la batteria: semplicemente il più grande artista che abbia mai suonato lo strumento. Lui costituisce un inarrivabile riferimento al quale noi, semplici e mortali batteristi, possiamo solo guardare». Con estrema efficacia il grande Peter Erskine sintetizza il mito di Buddy Rich, considerato da Gene Krupa e dall’unanimità dei percussionisti “il più grande batterista che sia mai esistito”.

Bernard "Buddy" Rich, nato a New York il 30 settembre 1917, è considerato il più grande batterista di tutti i tempi per tecnica, velocità, potenza e creatività sullo strumento ed è stato l’ispirazione per molti batteristi del passato e attuali come Dennis Chambers, Dave Weckl, Steve Smith, Steve Gadd Virgil Donati, Vinnie Colaiuta, John Bonham an Paice, Keith Moon, Jojo Mayer, Topper Headon, Carl Palmer, Billy Cobham il quale ha dichiarato che Rich è stato uno dei suoi modelli .

La sua carriera non era in realtà iniziata dietro ad una batteria.

Nato da una famiglia d'arte, suo padre faceva il ballerino e sua madre era cantante. A soli diciotto mesi debuttò in un musical accanto ai genitori; a due anni però già suonava quello che poi sarebbe diventato il suo strumento in "Stars and stripes forever"; a quattro anni esordì a Broadway, a sei era in tournèe in Australia. Henry Adler, batterista e didatta, ricorda con precisione le fasi del primo ingaggio di Buddy Rich: «Stavo lavorando al Crystal Cafè di Brooklin con due ragazzi in gamba, quando uno dei miei allievi mi presentò Buddy dicendomi che suonava meglio di Gene Krupa. Sentito ciò, volli subito ascoltarlo. Finita la sua esecuzione gli chiesi: “Dove hai imparato a suonare in quel modo?”. Lui mi rispose: “Non ho mai preso neanche una lezione!”. Fui così impressionato che ne parlai a Joe Marsala, il quale accettò di provarlo con la sua orchestra. Per metterlo alla prova, la band attaccò un nuovo pezzo ad una velocità insolita, ma Buddy lo tenne senza fare una piega. Al termine del brano venne lasciato uno spazio per l’assolo di batteria e alla fine l’intera sala era in visibilio: nessuno aveva mai sentito nulla del genere».

Terminato l’ingaggio con Marsala, Buddy entra nell’orchestra del trombettista Bunny Berigan (1937) ed in seguito lavora con il celebre clarinettista Artie Shaw (1939), fornendo alla sua orchestra una spinta e uno senso dello swing che prima non aveva. Dopo lo scioglimento del gruppo, il batterista è avvicinato da Tommy Dorsey, un suonatore di trombone la cui orchestra è allora conosciuta come “la General Motors del band business”. Rich ed un giovane cantante di nome Frank Sinatra, tra i quali nacque da subito una intensa e goliardica amicizia, diventano le star di Dorsey e, salvo un’interruzione per il servizio militare, lo furono fino alla fine del 1945.

musicare rich 2In seguito, dopo esser stato per nove anni un gregario, Buddy pensa che sia giunto il momento di suonare a modo suo, con una propria big band. Fu proprio Frank Sinatra, che ottiene un enorme successo a partire dal 1942, che finanziò la nascita della prima “Buddy Rich Orchestra” con venticinquemila dollari. Sfortunatamente però l’interesse del pubblico per queste grosse formazioni inizia a registrare un calo. Così il batterista, già conosciuto per le sue straordinarie doti, entra a far parte della celebre formazione dei “Jazz At The Philarmonic”, lavorando con Dizzy Gillespie, Charlie Ventura e Louis Armstrong. Una garanzia di successo dei concerti di questa band sono i leggendari duelli tra Buddy Rich e il grande Gene Krupa. Resta indimenticabile in questo senso una storica apparizione televisiva del 1966, che vede i due in un serrato confronto a suon di rulli sul palco del “Sammy Davis Junior Show”. Tuttavia, nonostante l’apparente rivalità, Gene e Buddy sono uniti da una solida amicizia, che dura fino alla morte di Krupa, nel 1973.

Se non altro, è proprio Gene che presenta all’amico Marie, una giovane e bellissima danzatrice che diverrà sua moglie. Negli anni Cinquanta il jazz vive un momento decisamente intenso. Inizialmente Buddy non trova molto lavoro nei piccoli gruppi bebop, così gira degli spot con Less Brown e i fratelli Dorsey, dirigendo piccoli gruppi e registrando con tutti i grandi, da Art Tatum a Charlie Parker. Inoltre per qualche tempo prepara uno spettacolo di night club nel quale, oltre alla musica c’è spazio anche per la danza. In quegli anni, ed in particolare nel periodo compreso tra il 1964 e il 1965, Buddy lavora con l’orchestra di Harry James.

Negli ultimi venti anni della sua carriera, andando contro ogni evidenza, il batterista è determinato a dimostrare che sotto la sua guida può esistere una grande orchestra. Dopo un inizio difficile a Las Vegas, egli riesce a sfondare in un club rock di Hollywood chiamato “Chez”. Ogni sera la sala è presa d’assalto dal pubblico, e la sua band diviene una delle massime attrazioni. Conosciuto anche per il suo umore caustico e per le sue doti d’intrattenitore, Buddy realizza numerose apparizioni televisive, partecipando al “Tonight Show” di Johnny Carson, al “Dick Cavett Show” e al “Merv Griffin Show”: ciò contribuisce a fare del batterista una vera star.

 

Fenomenale e stupefacente sul drum-set ad ogni singola esibizione, leader instancabile e sicuro della propria orchestra, Buddy gira il mondo, regalando emozioni ad ogni spettatore ed infiammando le sale da concerto piene di fans. Negli ultimi anni Rich introduce nel proprio repertorio nuovi brani che presentano influenze rock e dimostrano la sua abilità di adattarsi alle esigenze e ai gusti del suo pubblico. Egli conosce un successo internazionale grazie alla sua celebre rivisitazione di “West Side Story”, interpretata in una coinvolgente medley.

La semplice definizione di batterista jazz risulta sicuramente limitativa se applicata a Buddy Rich. Dobbiamo infatti considerare che egli ha completamente determinato il vocabolario, lo stile, l’intenzione e anche l’estetica della batteria contemporanea, modificandola come oggi noi la conosciamo. Se infatti si dice che la chitarra rock moderna nasce dalle intuizioni di Jimi Hendrix, è grazie a Buddy che la batteria compie la propria decisiva rivoluzione, trasformandosi da strumento composito di derivazione orchestrale a propulsore ritmico e dinamico - con velleità solistiche - fulcro e punto di partenza delle formazioni rock e pop. Dunque possiamo affermare che Buddy Rich sta alla batteria come Jimi Hendrix sta alla chitarra. musicare rich 3

Le energiche rullate, i soli mozzafiato, gli scambi tra i crash, gli incroci fra rullante, tom e timpano, la configurazione divenuta poi classica del drum set (la disposizione cosiddetta “aurea” con rullante, un tom e due timpani) e tutti gli espedienti tipici della musica rock sono stabiliti dall’incredibile Buddy già negli anni Quaranta, peraltro con esiti talmente alti da risultare ineguagliabili.

Non è difatti un caso che Ian Paice e John Bonham, colonne portanti del rock drumming,  abbiano sempre citato Rich come loro principale fonte di ispirazione: basta ascoltare e vedere i loro assoli in “The Mule” e in “Moby Dick” e confrontarli a quelli di Rich, per capire che altro non sono se non un tentativo di riprendere e riproporre le mosse, le trovate e le invenzioni del celebre batterista.

Buddy Rich morì a Los Angeles, 2 aprile del 1987, all'Ucla Medical Center per un tumore al cervello.

Toni De Giorgi

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Ultima settimana di ottobre e prima di novembre. A cavallo tra i due mesi sono pronti a partire nuovi libri dalle case editrici e dalle librerie. Viaggi promettenti che lettori avidi e curiosi non vedono l’ora di intraprendere comodamente sdraiati sulle proprie poltrone. A noi non resta che augurare a tutti una buona lettura!

leggere tempesta

di Camilla Läckberg

Farfalle Marsilio

Manca poco meno di una settimana a Natale. Adagiata contro le rocce grigie, con le sue casette di legno ammantate di neve Fjällbacka regala uno spettacolo particolarmente suggestivo, un paesino fiabesco affacciato sul mare di ghiaccio. Martin Molin, collega di Patrik Hedström alla stazione di polizia di Tanumshede, ha raggiunto la fidanzata Lisette sulla vicina isola di Valö per una festa di famiglia. Mentre il vento infuria, durante la cena il vecchio patriarca dall’immensa fortuna muore improvvisamente. Nell’aria si avverte un vago aroma di mandorle amare, e a Martin Molin non resta che cercare di far luce su quella morte misteriosa. Intanto, la violenta tempesta che agita le acque gelide dell’arcipelago non accenna a placarsi, e ogni contatto con la terraferma è interrotto. Sulle orme di Agatha Christie, in occasione dei suoi primi dieci anni di carriera Camilla Läckberg ha dato vita a una serie di racconti che, tema a lei caro, indagano le complesse dinamiche familiari, combinando adorabili scene d’intimità domestica all'inquietudine di oscuri segreti del passato.

leggere sempre

di Piergiorgio Pulixi

Edizioni e/o

La paura è più forte dell’amore e l’ispettore Mazzeo l’ha vissuto sulla sua pelle. Per la prima volta il poliziotto è tentato di lasciarsi tutto alle spalle e ricominciare da zero con Nicky, la ragazzina che gli è stata affidata. I suoi nemici non sono dello stesso parere e lottare per la sopravvivenza sarà di nuovo l'unica opzione possibile. Mazzeo, combattuto tra il desiderio di essere un capo freddo e temuto come Ivankov, il mafioso ceceno da cui è ossessionato, e l’amore fraterno per i suoi uomini, dovrà decidere una volta per tutte chi essere e da che parte stare, e scegliere tra l'amore per la sua “famiglia” e il potere. In un finale che cambierà per sempre il suo destino, Mazzeo scoprirà che la vendetta non è un'arte ma una scienza.

leggere giapponese

di Isabel Allende

Feltrinelli

L’epica storia d’amore tra la giovane Alma Belasco e il giardiniere giapponese Ichimei: una vicenda che trascende il tempo e che spazia dalla Polonia della Seconda guerra mondiale alla San Francisco dei nostri giorni.

“Ci sono passioni che divampano come incendi fino a quando il destino non le soffoca con una zampata, ma anche in questi casi rimangono braci calde pronte ad ardere nuovamente non appena ritrovano l’ossigeno.”

leggere padre

di Eva Cantarella

Feltrinelli

A fronte della crisi del concetto stesso di famiglia e di atroci episodi di cronaca che hanno scosso i parametri del rapporto genitori-figli, Eva Cantarella è venuta interrogandosi – forte dei suoi strumenti di studiosa del diritto e della cultura antica – sulla storia di quel rapporto che, insieme alla dinamica degli affetti, porta inevitabilmente con sé tensioni, conflitti, e molto spesso violenza. Questa conflittualità sembra legata alla sola modernità, ma affonda le sue radici lontano: nei miti teogonici, nella famiglia patriarcale, nelle storie, spesso sanguinose, che la letteratura testimonia con straordinaria evidenza; nella mitologia, nei poemi omerici e nella tragedia classica, dove il tema della famiglia diventa il teatro pieno d’ombre della ferocia, della vendetta, della ribellione. Un teatro che, se a tutta prima parrebbe non implicare uno scontro generazionale, in realtà lo contiene, lo nutre, lo agita. Ecco allora che il conflitto, così presente nell’attuale agenda politica, si lascia leggere anche alle origini della nostra civiltà là dove i giovani entrano in rotta di collisione con la gerontocrazia. Secondo modalità e procedure che la lettura del mondo antico porta progressivamente alla luce.

leggere Morimon

di Paolo Rumiz

Universale economica Feltrinelli

“Po era uno di noi. Po doveva parlare. Poi mi venne il nome, Morimondo, e ricordai”

Il Po, anzi Po senza articolo, è il grande fiume, il fiume per eccellenza. Forse ne sappiamo pochissimo, e conoscerlo significa lasciarlo apparire là dove muore un mondo perché un altro nasca. Paolo Rumiz ci racconta che quando gli argonauti, lui e il suo equipaggio, hanno cominciato a solcarne le acque è andata proprio così: Po visto dal Po è un Dio Serpente, una voce sempre più femminile – irruente e umile, arrendevole e solenne –, silente fra le sue rive deserte. Nessuno sembra scendere a reclamarlo, e sopra, a un’altezza che sembra distante secoli, passano ponti che poggiano su piloni ignari e indifferenti. È allora che bisogna ascoltarlo, è allora che le sue voci diventano richiami, inviti. È allora che il viaggio è una storia che viene da lontano, una storia di uomini stupefatti a cui è chiesta molta interiorità, molta memoria. Paolo Rumiz sa fare del Po un vero protagonista, per la prima volta tutto narrato a fior d’acqua, in un abbandono dei sensi inedito, coinvolgente, che reinterpreta i colori delle terre e dei fondali, i cibi, i vini, i dialetti, gli occhi che lo interrogano, lo sfiorano, lo scrutano. E poi ci sono gli incontri – con il “popolo” del fiume, ma anche con personalità legate dall’amore per il fiume: l’avventura sul Po diventa un romanzo, un viaggio interiore, un’avventura scavata nell’immaginazione, carezzata da fantasmi, a due passi dall’anima.

A cura della redazione

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investire libri1

Leggere aiuta a parlar meglio. Leggere aiuta a scrivere meglio. Leggere aiuta la memoria. Leggere aiuta ad entrare nella mente degli altri. Leggere aiuta a sviluppare la fantasia. Leggere aiuta l’intelligenza emozionale. Leggere aiuta a combattere lo stress. Leggere aiuta a comprendere meglio il mondo. Leggere aiuta l’apprendimento. Leggere aiuta l’immaginazione. Leggere aiuta a sognare. Leggere aiuta a crescere.

Diventare grandi con un libro tra le mani è molto più gratificante che crescere davanti ad uno schermo (che sia tv o ipad o iphone). Non occorre essere medici o insegnanti per dimostrare quanto la lettura di buoni libri solleciti e migliori le funzioni intellettive delle persone, non solo quelle in fase di crescita. Basta osservare i loro comportamenti ed ascoltare le loro conversazioni. Chi non è abituato sin da piccolo a destreggiarsi tra le pagine di un libro è rozzo, è un sensibile a metà, manterrà per sempre una sola e unica visione del mondo. La sua. Non sarà mai incline a comprendere le ragioni degli altri, né avrà un atteggiamento proteso verso l’altro.

E’ per questo che bisogna abituare i bambini sin da piccoli a leggere e ad ascoltare leggere. Ed è per questo che, dopo la famiglia, la scuola deve investire in attività di promozione e sollecitazione alla lettura. Sulla scia di questo riconosciuto bisogno si inserisce per il secondo anno consecutivo l’iniziativa “Libriamoci: giornate di lettura nelle scuole”, promossa dal Centro per il libro e la Lettura (MiBACT) e dalla Direzione generale per lo studente (MIUR). Sei giorni di letture per avvicinare alla lettura il mondo della scuola, da quella dell'infanzia alle secondarie, con il supporto di scrittori, scienziati, autori, uomini politici, sportivi, giornalisti, artisti, personaggi della cultura e dello spettacolo.   

investire libri 2Centinaia le scuole italiane che hanno aderito a Libriamoci con proprie iniziative volte a far comprendere che leggere non è solo un’attività funzionale allo studio, bensì alla partecipazione di tutti per la comprensione di testi e la discussione di contenuti. Sull’argomento è intervenuto, tra gli altri, lo scrittore e giornalista Massimo Gramellini il quale ha affermato che il mondo nel quale viviamo è sempre più incapace di immaginare. “L’immaginazione è come un muscolo, ha detto Gramellini, che se non viene allenato pian piano si atrofizza. La lettura è una palestra indispensabile per rimettere in forma il muscolo dell’immaginazione.”

Anche Gocce d’autore entra nelle scuole munita di libri, musica e tanto entusiasmo. L’invito è troppo allettante per non parteciparvi e se lo scorso anno l’esperienza è stata positiva, quest’anno la si replica raddoppiandola. Due Istituti superiori del capoluogo lucano sono il luogo delle letture ad alta voce svolte da scrittori, giornalisti, attori con l’immancabile supporto della musica e dell’arte. Inoltre, in occasione del 750° anniversario dalla nascita di Dante è prevista per giovedì 29 ottobre l’iniziativa “Dante a mezzogiorno”, un flash-mob di tutte le scuole d’Italia, che per 5 minuti o un’ora leggeranno le opere del sommo poeta.

Investire nei libri dunque è possibile. Basta crederci e volerlo. D’altronde, cosa sarebbe la nostra vita senza libri?

http://www.fiction.rai.it/dl/RaiFiction/programma.html?ContentItem-bf74f7e1-c3c3-4419-8535-6526ba91eaa2&refresh_ce

Eva Bonitatibus

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Davvero qualcuno immagina che ad attentare alla nostra democrazia possano arrivare omoni olivastri e nerovestiti a fare incetta di teste nelle nostre città? O che noi si allatti un suo nemico interno, un militar padano, un archeo-anarco-fascio-stalinista, o un qualche mafioso che proprio non abbia fiuto o gana per gli affari facili di questi tempi e voglia invece perder tempo a far poltiglia della popolazione? Se così fosse, gli F-35 che li compriamo a fare? Non saranno poco manovrieri, per una lotta condotta di casa in casa? E’ di questi giorni la notizia che lo scrittore Erri De Luca, imputato per un’ipotesi di reato di istigazione a delinquere, sia stato assolto dal Tribunale di Torino, perché il fatto non sussiste. Il De Luca, leggo il decreto di rinvio a giudizio Proc. n.7698/14 R.G. G.I.P., avrebbe pubblicamente istigato a commettere più delitti e contravvenzioni ai danni di una privata ditta, la L.T.F. S.a.s. e del cantiere TAV LTF in località Maddalena di Chiomonte (TO). In un’intervista aveva detto: “La TAV va sabotata”. Seguiva argomentazione. Sul verbo sabotare s’erano messe a fuoco più intelligenze: sarà lecito, non sarà lecito? Non il sabotare, si badi, ma l’uso della parola sabotare. Non parlo della vicenda giudiziaria, qui mi interessano lo scrittore, la scrittura e la parola.  Leggiamo: editoriale cuoreFine specifico della neolingua […] [era anche quello] di rendere impossibile ogni altra forma di pensiero [perché] ogni pensiero eretico […] sarebbe stato letteralmente impossibile almeno per quanto riguarda quelle forme speculative che dipendono dalle parole. Ancora: Ciò era garantito […] dall’eliminazione di parole indesiderate e dalla soppressione di significati eterodossi. Per esempio: esisteva ancora la parola libero, ma era lecito impiegarla solo in affermazioni del tipo ”Questo cane è libero da pulci”. Ora leggiamo: In ogni caso e comunque, il vocabolario della politica democratica non contempla il termine “sabotaggio” come strumento persuasivo legittimo. “In ogni caso e comunque”. Le prime espressioni le trovate nell’appendice I principi della neolingua al romanzo 1984 di G. Orwell (se davvero non lo conoscete, non c’è bisogno che lo compriate: andate in libreria, prendetelo e scorretene in piedi soltanto l’appendice, quindi riponetelo). L’ultima frase si può leggere nell’atto di denuncia/querela reso in Torino il giorno 11 settembre 2013 dal legale rappresentante della società sopracitata e indirizzato alla locale Procura della Repubblica. Sarà lo strato di napoletanità che superficialmente li accomuna, per altri e concorrenti versi mi viene alla mente un altro intellettuale: Totò. Potrei fare altri esempi, certo, ma per intenderci Totò a mio avviso può ben esser preso come un intellettuale sciolto e addirittura rivoluzionario a motivo del suo uso spregiudicato, impavido anzi temerario ed eretico della lingua. Totò faceva a pezzi le parole e interi ettari di luoghi comuni, ne ammazzava l’uso domestico o addomesticato, stracciava il più liso e frusto tessuto espressivo dell’esprimersi convenzionale e così provocava la risata. E la risata, in quei casi, altro non era che il cavallo di Troia che serviva a spalancare le porte all’assurdo. A che serve l’assurdo nella quotidianità? Serve a dire: un altro modo è possibile, un altro mondo è possibile. Migliore, peggiore, non so, voglio vedere. Chi usi un linguaggio, un qualunque linguaggio, sempre misurato, ortodosso, già familiare e talvolta untuoso e dall’apparenza immancabilmente rispettoso e però molto, molto limitato, banale, spesso è solo un normalizzatore. Preciso: qui nessuno intende istigare nessuno a istigare qualcuno a commettere reati, è chiaro. Qui si parla di parole. E allora. Il contrario di libertà è servitù, è schiavitù, non è affatto sicurezza. Men che meno lavoro o salute. Controllate su un dizionario dei sinonimi e dei contrari, basta una Garzantina, date retta: a compulsare i libri non si muore sempre come ne Il nome della rosa. Una realtà povera, anche solo descrittivamente sfocata e disadorna, diventa immediatamente un mondo senza alternative. Funzionali a questa libertà invalida sono le canzonette del cuoreamore e i gorgheggiatori senza costrutto, i libri delle centocinquanta sfumature del broccolo, la tivù che fa i film dai fatti dei telegiornali, aggiustandoli, e fa i telegiornali come film tivù. Il linguaggio povero è il vero linguaggio violento, perché è nella ricchezza del linguaggio che dimora la precisione, ed è nella precisione che ripara, e fiorisce, l’analisi, ed è nell’analisi che si nutre il discernimento, ed è il discernimento che è il padre sia della fantasia che della scelta. Fantasia e capacità di scegliere giocano assieme. Chi usa, oggi, intenzionalmente e non per necessità, un linguaggio povero? Chi cerca gli applausi, chi capitalizza il consenso? La nostra libertà non esiste più quando c’è qualcosa che non possiamo proprio dire, perché quello che non si può dire, spesso si finisce per non pensarlo più. Semplice, pulito. Se perdiamo la nostra capacità di immaginare, di fantasticare e anche di teorizzare un qualcosa di assurdo, un qualunque qualcosa che non esista al momento, un che di diverso da quello che ineluttabilmente è, che sia un suono, che sia un colore, che sia un diverso modo di vivere assieme, senza uccidere e senza sopraffare, ma anche senza ingannare, che cosa diventiamo? E gli intellettuali, quelli veri, gli scrittori, quelli veri, e gli artisti, quelli veri, in questo discorso che c’entrano? Ecco, appunto.

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Concorso letterario

Rosso d’Inverno

SCADENZA: 30 novembre 2015

contest rosso

Il Comune di Casier promuove la seconda edizione del Concorso letterario nazionale denominato “Rosso d’inverno”, per avvicinare soprattutto i giovani all’esperienza della scrittura, stimolandone le capacità riflessive e creative, in un territorio già ricco di tradizione come quello trevigiano.

Il tema dei racconti è: “ LA MERAVIGLIA DELL’ACQUA”.

Due le sezioni:

• Sezione UNDER 18: aperto alla partecipazione di giovani fino a 18 anni di età.

• Sezione ADULTI: aperto alla partecipazione senza limiti di età.

I premi per i primi classificati consistono:

_ per la Sezione ADULTI:

- 1° Classificato: premio in denaro di €. 400 + targa + diploma + Valigetta di Radicchio Rosso

- 2° Classificato: premio in denaro di €. 200 + targa + diploma + Valigetta di Radicchio Rosso

- 3° Classificato: premio in denaro di €. 100 + targa + diploma + Valigetta di Radicchio Rosso

_ per la Sezione UNDER 18:

- 1° Classificato: premio in denaro di €. 200 + targa + diploma + Valigetta di Radicchio Rosso

- 2° Classificato: premio in denaro di €. 100 + targa + diploma + Valigetta di Radicchio Rosso

- 3° Classificato: premio in libri + targa + diploma + Valigetta di Radicchio Rosso

_ Nel montepremi del concorso è inoltre previsto il PREMIO SPECIALE Memorial Francesca Rago costituito da un’opera di un artista locale. Ulteriori informazioni sul bando di concorso potranno essere richieste alla Segreteria del Premio Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. o al n. 0422.381504.

A cura della redazione

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ascoltare trent

 

Passi ritmati e precisi, romantici e decisi.

Trasognanti gli sguardi al futuro.

Il passato è bolla trasparente, le parole distillati di speranze.

Sono i giorni che si inseguono a raccogliere i desideri non confessati.

Sono i profumi di un posto piccolo, in inverno, a confezionare miracoli.

La furbizia di un ritmo che si tiene per sé ha il fascino dei segreti disegnati sulle pagine pastello dell’infanzia.

La celebrazione del sorriso ha il suono delle albe.

Non c’è sintonia che possa celarsi dietro l’abbraccio subitaneo di mani che si sfiorano nei pomeriggi della vita.

Sono paesaggi dell’animo, carezzati dai riflessi di finestre spalancate sui ricordi.

Que Reste-T-il De Nos Amours?

Foto, nuvole, un sorrisetto malizioso,  schioccare di dita, incrocio di passi.

Voilà!

Virginia Cortese

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CarladiCamillo

"Pensose armonie" di Carla Di Camillo

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Il primo censimento della popolazione italiana nel 1871 fissava al 74% il tasso di analfabetismo. Oggi, se sostituiamo il mero saper leggere e scrivere con un’idea più compiuta di cultura, quale capacità di orientarsi in un contesto, di comprenderne le logiche di riferimento e di incidere su di esse, troveremo che il quadro non è molto migliorato. Soprattutto, non potrà non risultare evidente, scorrendo i dati e facendosene non una ragione bensì un ragionamento, che probabilmente l’unità del Paese è poco più che una figura retorica, come retorico appare il riferimento ad una identità nazionale condivisa ed a un tessuto sociale omogeneo e coeso. I dati parlano chiaro: sia gli squilibri territoriali sulla direttrice Nord/Sud, sia le differenze tra le classi sociali sono rimasti sostanzialmente costanti ed anzi la situazione peggiora, se consideriamo che i più alti livelli di istruzione, quella scolastica e quella universitaria, per intendersi, che negli anni ’30 e ‘40 del Novecento traghettavano in capo a un decennio la metà dei laureati ad essere pienamente inseriti nella borghesia del Paese, pare abbiano perso la funzione di motore della mobilità sociale (è pur vero che, per altri e concorrenti ma non del tutto indipendenti versi, questo Paese vede negli ultimi anni assottigliarsi proprio quel terreno sociale di mezzo), mentre rimane rigida la trasmissione intergenerazionale delle disuguaglianze economiche.

scrivere 3Nel più ampio contesto internazionale, questo Paese non primeggia certo, anzi pare piuttosto malmesso in quasi tutte le statistiche e le classifiche riguardanti gli indicatori relativi ad istruzione, conoscenza, specializzazione, competenza, cultura. Così pure l’introduzione massiva delle nuove tecnologie e dei nuovi ambienti culturali virtuali, anziché tradursi in una rinvigorita consapevolezza e partecipazione, stanno conducendo, nel contesto, ad uno svilimento dei contenuti culturali, facendo ad esempio registrare tra i ragazzi un’impennata dell’uso degli smartphone ed un crollo delle abitudini di lettura o, ancora, peggio, orientando la stessa idea collettiva dell’inclusione culturale non più rispetto ai classici contenuti del sapere, bensì riguardo ai soli fenomeni di costume di una società dello spettacolo. Oggi in Italia, ad esempio, ancora più del 92% della popolazione guarda la TV, ma vede la Tv di oggi! Ed anche le notevoli opportunità offerte dalla Rete rischiano di tradursi, se non adeguatamente padroneggiate da soggetti culturalmente strutturati, in un fastidioso ed addirittura controproducente rumore di fondo, e in un terreno ove altri possano coltivare progetti monopolistici globali (come si sta delineando, ad esempio, la politica di Google riguardo al patrimonio bibliotecario globale). E che ne è dell’ingente patrimonio storico, artistico, archeologico, architettonico, documentario, naturale e paesaggistico italiano? Esso stesso è trattato come una eredità del passato o come “giacimento petrolifero” sedimentato nel tempo e non più alimentabile, da sfruttare, anche ai fini commerciali […] anziché come il risultato delle interazioni di cui siamo protagonisti nella contemporaneità. Come anticipato su queste stesse colonne tempo fa, propongo su questi temi la lettura di un altro libro di Giovanni Solimine, Senza sapere – Il costo dell’ignoranza in Italia, Editori Laterza, Bari, 2014.

scrivere 4L’autore, lo ricordo, è docente universitario, già Presidente dell’Associazione Italiana Biblioteche, e attualmente membro del Consiglio superiore per i beni culturali e paesaggistici. Su questi temi e non soltanto, il libro contiene più e più elementi d’analisi e, a quanto a me pare, così tanti suggerimenti di riflessione da renderlo, nel panorama attuale, un testo scomodo. Eh, già: potremmo anche tutto sommato rassegnarci a vivere la parabola discendente dell’essere una società di ignoranti, e diventare anche una società ignorante tout court, se non fosse che il deficit di cultura è esso stesso deficit di democrazia. I dati di base soggettivi di partenza sono negativi, se è vero che la classe dirigente del Paese ha addirittura livelli di istruzione largamente inadeguati: è basso il livello di istruzione di gran parte degli imprenditori italiani, la quota di laureati tra legislatori, dirigenti pubblici, amministratori e dirigenti di aziende, che in Paesi come Francia e Spagna si attesta attorno al 90%, in questo Paese era del 31% tra i dirigenti nati negli anni ’50, è scesa sotto il 20% per i nati negli anni ’60 ed oggi è addirittura poco più che il 15% tra i nati negli anni ’70. Ma il fatto cruciale è che l’elevatissimo livello di ignoranza funzionale tra la popolazione nazionale, la troppo bassa attitudine alla partecipazione alla vita culturale e sociale collettiva, costituiscono automaticamente un elettorato disinformato, un nucleo di cittadinanza inconsapevole e in ultima analisi ininfluente rispetto alle scelte che per essa, su di essa e, addirittura nel suo nome e per suo conto vengono operate. E le scelte politiche sulle quali una società ignorante perde quotidianamente capacità di incidere non sono soltanto quelle che, ad esempio, considerando non essenziali gli interventi pubblici nella cultura ne taglia sistematicamente le  risorse (e mai però le spese militari, perdonatemi la nota personale), ma attengono finanche alla visione stessa di una società e di una comunità, che ben potrebbe e dovrebbe essere orientata all’effettivo complessivo benessere dell’individuo, di ogni individuo, anziché esser regolata da meri meccanismi economici, anzi finanziari, anzi monetari, e d’una moneta neppure nazionale. E allora, ripeto la domanda: se l’ignoranza ha un costo, vogliamo domandarci chi paga? Chi ci guadagna?

Rocco Infantino

Il primo censimento della popolazione italiana nel 1871 fissava al 74% il tasso di analfabetismo. Oggi, se sostituiamo il mero saper leggere e scrivere con un’idea più compiuta di cultura, quale capacità di orientarsi in un contesto, di comprenderne le logiche di riferimento e di incidere su di esse, troveremo che il quadro non è molto migliorato. Soprattutto, non potrà non risultare evidente, scorrendo i dati e facendosene non una ragione bensì un ragionamento, che probabilmente l’unità del Paese è poco più che una figura retorica, come retorico appare il riferimento ad una identità nazionale condivisa ed a un tessuto sociale omogeneo e coeso. I dati parlano chiaro: sia gli squilibri territoriali sulla direttrice Nord/Sud, sia le differenze tra le classi sociali sono rimasti sostanzialmente costanti ed anzi la situazione peggiora, se consideriamo che i più alti livelli di istruzione, quella scolastica e quella universitaria, per intendersi, che negli anni ’30 e ‘40 del Novecento traghettavano in capo a un decennio la metà dei laureati ad essere pienamente inseriti nella borghesia del Paese, pare abbiano perso la funzione di motore della mobilità sociale (è pur vero che, per altri e concorrenti ma non del tutto indipendenti versi, questo Paese vede negli ultimi anni assottigliarsi proprio quel terreno sociale di mezzo), mentre rimane rigida la trasmissione intergenerazionale delle disuguaglianze economiche. (Solimine3) Nel più ampio contesto internazionale, questo Paese non primeggia certo, anzi pare piuttosto malmesso in quasi tutte le statistiche e le classifiche riguardanti gli indicatori relativi ad istruzione, conoscenza, specializzazione, competenza, cultura. Così pure l’introduzione massiva delle nuove tecnologie e dei nuovi ambienti culturali virtuali, anziché tradursi in una rinvigorita consapevolezza e partecipazione, stanno conducendo, nel contesto, ad uno svilimento dei contenuti culturali, facendo ad esempio registrare tra i ragazzi un’impennata dell’uso degli smartphone ed un crollo delle abitudini di lettura o, ancora, peggio, orientando la stessa idea collettiva dell’inclusione culturale non più rispetto ai classici contenuti del sapere, bensì riguardo ai soli fenomeni di costume di una società dello spettacolo. Oggi in Italia, ad esempio, ancora più del 92% della popolazione guarda la TV, ma vede la Tv di oggi! Ed anche le notevoli opportunità offerte dalla Rete rischiano di tradursi, se non adeguatamente padroneggiate da soggetti culturalmente strutturati, in un fastidioso ed addirittura controproducente rumore di fondo, e in un terreno ove altri possano coltivare progetti monopolistici globali (come si sta delineando, ad esempio, la politica di Google riguardo al patrimonio bibliotecario globale). E che ne è dell’ingente patrimonio storico, artistico, archeologico, architettonico, documentario, naturale e paesaggistico italiano? Esso stesso è trattato come una eredità del passato o come “giacimento petrolifero” sedimentato nel tempo e non più alimentabile, da sfruttare, anche ai fini commerciali […] anziché come il risultato delle interazioni di cui siamo protagonisti nella contemporaneità. Come anticipato su queste stesse colonne tempo fa, propongo su questi temi la lettura di un altro libro di Giovanni Solimine, Senza sapere – Il costo dell’ignoranza in Italia, Editori Laterza, Bari, 2014. (Solimine4) L’autore, lo ricordo, è docente universitario, già Presidente dell’Associazione Italiana Biblioteche, e attualmente membro del Consiglio superiore per i beni culturali e paesaggistici. Su questi temi e non soltanto, il libro contiene più e più elementi d’analisi e, a quanto a me pare, così tanti suggerimenti di riflessione da renderlo, nel panorama attuale, un testo scomodo. Eh, già: potremmo anche tutto sommato rassegnarci a vivere la parabola discendente dell’essere una società di ignoranti, e diventare anche una società ignorante tout court, se non fosse che il deficit di cultura è esso stesso deficit di democrazia. I dati di base soggettivi di partenza sono negativi, se è vero che la classe dirigente del Paese ha addirittura livelli di istruzione largamente inadeguati: è basso il livello di istruzione di gran parte degli imprenditori italiani, la quota di laureati tra legislatori, dirigenti pubblici, amministratori e dirigenti di aziende, che in Paesi come Francia e Spagna si attesta attorno al 90%, in questo Paese era del 31% tra i dirigenti nati negli anni ’50, è scesa sotto il 20% per i nati negli anni ’60 ed oggi è addirittura poco più che il 15% tra i nati negli anni ’70. Ma il fatto cruciale è che l’elevatissimo livello di ignoranza funzionale tra la popolazione nazionale, la troppo bassa attitudine alla partecipazione alla vita culturale e sociale collettiva, costituiscono automaticamente un elettorato disinformato, un nucleo di cittadinanza inconsapevole e in ultima analisi ininfluente rispetto alle scelte che per essa, su di essa e, addirittura nel suo nome e per suo conto vengono operate. E le scelte politiche sulle quali una società ignorante perde quotidianamente capacità di incidere non sono soltanto quelle che, ad esempio, considerando non essenziali gli interventi pubblici nella cultura ne taglia sistematicamente le  risorse (e mai però le spese militari, perdonatemi la nota personale), ma attengono finanche alla visione stessa di una società e di una comunità, che ben potrebbe e dovrebbe essere orientata all’effettivo complessivo benessere dell’individuo, di ogni individuo, anziché esser regolata da meri meccanismi economici, anzi finanziari, anzi monetari, e d’una moneta neppure nazionale. E allora, ripeto la domanda: se l’ignoranza ha un costo, vogliamo domandarci chi paga? Chi ci guadagna?

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