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Un paese quasi perfetto

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Pietramezzana, piccolo paese sperduto nelle Dolomiti lucane, rischia di scomparire. I giovani lo stanno abbandonando e i pochi abitanti rimasti, per lo più ex minatori, vivono con una cassa integrazione che minaccia di trasformarsi presto in disoccupazione permanente. Ci sarebbe di che scoraggiarsi. E invece no. I suoi abitanti, trascinati dal vulcanico Domenico (Silvio Orlando) non demordono e, non appena intravedono nell'apertura di una fabbrica la soluzione a tutti i loro guai, si attivano affinché il progetto vada a buon fine. La prima cosa da fare è trovare un medico - senza il medico non può esserci nessuna fabbrica - e fortuna vuole che si imbattano in Gianluca Terragni (Fabio Volo), rampante chirurgo estetico milanese. La seconda cosa, ben più complicata, sarà convincerlo a restare! E per non fargli sentire la mancanza del wi-fi, del sushi o della musica jazz, le proveranno tutte, arrivando perfino a mettere in piedi una poco probabile squadra di cricket. Basterà questo o le altre mille attenzioni a farlo restare? Basterà la bellissima Anna (Miriam Leone)?

 

L'ultima tempesta

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Il film Disney racconta l'eroica impresa della Guardia Costiera americana alle prese con una violenta tempesta e con uno dei più disastrosi naufragi di tutti i tempi avvenuto al largo della East Coast.
Il 18 febbraio 1952, una terribile tempesta colpisce il New England, devastando intere città della costa orientale e devastando le imbarcazioni che sfortunatamente si trovano nella sua traiettoria. Fra queste, la SS Pendleton, una petroliera T-2 diretta a Boston, viene letteralmente spezzata in due: i 30 marinai intrappolati a poppa sono destinati a un rapido naufragio. Il primo ufficiale di bordo Ray Sybert (Casey Affleck) si rende conto di dover far fronte all'emergenza: esorta gli uomini a mettere da parte le loro divergenze e a collaborare per riuscire a superare una delle peggiori tempeste che si siano mai abbattute sull'East Coast.
Nel frattempo, la notizia del disastro raggiunge la Guardia Costiera di Chatham, nel Massachusetts. Il Sergente Maggiore Daniel Cluff (Eric Bana) dà ordine di effettuare una rischiosa operazione per mettere in salvo i naufraghi: quattro uomini guidati dal Capitano Bernie Webber (Chris Pine), si imbarcano su una scialuppa di salvataggio dal motore difettoso, quasi sprovvisti di reali mezzi di navigazione, contro onde di 18 metri, venti sferzanti e temperature glaciali.

 

Poster Race - Il colore della vittoria

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Negli anni '30 l'afroamericano Jesse Owens diventò un campione di atletica, vincendo quattro medaglie d'oro ai Giochi Olimpiadi del 1936, tenutisi a Berlino, diventato un simbolo della lotta al razzismo sfidando le ideologie razziali imposte da Adolf Hitler.

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moretti

Mi torna alla mente la storiella di quel tale che diceva: «Bravo chi ha inventato la ruota; ma se non c’erano quelli che inventavano le altre tre, col cavolo che le producevano, le automobili!». Ho letto giorni fa Dario Moretti, Il lavoro editoriale, Laterza, 1999/2005. Sotto le cento pagine, bibliografia compresa che suggerisco di leggere senza soluzione di continuità con il testo, dico subito che non è una lettura impegnativa. Anzi, come si direbbe di certe lager, è di pronta beva (e se non fosse appunto per la nota bibliografica, risulterebbe un po’ corto sul finale). Il volume ha il pregio immediato di indurci una riflessione semplice ma non banale: per molti aspetti il libro è una cosa, un oggetto, un prodotto al pari di altri. Prima d’esser letto, torna o dovrebbe tornare piacevole alla vista, al tatto, all’olfatto persino. Anche l’atto dell’acquisto spesso porta con sé uno specifico rituale – ricordo che io pure consideravo con repulsione l’idea di acquistare libri nei supermercati, sebbene le copie di un medesimo libro siano, in effetti, identiche lì o nella più ricercata libreria. Il libro è dunque una merce, e non cambia questa sua natura il fatto che esso sia veicolo d’idee. Proprio come le altre merci, dunque, e con le dovute eccezioni (ad esempio i prodotti dell’editoria scientifica), esso deve la gran parte della sua fortuna al fatto che esista, per esso, una domanda, dei compratori. In un mondo in cui tutto è consumo, poi, si scopre che il libro non è più neanche il solo veicolo delle idee. Ricorda correttamente Moretti che anche le altre merci, oggi, si fanno considerare o vengono percepite come veicolo di idee: un certo abito, un tipo di automobile, tanto altro. Al pari di altri prodotti, il libro supererà dei test per risultare il più vendibile possibile, al pari di altri prodotti risponderà, in buona misura, a standard verificati per incontrare il maggior favore del pubblico. In ciò, l’autore dell’opera diventa soltanto uno dei vari fattori della produzione della merce libro. Accanto a lui si trovano, spesso con dignità, ambita, reale o percepita, quasi pari, il traduttore, l’agente letterario, l’editor. In casi particolari, quale ad esempio la realizzazione di una enciclopedia, la notevole mole di impegno di organizzazione e di coordinamento delle tante parti dell’opera, rispetto alla quale nel suo complesso, l’apporto delle singole firme sulle singole voci è sicuramente parzialissimo, non del tutto a torto è l’editore medesimo a sentirsi, in certo senso, “autore”. Il produttore, la casa editrice, a sua volta e negli altri casi, è comunque il centro di imputazione di tante professionalità, di tanti mestieri, diversi dei quali oggi per lo più esternalizzati – ma questo, magari, seppure Moretti lo accenni, è un altro discorso ancora; del resto, il suo volume, edito nel 1999 e riedito nel 2005, segna proprio con le date un importante periodo di passaggio tra gli strumenti tradizionali di produzione e stampa in epoca contemporanea e quelle con le quali si fa più ampio ricorso alle nuove tecnologie. Come si fabbrica a tavolino un best seller? Qual è l’incidenza della pubblicità sul successo di un prodotto editoriale? Come si articolano le scelte dell’imprenditore editore? Quale differenza c’è e quali effetti porta anche tra il pubblico, tra il produrre migliaia di titoli, ciascuno di essi capace di una tiratura limitata, o pochissimi titoli invece, stampati in un numero di copie esorbitante? Questa industria è talvolta finanche capace di mutare la prospettiva, se non la natura, dell’autore. Moretti riporta sul punto una illuminante frase che Daniel Pennac, ne La prosivendola, uno dei primi volumi della saga di Benjamin Malausséne - che anch’io ricordo di aver seguito, partendo decenni addietro, attraverso tutti gli appuntamenti, quasi sempre con le lacrime agli occhi per il ridere -, fa dire alla regina Zabo, perfida ma esperta editrice, capo incontrastato delle Edizioni del Taglione, per definire i nuovi scrittori, assetati di fama e di successo: «Non scrivono per scrivere, ma per aver scritto». Perché leggerlo? Il lavoro editoriale è uno spunto per qualche buona domanda e noi, si sa, stiamo sempre lì a rovistare, cercando il senso di qualcosa.

Rocco Infantino

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ilmuroverde

Era lì che mi recavo ogni giorno. Nei pressi del muro verde che il calcare e l’umidità avevano creato negli anni. Proprio il verde, che in natura non può prosperare in assenza di luce solare – che incredibile mistero mi era sempre parsa la fotosintesi clorofilliana! – in quel luogo era tanto più intenso e vivo quanto più l’ombra regnava incontrastata. E poi, ogni volta che la guardavo, quella conformazione spontanea così strana e cangiante mi riportava con la mente ad un’immagine diversa. Un giorno mi sembrava di contemplare le maestose cascate del Niagara, paradigma di grandezza e di violenza, il giorno dopo mi sentivo un esploratore penetrato avventurosamente nella lussureggiante Amazzonia, sulle rapide che scorrevano tumultuose nel fitto della vegetazione tropicale, quello dopo ero nel bel mezzo della tundra artica a parecchi gradi sotto lo zero, in cerca di muschi e licheni che mi tenessero in vita in quelle condizioni estreme. Una volta mi sorpresi perfino a piangere, pensando al mio caro papà, che ogni anno verso la fine di Novembre mi portava con lui nel bosco a raccogliere il muschio fresco - sì proprio quello di cui mi nutrivo durante le mie immaginarie spedizioni polari – per farci il Presepe. Che poi mi ero sempre chiesto se ci fosse davvero tutto quel verde in Palestina, senza mai riuscire a darmi una risposta convincente. Quel rito familiare era comunque per me un tenero ricordo, ahimè così lontano!

Ogni volta era un viaggio, nella fantasia o nella memoria, ma quelle suggestioni erano così forti che mi appagavano come un’esperienza vissuta col corpo e non solo con la mente. Un pomeriggio mi parve di vedere, nitide davanti ai miei occhi in tutto il loro sorprendente splendore, le stalattiti che tanto mi avevano impressionato tanti anni prima, in gita di quinta elementare, alle grotte di Castellana. Di tanto in tanto mi capitava anche di ridere, ridere come un pazzo, proprio a crepapelle, senza un apparente motivo. Allora mi voltavo di scatto e mi guardavo intorno con fare circospetto, nel timore che qualcuno mi vedesse e pensasse che pazzo lo fossi davvero. La verità è che se ridevo avevo i miei buoni motivi, come quel giorno che mi tornarono in mente le alghe dell’Adriatico e quella disgustosa sensazione che provai nel ritrovarmele in bocca, mentre giocavo a domare i cavalloni, la prima volta che i miei genitori mi portarono al mare a Rimini. All’inizio erano state urla e conati di vomito trattenuti a stento ma poi la situazione si era fatta divertente: mi era venuto da pensare a tutte le storie che facevo puntualmente per mangiare gli spinaci preparati da mia madre, certamente molto più saporiti di quelle erbacce di mare, e a quella volta che avevo rifiutato diecimila lire pur di non assaggiare il minestrone di verdure.

Che fossero risa o lacrime, sarei rimasto per delle ore davanti a quel muro, seduto a terra con le gambe incrociate alla maniera degli yogi o sdraiato a pancia in giù con il palmo della mano a sostenere il mento, come se stessi leggendo un libro, disteso su un fianco come uno che sta per appisolarsi o supino con le braccia dietro la desta leggermente sollevata dal suolo, nella posizione del sognatore. Solo in quel luogo mi sentivo ancora vivo, capace di provare emozioni, tutt’uno con me stesso, in sintonia col mio passato, con il bambino che ero stato e con l’uomo che ero. Tutt’intorno non c’era altro che sofferenza, squallore, negazione dell’umano e morte cerebrale. Lontano da quel muro il tempo si fermava e io desideravo che la fine arrivasse rapida e indolore. Come tutti, nel braccio della morte del penitenziario di San Quintino, dov’ero entrato un numero imprecisato di anni prima per una brutta storia di sballo e di amicizia tradita. L’alba del sogno americano era tramontata troppo presto per me, come nel peggiore degli incubi, e avevo dovuto dire addio per sempre al mio zaino da globetrotter, sepolto insieme a migliaia di altri oggetti senza memoria in uno scantinato buio e maleodorante. Quanto a me, ero rimasto sospeso a mezz’aria come gli altri, affacciato sull’abisso che separa la vita dalla morte. Ma io – questa è la verità - continuavo a scegliere la vita. Almeno nella mezz’ora d’aria passata lontano da tutti, nell’angolo più in ombra del cortile, davanti al mio bel muro verde.

Vito Daniele Cuccaro

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osservare carosello 1

Arte e pubblicità: che sia su un giornale, all’interno di un film o su un cartellone, quando una pubblicità è ben fatta i nostri occhi non possono fare a meno di fissarla, quasi come fosse una vera e propria forma d’arte. Negli anni la pubblicità è diventata sempre più presente nelle nostre vite, condizionando in maniera oculata le nostre scelte di acquisto di un prodotto. Più è fatta bene ed è accattivante, più usa un determinato pattern di colori, più la musica è riconoscibile, più saremo tentati di seguire le sue indicazioni. Nel corso di questi decenni abbiamo assistito a campagne pubblicitarie così riuscite che ancora oggi possiamo ricordarne le immagini e i motivetti. Prima di giungere all’irreparabile avaria d’oggi, la televisione in Italia è stata sentiero di luminose sperimentazioni e non solo nel campo della didattica, ma anche in quello dell’arte e della creatività. Ricordiamo, ad esempio, i Programmi come “Telescuola” ,andato in onda il 25 novembre 1958, seguito da “Non è mai troppo tardi”, (1960 – 1968) e, all’interno di questi programmi, le strisce di Enrico Accatino che, accanto all’attività artistica ha a lungo operato come formatore, divulgatore e teorico della didattica delle arti visive. Un impegno che nasce tra il 1960 e il 1964 quando riceve l’incarico dalla RAI Radiotelevisione italiana di curare per la televisione una nuova impostazione dell’insegnamento artistico. La sua esperienza all’interno di questi programmi porterà alla produzione di 400 trasmissioni televisive in diretta, ma anche alla realizzazione di testi fondamentali per l’Educazione artistico-visiva e la Storia dell’Arte che accompagneranno la disciplina ad evolvere da “Corso di Disegno” in vera e propria Educazione all’Immagine. Ancora più strettamente creativo è il Manifesto del movimento spaziale per la televisione scritto da Lucio Fontana nel 1952, in occasione della trasmissione sperimentale realizzata per la nascente Rai di Milano che vuole rappresentare il primo esempio di un itinerario che trova nel nuovo mezzo la strada maestra per ricostruire le speranze e i sogni degli italiani di quegli anni.

osservare carosello 2 Pino Pascali ,invece, scultore, pittore, performer, scenografo, costumista e pubblicitario è stato capace di contaminare con la sua creatività forme primarie e al tempo stesso mitiche della cultura, un artista che ha fatto della sua stessa vita un'opera d'arte con quell'inesauribile vitalità che lo contraddistingue. L'artista inizia a collaborare con la Lodolofilm nel 1958 esercitando il proprio impeto creativo, sperimentando ricerche e iniziando racconti in seguito sviluppati nelle opere che la storia dell'arte del '900 ha da tempo consacrato. A lui si deve senz'altro lo sviluppo della comunicazione pubblicitaria, una comunicazione nuova, visiva, fatta di immagini e non più legata alla tradizione orale. E' questo il punto di partenza per l'uomo contemporaneo, il quale ha ormai da tempo assimilato i principi della dominante cultura visiva. Numerosi sono i lavori realizzati per il mondo della grafica pubblicitaria, una produzione generalmente sconosciuta. Si va dai disegni ai collage, ai fotomontaggi fino ad arrivare agli spot veri e propri, trasmessi poi da Carosello.

dialogare imanifestidiseneca 3Tra i committenti: Agip, Alberti, Algida, Cirio, Ferrovie dello Stato, Poste Italiane, Rai. Ci sono poi gli spot per il cinema e le sigle di alcuni programmi famosi. Le componenti più forti sono il gioco, gli elementi naturali (terra e acqua su tutti), gli animali e le armi, interpretate in chiave giocosa, che accomunano questa produzione a quella più strettamente artistica, sviluppata tra il 1960 e 1968, anno della morte prematura, avvenuta a 33 anni.

Carosello è stata sicuramente una delle più innovative forme di arte e di pubblicità perché ha saputo coniugare un vero e proprio spot ad uno sketch recitato da abili attori che dovevano citare il nome del prodotto in maniera regolamentata. Ed è qui che troviamo le spiritose “linee” di Osvaldo Cavandoli che, con la voce di Giancarlo Bonomi ,chiedono continuamente al proprio autore di disegnare o correggere i propri problemi. Il tratto di Cavandoli è tipico della sobrietà funzionale ma anche della giocosa fantasia di disegnatori, progettisti, artisti che in quegli anni lavorano in strettissimo contatto con la produzione industriale e le aziende, loro committenti.

osservare carosello 4Da queste vengono sollecitati a fornire un surplus di immagine, una scintilla di qualità che aiuti a rendersi distinguibili, che serva a galleggiare, in pieno boom economico, sull'onda di piena dei consumi di massa. Negli spot la mano di Cavandoli, munita di penna, irrompe nel video e quando la Linea è in difficoltà invoca l'aiuto del suo protettore. È quasi una parodia michelangiolesca, con la mano (in carne e ossa) che appare creando all’istante una linea capace di rianimarsi, risollevarsi e rimettersi in cammino.

Serena Gervasio

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Basilicata, gennaio 2016 è il titolo dell’immagine che riceviamo da Attilio Bixio, appassionato di fotografia già ospite della nostra rivista. Pubblichiamo ancora una volta il frutto della sua arte per la forza comunicativa dello scatto che coglie alcuni aspetti di questa regione: il silenzio immerso nei colori pastello della natura di gennaio e il senso della vastità di un territorio.

Ridotto 3

A cura della redazione

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Si è tornati a parlare di uno dei più grandi maestri della grafica pubblicitaria non solo italiana ma europea in seguito alla fiction televisiva “Luisa Spagnoli” andata in onda recentemente sui canali Rai.

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cultura ilsegnodisquitieri 1

In una piovosa e fredda sera di marzo, con inesorabile insistenza, il ticchettio delle gocce pesanti d’acqua e l’aria fredda rimarcano il clima impervio di questa città, Potenza, nel cuore della Lucania, arroccata sull’Appennino, una vertebra della spina dorsale dell’Italia.

Le gocce di pioggia che battono e scivolano lungo i gradini di pietra vulcanica antichissimi del vicolo De Rosa, nel centro storico della città, sembrano letterine dell’alfabeto che cadono quasi come un racconto su questa terra martoriata da calamità naturali e il cui popolo, con radici antiche di lottatori, convive e reagisce e si confronta. Una terra impervia ma straordinariamente bella che nonostante tutto ha generato uomini di arte e cultura che l’hanno raccontata e di cui ne possiamo essere orgogliosi.

Al numero civico 6 del vicolo suddetto, nella sede del Circolo Culturale Gocce d’autore si evoca proprio una goccia di storia artistica della Lucania. Una goccia d’arte ma grande e insistente: come la pioggia cadendo accarezza il suolo, cosi Italo Squitieri accarezzava con il pennello la sua tela, con i colori della sua Lucania che amava e che aveva nel DNA.

Perché dico Lucania e non Basilicata? Perché nell’arte di Italo Squitieri si respira e si percepisce proprio la Lucania antica attraverso la forza del colore materico. Egli esprime la forza, la forza di un popolo e di un territorio, il suo, la forza nelle figure, i paesaggi prendono forza illuminati da una luce radente che mette in contrasto i vuoti e i pieni di una pietra lucana che si porta dentro espletandola in tutti i suoi dipinti, anche in quelli dove raffigura le montagne delle Alpi, si trova e si legge sempre la lucanità di cui era pervaso e che impossessava l’artista Squitieri. cultura ilsegnodisquitieri 2

E’ proprio sulle Alpi, a Cortina sua residenza, che Italo Squitieri espleta gran parte della sua vita artistica. Si potrebbe pensare: “ecco! Un altro uomo di cultura che va via dalla sua terra. No!.. o meglio Ni!”

Un artista che come uomo ha profonde radici nella sua terra e di cui non ne ha mai negato le origini e la sua profondità portando con se la testimonianza di un popolo forte, lottatore, ed è nella sua terra che ha voluto che si consumassero le sue ceneri.

Torniamo nel nostro vicoletto, entriamo in una porticina bianca, in una goccia di cultura tra le gocce di pioggia che cadono impenitenti. Un po’ come in un dipinto di Squitieri dove ci sono porte semi aperte e finestre con i fiori, una scena antica in cui si entrava in quelle porticine del vicino per soffermarsi a chiacchierare.

Anche qui entrando troviamo degli amici che vogliono rievocare un amico di tutti noi lucani: Italo Squitieri. Ma questa volta lo facciamo con più ironia e meno solennità. Una solennità che percepiamo dai primi due dipinti: l’autoritratto dell’artista in una espressione solenne con caratteri e pennellate decise, veloci, istintive e la solennità della montagna sulla parete destra della prima stanza, la materia, la forza ma anche il silenzio di un paesaggio da contemplare. cultura ilsegnodisquitieri 3

L’ironia la troviamo appena varchiamo l’arco che divide le due sale. Si, Italo Squitieri era un artista che prendeva la vita con ironia oltre che con profondità.

Il bel calore che ci accoglie ci difende dal freddo e accomuna in un unico intento i presenti in sala: parlare di un amico di cui tutti ne andiamo orgogliosi. Si avverte la presenza dell’artista attraverso i racconti inediti dell’amico medico Luigi Luccioni, come inediti sono i disegni che ci circondano. Siamo tutti intorno ad un pianoforte dall’aria solenne, e anche questa richiama alla mente una scena antica, tutti intorno ad un braciere ad ascoltare racconti. In questo caso il braciere è la cultura.

L’amico che è stato più vicino all’artista, Luigi Luccioni, ci racconta e ci traccia il profilo ironico di un artista. Un’ironia che è presente e si percepisce dalla raccolta di disegni intitolata “Turisti d’oltralpe” affidata in gentile concessione al Circolo Culturale Gocce d’autore dalla Signora Grazia Lo Re, titolare della galleria Idearte del capoluogo lucano.

cultura ilsegnodisquitieri 4cultura ilsegnodisquitieri 5  cultura ilsegnodisquitieri 6

Sono disegni a tratto sottile, a linea fluida, rapida, come una macchina fotografica immortala l’attimo. E’ facile immaginare l’artista seduto in una tranquilla caffetteria di Cortina a ritrarre in pochi tratti, in una essenza di scena, i turisti che osservava con il suo sguardo curioso e critico. Figure che, nonostante l’aspetto comico che strappa sorrisi a chi li osserva, colgono un realismo percettivo. Nei disegni si legge l’ispirazione dalla realtà che colpisce l’artista, estrapolando l’essenza e fermando l’attimo con una rapidità e padronanza del segno disteso su carta comune. Luigi Luccioni ha sottolineato la dote “dell’immediatezza del segno” di italo Squitieri attraverso cui coglieva l’essenza e la comunicazione della figura. Egli disegnava su ogni materiale: su tovagliette di trattoria, su blocchetti di carta, su qualunque pezzo di carta avesse tra le mani per fermare ciò su cui i suoi occhi si posavano. I suoi disegni, i suoi dipinti erano il linguaggio dell’artista, la sua comunicazione, egli aveva la bellezza e la profondità nella sua anima.

Tutti i lucani dovrebbero sapere e conoscere chi, attraverso il suo fare intellettuale, abbia dato lustro e onore alla terra di Basilicata.

cultura ilsegnodisquitieri 7 Mi fermo a raccontare la vernice del 13 Marzo a Gocce d’autore, della vita e delle opere di Italo Squitieri hanno scritto persone più autorevoli e firme importanti della cultura italiana. In chiusura invito i lettori ad approfondire la conoscenza di questo artista lucano che ha introdotto nel mondo la sua “goccia” di cultura.

Pasquale Palese

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locandina junior 2016

“LUIGI NONO JUNIOR” Seconda Edizione

SCADENZA: 7 maggio 2016

L'Associazione "Amici per la Musica" bandisce la seconda edizione del Concorso di esecuzione musicale "LUIGI NONO JUNIOR”, riservata ai giovani musicisti che suonano strumenti acustici presenti nell’orchestra sinfonica, inclusi pianoforte, fisarmonica, chitarra, sax e mandolino. I partecipanti saranno suddivisi nelle seguenti categorie, ciascuna ancora suddivisa in Gruppi e Solisti.

9-11 anni: durata massima dell’esecuzione: solisti: 5 minuti, gruppi 7 minuti.

12-14 anni: durata massima dell’esecuzione: solisti: 5 minuti, gruppi 7 minuti

Per ogni audizione i partecipanti potranno presentare uno o più brani a loro scelta. Al momento dell’esecuzione i concorrenti dovranno presentare due copie degli spartiti dei brani scelti.La domanda di ammissione, redatta sul modulo allegato al presente regolamento, dovrà pervenire ESCLUSIVAMENTE via e-mail al seguente indirizzo: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. entro e non oltre il giorno 7 maggio 2016. L’organizzazione si riserva di accettare esclusivamente le domande che rispondono interamente al presente regolamento.

Per tutte le informazioni si rimanda al sito web www.amiciperlamusica.it.

Vincenzo Pernetti

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 BillEvans

Un’uscita repentina e tiepida.

Un raggio rosa.

L’epifania di un ramo di mimosa.

La corsa di un’infanzia mai dimenticata.

La brezza di una malinconia d’amore.

La nostalgia. Il ricordo. La comprensione.

La rugiada di una alba che non conosce il suo destino.

Rivisitare la stessa strada. Quella del per sempre sulla speranza di un può darsi.

È un velo che prende il suo corso, si innalza verso il cielo e visita spazi dorati.

Danza con le nubi e torna, stanco, ad abitare la sua terra.

Stanze di giochi e sorrisi, spazi di partenze.

Ritorni ebbri.

Profumo di viole.

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Virginia Cortese

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Cultua Un venerdì nei pressi delle isole Lofoten 1Sul finire della primavera di alcuni anni fa, tra le pagine di Come il jazz può cambiarti la vita di quel raffinato trombettista di Wynton Marsalis, mi fermo a lungo sulla seguente frase: «Il processo dello swing - una coordinazione costante all’interno di una mutazione costante - raffigura la vita moderna in una società libera». Il concetto di coordinazione costante all’interno di una mutazione costante, in me che in quel periodo cercavo soltanto di dare un contesto ai miei maldestri tentativi di fare dello swing con un gruppo di amici, deflagrò come una piccola cosmogonia, principiando da lì e per molto tempo a muovere in me una nuova visione delle relazioni tra le persone, o addirittura tra l’io e il mondo, per buttarla giù così. Anni dopo, ancora del tutto casualmente, mi trovo a leggere un libro di un altro notevole musicista: Francesco D’Errico, Fuor di metafora - Sette osservazioni sull’improvvisazione musicale, Napoli, Editoriale Scientifica, 2015. Francesco D’Errico, pianista, concertista e compositore, conosciutissimo nel panorama musicale, è anche docente di pianoforte jazz e armonia presso il Conservatorio “G.Martucci” di Salerno, collabora con il conservatorio di Napoli ed è infine, non accessoriamente, filosofo. D’Errico è venuto a Potenza, ospite dell’Associazione culturale Gocce d’Autore, l’11 marzo scorso, a presentare il suo libro, in una serie di iniziative in diversi momenti della giornata. Il libro parla dunque dell’improvvisazione musicale, dipanandosi lungo sette capitoli contenenti altrettante osservazioni sul tema. Tra le tre accezioni canoniche del fenomeno medesimo e del termine che lo esprime, nell’uso comune e non soltanto nell’ambito musicale, identificate nella meraviglia, nell’attività frettolosa e poco affidabile posta in essere quando si manchi di un che di esperienza o di conoscenza, e nella capacità di risolvere problemi attraverso soluzioni non codificate, la prima osservazione, negletto il secondo, si incentra sul primo e sul terzo connotato del fenomeno. Proprio il problem solving, trattando d’improvvisazione come di un archetipo del processo creativo, mutuabile ed esportabile in ambiti diversi dell’agire umano, è stato il tema del primo appuntamento della giornata, rivolto in modo particolare agli studenti dell’IPSEOA, tenutosi presso il Museo Archeologico Provinciale “Lacava” di Potenza. La seconda osservazione affronta le esperienze sensoriali del corpo come deposito e come soggetto, del movimento divenuto sperimentazione consolidata, esercizio, e la modalità con la quale s’affronta la paura, che sia timore rivolto verso un pericolo concreto ed attuale che attinga magari anche la propria incolumità o anche soltanto verso una propria esibizione artistica: immobilismo? fuga? I concetti di tradizione orale e di tradizione scritta, specificamente riferiti alla letteratura musicale ed alla teorica contrapposizione delle due fonti, nonché il catalogo dei materiali delle pratiche musicali, quali le altezze, i timbri, le attese, le durate, le dinamiche, le fraseologie tipiche e ricorrenti di determinate correnti e quanto ancora, su differenti piani, si ponga come strumento per la fabbricazione musicale del momento dell’improvvisazione, sono oggetto della terza e della quinta osservazione. La sesta osservazione muove tre passi nel mondo dell’economia e del management, in quello del teatro e specificamente della commedia dell’arte, in quello della pittura e tanto pratica, sull’abbrivio, per chiarire intanto quanto possa essere limitante considerare l’improvvisazione quale processo che segua un semplice sviluppo lineare, anziché contare su plurimi apporti di contesto. Nel secondo appuntamento nella intensa giornata dedicata, questa volta in un pubblico incontro mirato proprio alla discussione sui contenuti del libro, D’Errico finisce per confessare come l’osservazione a lui più cara sia l’ultima, la settima, che ha come oggetto le visioni del mondo. Attrezzi, corredo e bagaglio diventano allora gli elementi offerti si dalle neuroscienze, ma soprattutto la filosofia pura, con gli sperimentati canoni della dialettica hegeliana da un canto, e dell’esperienza della, o, meglio, delle molteplicità dalle qualità rizomatiche proprie del pensiero di Gilles Deleuze, il cui sfociare in una apparente non-relazione del pensiero aperto può ancora offrirsi come paradigma ideale al fenomeno dell’improvvisazione. L’approdo diventa, in questo caso, sia il bisogno d’integrazione, sia anche l’accoglienza del paradosso. E’ ancora nel luogo protetto della mia lettura privata che invece io incontro le pagine che fatalmente finiscono per attrarmi più delle altre, quelle cui è rivolta la quarta osservazione, dedicata, nei dichiarati intenti, alle relazioni tra improvvisazione su struttura e improvvisazione libera. D’Errico ricorda che in un oggetto sonoro la struttura si declina in circolarità, flusso temporale misurato e norme condivise. L’esperienza dell’improvvisazione viene proposta come una volta a volta diversa visione delle cose, sia metodologica che emotiva, attraverso uno sviluppo temporale circolare, anzi ad anello. Così lo sguardo del corridore su pista, rivolto sempre a nuovi elementi del paesaggio circostante, nell’esempio che l’autore propone, parallelo del giro armonico presidiato da un flusso regolare di tempo nella musica praticata. Qui mi fermo ancora un momento, nel leggere, perché avverto interiormente come questa visione richiami l’idea della coordinazione costante incontrata anni prima e di cui ho riferito, ma ancora mi sfugge l’elemento che denunci o liberi la costante mutazione. L’osservazione di D’Errico tuttavia incalza, ricordando come l’insieme ordinato delle norme abbia come punto di origine, anzi come generatore costante oltre che necessario proprio il caos. Mi viene allora alla mente come Ilya Prigogine, ne Le leggi del caos, con una frase che è quasi poesia diceva: «l’universo è meno simmetrico di quanto le equazioni di base lascerebbero prevedere». La mia piccola cosmologia interiore viene quindi già attinta dalle leggi del caos. Debbo andare oltre. In questa densa quarta osservazione l’Autore cita anche il musicologo Stefano Zenni, riportando un passo di quel I segreti del jazz – Una guida all’ascolto, libro magico per gli appassionati, che era stato oggetto di una mia precedente altrettanto vorace, sebbene incompetente lettura.

Cultua Un venerdì nei pressi delle isole Lofoten 2Zenni, ora lo ricordo, dedicava a propria volta un intero capitolo in quel libro all’improvvisazione. Il titolo del capitolo era Descent into the Maelstrom: viaggio nell’improvvisazione. Perché quel titolo? Bello ma strano, me lo domando soltanto adesso, ora che mi pare di avvicinarmi al punto. Che sia un riferimento a un racconto di E. A. Poe, o anche soltanto al fenomeno causato dalla marea lungo la costa atlantica della Norvegia, che l’ha ispirato, il punto è che si tratta di un gorgo. Di una spirale. E in effetti il moto circolare del tempo, nelle battute di un brano proprio come nelle ore di una giornata, come nel mio stesso intemperante terzinare di allora quale assai improbabile batterista, segue si un ciclo, ma lungo una traiettoria si immagina costante e s’immagina tesa tra il passato e il futuro, tra un prima e un dopo, tra la prima e l’ultima nota suonata di un brano, almeno nell’esperienza comune. Così tutto improvvisamente mi pare guadagnare maggiore senso, la musica stessa mi appare più compostamente comporsi con l’esistere, o quest’ultimo con essa, non so dire, ora che credo di aver chiara la mia personale, forse fallace, idea di coordinazione costante all’interno di una mutazione costante. Del libro, un testo ricco viepiù se lo si prende a propria volta come l’esposizione del tema dal quale partire per proprie personali improvvisazioni speculative interiori - ma non si sa quanto ricorsive in quanti altri sé -, è corredo tra l’altro un’altrettanto affascinante postfazione di Mauro Maldonato, psichiatra e professore di Psicopatologia generale presso l’Università della Basilicata, dove leggo finalmente che improvvisare è un atto di profonda interiorità. Maldonato, partendo dall’assunto che «il pensiero cronologico è ordinato nel tempo, mentre il pensiero corporeo è simultaneo», mostra come «l’urgenza performativa di gesti, voci e suoni, sebbene declinata in un medesimo orizzonte, rende irriducibile la differenza del tempo individuale. Del resto,» continua e conclude sul punto «se i tempi individuali coincidessero, i musicisti condividerebbero la stessa vita».

Cultua Un venerdì nei pressi delle isole Lofoten 3Per rimanere nella cifra cosmologica, niente ci garantisce, se non l’universo stesso per come lo conosciamo nella nostra limitata quantità di tempo, e cioè niente ancora una volta, che le spirali sulle quali s’avvitano le orbite dei corpi celesti, conservino le medesime relazioni conosciute tra loro. Ciò non ci sgomenta, se consideriamo per un momento che, tolto il tempo, tutto quello che è è soltanto un momento, un improvviso, istantaneo e inaspettato, appunto. E come tale, non può risultare incoerente. Tanto mi dico, per chiudere i miei conti privati con Marsalis. Della giornata intera, generosamente dedicata dal filosofo e dal didatta alla declinazione plurale del tema dell’improvvisazione, è stata naturale conclusione un concerto del pianista Francesco D’Errico, accompagnato da Marco De Tilla al contrabbasso, Olindo Linguerri alla batteria e Alberto De Michele alla chitarra, nei locali del Circolo Gocce d’Autore a Potenza.

Rocco Infantino 

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