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Mercoledì, 18 Ottobre 2017 19:23

Torto e ragione

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editoriale 1

Usare bene le parole talvolta è causa e talaltra effetto dello sviluppare buone idee. Sia le parole sia le idee pare abbiano le proprie stagioni; ma le stagioni delle une e quelle delle altre non sempre coincidono, non necessariamente seguono i medesimi cicli.

 Quando frequentavo il liceo, parlo del Pleistocene, capitava talvolta che io e i miei compagni di scuola non ci presentassimo a lezione. C’era, in quei frangenti, quasi sempre una nobile causa da sposare, una qualche manifestazione di piazza cui aderire, come vivessimo perennemente, negli anni in cui avremmo dovuto imparare di latino e di greco, di matematica e di fisica, sul bilico della emergenza democratica o lungo la linea di faglia delle peggiori e incombenti catastrofi geopolitiche mondiali, e toccasse a noi, adolescenti, porvi rimedio. L’assenza non andava annotata sul libretto delle giustifiche, non era richiesta la firma di chi su di noi esercitasse la potestà (o responsabilità, patria o genitoriale, e santa notte). Il Preside del liceo mal sopportava quell’uso, di frequente ci ammoniva, e duramente, con lezioni alcune delle quali ero destinato a comprendere solo in età un poco più matura. Sopra ogni cosa egli non tollerava che quelle assenze noi le chiamassimo, comunemente, “sciopero”. Effettivamente il vocabolario Treccani, prima che la legge italiana, definisce sciopero, sostantivo maschile di derivazione deverbale con suffisso zero di scioperare, come l’astensione organizzata dal lavoro di un gruppo più o meno esteso di lavoratori dipendenti per la tutela di interessi e diritti di carattere politico o sindacale. Oggi leggo sui giornali quella che, a suo modo, è una buona notizia: gli studenti scioperano contro l’alternanza scuola – lavoro, prevista dalla Legge n. 107 del 2015. Finalmente. Come sempre, invito ad andare alle fonti. Non sono esperto per niente di legislazione scolastica, chiarisco. Tuttavia. Scorrendo il testo della legge, superando la solita italica somma di ipocrisie giuridiche, come quella che ad esempio qui si legge al comma 7 dell’articolo 1, dove con roboante elencazione, dalla lettera a) alla s), le migliori finalità, magnifiche e progressive della scuola moderna debbono, al solito, quando non si tratti di banche, essere realizzate nei limiti delle risorse anche finanziarie a legislazione vigente, e cioè senza un soldo in più, anzi, alla o), tocca leggere: “incremento dell’alternanza scuola-lavoro nel secondo ciclo di istruzione”. Più sotto, il comma 34 dello stesso articolo propone qualche ritocco a una vecchia legge, vecchia di circa dodici anni: il Decreto Legislativo n.77 del 2005. Era lì che si davano le norme generali per l’alternanza scuola-lavoro, a loro volta ispirate alla precedente opera di riforma della scuola, opera dell’allora ministro competente, Signora Letizia Moratti. La Moratti, banalizzo per riassumere, all’epoca era vista come il demonio, più o meno. Adesso, la stessa sostanziale legge è la “buona scuola”. Potere delle parole. E delle stagioni. Superando l’inciso, le norme di ieri e di oggi erano finalizzate ad “assicurare ai giovani […] l’acquisizione di competenze spendibili nel mercato del lavoro”. Lo dico chiaramente: io penso da sempre che la scuola debba avere un fine diverso. Deve dare metodi e strumenti per formare persone e magari cittadini consapevoli e liberi. Lavoratori si diventa poi. Essere, prima che produrre. Essere, prima che essere, o no, “inseriti”. Ma, si sa, il lavoro del mercato è rendere merce il lavoro, strappandolo dalla carne viva della cittadinanza. Così, a pochi anni appena dall’avvio di questa nuova politica scolastica, scopriamo che quei “percorsi di alternanza […] progettati […] sulla base di apposite convenzioni con le imprese” e con altri ameni soggetti privati e anche pubblici, come voleva la legge, spesso, troppo spesso, sono diventati nient’altro che fonte di manodopera, di sfruttamento a costo zero della forza lavoro minorile. Leggete le cronache, mi vergogno perfino a riportare esempi. Non mi importa, francamente, quanti siano stati effettivamente i casi di sfruttamento, non mi importa che ci siano, come ci sono - ne ho notizia - esempi di esperienze virtuose: togliere dalle ore di lezione un ragazzo in età scolare, sfruttarlo, farlo lavorare obbligatoriamente, fosse capitato anche a uno solo, trovo che sia odioso, terribile, inaccettabile, criminale. Gli studenti finalmente manifestano contro questa realtà, che ben oltre le dichiarazioni di principio delle norme, sempre misurate e prudenti, mostra la corda: si vorrebbe che i ragazzi imparassero da subito che il lavoro è subalternità, soggezione, ricatto. Giusto allora scioperare, vivaddìo! Ragazzi, studiate più che potete, non fatevi fregare! Sciopero, dunque. Lo studente di allora, sulla spendita della parola, oggi avrebbe ragione, purtroppo, e torto, al suo posto, il pure avveduto e prudente Preside del liceo. P.S.: sulla parola “giustifica”, si veda l’orientamento dell’Accademia della Crusca, a questo link: http://www.accademiadellacrusca.it/it/lingua-italiana/consulenza-linguistica/domande-risposte/libretto-giustifiche.                                                                                                                                        

Rocco Infantino

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Rocco Infantino

Giornalista pubblicista, batterista sconveniente.

Leggo. Mi incuriosisce la fisica quantistica. Mi piace il jazz. Scrivo in privato, uso il Garamond. Credo nella sezione aurea, nell’entanglement, nel dualismo onda particella. Preferisco i film francesi, i cibi semplici, le persone semplici, i problemi semplici.

Il mio orario del cuore sono le cinque e venti. Detesto usare Domodossola nel gioco “Nomi, cose, città” e vivrei volentieri a Londra, Parigi e Roma, come la maggior parte delle vallette degli illusionisti. Fin da ragazzo ho l’età che descrive J. L. Borges in Limites. Se non svolgessi un lavoro in ambito giuridico legale, probabilmente avrei voluto essere quello che fischia nella canzone Lovely head dei Goldfrapp.

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