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Venerdì, 02 Febbraio 2018 08:29

Risvegli

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RISVEGLI

Occhi aperti. Quattro e venti. Buio. Cinque. Lampadina dodici watt sui fuochi. Clic.

Acqua nel fornello della moca da due tazze. Acqua nel fornello della moca da quattro. Caffè. Acqua nel fornello della moca strana. Orzo. E caffè, insieme. La prima e la terza sulla fiamma. Rumore della fiamma. Passaggio nello studio. Lume su un ripiano. Clic. Libreria parete est, fila in basso, riviste di jazz. Dorsi allineati. Meno uno: spigolo alto sporto in avanti. Quarantacinque gradi. Silenzio. Paranormale? Micie, forse. Gloglottìo, gorgoglìo, sbuffo finale. Cucina, di nuovo. Tazza. Liquido scuro fumante. Labbra, bordo. Luna bruna crescente dell’orzo caffè. Occhi nel nero. Affondo. Cercavo nel denso torbido liquido scuro l’abbraccio che la notte mi ha negato. Mi torna alla mente Dillinger è morto, quello, il vecchio film di Marco Ferreri. Non registro impulsi suicidi o omicidi, in me, comunque non superiori alla soglia latente normale in ogni individuo. Il feticismo delle merci s’appunta su tre zuccheriere, due di porcellana e una di argento, una torre rastremata ottagonale, e sui sacchetti di zucchero dai quali le rabbocco: bianco e di canna nelle porcellane, di canna biologico integrale nell’argento. Come Michel Piccoli torno nello studio. Ipad lasciato in carica, Fb mi ripropone un mio vecchio ricordo di anni fa. Il mio ricordo è: «Cosa spero di sognare stanotte? Le infinite proprietà del triangolo di Niccolò Fontana, detto il Tartaglia. E una rosa canina. Ora smetto di annusare lucido da scarpe e vado a dormire.». Illusoriamente, per un istante lo sguardo che incontro nel mio riflesso mi appare più profondo. Ho bisogno di muovermi. Mi sposto piano tra gli ambienti non popolati dell’appartamento. Ma la rivista obliqua domanda di essere sfogliata. Jazzit Magazine, anno 8, numero 41, luglio – agosto 2007, più di dieci anni fa. Sono un segno i segni tra le pagine? Bagno. Luce sullo specchio. In piedi, primo segno, pagina 36, nel mezzo di un articolo sugli Steely Dan. Così, un cerchio di biro mi ricorda che il duo americano dei primi anni Settanta, che mischiava jazz, rock, funk, pop e r&b, prendeva il suo nome dal nome di un vibratore meccanico che compare a un certo punto nel romanzo Pasto nudo di William Burroughs. Pasto nudo, di Burroughs, poi anche film di David Cronenberg, affastellamento apparentemente insensato di frasi e di visioni, assieme figlie dell’assunzione di droghe ed effetto di sofisticate tecniche utilizzate da specifici “addetti al controllo” con le quali, così vuole la storia di Burroughs, si dominano le menti di tutta l’umanità, sapientemente utilizzando bisogni e dipendenza. La notte stagnante negli angoli della casa, ombra sulle ombre, allenta solo un poco la sua presa, ma il suo alito si sente, mentre mi lascio percorrere con la mente sequenze di vita vissuta. Rivedo pagine di giornali grondanti di parole senza senso, vedo l’inchiostro oleoso e denso venire giù, piano, dalle colonne. Nei giorni della Memoria – dite, ci credete al caso? – leggo di una fabbrica di veicoli a motore che produce “automobili per il popolo” a combustibili fossili e sperimenta gli effetti del biossido di azoto sugli esseri umani e sulle scimmie, sulle scimmie e sugli esseri umani. Nelle ore già lontane, quando la stessa costa del crepuscolo non s’indovina più, e la mente vacilla, mi pare di apprendere che la modernità incessantemente sempre più moderna trasformi le camere a gas in camere a gas di scarico. Cosa vuol dire sperimentare sugli esseri umani? Come lo si può pensare? E sugli altri esseri viventi, ugualmente? Le figure arcane, gli archetipi e i miti del sogno senza immagini mi guardano, adesso che non li scorgo davanti e intorno a me, ma li sento ancora guardare nella mia direzione. Sto per essere consegnato, poco più che un animale senziente, docile e indocile assieme, al mio giorno successivo. Oltre il buio del buio, una immagine non riesce a dissolversi e campeggia compatta, solo un poco frastagliata nei bordi, davanti ai miei occhi, frapponendosi tra essi e gli occhi nel volto nello specchio: sottoposte a gas di scarico, le scimmie sono state rinchiuse in una vetrina e – orrore dell’orrore – sono state tranquillizzate con la proiezione di cartoni animati. La morte dello spirito, mi pare, vaneggio, probabilmente, sempre viene a noi dolce come lo zucchero bianco. Ancora in piedi, gambe dolenti, pagina 91, la rivista ha già dedicato colonne e colonne a Sun Ra, nato come Herman Poole Blount, musicista, poeta e filosofo statunitense. Di lui ricordo ch’era un visionario, ricordo la sua convinzione che noi venissimo da altrove nell’universo. Noi chi? L’umanità, già. Ricordo pezzi di un suo film, Space is the place, e penso a quanto possano essere separati il nostro destino e il destino dei primati, se si, o se no, o se forse, e penso a tutte le vittime umane delle violenze efferate e degli esperimenti, quelli fatti col gas, quelli con le lame o col fosforo, o con le armi di carta, non meno temibili negli effetti estremi. Penso alle scimmie, che considero fratelli, ai miliardi di fotogrammi di cartoni animati inoculati a noi, a loro, in continua proiezione. Continuo a seguire, sulla rivista, braccia un poco tremanti per la veglia, le sottolineature, le evidenziazioni di anni prima, probabilmente servite per qualche trasmissione alla radio, fatte da me, me di allora, del quale, nell’atto di consumare quel gesto o di leggere quelle cose non conservo alcun ricordo. E i cerchi, intorno alle frasi, o a isolare singole parole, e appunti. Glosse veloci, si vede dal tratto, che adesso faccio fatica a comprendere. Di Sun Ra, pagina 91, che, come riporta lo stesso articolista del magazine, ha lasciato il pianeta Terra il 30 maggio 1993, la mappa dei miei segni di allora si ferma sulle parole di un canto che lui ripeteva sempre: «Se non siete un mito, a quale realtà appartenete? E se non siete una realtà, a quale mito appartenete?» Sette e ventotto, come da calendario: il sole, fuori.

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Rocco Infantino

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Rocco Infantino

Giornalista pubblicista, batterista sconveniente.

Leggo. Mi incuriosisce la fisica quantistica. Mi piace il jazz. Scrivo in privato, uso il Garamond. Credo nella sezione aurea, nell’entanglement, nel dualismo onda particella. Preferisco i film francesi, i cibi semplici, le persone semplici, i problemi semplici.

Il mio orario del cuore sono le cinque e venti. Detesto usare Domodossola nel gioco “Nomi, cose, città” e vivrei volentieri a Londra, Parigi e Roma, come la maggior parte delle vallette degli illusionisti. Fin da ragazzo ho l’età che descrive J. L. Borges in Limites. Se non svolgessi un lavoro in ambito giuridico legale, probabilmente avrei voluto essere quello che fischia nella canzone Lovely head dei Goldfrapp.

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