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Sabato, 06 Maggio 2017 10:43

Primomaggio

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primomaggio

Posto che per mio limite non mi riesce di stabilire quand’è che sia cessata ogni forma di occupazione, tale da potersi considerare il popolo e la nazione effettivamente sovrani nelle proprie scelte, tra le due recenti trascorse ricorrenze del venticinque aprile e del primo maggio, ecco che mi veniva più facile qualche riflessione sull’ultima. E comunque, il tempo gioiosamente liberato dalla giornata non lavorativa, volentieri l’ho speso nella lettura/rilettura di un paio di volumi che sono ormai come dei classici.

Il primo, troppo naturalmente tornatomi alla mente, è La fine del lavoro, scritto da Jeremy Rifkin nel 1995 con l’eloquente sottotitolo Il declino della forza lavoro globale e l’avvento dell’era post-mercato, e pubblicato in Italia da Baldini & Castoldi nello stesso anno. Rifkin, ricordo, a quei tempi iniziava a risultare molto conosciuto e quindi mi concedo l’arbitrio di non stare a dire chi sia. Nella parte centrale dello scritto, l’autore ricordava quale fosse lo scenario che la comunità economica e la maggior parte degli economisti ottimisti disegnavano: la terza rivoluzione industriale, quella determinata dall’avvento dell’alta tecnologia, avrebbe portato la riduzione del costo dei prodotti, una crescente domanda di consumo, posti di lavoro meglio retribuiti proprio in quei nuovi settori. Ma pure, si aggiungeva, un crescente numero di disoccupati. Puntuali, le cronache degli anni immediatamente successivi, riportarono le storie sempre più diffuse e frequenti di lavoratori pure qualificati della classe media del primo mondo che d’un tratto si trovavano ad aver liberato l’ufficio dei propri effetti personali. Rifkin delineava i tratti dei knowledge workers, vincenti in questa trasformazione: gruppi costituiti da ingegneri, analisti di software, da progettisti, ricercatori biotecnologici, ma anche da esperti di pubbliche relazioni, da banchieri d’affari, consulenti, fiscalisti, specialisti di marketing e perfino produttori cinematografici e giornalisti, editori e scrittori. Ad essi, questo tipo di nuova economia globale avrebbe assicurato la maggior parte dei profitti, fino a farli incidere per la maggiore parte sui costi della produzione. Questa élite di lavoratori si immaginava avrebbe lavorato sempre più nelle grandi città e, contemporaneamente, avrebbe sviluppato una attitudine allo spostamento, cancellandosi così tra essi ogni forma di attaccamento ad un luogo. Muovendo verso l’era della fabbrica senza operai, della destrutturazione del lavoro fisso, della riduzione del costo della manodopera, era chiaro che si stavano creando - nella migliore delle ipotesi – più posti di lavoro a bassa retribuzione e sempre più a tempo parziale. Rifkin riportava pure la voce di quanti sapevano che creandosi una classe di lavoratori poveri occorresse in teoria quantomeno mantenere un livello adeguato di assistenza pubblica, di misure di protezione sociale. In sostanza, poi, lo scenario era questo: «La società umana si sta rapidamente avvicinando a un bivio: le multinazionali sono oggi in grado di produrre un volume di beni e servizi mai raggiunto nel passato, utilizzando una forza lavoro sempre meno numerosa. Le nuove tecnologie ci stanno portando verso un’era di produzione senza lavoro proprio nel momento in cui la popolazione mondiale sta esplodendo. Lo scontro tra le pressioni demografiche e le minori opportunità di lavoro determinerà la geopolitica della nascente economia globale ad alta tecnologia che ci attende nel prossimo secolo.». L’élite cosmopolita avrebbe ridisegnato i paesaggi urbani e i paesaggi tout court, concentrandosi essa in aree residenziali chiuse ed arroccate, negando quindi, anche con la stessa impronta urbanistica, ogni coinvolgimento e responsabilità nei confronti della società. Lo Stato, gli Stati nazionali tradizionalmente intesi avrebbero definitivamente ceduto potere e quindi sovranità reale in favore delle multinazionali, delle imprese globali. Soggetti, questi, che presto avrebbero accumulato patrimoni superiori al prodotto interno lordo di molti Paesi, in uno scenario in cui il valore delle materie prime, ancora gestibili dalle nazioni, sarebbe risultato inferiore al valore intrinseco dell’informazione e della comunicazione, nella produzione. Gli Stati avrebbero mostrato insomma un’inerzia troppo elevata, e si sarebbero fatti strada trattati internazionali, commerciali ed economici - il G.A.T.T., il trattato di Maastricht, il N.A.F.T.A, ai quali forse oggi dovremmo aggiungere il T.T.I.P, del quale nessuno parla davvero volentieri -, quali veri regolatori dei rapporti su vasta scala. Dunque? Continua Rifkin: «Se verrà un’epoca di disoccupazione di massa senza uguali nella storia, come risultato della sostituzione indiscriminata delle macchine all’uomo, sono basse le probabilità che si sviluppino una società altruista e attenta e una visione del mondo fondata sulla trasformazione dello spirito umano; il futuro più probabile sarebbe quello degli sconvolgimenti sociali diffusi, della violenza su larga scala, di una guerra aperta di poveri contro poveri e di tutti contro le élite che controllano l’economia globale. Se, invece, verrà perseguito un corso più illuminato, permettendo ai lavoratori di beneficiare degli incrementi di produttività abbreviando l’orario di lavoro e adeguando corrispondentemente il reddito, l’umanità potrà godere di più tempo libero di quanto ne sia mai stato sperimentato nella storia. E questo tempo libero potrà essere indirizzato a consolidare i legami della collettività e a rinnovare l’eredità democratica. Una nuova generazione potrebbe trascendere i limiti dei nazionalismi e iniziare a pensare e agire come membri del consorzio umano, con una condivisa dedizione all’altro, alla comunità, all’universo biologico.». Pareva chiaro anche allora, che i disoccupati avrebbero dovuto affrontare un destino per certi versi peggiore del colonialismo, perché votati all’irrilevanza economica: «non abbiamo bisogno di ciò che offrono e loro non possono comprare ciò che noi vendiamo», è questo il pensiero di uno tra i protagonisti del nuovo pensiero economico, richiamati dall’autore. Qui, alcuni degli inneschi dei conflitti a bassa intensità, concetto al quale pure avremmo fatto l’abitudine, guerre combattute appunto da «terroristi, banditi, guerriglieri e simili». Lavoro e criminalità, lavoro e conflitto, lavoro e guerra, nel pensiero di Rifkin sono elementi sicuramente e significativamente correlati, nonostante questa relazione venga nascosta, dimenticata o minimizzata dalle classi dirigenti di quasi ogni dove. Dunque nel remoto 1995, quando, per dire, in Italia ancora Sanremo lo presentava Pippo Baudo scortato da Anna Falchi e Claudia Koll, Jeremy Rifkin già parlava di un nuovo ordine alle porte. L’era del post-mercato avrebbe richiesto un preciso piano di azione: i progressi della produttività si sarebbero dovuti compensare con la riduzione delle ore lavorate e un aumento di salari e stipendi di milioni di lavoratori, così da garantire una equa distribuzione del frutto del progresso tecnologico; la contrazione dell’occupazione e la riduzione della spesa pubblica avrebbero dovuto far puntare l’attenzione verso l’economia del non-mercato, del terzo settore, in buona sostanza. Tra le opzioni possibili, quella probabile e quella auspicabile, come disegnate dal signor Rifkin, a che punto pare che siamo, oggi, più di venti anni dopo, tempo che per quei rapidissimi processi, a mio modo di vedere, è quasi quanto un’era geologica? A chiudere il suo ragionamento, a pagina quattrocentosessanta, l’autore ammoniva ancora che la fine del lavoro avrebbe potuto segnare la fine della nostra civiltà, oppure invece una rinascita dello spirito umano, mediante una grande trasformazione sociale. Dunque? La seconda rilettura che mi ero concesso era La grande distruzione – La natura umana e la ricostruzione di un nuovo ordine sociale, di Francis Fukuyama, sempre Baldini & Castoldi editore, 1999. Stesso scenario, stesso contesto, lo studio di Fukuyama è più particolarmente incentrato sulle implicazioni sulle strutture sociali e sulla morale delle trasformazioni delle quali riferivo. Il mondo industriale classico, disgregandosi, determina anche la destrutturazione della società per come era costruita, con essa di ogni tipo di rapporto, che sia familiare, sentimentale, affettivo. Da queste macerie, una forza nuova è comunque già all’opera, secondo Fukuyama, per ricostruire un nuovo tessuto connettivo, e questa forza non nasce dai governi e dalle religioni, ma attinge alla stessa natura umana, è una forza più biologica che politica. Interrompo qui le modeste righe, rinviando ad un futuro indeterminato e ipotetico come ogni futuro qualche annotazione anche su questo libro. Del resto, non manca mai l’occasione per niente, in un Paese che sembra fare della retorica vuota il 10% del P.I.L. e celebra volentieri sempre tutto, senza mai governare granché.

Rocco Infantino

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Rocco Infantino

Giornalista pubblicista, batterista sconveniente.

Leggo. Mi incuriosisce la fisica quantistica. Mi piace il jazz. Scrivo in privato, uso il Garamond. Credo nella sezione aurea, nell’entanglement, nel dualismo onda particella. Preferisco i film francesi, i cibi semplici, le persone semplici, i problemi semplici.

Il mio orario del cuore sono le cinque e venti. Detesto usare Domodossola nel gioco “Nomi, cose, città” e vivrei volentieri a Londra, Parigi e Roma, come la maggior parte delle vallette degli illusionisti. Fin da ragazzo ho l’età che descrive J. L. Borges in Limites. Se non svolgessi un lavoro in ambito giuridico legale, probabilmente avrei voluto essere quello che fischia nella canzone Lovely head dei Goldfrapp.

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