logo2017

Commenta gli Articoli di Gocce!!!

Finalmente puoi commentare gli articoli di Goccedautore.it. Devi semplicemnte registrarti !!!

LOGO B 2 1

Domenica, 27 Settembre 2015 19:26

Nobody and soul

Scritto da 

Amy appariva rasserenata, accanto a quell’uomo molto avanti negli anni che cantava con lei. Qualche minuto dopo, la stessa voce di Tony Bennett, resa appena meno fluida dall’evidente turbamento, spiegava con rammarico che avrebbe voluto dirle: “Rallenta, rallenta, tu sei troppo importante. La vita ti insegna a vivere, se solo la vivi abbastanza a lungo”. editoriale amy1 Del film documentario di Asif Kapadia, Amy - The girl behind the name, uscito in contemporanea nelle sale italiane per tre giorni poco più che una settimana fa, non riesco a togliermi dalla mente queste parole. Come pure non riesco a togliermi dall’animo una frustrante sensazione di tristezza per la drammatica vicenda umana della cantante, della giovane donna, dell’artista, della ragazzina. Vederne raccontati i tratti privati, intimi, attingendo a materiali una volta non convenzionali come filmati amatoriali, fotografie e riprese private, registrazioni, rende più difficile non domandarsi: perché. Amy Winehouse era una ragazza di talento. Possedeva una voce straordinaria, un orecchio assoluto, come ripete lo stesso Bennett, e poi gusto compositivo, eleganza nello scrivere. Era lucida, nella sua arte, come pochi alla sua età. E come tanti alla sua età, invece, probabilmente aveva conosciuto la fragilità dei sentimenti di amicizia, la solubilità o forse la tossicità di certi legami famigliari, la vacuità di certe relazioni, la durezza e la sordità delle periferie delle società evolute, la falsità di una certa idea di successo. E tutta questa esperienza del vuoto ancora non spiega. Non spiega come la sua giovane voce da jazz pop singer, voce accostata a quelle di Ella Fitzgerald o di Billie Holiday dovesse piegare su versi senza speranza come quelli di alcune sue canzoni come Stronger than me, o Wake up alone, che sembra cominciare lì proprio dove terminava la ‘Round Midnight di Thelonius Monk – tra le più ascoltate, ma gli esempi sono troppi dippiù -, versi che vanno ben oltre le blue note del più sintattico jazz, e trasformano la malinconia esistenziale in vera disperazione. Perché? Perché ammazzarsi di alcol e di droga? Chi scrive non crede neanche alle idiozie del Club 27, per intendersi, uno dei tanti espedienti per sviare l’attenzione dalla vera questione. Qual è allora il bordo di questo vuoto? Il profilo di questa solitudine? Cosa può smuoverci da questa apparentemente totale assenza di prospettiva, di speranza? Pochi giorni dopo, leggo gli accenni stupendamente superficiali che rimbalzano sulla stampa sul saluto di Papa Francesco ai giovani del Centro culturale Padre Varela di La Habana, Cuba. editoriale amy2 Vado alla fonte, lo faccio ogni volta che posso, leggo le precise parole. Il saluto è breve, vi invito a leggerlo. Francesco parla di giovani che entrano a far parte della cultura dello scarto. Lui fa riferimento all’innesco più evidente di questo genocidio generazionale che è la mancanza di lavoro. Ok, Amy non era una senza lavoro, anzi, ma ha parimenti conosciuto le dipendenze e fors’anche il suicidio, accettato quantomeno, se non cercato; qualcos’altro ha funto da innesco, nel suo caso. E questo qualcosa a me è sembrato un vuoto di prospettive, una solitudine profonda. Francesco parla di una realtà che è radicata nel profondo dell’essere umano, di una sete di pienezza, di ciò che eleva lo spirito umano verso cose grandi come la verità, la bellezza, la giustizia e l’amore. Cosa rendeva così rapita e serena la giovane Amy mentre cantava col suo idolo, un uomo che aveva quasi il triplo dei suoi anni, un uomo non semplicemente di un’altra epoca, ma quasi di un altro mondo? Era solo la musica, era l’arte. Negli anni in cui i ponti dentro e tra le società e tra le generazioni sono saltati, rovinando con il mancato rispetto del patto sociale e del patto ambientale, l’arte costituisce ancora un linguaggio comune, forse il meno compromesso, forse il più prossimo alla verità e alla bellezza, del quale ancora disponiamo. editoriale amy3 Essa non è il fine ma è il percorso. Può ancora aiutarci a conoscere nel profondo noi stessi, e a riconoscere gli altri. Può toglierci dalla disperazione. Poi, certo, dobbiamo anche fare.

Rocco Infantino

e-max.it: your social media marketing partner
Letto 328 volte
Rocco Infantino

Giornalista pubblicista, batterista sconveniente.

Leggo. Mi incuriosisce la fisica quantistica. Mi piace il jazz. Scrivo in privato, uso il Garamond. Credo nella sezione aurea, nell’entanglement, nel dualismo onda particella. Preferisco i film francesi, i cibi semplici, le persone semplici, i problemi semplici.

Il mio orario del cuore sono le cinque e venti. Detesto usare Domodossola nel gioco “Nomi, cose, città” e vivrei volentieri a Londra, Parigi e Roma, come la maggior parte delle vallette degli illusionisti. Fin da ragazzo ho l’età che descrive J. L. Borges in Limites. Se non svolgessi un lavoro in ambito giuridico legale, probabilmente avrei voluto essere quello che fischia nella canzone Lovely head dei Goldfrapp.

Devi effettuare il login per inviare commenti

Iscriviti alla Newsletter di Gocce D'Autore