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Domenica, 29 Gennaio 2017 13:39

La morte liquida

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editorialeC’è un viaggio estremo che anche le menti più grandi sono destinate a compiere, più duro che la discesa nell’Ade, definitivo nella sua essenza eppure transitorio come pochi, un viaggio che testimonia la sopravvivenza, l’ultravivenza, si direbbe, ma che sempre si accompagna alla morte.

È il viaggio che dalle più alte vette di austeri e reconditi scaffali, e in ombra, porta, seguendo la corrente invisibile come un mormorio fino di presso al banco dell’addetto, nelle librerie, quasi al cospetto del registratore di cassa. Che sia scrittore, filosofo, cazzàro, magari, poeta finanche, quando l’autore conosciuto muore, una qualunque sua opera, meglio se breve, fino allora inarrivabile, perché ostica assai eppoi costosa immancabilmente nell’edizione, come una fiammella, come un fuoco fatuo indebolendosi trascolora, sotto i dieci euro magari e immancabilmente, in un libello alla portata di ogni palmo. L’Autore è morto, prendiamolo, si, per soprappiù sui libri che chiedevo, si sa mai che acquistino valore le sue parole, come succede ai pittori e ai loro quadri, dacché non possono più, né loro né lui, imbrattare tele o pagine con le proprie visioni. In certi frangenti la cultura, parola bella come poche, è il belletto preferito del pensiero borghese, che accetta di contraddirsi pur di affermarsi. C’è un senso di compiutezza, di pace, di sicurezza, non importa se funereo, stai a vedere il capello, nel leggere, dippiù, nel possedere un Autore morto: egli non può più cambiare idea, evolvere a sua volta, controbattere, precisare. Replicare. Insistere. Ancora, è come nella savana, ancora e sempre: la più temibile delle fiere, una volta che giaccia al suolo esanime, non è più avversario o alleato, è un pasto fumante, sarà una carcassa tra poco. L’Autore che muore toglie il fastidio, egli comincia a coincidere perfettamente e soltanto con la sua opera, chi possiede la sua opera possiede Lui, senza scarto, senza sfreddo, senza tara. Mentre si compie lo spoglio del sé da sé, il pensiero diventa oggetto. Non importa che dicesse, non importa. Parlava di lui? Di noi? Del nostro mondo malato, senza prospettive, innaturale, insensato, ottuso? Non importa. È morto, è mio. Dove finisce il suo spirito critico? Il suo spirito critico è un soldatino di stagno con una gamba sola, ritto su una barchetta di carta che fende la corrente di un rivolo d’acqua al bordo della strada. E scomparirà inghiottito da un tombino, riapparirà tra le interiora d’un pesce, sul tavolaccio d’una cuoca, sposerà la bellezza di turno fattasi ballerina. Per cinque euro ho comprato Zygmunt Bauman, Scrivere il futuro, Castelvecchi editore, ieri. È breve, è piccolo, lo metto in bagno magari. Domani vado a vedere Riccardo Rossi a teatro che mi spiega qual è attualmente il senso della vita.

Rocco Infantino

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Rocco Infantino

Giornalista pubblicista, batterista sconveniente.

Leggo. Mi incuriosisce la fisica quantistica. Mi piace il jazz. Scrivo in privato, uso il Garamond. Credo nella sezione aurea, nell’entanglement, nel dualismo onda particella. Preferisco i film francesi, i cibi semplici, le persone semplici, i problemi semplici.

Il mio orario del cuore sono le cinque e venti. Detesto usare Domodossola nel gioco “Nomi, cose, città” e vivrei volentieri a Londra, Parigi e Roma, come la maggior parte delle vallette degli illusionisti. Fin da ragazzo ho l’età che descrive J. L. Borges in Limites. Se non svolgessi un lavoro in ambito giuridico legale, probabilmente avrei voluto essere quello che fischia nella canzone Lovely head dei Goldfrapp.

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