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Giovedì, 14 Febbraio 2019 16:03

La macchina etnea

Scritto da 

editoriale 1

Per uscire da un vicolo cieco bisogna prenderne un altro. Questa è l’opinione di Monsieur Songe.

 Tale verità trovo che s’attagli non di rado ai casi della vita. Chiarirò tra un momento dove io abbia incontrato questo signore. L’editoriale che apriva lo scorso numero di questa rivista, firmato da Vito Coviello, proponeva un promemoria per l’anno che s’accredita, tutto incentrato sull’idea di futuro. Il nostro futuro attuale, favorendo l’ossimoro, si muove e si formerà, secondo il mio giovane amico, tra l’analogico e l’avanzare della frontiera tecnologica, assecondando l’energia generatrice delle idee, maturando l’idea dell’io. Lui, che conserva in sé più futuro di quanto possa tenerne chi scrive, consegna questo complesso campo di forze alla capacità regolatrice dell’equilibrio: un equilibrio dinamico, proprio del movimento, del progredire. L’equilibrio indicato da Coviello non è la statica contrapposizione dei carichi che si fa materia nella chiave di volta di un arco di pietra, è invece il confluire e il comporsi di spinte affluenti verso le mille direzioni possibili, e il loro ramificarsi, sull’infinito piano dell’esistere. È una visione positiva, spiegata dalla prospettiva lunga che naturalmente il suo sguardo possiede, ed è, se vogliamo, anche nobile, perché non è mai giustificato negarsi e negare al mondo delle possibilità, anche quando il momento pare senza soluzione, e non è dunque mai il caso di chiamarsi fuori, dal mondo o da sé stessi. Aggiungerò, solo per confondere un poco le idee come si conviene talvolta per tentare di rendere le letture più interessanti, che nutro il sospetto che non vi siano vere uscite dal mondo, per usare un’espressione cara a un autore a me caro: una volta che siamo, siamo sempre, e possiamo solo mutare. Persino le più estreme visioni alchemiche, per quel niente che io ne sappia, non prevedono un passaggio tra essere e non essere, semmai un travaso tra diversi stati dell’essere, e già in questo ci sarebbe di che rimanere sgomenti, peraltro. Ma non divago. Monsieur Songe, che aveva trascurato per molti anni di scrivere le sue memorie – sto riassumendo ciò che egli stesso mirabilmente annota – mi dice che una mattina pensa di riprendere il suo lavoro, e per far questo recupera le sue vecchie, buone abitudini. Si alza presto, colazione con caffè e una tartina imburrata, e via. Si ritrova, Monsieur Songe, poco dopo, cartella sotto il braccio, sulla strada della scuola, e se ne accorge, si accorge di essere ridiventato scolaro, uno scolaro con i reumatismi, vedendosi riflesso nella vetrina del macellaio. Cosa lo ha riportato all’infanzia? Dove si annida l’errore, in questo pur docile meccanismo? Torna a casa, passa in rassegna mentalmente tutti i suoi movimenti, dev’essere stata la colazione: “Deve essere la tartina, dice, sono sessant’anni che non ne mangio più”. Annota per l’indomani “attenzione tartina”, ma la falsa manovra lo ha turbato ormai, si rimette a letto e s’addormenta.

Un altro caro, vecchio signore, col quale pure nella mia prima giovinezza m’intrattenni talvolta in amabili scambi, forse solo – chi può davvero dirlo? – un tantino più concreto del primo, tale Jean-Paul Sartre, evocato chissà come dal mio inconscio proprio in questi giorni, torna per ricordarmi di quel particolare miraggio che spesso si para davanti ai nostri occhi e che fa sì che l’avvenire risulti più reale del presente. È il meccanismo sperimentato da tutti, se ci pensiamo: “in una vita condotta a termine”, lui dice, “è la fine ad essere considerata la verità dall’inizio”. La storia di un uomo, di ogni uomo, assume una certa circolarità, per via della quale essa si riassume in ogni suo singolo momento. Non è una visione troppo cervellotica: pensiamo a quante volte nella nostra esperienza comune, leggendo di un tale pittore, ascoltando la bio di tale cantante prima del pezzo, o anche riferendo agli amici di un cugino molto bravo, iniziamo quasi naturalmente col sentire, leggere o dire noi stessi: “fin da bambino...”. E tutti invece, se volessimo esser rigorosi, proprio tutti, il cantante, Jean-Paul, io, voi, mio cugino, da bambini eravamo bambini e punto. O no? Che lo vogliamo o no, che lo sappiamo o no, mentre scrivo mi vien fatto di pensare, portiamo latente in noi stessi un conflitto geometrico: la linearità della vita, la ciclicità della vita. Il futuro è un punto ipotetico sospinto verso l’infinito sull’apparente semiretta della nostra esistenza o è magari il centro del cerchio che tendiamo a disegnare, quando definiamo una vita compiuta? Questo è un modesto editoriale, non può proporre, non posso certo io, le basi di una visione dell’esistere fondata su geometrie non euclidee, ma la suggestione resta. Se mettiamo in relazione il concetto di “io” con le potenzialità della tecnologia, oggi, che viene fuori? Che s’intravvede? Scrivevo, tempo fa, da queste stesse colonne, con la lucidità propria dell’incompetente, di come l’ibridazione uomo - natura - tecnologia sia già una realtà, lo facevo riferendo di certi studi ad esempio di Miguel Benasayag; pure, già tempo fa, da queste stesse colonne, provai a trasferire una parte della suggestione che mi prendeva apprendendo che una delle più antiche “tecnologie” che conosciamo, la scrittura, e con essa la lettura, sia stata e sia ancora capace, in ogni esemplare umano, di determinare non un semplice quanto astratto arricchimento del mondo interiore delle idee di ciascuno, ma addirittura concrete mutazioni delle strutture neuronali del cervello-organo. Le tecnologie, quelle moderne e, se vogliamo, queste prototecnologie più vicine agli archetipi, più vicine ai segni puri che non alla materia, ma non meno potenti, ci cambiano, ci potenziano, ci favoriscono o ci aiutano; ci mutano? In verità, l’accelerazione tecnologica ha già prodotto un radicale mutamento di orizzonte. Oggi nel dibattito comune s’impone, come tema strutturato, il transumanesimo. Non si tratta più d’inventare e di usare congegni per vederci chiaro di notte, per origliare attraverso le pareti, per fare salti di gazzella, o ricordare tutte le date, e neanche di fare a meno di uno, due reni, e campare normalmente. Oggi si lavora per affrontare quella che in molti ritengono la grande offesa che la natura abbia fatto all’uomo: la morte. Questa esistenza limitata, queste capacità tutte legate alle sole potenzialità a base di carbonio, sono queste, per molti, la frontiera da abbattere, il tabù da profanare. La tecnologia non dovrà essere, in quest’ottica, un semplice ausilio, sarà la nuova piattaforma stessa dell’esistere, il luogo-non luogo dove trasferire memoria, coscienza, potenza. La tecnologia totale, per così dire, vissuta più che praticata, per liberarci della nostra intima natura, in un moto di ribellione totale, nel quale travolgere anche il nostro pianeta perché inessenziale e in prospettiva esso stesso estraneo, la nostra dimensione temporale in quanto temporanea, il nostro legame con la biologia. Si parte dalle smart drugs, dal potenziamento cognitivo, si passa dalla emulazione del cervello, si arriva alla generazione di idee di totale matrice tecnologica, senza alcun apporto umano. Anche il corpo, questo sacro, vecchio simulacro si adatta, deve, dovrà adattarsi a reggere l’eternità o a essere radicalmente sostituito, licenziato dall’essere umano per ristrutturazione. Non è fantascienza, è il dibattito attualissimo di oggi: l’hanno generato, arricchito, lo stanno affinando in tanti, e tra questi tanti si trovano menti neanche nascoste nell’ombra, nomi conosciutissimi come Elon Musk, Peter Thiel, Bill Gates, Stephen Hawkings, Ray Kurzveil, Eric Schmidt. Tutti sappiamo chi sono, cosa facevano e fanno, ma l’idea di fondo è questa: superare l’uomo. E non parlo, ripeto, di storielle confinate nelle deliziose vecchie pagine a due colonne dei volumetti della collana Urania di Mondadori degli anni Cinquanta. Mentre scrivo, già migliaia di teste umane, con o senza corpo al seguito, sono in sospensione, congelate nel momento del trapasso, in un hangar poco distante dall’aeroporto di Phoenix, negli Stati Uniti, o in altri tre altrettanto ameni depositi nel mondo, in paziente attesa che, giunti al punto tecnologico di volta, le loro legittime identità tornino, e definitivamente, a vivere. A questo si sta lavorando, questo è il tema. Consiglio, per il mio vezzo di ancorarmi ai libri e per non apparire a mia volta entusiasta – non lo sono affatto e proverò a dire perché – o visionario, tra i mille, un agile volume di un giornalista free lance irlandese, Essere una macchina, di Mark O’Connell, (Adelphi, 2018); sappiatemi dire. Per parte mia, vi dirò, non vedo il mio futuro come infinito e non considero la morte un problema, men che meno un’offesa. E trovo anzi – come dire? – un po’ infantile voler rimanere oltre il necessario ancorati a questo stato dell’essere, si, quello attuale come tutti lo conosciamo. Ho riletto in un fiato, poche sere fa, indotto da un amabile suggerimento, le calde pagine – si, calde, non so dire meglio – di un grande siciliano, catanese di adozione, il Vitaliano Brancati de I piaceri, riassaporandovi con immediatezza la fragranza stessa dell’umanità biologica, della finitezza, della goffaggine, perfino, del godimento dell’essere umani, tutte parafrasi della vita, dalla tavola al sesso, dalla memoria alla crudeltà, senz’escludere l’amicizia e anche la disperazione, la maldicenza, il malumore; tutte a modo proprio anagramma della morte. Francamente non saprei se torneremo polvere, se diventeremo farfalla, non so se aspettarmi davvero l’incontro di tutte le divinità pacifiche, e poi di tutte le divinità infuriate, e di tutte le altre divinità e entità, e il mio saperle riconoscere, nei quarantanove giorni dalla mia dipartita, secondo la tradizione del Libro tibetano dei morti, ma, nel caso, non vorrei farle aspettare oltre il consentito, non sarebbe educazione. Il futuro io lo vedrei meglio orientato a rispondere alla domanda “io chi sono?” che a quella che suona “quanto posso durare?”. Prendere consapevolezza, olistica, piena consapevolezza, più che coltivare una nuova idea di potenza. Quelle di un tempo duravano secoli, lo sappiamo, ma non sappiamo, in fondo, se sapevano d’essere lavatrici. Monsieur Songe? Ah, già: lo trovate nelle pagine dell’omonimo volume di Robert Pinget, un ginevrino di lingua francese amico di Samuel Beckett, per farvene fare un’idea approssimativa assai, nato nel ’19 e morto – è certo – nel 1997. Nato nel ’19, nel 1919, cento anni fa esatti. Mica quest’anno.

Rocco Infantino

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Rocco Infantino

Giornalista pubblicista, batterista sconveniente.

Leggo. Mi incuriosisce la fisica quantistica. Mi piace il jazz. Scrivo in privato, uso il Garamond. Credo nella sezione aurea, nell’entanglement, nel dualismo onda particella. Preferisco i film francesi, i cibi semplici, le persone semplici, i problemi semplici.

Il mio orario del cuore sono le cinque e venti. Detesto usare Domodossola nel gioco “Nomi, cose, città” e vivrei volentieri a Londra, Parigi e Roma, come la maggior parte delle vallette degli illusionisti. Fin da ragazzo ho l’età che descrive J. L. Borges in Limites. Se non svolgessi un lavoro in ambito giuridico legale, probabilmente avrei voluto essere quello che fischia nella canzone Lovely head dei Goldfrapp.

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