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Lunedì, 21 Novembre 2016 19:12

La luna

Scritto da 

editoriale

Il fatto culturale che più mi ha colpito nei giorni scorsi è stata la luna. La luna era piena, e quindi appariva rotonda. Rotonda e luminosa.

Essa era anche a una distanza molto ravvicinata dalla Terra. Era più vicina, rotonda, luminosa. Ben visibile, insomma, al netto delle nuvole e dei lampioni. Uno non si stancherebbe mai di guardare la luna. Così io. E mi domando: la luna ci guarda, a noi? Noi giriamo, giriamo, lei mostra sempre la stessa faccia.Ce lo hanno spiegato già da piccoli, a scuola, che così funziona questo gioco di biglie dei pianeti e tutto il resto. Io però credo che sia fatto apposta. Questo fatto del mostrare sempre la stessa faccia, voglio dire. Non importa se la guardiamo a occhio nudo, così piccina, o se usiamo una lente potente, che ci possa chessò, dare l’illusione di distinguerne i tratti della superficie, i crateri, le asperità, le vallate. Gli scienziati ci dicono che essa ci mostra il cinquantanove per cento della sua superficie, nulla più. Se rimaniamo sulla Terra, più inventiamo binocoli, cannocchiali, telescopi, più e più potenti, e meglio, più grande, più dettagliata la vediamo. La faccia resta quella. Rimanendo coi piedi per terra non sapremo mai cosa c’è dietro. Lei intanto si gode i nostri paesaggi della Birmania, per dire, o della Nuova Zelanda, o della Bolivia o l’Islanda o la Cina. In breve lei saprà tutto di noi. Noi no. Se compro su internet una bella giacca di pelle, o un paio di occhiali da sole, dopo un poco gli spazi pubblicitari del mio quotidiano on line si riempiranno di occhiali e pellami, se ascolto un paio di pezzi di Eric Clapton, Youtube prenderà a propormi i Cream o Mark Knopfler. Così reagirà Amazon, che se compro Tolstoj, mi fa presente che potrà interessarmi anche Cechov. Se su un social metto un mi piace, a scelta, su un post razzista oppure su uno ambientalista, mi verranno proposti alternativamente decine di gruppi di “amici delle sequoie” o di seguaci di “scuoia il diverso”. Compreso il gioco ci si può far di tutto. La luna ci guarda durante tutta la nostra rotazione, durante tutte le nostre rivoluzioni mancate, e ci offre sempre soltanto una faccia. La luna diventa uno specchio. La luna ci dà terrore e sicurezza, protezione e morte, svago e significato, insensatezza, convinzione. Certi giorni mi sento osservato, con la spalla cadente dentro un giubbotto grande un tantino, lenti a specchio ma il sole è già andato, mentre infilo foglie autunnali tra le pagine dello Zio Vanja, nella testa mi frulla il refrain di Strange Brew - ma dove l’ho presa? - e mi fermo a pensare, però, troppi neri qui intorno.

Rocco Infantino

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Rocco Infantino

Giornalista pubblicista, batterista sconveniente.

Leggo. Mi incuriosisce la fisica quantistica. Mi piace il jazz. Scrivo in privato, uso il Garamond. Credo nella sezione aurea, nell’entanglement, nel dualismo onda particella. Preferisco i film francesi, i cibi semplici, le persone semplici, i problemi semplici.

Il mio orario del cuore sono le cinque e venti. Detesto usare Domodossola nel gioco “Nomi, cose, città” e vivrei volentieri a Londra, Parigi e Roma, come la maggior parte delle vallette degli illusionisti. Fin da ragazzo ho l’età che descrive J. L. Borges in Limites. Se non svolgessi un lavoro in ambito giuridico legale, probabilmente avrei voluto essere quello che fischia nella canzone Lovely head dei Goldfrapp.

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