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Domenica, 08 Maggio 2016 12:56

La fine del quarto dattilo

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colore verde petrolioTroppo frettolosamente si chiude la discussione sul petrolio, sullo sfruttamento dei giacimenti, sulle condizioni e sulle criticità, per non dire sui disastri, ambientali. Troppo frettolosamente si archiviano gli esiti di un referendum il quale aveva il merito primario di imporre il tema; un referendum evidentemente ostile per la classe dirigente del Paese e finanche preterintenzionale per alcuni dei suoi stessi promotori. Volentieri si passerebbe già a discutere d’altro, giacché persino per la gran parte dei politici di mestiere e senz’altra qualifica - unico mestiere troppo generosamente pagato e che non conosce disoccupazione - i temi e i problemi posti, in una parola, la realtà, sono solo pretesto, in una società palesemente bloccata. Eppure, nelle più avverse condizioni democratiche, quando finanche nonuagenari presidenti emeriti bizantinavano contro lo spirito limpido della espressione del voto popolare, a votare si sono presentati in quindici milioni, ottocentoseimila e quattrocentottantotto. E di questi, più di tredici milioni e trecentotrentamila hanno votato per il SI. Sono cittadini. Sono persone. Evidentemente tuttavia non bastano, tante persone, per proporre una discussione compiuta sui temi dello sfruttamento dell’ambiente. E neanche basterà quello che stancamente, e tardivamente, emerge per via giudiziaria. Non basta quello che si vede già, quello che si sa già, sugli interramenti, sulle reiniezioni, sulle bonifiche finte o mancate, sui rifiuti, sulle falsificazioni, sulle omissioni, sulle irreversibili trasformazioni, sugli avvelenamenti, sulle radiazioni, sugli incidenti mancati, e quelli taciuti, silenziati, derubricati, reiterati e obliterati assieme. E sulle conseguenze, sulle morti, sulle malattie? Occorreva davvero che nella indolente mancata primavera del 2016 drappelli di carabinieri del NOE  s’affannassero in giro per la Basilicata a mettere insieme, finalmente, raccogliticce pile di cartelle cliniche, racimolate non senza sudare, perché solo ora venisse il sospetto, un acuto quanto improvviso lampo di genio, che possa esservi una certa quale relazione tra uno sfruttamento intensivo e soprattutto mal praticato del territorio e la crescita dell’incidenza di malattie soprattutto tumorali tra una popolazione residente troppo esposta? Cionondimeno ormai un numero sempre crescente di persone, di persone, domanda, con strumenti democratici, di avviare una discussione finalmente vera sui temi dell’ambiente. Che non sia un gioco tra politicanti, che non sia un mottetto superficiale e provinciale, che non abbia esiti preconfezionati. È chiedere troppo? È o non è un diritto? Non le si prenda per bucolici, per sognatori, quelle persone, non le si conti come un intralcio marginale e controllabile sulla via del profitto. Non sono figli di una visione pastorale della vita fuori della storia; hanno invece idee serie, praticabili, e non si arrendono a credere che non vi sia alternativa all’attuale modo di sfruttare le risorse disponibili. L’idea che non si diano alternative praticabili, in politica, nell’economia, nell’ambiente, nella scienza, l’idea che fuor di quello che è tutto il resto sia un irresponsabile salto nel buio, è il nocciolo del più becero oscurantismo e nasconde malamente il gioco della conservazione del potere. Sembrano passati secoli sotto questo cielo eppure era appena ieri quando, fiero con il fiocco delle classi elementari, ascoltavo la maestra parlare di madre Patria e di madre Natura. Alla seconda abbiamo domandato troppo. La prima troppo spesso appare matrigna.

Rocco Infantino

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Rocco Infantino

Giornalista pubblicista, batterista sconveniente.

Leggo. Mi incuriosisce la fisica quantistica. Mi piace il jazz. Scrivo in privato, uso il Garamond. Credo nella sezione aurea, nell’entanglement, nel dualismo onda particella. Preferisco i film francesi, i cibi semplici, le persone semplici, i problemi semplici.

Il mio orario del cuore sono le cinque e venti. Detesto usare Domodossola nel gioco “Nomi, cose, città” e vivrei volentieri a Londra, Parigi e Roma, come la maggior parte delle vallette degli illusionisti. Fin da ragazzo ho l’età che descrive J. L. Borges in Limites. Se non svolgessi un lavoro in ambito giuridico legale, probabilmente avrei voluto essere quello che fischia nella canzone Lovely head dei Goldfrapp.

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