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Domenica, 12 Febbraio 2017 17:54

La bravura non premia

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editoriale 1

Anni addietro feci un provino per entrare nella redazione televisiva di un’emittente locale. Mi fecero leggere delle notizie, me le fecero commentare, mi fecero tornare il giorno successivo per simulare un collegamento in diretta e provare un’intervista. Al termine della due giorni il regista che mi esaminò emise il suo verdetto: “Eva, mi disse, c’è un problema. Sei troppo brava”. Infatti non venni presa.

Passarono alcuni mesi, durante i quali continuai la mia sterile e poco congrua collaborazione giornalistica con quella testata giornalistica, e finalmente fui contattata dalla segreteria per avviare un nuovo rapporto di lavoro. Seppi dopo che il regista dovette battersi con l’editore e il direttore per farmi avere quel posto da conduttrice del tg. Esperienza positiva, che ricordo ancora con piacere, perché scoprii che era proprio quello il mestiere che volevo fare. Mi piaceva così tanto che i primi tempi non mi accorgevo neanche delle 10 ore trascorse in redazione. Mi alzavo felice la mattina perché ogni giorno era diverso dal precedente. Nuove storie da conoscere e da raccontare, nuove persone da intervistare, nuovi approcci alle notizie da comprendere e comunicare. E poi c’era un bell’afflato con le colleghe giornaliste, oggi amiche inseparabili, e con i colleghi del settore riprese e montaggio, con alcuni dei quali è nata un’amicizia inossidabile. Quell’estate, calda e afosa come poche, non mi pesava neanche mettermi in macchina alle 14,30 (senza aria condizionata) e percorrere due ore sotto il sole rovente per raggiungere mio figlio di sei anni al mare con la mia famiglia e poi ripartire l’indomani mattina alle 6,00 per essere al mio posto di lavoro alle 8,00 in punto. Ero felice!

La favola però finì dopo pochi mesi perché, dopo aver chiesto insistentemente gli arretrati di due anni, fui cacciata. E il sogno svanì. Qualche tempo dopo feci un altro colloquio, più breve e sbrigativo del precedente. Questa volta andai dal caporedattore di una importante testata giornalistica il quale con una risata mi rispose: “signora, non ha quel Master in giornalismo, ha superato i 33 anni, è solo pubblicista ed ha pure un figlio! La sua è una situazione drammatica! Ma faccia pure domanda per la graduatoria dei precari, potrebbe capitare, ma è improbabile, che la chiameremo”. Lo salutai, lo ringraziai per avermi dedicato il suo tempo e me ne andai.

Da allora ho svolto tanti lavori, tanti uffici stampa, tante presentazioni, tante moderazioni, tante collaborazioni, tanto di tutto, ma tutto di una transitorietà assoluta. Nascevano e morivano nel giro di pochi giorni. Presi ad occuparmi di un ufficio stampa di un circolo culturale tra i più blasonati della mia città, lo facevo gratuitamente, e presentavo la loro manifestazione di punta alla quale prendevano parte intellettuali e personalità del mondo accademico nazionale e internazionale. Un bel giorno, entrando nella sede per preparare i comunicati del nuovo evento, trovai il posto occupato da un’altra persona. Mi fu detto: “da oggi sarà lei ad occuparsi della comunicazione”. Non una parola di più, né il tentativo di una spiegazione. E poi ancora un’altra esperienza in un altro organismo di categoria che, dopo un periodo di prova, mi ha sostituita senza prendersi la briga di dirmi nulla. Nel frattempo arrivò finalmente un contratto a tempo indeterminato…da non crederci…avevo già 42 anni e non mi sembrava vero. Ed era anche un buon posto, si trattava di un giornale radio. Ma poi il capo dei capi decise di tagliare questo servizio perché ritenuto inutile, troppe spese che gravavano sull’Ente e anche questa favola finì dopo due anni. E ne potrei raccontare delle altre, ma mi fermo qui.  

Perché raccontarvi la mia storia? Perché mi ha toccato profondamente quella di Michele, il giovane trentenne di Udine che non ha resistito a questa società, ed ha deciso di non farne più parte. Non ha più voluto essere complice di un sistema che inganna e condanna. Tanti, troppi i casi di suicidio a causa della mancanza di lavoro e i vertici istituzionali, gli uomini che stanno sulla punta più alta di questa società, non se ne accorgono. Non ci vedono proprio! Noi ci affanniamo tutti i giorni per dare un senso alle nostre esistenze senza chiedere nulla agli altri, il lavoro è un diritto sancito dal primo articolo della nostra Carta, ma sembra che i punti in alto non lo sappiano più. Le trafile, i colloqui, i patimenti, le corse, lo studio, la preparazione, le mortificazioni sono ormai l’imperativo kantiano di questa epoca. Soffri tu! Patisci tu! Mortificati tu! Muori tu! E’ vero quello che Michele ha scritto nella sua disperata lettera di addio, “ci hanno rubato la felicità”. Ma non possono rubarci anche la vita Michele, non possiamo farci ingoiare dalla voragine della disumanità che purtroppo si è aperta ai nostri piedi. Occorre andare avanti, girarci intorno, trovare altri appigli, altre strade, ci sono i nostri affetti più grandi cui non possiamo infliggere una pena così enorme. Il mio pensiero va a te Michele, ai tuoi familiari che non troveranno più la pace. Non ci sono parole che possano confortare un lutto così grande. Il fallimento non è il nostro, ma di questa società che è malata e piena di contraddizioni, che ci tolto il presente prima ancora che il futuro. C’è un bel libro che avrei potuto consigliare a Michele e a chi si trova sul baratro della depressione, è Storia di un uomo che digeriva male, di Wells, in cui il protagonista, Mr Polly, conosce il cambiamento e da uomo “fallito” diventa un uomo di successo perché è riuscito a trasformare in nuove occasioni i suoi insuccessi. Dobbiamo combattere insieme questa battaglia per non sentirci stranieri nella nostra terra, per non continuare a vagare per il mondo come osservatori perenni senza mai entrarvi.    

Eva Bonitatibus  

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Eva Bonitatibus

Giornalista pubblicista

I libri sono la mia perdizione. Amo ascoltare le storie e amo scriverle. Ma il mio sguardo curioso si rivolge ovunque, purché attinga bellezza e raffinatezza.

La musica è il mio alveo, l’arte la mia prospettiva, la danza il mio riferimento. Inguaribile sognatrice, penso ancora che arriverà un domani…

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