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Venerdì, 23 Giugno 2017 18:50

Il vuoto, dopo.

Scritto da 

editoriale

Due piccoli pomeriggi torinesi liberano scampoli di tempo da impegni di lavoro. Illudendomi di riuscirci, nella complessità data dagli orari, dal caldo improvviso e deciso e dalla mia indole profondamente meridionale che mi spingerebbe verso l’immobilità contemplativa, mi guardo intorno. Tra le mille, colgo alcune interessanti prospettive.

Ad attrarmi subito sarebbe la mostra allestita presso il Museo d’Arte Orientale dal titolo Dall’antica alla nuova via della seta: settanta opere antiche che testimoniano della storia millenaria dei rapporti, culturali prima che semplicemente commerciali, tra la Cina e l’Europa. Sarebbe il momento buono, peraltro, per approfondire il tema, visto l’impegno con il quale il Presidente della Repubblica Popolare Cinese, Xi Jinping, sta promuovendo da qualche anno una nuova rete di infrastrutture di comunicazione soprattutto in Eurasia, ma di portata potenzialmente globale, che individua proprio come una nuova via della seta, e sarà fatta di linee ferroviarie ad alta velocità, porti, autostrade, reti elettriche. Seguo invece in streaming, dalla mia camera a poche centinaia di metri di distanza dal luogo, parte della conferenza dal titolo Egitto Pompei, che il Prof. Massimo Osanna, Direttore Generale della Soprintendenza Pompei, tiene presso il Museo Egizio, in occasione della mostra Il Nilo a Pompei – Visioni d’Egitto nel mondo Romano. Nella sua introduzione, il Direttore del Museo Egizio, Christian Greco, ricorda come questa torinese fosse già considerata nel tempo una Soprintendenza extraterritoriale, a motivo della provenienza allogena della cultura materiale alloggiata e, allargando l’orizzonte d’osservazione, come nessun Paese più dell’Italia manifesti una presenza e una influenza risalenti della cultura egizia. Dal canto suo il relatore, partendo dallo stato delle cose al nono secolo A.C., subito descrive il bacino del Mediterraneo come il luogo delle più fluide connessioni tra le genti, lo specchio di una diffusa mobilità delle popolazioni mediterranee, il contesto di una già matura e compiuta interculturalità. Se le vie per la Cina, benché affascinanti siano lunghe da percorrere e se le rotte del mare nostrum si dimostrino più agevoli, essendo io alloggiato pressoché a Piazza Castello, Google Maps mi informa che ci metterei meno di dieci piccoli minuti per raggiungere una di queste destinazioni. Sono piantato qui, dunque, nel mio tempo, con la testa tra l’Oriente estremo e il Medio Oriente. Ma quando più tardi mi vinco e mi convinco a uscire, andando a passo moderato per le strade del centro, arrivato a tenere alla mia destra un lato di Piazza Carignano, avverto che il momento è particolare. La piazza è completamente vuota, degli agenti stanno srotolando un nastro bicolore con il quale disegnano un profilo grande due terzi della sua luce, e piano, senza rumore, uno a uno, man mano che si avvicinano, allontanano i passanti, quelli come me, dal luogo, domandano loro cortesemente ma fermamente di cambiare strada. Mi sforzo di comprendere. Nel vuoto innaturale della piazza campeggia un piccolo trolley da viaggio grigio o forse nero, apparentemente abbandonato. Credo si sia pensato subito a un possibile attentato. Ora arrivano anche altri agenti, tra essi degli artificieri. Il bagaglio è lì fermo, nessuno degli astanti o fra i curiosi lo reclama come proprio, si teme si tratti di una bomba. Non so descrivere gli sguardi delle persone che incrocio, l’espressione dei poliziotti. A dire il vero, mi pare di non avere il completo dominio neanche dei miei pensieri più immediati. Avverto come un vuoto di intenzioni e una netta incapacità a elaborare attorno a quel fatto, una piazza che si svuota, un pomeriggio che si svuota, un consapevole ragionamento. Vorrei essere preciso: non sto parlando di paura. Non è paura la mia, non è paura quella che leggo negli altri, nemmeno è paura quella che leggo sul volto di quei pochi i quali, obbligati dall’uniforme, stanno diversi metri dentro il perimetro ondulante del nastro a bande bianche e rosse. Lo definirei un senso di vuoto. Che cosa c’è in quel vuoto? Facciamo il gioco? Di quella pienezza che avevo nella mente fino a poco prima, cosa rimane? Dei nostri rapporti con l’Egitto di oggi che si è sbranato il nostro Giulio Regeni, con la Grecia, sorella di civiltà, che è scomparsa totalmente dalla nostra vista, e con il Libano, e con gli altri Paesi che si affacciano al Mediterraneo, e con quelli che ad essi sono a ridosso, con i quali pure abbiamo condiviso millenni di sedimentata cultura? Che rimane dei rapporti con la vicina Libia, in questo mare dall’unico flusso a senso unico che determina una immigrazione di massa e opaca, di cui non indaghiamo mai le cause e gli scopi? Cosa rimane dello stesso mare, i cui fondali custodiscono il vuoto di Ustica, il vuoto dei relitti di decine di navi dei veleni? La vita nell’Oriente estremo l’abbiamo cancellata dalla nostra piatta quotidianità unidimensionale, l’Oriente medio, così vicino è ridotto a teatro di guerra da videogioco. E noi continuiamo ad avere il vuoto negli occhi. Basta una valigia dimenticata in un punto qualunque di una nostra città per farci scoprire il vuoto dentro la nostra concezione del mondo, a spingerci verso l’inazione, a ottunderci docilmente fino a farci pensare solo che se quello è un falso allarme, allora problema non c’è. Possiamo tornare a non farci domande. Non mi riferisco alle domande sulle circostanze, non mi limito - è questo l’invito – alle apparenti evidenze della cronaca e dei fatti, come sempre rappresentate. Vorrei risposte alle domande più remote e profonde, alle domande ultime. Chi vuole terrorizzarci? E chi vuole ammazzarci? Perché? Il vuoto. Nel mio itinerare, rilevo poi che il problema, senza conseguenze, viene risolto nel volgere di un paio d’ore, qualcosa in più. Esistono minacce più profonde al nostro essere consapevolmente umani, e sono quelle i cui detonatori ammoniscono e non esplodono.

Rocco Infantino

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Rocco Infantino

Giornalista pubblicista, batterista sconveniente.

Leggo. Mi incuriosisce la fisica quantistica. Mi piace il jazz. Scrivo in privato, uso il Garamond. Credo nella sezione aurea, nell’entanglement, nel dualismo onda particella. Preferisco i film francesi, i cibi semplici, le persone semplici, i problemi semplici.

Il mio orario del cuore sono le cinque e venti. Detesto usare Domodossola nel gioco “Nomi, cose, città” e vivrei volentieri a Londra, Parigi e Roma, come la maggior parte delle vallette degli illusionisti. Fin da ragazzo ho l’età che descrive J. L. Borges in Limites. Se non svolgessi un lavoro in ambito giuridico legale, probabilmente avrei voluto essere quello che fischia nella canzone Lovely head dei Goldfrapp.

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