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Venerdì, 20 Novembre 2015 23:23

Città, cultura, postura, inquadratura

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editoriale citt1

Se si guarda dall’alto, seguendo un tratto del suo bordo che digrada verso il fiume, ma comunque nel perimetro prossimo del suo abitato, si può distinguere il profilo irregolare di una macchia nera. Ed è così, credo, che la si interiorizzi, questa città. Un grumo di inespresso attorno al quale s’addensa, o si forma, la sua moderna identità. Io vivo a Potenza. Potenza, Basilicata, Italia. La macchia nera è materiale ferroso, fattore della produzione di una acciaieria del Nord che qui ha un suo stabilimento. Questo coagulo, col suo essere latamente insalubre – esteticamente? sanitariamente? – secondo la gradazione propria di chi abbia derubricato il bisogno di bellezza e ridotto la stessa salute a costo, o peggio a mera burocrazia delle carte in ordine, accettato, tollerato o voluto, sta comunque lì a definire chi siamo. «Si deve dunque convenire che il bromuro prevale sull’inchiostro in tutti i casi in cui la presenza stessa delle cose visibili basti a sé stessa, parli da sola», così si esprimeva il poeta Paul Valéry, delegato dell’Académie française, in un  discorso tenuto alla Sorbona il 7 gennaio 1939 sul centenario della fotografia, quando questa tecnica ancora giovane portava in dote una certa oggettività per forza di cose nuova, per chi utilizzasse un qualunque altro tipo di linguaggio, quello pittorico, quello letterario, nella comunicazione e nelle relazioni. Mi sbaglierò, ma talvolta penso che dobbiamo tornare a imparare a guardare bene le cose per quelle che sono. A vederle. Spesso abbiamo un problema di sguardo e di postura. Preferiamo farcele raccontare, le cose, chinati sul flusso continuo di materiale predigerito dei notiziari, e commentari, che rigurgita finanche dai nostri telefonini, e per ciò stesso sostituiamo pezzi di realtà con pezzi di pseudorealtà nel nostro pensare. Curvi su altrui descrizioni e resoconti, rinunciamo a star dritti, ben su con la schiena, e a fissare con il nostro sguardo, un potente settanta millimetri che non crea aberrazioni nell’immagine, quello che ci sta davanti. La città va guardata. La nostra città, qualunque città. Le case, le fabbriche, le strade. Occorre mettere attenzione a quello che si vede: agli elementi dell’arte dura dell’architettura che del paesaggio urbano sono gli elementi costitutivi; alle strutture materiali che concretano e assecondano le funzioni; agli elementi dinamici di ciò che accade, nella vita delle persone e in una collettività, in questa dimensione. Del resto – sarà azzardato? – architettura e comunità che la forma e poi ne fa dimora, la pietra e la persona, in un continuo evolvere l’una nell’altra, sono soltanto due stati differenti di aggregazione della materia. Noi diamo forma alla città e la città ci forma. Questo travaso continuo è spesso travaso di bellezza. Ma non funziona soltanto con la bellezza. Questo dar forma e prender forma funziona anche con la bruttura. Con l’armonia, quando c’è. Funziona anche, io credo, con la brutalità, con la violenza. Poi magari le persone lungo la vita si spostano, e portano con sé la bellezza e la violenza. «Non c’è nascita che il bambino di qualche giorno non sia condotto davanti l’obiettivo», continuava Valéry in quell’occasione, «tra qualche decina di anni, l’uomo che egli sarà diventato potrà stupirsi … davanti all’immagine di questa creatura di cui ha esaurito il futuro». Fotografiamo, guardiamo. Ci aiuterà a riflettere, ci aiuterà a capire.

Rocco Infantino

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Rocco Infantino

Giornalista pubblicista, batterista sconveniente.

Leggo. Mi incuriosisce la fisica quantistica. Mi piace il jazz. Scrivo in privato, uso il Garamond. Credo nella sezione aurea, nell’entanglement, nel dualismo onda particella. Preferisco i film francesi, i cibi semplici, le persone semplici, i problemi semplici.

Il mio orario del cuore sono le cinque e venti. Detesto usare Domodossola nel gioco “Nomi, cose, città” e vivrei volentieri a Londra, Parigi e Roma, come la maggior parte delle vallette degli illusionisti. Fin da ragazzo ho l’età che descrive J. L. Borges in Limites. Se non svolgessi un lavoro in ambito giuridico legale, probabilmente avrei voluto essere quello che fischia nella canzone Lovely head dei Goldfrapp.

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