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Lunedì, 17 Settembre 2018 07:48

Bolla

Scritto da 

editoriale 1

Ne L’iniziazione (Editrice Antroposofica Milano, XVIII ed. italiana, 2016), illustrando per quanto consentito il percorso attraverso il quale si possa conseguire le conoscenze dei mondi superiori, quando il discorso porta all’appuntamento cruciale che ogni discepolo deve affrontare con il “piccolo guardiano della soglia”,

il primo dei due, posti a presidio del limitare delle altre dimensioni, Rudolf Steiner precisa: «L’uomo è parte di una famiglia, di un popolo, di una razza; la sua azione in questo mondo è legata alla sua appartenenza a una data collettività. […] Anche quando dici di te stesso che sei “soltanto uomo”, che tu sia così, lo devi agli spiriti delle tue comunità».

Stavo già leggendo, in questo periodo, inframmezzandola ad altre come talvolta alcune letture consentono di fare, Passo d’uomo (Editori Laterza, Bari - Roma, 2017), una lunga intervista di Antonio Gnoli a Francesco De Gregori. De Gregori è stato per lungo tempo il mio cantante preferito, per tutto il tempo in cui significasse qualcosa avere un cantante preferito, da ragazzo specialmente, sperimentando le sue canzoni per come le ascoltavo, e per come si accordavano meglio delle altre al mio modo di cantarmele e suonarmele per me soltanto, certo malamente, e per le parole che usava, e le frasi che costruiva e queste, parole e frasi, se dovessi fingermi tecnico, più ancora che le immagini che evocava. Le belle parole e le belle frasi delle sue canzoni diventavano forti emozioni, in me, direttamente, senza attivare gli occhi della mente, per così dire, senza diventare forme, visioni. Stavo dunque leggendo questo libro, con la curiosità e il timore assieme di scoprire e di non voler scoprire cosa ci fosse dietro canzoni che ho amato, con il pudore di arrivare all’uomo che le aveva scritte, col dubbio se si fosse mai presentato tra quelle pagine un bivio tra l’artista e la persona, e se, presentandosi, io avessi voluto o potuto scegliere quale strada, o anche decidere di fermarmi o di recedere, semmai, quando in uno dei vari angoli del mio studio dai quali si dipanano i maggiori percorsi delle mie letture andava a mettersi un altro volume, e la cosa non poteva proprio rimanermi indifferente. La mia vita tra le rocce e tra i libri (Associazione Italiana Biblioteche Edizioni, Roma, 2003, a cura di Andrea Paoli e con una presentazione di Alberto Petrucciani) è un libro postumo nel quale sono raccolti ricordi, riflessioni, documenti, annotazioni, stratificatisi lungo una vita, di un bibliotecario romano: Giorgio De Gregori. Giorgio De Gregori era il padre di Francesco; Francesco stesso, e il suo fratello maggiore, Luigi, compaiono, come è naturale, a un certo punto tra le pagine del volume. Ecco che mi trovo, quindi, per pura combinazione, a leggere parallelamente le storie di un padre e di un figlio, le parole dell’uno e quelle dell’altro. E quando esse, fatalmente, s’appuntano su un qualche elemento comune, quando insistono su uno stesso fatto, ne ricavo una specie di visione tridimensionale, e la piana descrizione lineare della scrittura appare, con un po’ di suggestione indotta, quasi come un ologramma verso il quale riesco a spostare angolo e punto d’osservazione. I due, padre e figlio, hanno avuto destini differenti, divergenti, ma a me che li leggo adesso sembra che in fondo non abbiano fatto altro che ricombinare, ciascuno a suo modo e secondo il suo tempo, gli stessi elementi che in varia misura costituivano i tratti caratteristici della loro famiglia. Le parole, la scrittura, proprie o d’altri, che fossero libri di intere biblioteche, per l’uno, che diventassero canzoni, per il secondo, furono e sono il loro destino. Persino la frequentazione con la musica, come documenta Giorgio nello scritto, non fece il proprio ingresso con la sola ultima – e più conosciuta – generazione di cantanti, ma aveva già innervato, generazioni prima, la gens De Gregori la quale invece, quanto a biblioteche, poteva annoverare, già in epoca risalente, dei direttori della Biblioteca Casanatense, l’antica e prestigiosa biblioteca aperta nel 1701 presso il convento di Santa Maria sopra Minerva a Roma. La mia vita tra le rocce e tra i libri è anche lo scorcio di un Paese, si giovane, dove tutto è da fare, da rifare, inventare, da sistemare, e la pacatezza, la linearità, la metodicità riflessiva e composta sebbene niente affatto fredda di Giorgio, nel descrivere i fatti, le situazioni e i momenti, nell’esporre il perché e il percome egli stesso sia arrivato a prendere le decisioni rilevanti, nella sua esperienza professionale quanto in quella famigliare, nel mettere in chiaro di queste i ragionamenti e le motivazioni sottesi, e talvolta anche i dubbi per non dire i tormenti, sono proprio quelle che toccano il lettore, che rendono viva una fonte che altrimenti risulterebbe di rilevante interesse soltanto per cronisti, storici e archivisti. Al nome di Giorgio De Gregori è legata una parte importante della storia recente delle istituzioni bibliotecarie italiane: lui è bibliotecario alla Biblioteca nazionale centrale di Firenze prima della grande guerra e, subito dopo, a Roma, dove successivamente ad altri incarichi gli viene attribuita anche la responsabilità della salvaguardia del materiale delle biblioteche tedesche. Sul finire degli anni Cinquanta viene trasferito a Pescara con l’incarico di soprintendente bibliografico per l’Abruzzo e il Molise. È lì, in quel paesaggio limpido e pulito di una città affacciata sul mare, che germogliano i primi ricordi del figlio, del Francesco De Gregori bambino dei quali, adesso, per via di qualche visuale, di qualche impressione, io riesco a individuare un filo, una traccia, nei versi di sue più vecchie canzoni. Giorgio, intanto, in quegli stessi anni è anche direttore dell’ufficio esecutivo del Centro nazionale per il catalogo unico, dove molto si impegnerà, con lavoro e con analisi, per far sorgere l’idea di una catalogazione uniforme del patrimonio bibliotecario nazionale, come strumento per una sua concreta, moderna, semplificata e piena accessibilità da parte di tutti. Nei successivi anni, e fino al termine della sua attività lavorativa sul finire degli anni Settanta, Giorgio De Gregori dirigerà la Biblioteca della Corte costituzionale. Ordinato, metodico e rigoroso, il De Gregori padre tutto è, tuttavia, fuorché un burocrate dei libri, e se da un canto la sua vaglia di studioso delle biblioteche è resa evidente dai suoi numerosi scritti saggistici pubblicati nelle maggiori riviste professionali, in miscellanee e in atti di convegni, dall’altra la passione dell’uomo tutt’altro che distaccato, anzi “compromesso”, come si direbbe con un termine una volta nobile, con il mondo, la si ritrova in episodi tangibili, come ad esempio il gran lavoro svolto in prima linea in occasione dell’alluvione di Firenze del 4 novembre 1966. Lì De Gregori Giorgio, richiesto, accorre per salvare un patrimonio librario inestimabile dall’offesa del fango: dorme in terra su un pagliericcio tra quelli allestiti negli uffici trasformati in dormitori, provvede al carico dei libri sugli autocarri che li portano agli essiccatoi: quelli dello stabilimento Richard Ginori di Sesto Fiorentino, intanto, dove prendono il posto delle ceramiche e delle porcellane, quelli delle manifatture dei tabacchi, in diverse zone del Paese, dove lungo i filari metallici prendono il posto delle foglie di tabacco, o quelli che li portano verso il riparo offerto presso il palazzo della Civiltà del Lavoro dell’EUR, a Roma. Lì, all’EUR, tra schiere di giovani si prestava anche Luigi, il primogenito, mentre Francesco, appena quindicenne, si era precipitato direttamente a Firenze. La ricompensa per quella fatica era in quei giorni nient’altro che l’aperitivo mattutino, erano i cicchetti quotidiani, i caldi brodi di mezzogiorno e tanto caffè, come Giorgio, non senza evidente commozione, ricorda in una lettera di saluto agli “amici della Nazionale” di Firenze, nel Natale di quello stesso anno, lettera riportata tra i documenti del volume.  Ma tra i molti quadri del Secolo breve che si disegnano tra le annotazioni di Giorgio, ci sono anche le storie che hanno fatto la Storia, perché la storia siamo noi, come avrebbe cantato il figlio Francesco. Così si rinvengono, pur con pudica asciuttezza, le delicate relazioni famigliari tra Giorgio e i propri fratelli nel contesto della guerra e della resistenza: il fratello Luciano, repubblichino, e il fratello Francesco, che altri non era che il comandante “Bolla” della Brigata Osoppo, trucidato con i suoi compagni partigiani da una formazione di altri partigiani, ma comunisti filo-jugoslavi. È l’eccidio di Porzûs, un pezzo – dimenticato? – della Storia che bussa alla porta di casa De Gregori. Giorgio De Gregori dà al proprio secondogenito il nome del fratello ucciso. E allora, spontaneamente, come mi capita durante questa doppia lettura, torno a sfogliare il primo volume: con che animo affronta, il cantante, l’artista, il carico del nome che porta? Se qualche altro lettore si ponesse la stessa domanda, bene farebbe a non saltare molte pagine di questa intervista, giacché per grossi tratti, e dal particolare punto di vista di un cantante, un “artista” nato negli anni Cinquanta, si dà lo spunto per una rilettura non banale del nostro vissuto collettivo. Certo si parla di come e del perché si fa musica e si scrivano canzoni. Certo, si parte dai ricordi di bambino, in una città tranquilla, distante da Roma e sul mare, Pescara, dove il papà ti porta nel suo ufficio in un enorme palazzo razionalista degli anni Venti e ti permette di giocare con una macchina che punzona le schede – e le schede sono quelle con le quali si sta tentando di introdurre un metodo per il catalogo unico delle biblioteche nazionali e tu non lo sai, e persino quella particolare macchina ha una sua storia e un suo perché, che sarà scritta tra le memorie di tuo papà, e tu non lo sai –. Si annota che c’è un fratello più grande che ti porta a suonare, fratello che ha già abbandonato la tradizione di famiglia e ha scelto la musica. E, certo, si parla della musica e più in generale della cultura che si respira in quegli anni in Italia. Una cultura edulcoratamente rivoluzionaria, direi io, a parte i pazzi, dove la cifra stilistica era quella disegnata dalla sinistra, e però i riferimenti artistici erano tutti orientati dai fenomeni americani: «Ho pensato che il rapporto che ho avuto con la cultura americana […] è stato di sottomissione. […] per quelli della mia generazione […] era molto difficile potersene sottrarre. Parlo di letteratura, di cinema, di musica, di fumetti. E del fatto che avevano vinto la guerra e che i giapponesi, i tedeschi e gli indiani, soprattutto nei film, erano immancabilmente rappresentati come i cattivi.», dice Francesco. E lo stesso giovane Francesco, imbracciata la chitarra, allora, più che alla scuola francese, cui guarda la gran parte dei cantautori italiani di allora, fra tutti Fabrizio De André, prende a proprio riferimento la poetica e la cultura di Bob Dylan, il menestrello di Duluth. Si spiega e non si spiega cosa voglia dire: «Alice guarda i gatti e i gatti muoiono nel sole», si dice e non si dice quanto bene accetto per un padre bibliotecario e una madre insegnante, genitori normali di una famiglia dalla tranquilla e solida appartenenza borghese, sia stato vedere prima il primogenito e poi anche il secondo figlio prendere la strada del palcoscenico. Si accenna a uno dei tanti luoghi comuni che si respiravano in politica all’epoca della sua giovinezza, quando il PCI, agli occhi dei ragazzi, pareva incarnasse la modernità e la Democrazia Cristiana imponesse la conservazione, e di come si arrivi a una serena consapevolezza secondo la quale si possa, senza arroganza intellettuale, dire che oggi: «non ho nessuno che mi detti la linea». Si ritorna, una volta di più per chi seguiva le vicende musicali di quegli anni, sull’episodio che lo coinvolse nel 1976. In quel periodo, formazioni come Lotta Continua o Avanguardia Operaia prendevano a considerare i concerti come forma di autofinanziamento: «Ti dicevano: noi organizziamo il servizio d’ordine, voi ci date una parte dell’incasso e tutto fila liscio». Molti ricordano i tumulti fatti scoppiare, in quel periodo, ai concerti di Lou Reed a Roma, o di Santana a Milano. Insomma, 2 aprile 1976, Palalido, Milano, durante l’esibizione, Francesco De Gregori, accusato da un gruppo di autonomi in platea di fare soldi, troppi soldi scrivendo canzoni borghesi come Buonanotte Fiorellino, viene trattenuto con minaccia fisica e sottoposto a una specie di processo pubblico, senza il pubblico, peraltro: «La violenza fisica e verbale erano diventate il pane quotidiano di un Paese che sembrava non saperne più uscire. Io ne uscii quella sera in maniera tutt’altro che brillante e la cosa che più mi ferì fu la totale assenza di solidarietà nei miei confronti da parte di tutti gli osservatori.». Questo e molto altro, in questo libro intervista: i suoi riferimenti letterari, le sue letture, le sue convinzioni, il suo girovagare per le piazze d’Italia per concerti con quel che sembra oggi, per lui, una serenità conquistata. E il nome, Francesco? De Gregori racconta, dapprima, con quanta compostezza suo padre andasse a riconoscere il cadavere del fratello ucciso, per sottrarre allo strazio il suo, di genitore; riporta con quanta possibile serenità si tentasse di conservare la memoria di quella tragedia, nella famiglia. Serenità e fierezza. Francesco lo rivede, il feticcio del fascismo e dell’antifascismo, della guerra civile, «usato per spaccarci, confliggere, insultarci su tutto», lo avverte, «che certe parole, come pure gli eventi che ad esse corrisposero, andrebbero storicizzate e restituite al contesto da cui provengono». Lo individua molto bene, quello sciagurato fenomeno di allora – di allora soltanto? – secondo il quale, da azionisti, monarchici, cattolici, comunisti, con un corto circuito fatale, si arrivasse alla semplificazione estrema secondo la quale essere anticomunisti significasse, automaticamente, essere tacciati di fascismo, con le conseguenze del caso. Francesco De Gregori, oggi uomo fatto e artista compiuto, si dichiara orgoglioso di Bolla, suo zio, fiero e felice di portare il suo nome. Adesso, così, a distanza di anni, come sovente capita nelle cose della vita, tornando con la mente alla bella serata romana di cui riferii qui http://www.goccedautore.it/cultura/i-fuorilegge-della-gravità,-due.html quando vidi entrambi, Francesco De Gregori e Luigi Grechi suonare e cantare sul palco, fratelli che portavano cognomi diversi per motivi d’arte, me li rivedo – come esprimermi? – più rotondi e più pieni, più centrati nella loro storia personale e famigliare e magari per questo, ove mai non fosse un azzardo, più significativi per il posto che occupano in questo lungo fluire di persone che è la nostra esperienza collettiva. Oggi cosa vedremmo di questo panorama, se avessimo per un momento la capacità e la voglia di sostituire le mille forme della vacuità con la riflessione, la supponenza con l’umiltà, le pseudoverità preconfezionate con la ricerca? La buona parte dei rivoluzionari degli anni Quaranta che con la violenza uccidevano partigiani tra i partigiani, o degli scalmanati degli anni Settanta, non meno brutali negli intenti, che con la violenza tiravano giù da un palco, sequestravano e “processavano” un cantante, li trovi probabilmente, oggi, in un Paese niente affatto risolto e assolutamente non pacificato, impegnati a difendere, strenuamente, lo status quo. Mi piacerebbe verificare quanti dei ragazzi di allora che chiedevano il pizzo per far tenere i concerti di massa, perché “la musica non si paga”, oggi sostengano per esempio le restrittive direttive europee che, sotto la copertura del diritto d’autore, ammazzeranno l’indipendenza d’informazione e d’espressione su Internet. So già, invece, perché proprio non si può non notare, di quanti libertari e di sinistra di allora, oggi come ai tempi del comandante Bolla, sappiano dare del fascista, prima di far fuoco, a quanti non siano perfettamente omogenei al modo di pensare comune e accettato. Ma queste, per via degli spiriti delle nostre comunità, come direbbe Steiner, sono ancora e soltanto Le storie di ieri.

Rocco Infantino

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Rocco Infantino

Giornalista pubblicista, batterista sconveniente.

Leggo. Mi incuriosisce la fisica quantistica. Mi piace il jazz. Scrivo in privato, uso il Garamond. Credo nella sezione aurea, nell’entanglement, nel dualismo onda particella. Preferisco i film francesi, i cibi semplici, le persone semplici, i problemi semplici.

Il mio orario del cuore sono le cinque e venti. Detesto usare Domodossola nel gioco “Nomi, cose, città” e vivrei volentieri a Londra, Parigi e Roma, come la maggior parte delle vallette degli illusionisti. Fin da ragazzo ho l’età che descrive J. L. Borges in Limites. Se non svolgessi un lavoro in ambito giuridico legale, probabilmente avrei voluto essere quello che fischia nella canzone Lovely head dei Goldfrapp.

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