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Martedì, 02 Luglio 2019 09:44

Bambini con le trecce In evidenza

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editoriale 2

Sono in pensiero per Julian. L’ultima volta che di lui s’è potuta avere qualche immagine, una ripresa video effettuata fortunosamente, l’inquadratura instabile in un contesto concitato, lo stavano trascinando con la forza giù per una corta gradinata fuori da un edificio, lo infilavano in un’auto che immediatamente spariva.

 

Questo, nient’altro, i tiggì mandavano in onda mentre sparuti quotidiani trattavano la cosa con qualche breve in cronaca, in assenza di partecipazione e con lo zelo professionale al minimo, tanto per non darla per taciuta. La città non era Beirut, o Teheran o Tripoli e nemmeno una di quelle città africane dove anche oggi pare normale regolare equilibri politici interni a colpi di roncola producendo migliaia di cadaveri – qualcuno ricorda il derby ruandese hutu contro tutsi del 1994? –, ma Londra. Julian non è un feroce assassino. Julian pare malato, sicuramente provato, ha trascorso gli ultimi anni della sua vita, dal giugno 2012 a qualche settimana fa in una stanza senza mai poter mettere il naso fuori, in un edificio governativo di un Paese per lui straniero e che deve pure ringraziare, perché fuori di lì sarebbe andata verosimilmente peggio. Tanto peggio, che perfino il gruppo di lavoro sulla detenzione arbitraria di uno dei più bulimici e sonnolenti animali sovranazionali come le Nazioni Unite pare che abbia decretato che quella permanenza forzata di Julian fosse configurabile come detenzione arbitraria e illegale, ponendola a carico non dello Yemen o della Corea del Nord, ma di Gran Bretagna e Svezia. Quell’auto pare lo portasse in un carcere di massima sicurezza britannico, che qualcuno accredita – con orgoglio? – come “la Guantanamo britannica”, in attesa che un tribunale si pronunci su una richiesta per la sua estradizione avanzata dagli Stati Uniti, dopo che il governo del Paese ospite ha già dato il nulla osta. Julian non è un feroce assassino. A me non infonde molta simpatia; beninteso non lo conosco, ho letto di lui, tra le varie cose, il ritratto non proprio lusinghiero stilato da Andrew O’Hagan, giornalista scozzese che credo d’aver citato già un’altra volta, e che avrebbe dovuto essere il suo ghostwriter per un libro di memorie i cui diritti erano stati già comprati dalla casa editrice inglese Canongate. O’Hagan, per via di quest’incarico, peraltro poi andato a monte, per un certo periodo lo frequentò assiduamente, riferendone come di una persona troppo attenta a sé stessa, egocentrica e anche egoista, per riassumerla così, assillata da manie di persecuzione, uno insomma personalmente e socialmente poco apprezzabile. Ma non è questo il punto. Julian non è un feroce assassino, Jiulian Paul Assange da Townsville, classe ’71, è un giornalista, programmatore e attivista australiano. È quello conosciuto come cofondatore di WikiLeaks. Se non sapete assolutamente niente di questa storia, preoccupatevi. Lo stesso O’Hagan che, come ho detto, se non lo insulta apertamente certo non lo idolatra (potete leggere voi stessi il resoconto in La vita segreta.Tre storie vere dell’èra digitale, Adelphi, 2017), in poche battute che qui riporto si avvicina al punto: «Quelli di noi che sono cresciuti negli anni Ottanta e Novanta, specialmente nel Regno Unito sotto la Thatcher e Blair, quelli che hanno vissuto il conflitto nordirlandese e la guerra delle Falkland, lo sciopero dei minatori, la deregolamentazione della City e l’Iraq, credevano che la divulgazione di accordi segreti e di operazioni sotto copertura si sarebbe rivelata un dono del cielo. Nel 2010, quando WikiLeaks iniziò a operare, sembrò [...] che quello sarebbe potuto diventare il più grande contributo alla democrazia dalla fine della Guerra Fredda [...] la tecnologia avrebbe finalmente consentito alla gente di controllare i propri controllori, di investigare i segreti formalmente conservati nel nostro nome, di smascherare inganno e sfruttamento ovunque si celassero [...]. Non era un piano raffinato, ma aveva un che di idealistico che molti di noi non avevano assaporato da lungo tempo». O’Hagan stesso non gli risparmia critiche su aspetti della sua vicenda personale, fino a scrivere apertamente che il suo rifugiarsi in quella stanza dell’ambasciata ecuadoriana che guarda ai magazzini Harrods, pur di non andare in Svezia a difendere il proprio onore da una accusa di violenza sessuale, era stato un enorme errore tattico che non avrebbe dovuto commettere. Julian non è un feroce assassino. In Svezia doveva rispondere di un’accusa di violenza sessuale che di per sé, per quel che se ne può leggere in giro, presenta luci e ombre, che poggia sulle leggi svedesi che consentono di configurare il reato anche nel caso di un rapporto tra adulti consenzienti se successivamente a esso, richiesto, uno dei due partner non si sottoponga a visita per verificare la presenza di patologie sessualmente trasmissibili, e che per diversi aspetti – i tempi, i modi, le relazioni tra le due ex amanti che l’accusano e tra una di esse e una terza donna, poliziotto, che raccoglieva la denuncia di una di loro, con la quale aveva rapporti personali – farebbe pensare, a uno poco informato come me, che ci si trovasse di fronte al modus operandi invalso a certi livelli e in certi ambienti, in cui talvolta accuse di questo tipo diventano un acceleratore, un facilitatore, un fattore fluidificante o condizionante, per così dire, anche per gli avvicendamenti ai vertici, che si tratti di un Fondo Monetario internazionale, o stanze vaticane o case bianche. Ma non è ancora questo, il punto. Julian Assange, caporedattore di WikiLeaks, pubblica nel corso degli anni documenti originali ottenuti da fonti anonime e segrete, documenti come quelli riguardanti i bombardamenti in Yemen, le reti di corruzione nel mondo arabo, le esecuzioni illegali della polizia keniana, documenti sulla rivolta tibetana in Cina, sull’attività non tutta lineare dei governi peruviano, e turco, per fare degli esempi. Ma quello che non si perdona e non si tollera a Julian è la pubblicazione di decine di migliaia di documenti diplomatici statunitensi classificati come confidenziali o segreti, è quell’invito rivolto da WikiLeaks a tutti i cittadini di ogni parte del mondo a inviare materiale sui comportamenti non etici di governi e aziende, materiale di cui la testata stessa si impegna a verificare l’autenticità prima della pubblicazione, preservando l’anonimato della fonte. È così che nel 2010 vengono pubblicati più di 90.000 documenti militari relativi alla guerra in Afghanistan, contenenti informazioni sull’uccisione di civili, sul sostegno di Pakistan e Iran ai talebani, sugli “omicidi collaterali”, anche di giornalisti, in Iraq, o ai mancati perseguimenti di abusi, torture, omicidi di migliaia di civili in quello stesso teatro di guerra. Così come, se non segreti, almeno confidenziali, sono le ingenti ulteriori quantità di materiali pubblicati relativi alle informative che le reti diplomatiche statunitensi raccolgono sui comportamenti pubblici e privati dei capi di Stato europei, o ancora sui rapporti in Estremo Oriente, dove alleati come l’Arabia Saudita si configurano, segretamente, tra i principali finanziatori di Al-Quaida, sulla direttiva del segretario di Stato statunitense Hillary Clinton che ordinava ai diplomatici di raccogliere informazioni biometriche del segratario generale dell’ONU e di altri funzionari, incluse password, chiavi di crittografia, eccetera. Spionaggio contro l’ONU, dunque, Afghanistan, l’Europa dei governi e il contesto economico dei rapporti Europa – Russia, o Gazprom e Eni, se si preferisce, passando per la Libia di Gheddafi, l’Asia, il Sudamerica, dove si leggono cose interessanti sul colpo di Stato in Honduras o sul tumore ai seni paranasali del Presidente boliviano Morales, non mancando di occuparsi di multimazionali farmaceutiche che assoldano investigatori per trovare atti di corruzione nei confronti del procuratore generale della Nigeria che ha in mano un caso giudiziario relativo a una epidemia di meningite scoppiata nel ’96, in relazione al quale si ipotizzava l’accusa di crimini contro l’umanità per aver sperimentato farmaci in modo non etico. E poi ancora, più recentemente, la pubblicazione di una serie di file della CIA, relativi a centinaia di milioni di linee di codice che includono malware, trojan, virus e altro, con i quali vengono spiati smartphone, pc, smart TV, browswer web, sistemi operativi. Il materiale è vasto, non si può che fare solo esempi. Le fonti, pare, fossero quelle dirette e verificate, quando non direttamente i documenti originali, e quindi potevano ritenersi attendibili, e semmai si delineava il problema del filtraggio di un così enorme flusso di informazioni. In ogni caso, la posizione del Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti è che le azioni di Julian Assange abbiano messo a rischio la sicurezza di quel Paese e portato benefici ai suoi avversari, e che lui abbia violato le restrizioni di legge sulle informazioni riservate e sullo spionaggio. Incriminato, Julian, se estradato come richiesto e assentito dal governo britannico negli Stati Uniti, rischia l’ergastolo o anche la pena di morte, perché negli Stati Uniti vige ancora, la pena di morte. Per questo sono in pensiero per Julian. Ma non è ancora questo il punto preciso. Quando proprio il mondo, per come va o per come lo percepisco, mi stanca o mi angoscia, o mi annoia, sempre mi rifugio nella lettura. E tentavo di dimenticarmi di questo, dell’arresto e del destino di Julian, affondando nelle pagine de La Filosofia Perenne di Aldous Huxley, ma niente, anche Huxley a dirmi “Quello sei tu”, il mondo sono io, non posso disinteressarmi del mondo. Perché a nessuno pare interessare quale sia davvero la verità dei fatti? Cosa fanno davvero i nostri rappresentanti, e i governi, e gli organismi nazionali e sovranazionali, e come lo fanno, e a chi rispondono i militari, e chi stampa i soldi, e quali interessi veri perseguono le grandi aziende, quelle che confezionano aspirina o selezionano sementi o distribuiscono energia o anche vendono acqua o petrolio, a poterli separare? Quale idea di mondo abbiamo? Perché non ci interessa più la verità? Sapete quelle abitudini inconfessabili che ognuno di noi coltiva, quei gesti privati, a volte anche sciocchi, chessò, pronosticare la giornata con la figura che assume il fondo del caffè nella tazzina? Da un po' di tempo trovo risposte illuminanti a domande che non riesco a formulare nelle frasi in esergo ai libri che sfoglio. Quel volume di O’Hagan si apre con un verso di Paul Éluard: “C’è un altro mondo, ma è in questo”. Perché non sembra interessare a nessuno lo iato, il distacco, la frattura, la differenza, la diversità, la geometria degli opposti, la fabbrica delle dissonanze che cresce e prospera tra quello che siamo abituati a dare per buono e quello che è davvero? Julian Assange, per aver rivelato e diffuso un saggio di quello che si agita nel profondo e che in superficie non appare, uno spaccato, tra i mille possibili, dell’altro mondo che è in questo mondo, è verosimilmente avviato verso la morte. Ma il punto, ormai, non è neanche più questo. Il punto è, a mio modo di vedere, che di fronte a tanta evidenza, tanto più scabrosa e volgare quanto più palese e manifesta, non ci sia ancora un maledetto ragazzino con le trecce in età prepuberale, magari figlio di impiegati delle poste e non di cantanti d’opera o di attori famosi, che non si sia piantato un pomeriggio con un cartello in mano, saltando il doposcuola, sguardo ottuso davanti a una qualunque sede di un qualunque governo occidentale a gridare “Ora basta menzogne, vogliamo la verità!”.                   

Rocco Infantino

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Rocco Infantino

Giornalista pubblicista, batterista sconveniente.

Leggo. Mi incuriosisce la fisica quantistica. Mi piace il jazz. Scrivo in privato, uso il Garamond. Credo nella sezione aurea, nell’entanglement, nel dualismo onda particella. Preferisco i film francesi, i cibi semplici, le persone semplici, i problemi semplici.

Il mio orario del cuore sono le cinque e venti. Detesto usare Domodossola nel gioco “Nomi, cose, città” e vivrei volentieri a Londra, Parigi e Roma, come la maggior parte delle vallette degli illusionisti. Fin da ragazzo ho l’età che descrive J. L. Borges in Limites. Se non svolgessi un lavoro in ambito giuridico legale, probabilmente avrei voluto essere quello che fischia nella canzone Lovely head dei Goldfrapp.

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