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Martedì, 28 Febbraio 2017 10:41

Apologia di Zorro

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zorroAlle festicciole di Carnevale, quand’ero bambino, era immancabilmente presente un manipolo di piccoli Zorro. Zorro - davvero debbo spiegare di chi parlo? - godeva di una ammirazione notevole e suscitava, più di diversi altri personaggi della fantasia, tentativi di emulazione.

Astuto come la volpe dalla quale prendeva il nome, vigoroso e intrepido, misterioso dietro quella maschera al minimo che malamente ne celava il solo sguardo allo sguardo altrui, turbinante nel mantello nero e pronto spadaccino, non esitava, nel piccolo pueblo che era la Los Angeles della dominazione spagnola, a prendere le parti della popolazione, sia dei caballeros illuminati e pacifici che dei peones, contro la tirannia esercitata dagli oscuri governatori di quella provincia e, per essi, da un malvagio ufficiale, forte dei suoi soldati e del suo ruolo. In effetti, per puro formalismo, il Capitano Enrique Sanchez Monastario e gli uomini ai suoi ordini si doveva riconoscere che esprimessero l’autorità e la legge, anche quand’esse risultassero obiettivamente insopportabili, odiose e inique per le persone comuni e comunemente oneste del villaggio. E a Zorro difatti toccava immancabilmente di vedersela, quasi mai al fianco dei gendarmi contro qualche filibustiere provato, bensì proprio contro gli uomini in divisa che si facevano loro malgrado strumento dell’oppressore. Loro malgrado lo dico mica tanto incidentalmente, perché quand’ero piccolo non avevo certo letto Pasolini, ma ricordo bene il rotondo volto esitante e perplesso del Sergente Demetrio Lopez Garcia quand’egli si trovava per obbligo militare ad eseguire ordini che non condivideva punto. Nella lotta tra il bene e il male, quando si è bambini, di quest’ultimo semmai si ammirano la temerarietà e la forza, ma si tenderebbe - naturalmente, azzarderei - a mettere la propria spada, pur nuova di negozio di giocattoli e con quell’inconfondibile odore che aveva la plastica di una volta, al servizio del bene. Ed era così che, giusto tra il finire dei favolosi anni Sessanta e il poco dopo, e pure sull’onda della notorietà televisiva della serie prodotta dalla immancabile, rassicurante Disney, tra l’autorità ed il popolo, tra il potere e le sue vittime, tra l’ordine imposto e gli equilibri naturali, tra l’oppressione, il sentimento di libertà ed il bisogno, se prendevi un gruppo nutrito di maschietti (le politiche “di genere” erano ahimé lontane e lontani però “graziaddìo” pure certi progetti dell’Unar), esauriti quelli che seguivano la multiforme italica tradizione, peraltro guidata allora come ora dagli Arlecchini, ti trovavi il nucleo duro e puro degli Zorro. Zorro non ammazzava, come fanno con schifoso realismo gli eroi da supermercato di oggi, epperò Zorro non rimaneva indifferente anzi combatteva e vinceva l’ingiustizia e il sopruso, anche se posti in essere dall’ordine costituito. I nemici li lasciava al loro destino dopo averli sconfitti e neutralizzati i loro piani, gli avversari in battaglia li segnava con la sua iniziale. Zorro, lo sappiamo bene noi che eravamo custodi del suo segreto in bianco e nero, osservandolo compiaciuti dal di qua del tubo catodico, usava le armi del sapere attinte dalle mille letture e competenze del suo alter ego, quel don Diego de la Vega già studente della Facoltà di lettere e filosofia dell'università di Madrid, come vuole la storia, e delle quali la sciabola e lo staffile erano soltanto l’ultimo, pure utile complemento. E siamo sempre lì. Maschere o no, fino a quando potremo continuare a tradire il bambino che siamo stati?

Rocco Infantino

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Rocco Infantino

Giornalista pubblicista, batterista sconveniente.

Leggo. Mi incuriosisce la fisica quantistica. Mi piace il jazz. Scrivo in privato, uso il Garamond. Credo nella sezione aurea, nell’entanglement, nel dualismo onda particella. Preferisco i film francesi, i cibi semplici, le persone semplici, i problemi semplici.

Il mio orario del cuore sono le cinque e venti. Detesto usare Domodossola nel gioco “Nomi, cose, città” e vivrei volentieri a Londra, Parigi e Roma, come la maggior parte delle vallette degli illusionisti. Fin da ragazzo ho l’età che descrive J. L. Borges in Limites. Se non svolgessi un lavoro in ambito giuridico legale, probabilmente avrei voluto essere quello che fischia nella canzone Lovely head dei Goldfrapp.

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