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Editoriale

editoriale quellavita 1

“Quella vita c’h’è una cosa bella, non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce, non la vita passata, ma la vita futura.” (G. Leopardi)

Buon anno! Buon anno a chi comincia il 2016 leggendo un libro appassionato, o a chi comincia cantando una canzone, o a chi comincia dipingendo un orizzonte, o a chi comincia ascoltando la sua musica preferita, o a chi comincia scrivendo la sua storia. Buon anno a chi sta per cominciare un nuovo cammino, a chi ha deciso di cambiare tutto nella sua vita, a chi ha deciso di non cambiare niente, a chi non ha potuto decidere se cambiare qualcosa e a chi non ha voluto decidere se cambiare qualcosa nella propria vita. Che sia l’inizio in ogni caso di un corso nuovo, di un nuovo slancio verso la vita, verso sé stessi e verso gli altri.

La redazione di www.goccedautore.it apre sicuramente il nuovo anno con un grande sorriso stampato sul volto. Il 2015 ci ha visto protagonisti del web, insieme a migliaia di altri magazine e riviste di informazione di ogni tipo, con un entusiasmo ed una determinazione che ci ha portato a grandi risultati. Durante questi 12 mesi abbiamo raccontato attraverso le 22 uscite la vita culturale di un paese, sfogliando insieme a voi libri di ogni genere, proponendovi letture fresche di scaffale, ascoltando musica e facendovi conoscere i musicisti che hanno raccontato la storia della musica. Abbiamo parlato dei vari linguaggi dell’arte, vi abbiamo presentato pittori, artisti e fotografi che hanno votato la propria vita alla bellezza dell’arte. Abbiamo scandagliato tra quelle realtà che hanno avuto il coraggio di investire in attività culturali aprendo librerie, case editrici, biblioteche, fondazioni, parchi letterari, case musicali, gallerie d’arte, progetti culturali. Abbiamo dialogato con gli scrittori, con gli editori, con i musicisti, abbiamo raccolto i loro pensieri ed abbiamo costruito insieme il grande mosaico della cultura. Abbiamo segnalato i concorsi per scrittori, poeti, musicisti e artisti sparsi sul territorio nazionale, abbiamo pubblicato i racconti di aspiranti narratori e dato spazio agli scatti più belli.

Abbiamo riunito le loro voci ed abbiamo formato un coro dal quale è arrivato unanime il consenso verso il nostro progetto. Parlare di cultura da una piccola città di una piccola regione del Sud Italia è stata una sfida sin dal primo momento, ma è stato questo il sale della nostra missione. Abbiamo raggiunto il milione di visualizzazioni in un anno di pubblicazioni e questo numero ci da il conforto necessario per proseguire il nostro cammino e continuare a parlare di libri, di musica e di arte. Perché in fondo noi siamo fatti di questo, sono questi i pilastri della vita, sono questi i fondamenti su cui è stata costruita la civiltà nella quale viviamo. E non possiamo disattendere questo mandato che i nostri ci hanno consegnato. Apriamo dunque la finestra sul nuovo anno continuando a guardare verso l’orizzonte con lo sguardo pieno di speranza e di amore perché “quella vita c’h’è una cosa bella, non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce, non la vita passata, ma la vita futura.

editoriale quellavita 2

Eva Bonitatibus

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Siamo franchi. Sono lì che non so da dove cominciare. Nella testa mulinellano tante cose. Provo a non pensare che è l’ultimo numero dell’anno, che questa finta e reiterata ultimatività carica sempre di responsabilità maggiori, per lo più immotivate. Si sa che dopo, di solito, in questa sperimentata porzioncina dello spaziotempo, sempre viene un primo gennaio successivo, col pomeriggio al cinema a vedere il film che capita. I pensieri della fine dell’anno sono parenti di quelli sulla fine del mondo. Sarà un segno? Esattamente tre anni fa, il 21 dicembre del 2012 per il calendario gregoriano, molti se l’aspettavano, la fine del mondo, o qualcosa di molto simile e comunque di portata planetaria, secondo più o meno accreditate letture della fine di uno dei cicli del calendario Maya. maya1 Peccato, invero, che ci fossimo concentrati su quello e non invece su profezie più spicce e più recenti, che però hanno avuto il cattivo gusto di avverarsi, come la fine del lavoro, teorizzata negli ultimi decenni da molti studiosi, tra i quali per tutti cito Jeremy Rifkin. Altri, specie a ridosso della fine del millennio oggi passato da tre lustri esatti - meglio informati? peggio? -, teorizzavano la fine delle nazioni e pure la fine delle democrazie sovrane. Tant’è. Dunque sto lì, un filo teso perché già molto in ritardo, che voglio dimenticarmi del mondo intero, non voglio scrivere del mondo intero, ma di una piccola cosa. Una libreria al civico 37 della via Domenico Ridola nella città di Matera. Espongo, in breve. La libreria fa parte della storia contemporanea della città, è un riferimento, come dovrebbero essere le librerie, per il fermento culturale locale. Occupa locali in affitto. Matera diventa Capitale europea per la cultura per il 2019. Crescono i prezzi, crescono gli affitti. Maggiori spese, necessità di maggiori entrate. Verosimilmente quei locali sono destinati ad ospitare attività molto più redditizie, non importa di che tipo. Il libraio stesso riconosce che «oggi vengono consumate certamente più pizzette che libri». maya2 Effetto: la libreria dovrà a breve trovare un altro posto. Verrà forse soppiantata da chissacché. Ancora il libraio, compostamente, come ho modo di leggere sulla stampa locale, azzarda: «rimanere in questo posto sarebbe anche un baluardo per non cedere completamente la zona alle sole attività di smercio immediato perché un quartiere è fatto anche da fruttivendoli, cartolerie, librerie che fanno parte della vita cittadina quotidiana». Il fruttivendolo, la libreria, la cartoleria. Per quel che m'è parso di capire, l'affermarsi del progetto culturale di Matera 2019 stava proprio in questo: un'idea di città aperta, ospite di una cultura diffusa, residente, quotidiana. Semplice, essenziale, autentica. Una cultura sedimentata nella storia delle persone e del territorio, e proprio per questo convincente e anche accogliente, inclusiva. Una idea culturale che non si faccia episodio, che non sia posticcia, che non diventi un’insegna luminosa, che non partorisca, al solito e soltanto, per usare un’espressione orripilante, un evento. Una città, Matera, che non è figlia di adatte inquadrature tra facciate di cartone con le scritte Sheriff e Saloon, una città dove ci si vive davvero, e consapevolmente, e non ci si gira uno spaghetti western, non è un teatro di posa. E’ altro. E invece, pare, la città diventa capitale della cultura e alla fine questo comporta che una libreria che sta in una delle vie del centro debba spostarsi più in là. Quante considerazioni, no? Contraddizioni? Tuttavia il mondo intero pare fatto così: si buttano bombe su intere città perché qualcuno non spari nei bar; per superare la crisi i soldi li si danno alle banche, anziché andare lì a prenderseli. Perfino, si pende dalle labbra del Papa quando lui parla di un sindaco che si imbuca alle gite, ma quando fa una terribile enciclica – Lettera Enciclica Laudato si’ Sulla cura della casa comune, leggetela, per favore – pure sul Papa cala un silenzio doppio, il buio più buio. Sono lì, insomma, nel momento in cui comunque finisce che uno si dà da solo del brontolone, dell’esagerato. E lì, da Facebook lasciato incautamente aperto, sul profilo di un amico, compare la notizia. La notiziona. L’immancabile veglione televisivo di capodanno su RaiUno si fa da Matera, si sa, si sa già, un palco enorme, fuori scala, pare, campeggia già quindici giorni prima tra le storiche mura di una delle più belle piazze della città, città bellissima - e sotto? gli ipogei? tutto bene? -. Un fiume di danaro e l’imperterrito trenino, squarciagolando sempre Pe pe pe pe pe pe … Zazueira … Sebastiana … Fio maravilha nos gostamos de voçê ... tetetetetetete! … La notiziona. Lo presenterà Claudio Lippi. Sarà un segno?

Rocco Infantino

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Pubblichiamo volentieri nello spazio dedicato all’editoriale il pensiero espresso dallo studioso e autore di notevoli pubblicazioni di carattere storico e letterario, Giovanni Caserta. La vicenda cui fa riferimento è il divieto di festeggiare il Natale nella scuola primaria dell’istituto comprensivo Garofani di Rozzano, nel Milanese, che ha sollevato non poche polemiche con le conseguenti dimissioni del Dirigente scolastico. La redazione di www.goccedautore.it si associa alla riflessione del Professor Caserta, auspicando che in futuro l’avvedutezza degli uomini prevalga sull’impulsività di determinati atteggiamenti.

editoriale natale 1“Qualche anno fa, chiamato ad illustrare un volume, che raccoglieva liriche e racconti dedicati al Natale, mi trovai di fronte ad una discussione simile a quella che si sta sviluppando in questi giorni. Si trattava del libro di Antonio Giampietro, dal titolo Il Natale dei poeti. La sede era il Sacro Cuore di Matera. Ero fra le suore, con un pubblico tutto cattolico. Mi chiesero che cosa pensassi di un Natale da celebrare oggi nella scuola, quando ormai le classi si possono dire plurirazziali e interculturali. Ci sono cinesi e rumeni, ucraini e albanesi, confuciani e musulmani, ebrei e protestanti… Non mi fu difficile rispondere, partendo proprio dal libro e dai brani, anche molto belli, ivi raccolti. Vi si leggevano Pascoli e Gozzano, Bargellini e Pezzani, Umberto Saba e Salvatore Quasimodo, Gianni Rodari e Rocco Scotellaro, Thomas Merton e Boris Pasternak, tutti di fede e cultura diversa. Per esempio, è noto che Pascoli non era cattolico. Non lo era nemmeno Gozzano. Saba era ebreo.

editoriale natale 2

Eppure avevano celebrato il Natale ed erano tutti raccolti nello stesso volume. Non avevano trovato nessuna difficoltà a stare insieme. Il Natale è la festa in cui nasce un bambino. Poco importa che sia figlio di Dio e che sia nato da Madre Vergine. Tutti quegli scrittori e poeti celebravano il messaggio che quel bambino, non disconosciuto come realmente esistito dagli ebrei, ma nemmeno dai musulmani, aveva portato al mondo. Il Natale ce l’ebbero anche i romani, pagani, che si aspettavano dalla nascita del dio Sole, l’arrivo della luce, subito dopo il solstizio d’inverno, quando il giorno ricominciava a crescere rispetto alla notte. Non è difficile, perciò, celebrare insieme, uomini di tutte le religioni, col Natale, il ritorno della speranza e della fede in un mondo fatto di pace, giustizia e bontà. Anche i musulmani, anche gli ebrei, anche gli atei, possono cantare “tu scendi dalle stelle”; a tutti è opportuno che arrivi il monito alla carità e alla tolleranza. Che poi, in altra giornata, sacra per loro, ragazzi di altra religione celebrino insieme ai compagni cattolici la loro festa, è solo augurabile. Si crea confronto e dialogo. Qualcuno potrà dire che si finirebbe col celebrare troppe feste e troppe religioni. Se così fosse, si potrebbe anche fare a meno della festa della donna, della pace, dell’ambiente, del bambino e via dicendo, perché tutte queste istanze sono raccolte in tutte le religioni, da nessuna della quali ho mai sentito dire che i vecchi vanno buttati nella Gravina, che le donne vanno uccise, che i bambini vanno trucidati, che vanno messe le bombe. Che se qualcuno lo dice, anche in nome della religione, accade solo perché si tratta di folli. Lo stesso nazismo e lo stesso fascismo avrebbero fatto meno vittime, non avrebbero organizzato campi di sterminio e non avrebbero fatto nessuna guerra, se contro di loro si fossero levate le religioni e i loro capi. A partire dal Papa del tempo.”

Giovanni Caserta

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editoriale citt1

Se si guarda dall’alto, seguendo un tratto del suo bordo che digrada verso il fiume, ma comunque nel perimetro prossimo del suo abitato, si può distinguere il profilo irregolare di una macchia nera. Ed è così, credo, che la si interiorizzi, questa città. Un grumo di inespresso attorno al quale s’addensa, o si forma, la sua moderna identità. Io vivo a Potenza. Potenza, Basilicata, Italia. La macchia nera è materiale ferroso, fattore della produzione di una acciaieria del Nord che qui ha un suo stabilimento. Questo coagulo, col suo essere latamente insalubre – esteticamente? sanitariamente? – secondo la gradazione propria di chi abbia derubricato il bisogno di bellezza e ridotto la stessa salute a costo, o peggio a mera burocrazia delle carte in ordine, accettato, tollerato o voluto, sta comunque lì a definire chi siamo. «Si deve dunque convenire che il bromuro prevale sull’inchiostro in tutti i casi in cui la presenza stessa delle cose visibili basti a sé stessa, parli da sola», così si esprimeva il poeta Paul Valéry, delegato dell’Académie française, in un  discorso tenuto alla Sorbona il 7 gennaio 1939 sul centenario della fotografia, quando questa tecnica ancora giovane portava in dote una certa oggettività per forza di cose nuova, per chi utilizzasse un qualunque altro tipo di linguaggio, quello pittorico, quello letterario, nella comunicazione e nelle relazioni. Mi sbaglierò, ma talvolta penso che dobbiamo tornare a imparare a guardare bene le cose per quelle che sono. A vederle. Spesso abbiamo un problema di sguardo e di postura. Preferiamo farcele raccontare, le cose, chinati sul flusso continuo di materiale predigerito dei notiziari, e commentari, che rigurgita finanche dai nostri telefonini, e per ciò stesso sostituiamo pezzi di realtà con pezzi di pseudorealtà nel nostro pensare. Curvi su altrui descrizioni e resoconti, rinunciamo a star dritti, ben su con la schiena, e a fissare con il nostro sguardo, un potente settanta millimetri che non crea aberrazioni nell’immagine, quello che ci sta davanti. La città va guardata. La nostra città, qualunque città. Le case, le fabbriche, le strade. Occorre mettere attenzione a quello che si vede: agli elementi dell’arte dura dell’architettura che del paesaggio urbano sono gli elementi costitutivi; alle strutture materiali che concretano e assecondano le funzioni; agli elementi dinamici di ciò che accade, nella vita delle persone e in una collettività, in questa dimensione. Del resto – sarà azzardato? – architettura e comunità che la forma e poi ne fa dimora, la pietra e la persona, in un continuo evolvere l’una nell’altra, sono soltanto due stati differenti di aggregazione della materia. Noi diamo forma alla città e la città ci forma. Questo travaso continuo è spesso travaso di bellezza. Ma non funziona soltanto con la bellezza. Questo dar forma e prender forma funziona anche con la bruttura. Con l’armonia, quando c’è. Funziona anche, io credo, con la brutalità, con la violenza. Poi magari le persone lungo la vita si spostano, e portano con sé la bellezza e la violenza. «Non c’è nascita che il bambino di qualche giorno non sia condotto davanti l’obiettivo», continuava Valéry in quell’occasione, «tra qualche decina di anni, l’uomo che egli sarà diventato potrà stupirsi … davanti all’immagine di questa creatura di cui ha esaurito il futuro». Fotografiamo, guardiamo. Ci aiuterà a riflettere, ci aiuterà a capire.

Rocco Infantino

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Idee 1

Interessante. Rasserenante. Stimolante. Curioso. Rilassante. Elettrizzante. Coinvolgente. Divertente. Colorata. Profonda. Emozionante.

Sono gli aggettivi utilizzati dagli studenti delle scuole superiori della città di Potenza coinvolti nel progetto “Libriamoci: giornate di lettura nelle scuole”, promossa dal Centro per il libro e la Lettura (MiBACT) e dalla Direzione generale per lo studente (MIUR) idee 3ed organizzato dal Circolo culturale Gocce d’autore. Complice l’insegnante che ha preparato i ragazzi proponendo loro letture di ogni tipo, anche questa seconda esperienza è stata un successo.

Un successo di emozioni, di sensazioni, di commistioni perché abbiamo ottenuto ciò che desideravamo: far leggere i libri ai ragazzi di 16-17 anni. Noi abbiamo portato un testo che parla di Italo Calvino e di musica jazz, abbiamo portato la letteratura e la musica, abbiamo portato l’autore e i musicisti che hanno fatto sobbalzare dalla sedia gli studenti. Li hanno circondati, circuiti, abbracciati, coccolati. Sono stati balsamo per menti e cuori e loro si sono lasciati massaggiare da parole e note rispondendo a tutte le sollecitazioni provocate. idee 2

Ci hanno stupito perché alle nostre letture sono seguite le loro. Un botta e risposta a suon di libri, di scrittori, di citazioni, di storie, di pagine. Ecco, l’unico suono che si è sentito forte quelle mattine è stato lo sfogliare delle pagine. Suono magico che ha fatto resuscitare gli interessi più sopiti. L’esperimento è riuscito e le loro testimonianze scritte sull’esperienza vissuta tra i banchi ci da rinforzo e speranza.

Non è vero che i ragazzi sono disinteressati al mondo della cultura. Ne sono parte integrante, la animano, la vivono e la trasmettono. Basta trovare la chiave giusta per aprire i loro cuori, il combustibile giusto per accendere il loro fuoco della passione. Loro hanno già tutto. Sta a noi operare nel modo giusto attivando tutte le idee utili allo scopo. E la loro risposta arriva, puntuale, come quella scritta da uno studente e che mi piace riportare: “Ultimamente sto riscoprendo la lettura, credo che letteratura e musica siano fondamentali e in base al mio stato d’animo scelgo se leggere o ascoltare musica. Ci sono giorni in cui ho bisogno di un libro, altri invece in cui con delle cuffie risolvo, momentaneamente, i problemi e i mille pensieri che mi passano per la testa”. idee 4

Cosa possiamo dire di più? Siamo felici di aver fatto nel nostro piccolo un’azione positiva ed acceso una scintilla. Siamo felici!

Eva Bonitatibus

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Davvero qualcuno immagina che ad attentare alla nostra democrazia possano arrivare omoni olivastri e nerovestiti a fare incetta di teste nelle nostre città? O che noi si allatti un suo nemico interno, un militar padano, un archeo-anarco-fascio-stalinista, o un qualche mafioso che proprio non abbia fiuto o gana per gli affari facili di questi tempi e voglia invece perder tempo a far poltiglia della popolazione? Se così fosse, gli F-35 che li compriamo a fare? Non saranno poco manovrieri, per una lotta condotta di casa in casa? E’ di questi giorni la notizia che lo scrittore Erri De Luca, imputato per un’ipotesi di reato di istigazione a delinquere, sia stato assolto dal Tribunale di Torino, perché il fatto non sussiste. Il De Luca, leggo il decreto di rinvio a giudizio Proc. n.7698/14 R.G. G.I.P., avrebbe pubblicamente istigato a commettere più delitti e contravvenzioni ai danni di una privata ditta, la L.T.F. S.a.s. e del cantiere TAV LTF in località Maddalena di Chiomonte (TO). In un’intervista aveva detto: “La TAV va sabotata”. Seguiva argomentazione. Sul verbo sabotare s’erano messe a fuoco più intelligenze: sarà lecito, non sarà lecito? Non il sabotare, si badi, ma l’uso della parola sabotare. Non parlo della vicenda giudiziaria, qui mi interessano lo scrittore, la scrittura e la parola.  Leggiamo: editoriale cuoreFine specifico della neolingua […] [era anche quello] di rendere impossibile ogni altra forma di pensiero [perché] ogni pensiero eretico […] sarebbe stato letteralmente impossibile almeno per quanto riguarda quelle forme speculative che dipendono dalle parole. Ancora: Ciò era garantito […] dall’eliminazione di parole indesiderate e dalla soppressione di significati eterodossi. Per esempio: esisteva ancora la parola libero, ma era lecito impiegarla solo in affermazioni del tipo ”Questo cane è libero da pulci”. Ora leggiamo: In ogni caso e comunque, il vocabolario della politica democratica non contempla il termine “sabotaggio” come strumento persuasivo legittimo. “In ogni caso e comunque”. Le prime espressioni le trovate nell’appendice I principi della neolingua al romanzo 1984 di G. Orwell (se davvero non lo conoscete, non c’è bisogno che lo compriate: andate in libreria, prendetelo e scorretene in piedi soltanto l’appendice, quindi riponetelo). L’ultima frase si può leggere nell’atto di denuncia/querela reso in Torino il giorno 11 settembre 2013 dal legale rappresentante della società sopracitata e indirizzato alla locale Procura della Repubblica. Sarà lo strato di napoletanità che superficialmente li accomuna, per altri e concorrenti versi mi viene alla mente un altro intellettuale: Totò. Potrei fare altri esempi, certo, ma per intenderci Totò a mio avviso può ben esser preso come un intellettuale sciolto e addirittura rivoluzionario a motivo del suo uso spregiudicato, impavido anzi temerario ed eretico della lingua. Totò faceva a pezzi le parole e interi ettari di luoghi comuni, ne ammazzava l’uso domestico o addomesticato, stracciava il più liso e frusto tessuto espressivo dell’esprimersi convenzionale e così provocava la risata. E la risata, in quei casi, altro non era che il cavallo di Troia che serviva a spalancare le porte all’assurdo. A che serve l’assurdo nella quotidianità? Serve a dire: un altro modo è possibile, un altro mondo è possibile. Migliore, peggiore, non so, voglio vedere. Chi usi un linguaggio, un qualunque linguaggio, sempre misurato, ortodosso, già familiare e talvolta untuoso e dall’apparenza immancabilmente rispettoso e però molto, molto limitato, banale, spesso è solo un normalizzatore. Preciso: qui nessuno intende istigare nessuno a istigare qualcuno a commettere reati, è chiaro. Qui si parla di parole. E allora. Il contrario di libertà è servitù, è schiavitù, non è affatto sicurezza. Men che meno lavoro o salute. Controllate su un dizionario dei sinonimi e dei contrari, basta una Garzantina, date retta: a compulsare i libri non si muore sempre come ne Il nome della rosa. Una realtà povera, anche solo descrittivamente sfocata e disadorna, diventa immediatamente un mondo senza alternative. Funzionali a questa libertà invalida sono le canzonette del cuoreamore e i gorgheggiatori senza costrutto, i libri delle centocinquanta sfumature del broccolo, la tivù che fa i film dai fatti dei telegiornali, aggiustandoli, e fa i telegiornali come film tivù. Il linguaggio povero è il vero linguaggio violento, perché è nella ricchezza del linguaggio che dimora la precisione, ed è nella precisione che ripara, e fiorisce, l’analisi, ed è nell’analisi che si nutre il discernimento, ed è il discernimento che è il padre sia della fantasia che della scelta. Fantasia e capacità di scegliere giocano assieme. Chi usa, oggi, intenzionalmente e non per necessità, un linguaggio povero? Chi cerca gli applausi, chi capitalizza il consenso? La nostra libertà non esiste più quando c’è qualcosa che non possiamo proprio dire, perché quello che non si può dire, spesso si finisce per non pensarlo più. Semplice, pulito. Se perdiamo la nostra capacità di immaginare, di fantasticare e anche di teorizzare un qualcosa di assurdo, un qualunque qualcosa che non esista al momento, un che di diverso da quello che ineluttabilmente è, che sia un suono, che sia un colore, che sia un diverso modo di vivere assieme, senza uccidere e senza sopraffare, ma anche senza ingannare, che cosa diventiamo? E gli intellettuali, quelli veri, gli scrittori, quelli veri, e gli artisti, quelli veri, in questo discorso che c’entrano? Ecco, appunto.

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editoriale nobel

"La libertà è un concetto che noi non conosciamo perché non siamo mai stati liberi". (Svetlana Aleksievic)

La Russia è la patria della cultura del racconto perché c’è la voglia di raccontare il proprio vissuto e il proprio dolore. Lo ha affermato il Premio Nobel per la letteratura 2015, Svetlana Aleksievic, in una recente intervista rilasciata in occasione del Festival della letteratura di Mantova. La scrittrice e giornalista post sovietica ha descritto nei suoi libri gli orrori cui è stato sottoposto il popolo russo dalla guerra in Afghanistan al disastro di Chernobyl fino ai suicidi succeduti allo scioglimento dell’Unione Sovietica.

Una narrazione, la sua, che fa emergere la propria protesta contro il regime totalitario e violento. E lo fa attraverso una scrittura che è stata definita dall’Accademia svedese delle scienze “polifonica”. Si, polifonica, perché la scrittrice bielorussa parla attraverso le numerose voci raccolte durante il suo lavoro di scavo. Storie domestiche che raccontano un territorio frammentato e frammentario. Per questo la sua opera è stata premiata, perché rappresenta un “monumento alla sofferenza e al coraggio dei nostri tempi”.

editoriale SvetlanaUn Premio al coraggio di raccontare. Il racconto assurge dunque a funzione di importanza capitale. Ma solo se è lucido e inalterato. Non edulcorato. Né contaminato. La scrittura diventa una nuova forma di opposizione, pacifica ma tagliente, che racconta la verità. E la verità è quella macchina che ti porta verso la libertà assoluta. E’ un impegno raccontare la verità usando occhi sgombri e lingua onesta, e non bisogna mai cedere alla minaccia della paura. E’ questo l’insegnamento del Nobel per la letteratura 2015.

Liberare la popolazione dalla menzogna e lottare per la verità, questo il senso del coraggio di raccontare. Anche se non tutti sono disposti a comprenderti, la condanna è l’arma più facile da infliggere. E Svetlana ha scelto l’esilio volontario per poter continuare a raccontare gli orrori della barbarie. Diceva l’apostolo Paolo che c’è un momento in cui predichi e la gente non ti ascolta, ma guai a te se smetti di predicare. Non fermiamo dunque l’impegno civile di raccontare sempre la verità, ad ogni costo.

Un Premio al coraggio di raccontare. La libertà è l’anelito e Svetlana con i proventi del più importante riconoscimento (circa 850mila euro) ha detto che si “comprerà la libertà”. 

Eva Bonitatibus

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Amy appariva rasserenata, accanto a quell’uomo molto avanti negli anni che cantava con lei. Qualche minuto dopo, la stessa voce di Tony Bennett, resa appena meno fluida dall’evidente turbamento, spiegava con rammarico che avrebbe voluto dirle: “Rallenta, rallenta, tu sei troppo importante. La vita ti insegna a vivere, se solo la vivi abbastanza a lungo”. editoriale amy1 Del film documentario di Asif Kapadia, Amy - The girl behind the name, uscito in contemporanea nelle sale italiane per tre giorni poco più che una settimana fa, non riesco a togliermi dalla mente queste parole. Come pure non riesco a togliermi dall’animo una frustrante sensazione di tristezza per la drammatica vicenda umana della cantante, della giovane donna, dell’artista, della ragazzina. Vederne raccontati i tratti privati, intimi, attingendo a materiali una volta non convenzionali come filmati amatoriali, fotografie e riprese private, registrazioni, rende più difficile non domandarsi: perché. Amy Winehouse era una ragazza di talento. Possedeva una voce straordinaria, un orecchio assoluto, come ripete lo stesso Bennett, e poi gusto compositivo, eleganza nello scrivere. Era lucida, nella sua arte, come pochi alla sua età. E come tanti alla sua età, invece, probabilmente aveva conosciuto la fragilità dei sentimenti di amicizia, la solubilità o forse la tossicità di certi legami famigliari, la vacuità di certe relazioni, la durezza e la sordità delle periferie delle società evolute, la falsità di una certa idea di successo. E tutta questa esperienza del vuoto ancora non spiega. Non spiega come la sua giovane voce da jazz pop singer, voce accostata a quelle di Ella Fitzgerald o di Billie Holiday dovesse piegare su versi senza speranza come quelli di alcune sue canzoni come Stronger than me, o Wake up alone, che sembra cominciare lì proprio dove terminava la ‘Round Midnight di Thelonius Monk – tra le più ascoltate, ma gli esempi sono troppi dippiù -, versi che vanno ben oltre le blue note del più sintattico jazz, e trasformano la malinconia esistenziale in vera disperazione. Perché? Perché ammazzarsi di alcol e di droga? Chi scrive non crede neanche alle idiozie del Club 27, per intendersi, uno dei tanti espedienti per sviare l’attenzione dalla vera questione. Qual è allora il bordo di questo vuoto? Il profilo di questa solitudine? Cosa può smuoverci da questa apparentemente totale assenza di prospettiva, di speranza? Pochi giorni dopo, leggo gli accenni stupendamente superficiali che rimbalzano sulla stampa sul saluto di Papa Francesco ai giovani del Centro culturale Padre Varela di La Habana, Cuba. editoriale amy2 Vado alla fonte, lo faccio ogni volta che posso, leggo le precise parole. Il saluto è breve, vi invito a leggerlo. Francesco parla di giovani che entrano a far parte della cultura dello scarto. Lui fa riferimento all’innesco più evidente di questo genocidio generazionale che è la mancanza di lavoro. Ok, Amy non era una senza lavoro, anzi, ma ha parimenti conosciuto le dipendenze e fors’anche il suicidio, accettato quantomeno, se non cercato; qualcos’altro ha funto da innesco, nel suo caso. E questo qualcosa a me è sembrato un vuoto di prospettive, una solitudine profonda. Francesco parla di una realtà che è radicata nel profondo dell’essere umano, di una sete di pienezza, di ciò che eleva lo spirito umano verso cose grandi come la verità, la bellezza, la giustizia e l’amore. Cosa rendeva così rapita e serena la giovane Amy mentre cantava col suo idolo, un uomo che aveva quasi il triplo dei suoi anni, un uomo non semplicemente di un’altra epoca, ma quasi di un altro mondo? Era solo la musica, era l’arte. Negli anni in cui i ponti dentro e tra le società e tra le generazioni sono saltati, rovinando con il mancato rispetto del patto sociale e del patto ambientale, l’arte costituisce ancora un linguaggio comune, forse il meno compromesso, forse il più prossimo alla verità e alla bellezza, del quale ancora disponiamo. editoriale amy3 Essa non è il fine ma è il percorso. Può ancora aiutarci a conoscere nel profondo noi stessi, e a riconoscere gli altri. Può toglierci dalla disperazione. Poi, certo, dobbiamo anche fare.

Rocco Infantino

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