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Editoriale

Il sapere è un abito bellissimo

editoriale ilsapere 1

Il titolo che ho voluto dare all’editoriale che segna la fine del primo anno di vita della testata giornalistica www.goccedautore.it e l’inizio del secondo l’ho tratta da una celebre frase di Umberto Eco. Lo scrittore scomparso la settimana scorsa, che tutto il mondo ha celebrato ricordandone la figura di intellettuale e ripercorrendone la produzione letteraria, ha segnato la nostra epoca per raffinatezza e compostezza del pensiero. Diceva che “Il sapere non è come la moneta, che rimane fissamente integra anche attraverso i più infami baratti: esso è piuttosto come un abito bellissimo, che si consuma attraverso l’uso e l’ostentazione. Non è così infatti il libro stesso, le cui pagine si sbriciolano, gli inchiostri e gli ori si fanno opachi, se troppe mani lo toccano?” Un amore viscerale per i libri e per la cultura, quella che si costruisce giorno dopo giorno approfondendo la conoscenza, ampliandola, demolendola, ristrutturandola e accrescendola. Sapere quindi è il bene supremo cui l’uomo deve tendere per orientare diversamente la propria esistenza e per garantire la propria libertà, senza compromessi o accordi spuri.

editoriale ilsapere 2

La scelta avvenuta nei mesi scorsi di fondare una propria casa editrice dopo aver lasciato la Bompiani facente parte della galassia Rcs Rizzoli finita poi nelle mani di Mondadori, sottolinea lo spirito libero di Eco e la sua necessità di conservare un’identità. Al cospetto di Mondazzoli (dalla fusione di Mondadori e Rizzoli) è nata La nave di Teseo, questo il nome della casa editrice fondata dal semiologo filosofo e scrittore italiano con  Elisabetta Sgarbi, Tahar Ben Jelloun, Sandro Veronesi e Edoardo Nesi, Furio Colombo, Pietrangelo Buttafuoco, Nuccio Ordine. Un passaggio importante a salvaguardia della miriade di piccole case editrici che popolano e alimentano il mondo del libro in continua evoluzione. L’immagine stessa utilizzata come nome della casa editrice, La nave di Teseo, è la metafora dell’identità che muta con il tempo. Il vascello del mitico re e condottiero ateniese perdeva pezzi durante la navigazione, e ogni pezzo veniva sostituito con un altro, simile ma non identico. Alla fine la nave non era più la stessa, ma ha continuato a navigare fino al nuovo approdo. E il senso è proprio questo: la nostra identità non è immutabile, si modifica nel tempo. Che in termini ancora più semplici significa che per rimanere se stessi bisogna essere disposti a mollare gli ormeggi, ad affrontare l’ignoto, a rischiare, a vivere luoghi sconosciuti, insomma a perdersi per poi ritrovarsi, a smarrirsi senza mai perdere la memoria di ciò che siamo. Per tornare più forti di prima ed avere maggior slancio verso nuovi progetti. Ecco, i nuovi progetti. E’ verso quest’ultimi che dobbiamo tendere con sempre maggiore consapevolezza ed entusiasmo, scegliendo le persone giuste con le quali condividerli e facendo attenzione a non dimenticare mai da dove veniamo e ricordando in primis a noi stessi dove vogliamo andare: L’isola del giorno prima.

Eva Bonitatibus

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amore1Qualche giorno fa, nella mia città è venuta a mancare una signora. Non giovane né tanto anziana, l’informazione locale probabilmente non se ne sarebbe interessata se non fosse che, per le solite vie della banalità del male, la donna era stata travolta da un’automobile su un marciapiede. Poche righe in cronaca e una foto della vittima. Quel volto non mi era nuovo. Debbo tornare indietro di trent’anni. Quasi ragazzi, alcuni amici ed io una volta organizzammo in città una improbabile mostra di opere d’arte varia realizzate dagli studenti rigorosamente durante l’orario di lezione: opere figlie della noia, della distrazione, della fantasia o della protesta, della vacuità, del genio, vandalismo, fate voi. Goliardata. L’esposizione durò per diversi giorni e già dal primo, tra i molti, lei. La signora tornò anche il giorno seguente, quasi verso l’orario di chiusura. Riprese ad osservare qualcuno degli oggetti esposti, poi stette in un canto qualche minuto, finché, fattomi più vicino a lei, potè dirmi: “Posso venire anche domani?” C’è un articolo del The Guardian del 6 febbraio scorso, ripreso da un amico sulla propria bacheca Facebook, inserito, mi pare, in un reportage con il quale quel giornale racconta, attraverso le voci del personale addetto, dei tagli a certi servizi pubblici e del contemporaneo aumento di certa domanda, che parla di quello che sono diventate, o stanno diventando, ad altre latitudini, le biblioteche pubbliche. Ci sono disoccupati di mezza età che ci vanno per farsi aiutare a compilare domande di lavoro on-line, o digitalizzare dei documenti; ci sono genitori che portano bimbi anche molto piccoli e che hanno bisogno non soltanto di attività di prima alfabetizzazione o per lo sviluppo del linguaggio, ma magari domandano di iniziative semplicemente socializzanti e magari gratuite. Così, continua l’articolo, quelle strutture finiscono per ospitare corsi d'arte, tè danzanti, servizi complementari di supporto agli anziani. Diventano insomma luoghi di incontro e contribuiscono così a fronteggiare il crescente rischio di isolamento sociale cui, specie in questi periodi di crisi indotta, sempre più persone sono esposte. Qualcuno arriva a riferire al bibliotecario: “Tu sei l’unica persona con la quale ho parlato per tutto il giorno”. Dove va il nostro mondo? Vuoi un libro? C’è Amazon. Cultura? Socializzazione? Pizza, palestra, salsa, merengue. Sei ricco? Ok. Povero? Caritas. Socializzare non è soltanto convergere in un punto, io credo. Così fosse, basterebbe organizzare più spesso incendi nei grandi hotel. E partecipare alla vita e alla vita culturale di una comunità, dove comunità c’è, non è comprare un prodotto, libro, film, concerto, una o venti volte al mese. Credo sia poter prestare orecchio, e talvolta provare anche la propria piccola voce, in un dialogo continuo. Avere modo, avere luogo. In qualunque condizione sociale o personale si versi. Sempre, comunque. Non mi trovo mai a mio agio a spendere parole importanti, ma se dovessi parlar d’amore in fatto di  cultura, magari direi questo. L’amore non è necessariamente continuità, si danno gesti d’amore tanto assoluti quanto immediati, fulminei ed anzi irripetibili. Proprio così ogni singola opera dell’arte, magari.  Ma in questi fatti, la continuità è una forma di amore.

Rocco Infantino

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editoriale biancoenero 1

Un editoriale in bianco e nero, bianco come la pagina di un libro e nero come l’inchiostro delle parole. Bianco e nero come un pentagramma musicale o come un’incisione calcografica. Bianco e nero perché metto a nudo la mia anima, che in questo momento è così scoperta da poterla leggere tutta. Bianco e nero non perché amo il monocolore, al contrario, amo tutti i colori dell’universo creativo, ma perché desidero concentrarmi sull’essenziale, sull’ossatura delle questioni, sull’anima delle cose per l’appunto. I colori mi distraggono e mi portano lontano, e io, in questo preciso momento, voglio rimanere chiusa dentro ad una riflessione: la forza della parola. Quella detta e quella non detta, quella sussurrata e quella urlata, quella sottaciuta e quella esplicitata, quella che infiamma e quella che infiacchisce. La forza della parola che non muore mai e che dal rinnovarsi della vita sugge vigore. Insomma l’immortalità della parola che prosegue il suo cammino di vita oltre la vita di chi le ha pronunciate. E’ questa la straordinarietà della parola, quel nero fissato sul bianco che mai digraderà colore, né mai sarà cancellata dal tempo. Il tempo divora ed usura, ma le parole resistono e vanno. E continuano a vivere e a far rivivere. Riflessioni suscitate dal libro del compianto Pino Mango, artista e cantate lucano scomparso un anno fa e che oggi viene ricordato attraverso la sua arte poetica.

editoriale biancoenero 2Mango tutte le poesie è infatti la pubblicazione voluta e curata dalla moglie, Laura Valente, e dai figli Filippo e Angelina, ed edita dalla casa editrice Pendragon. Il volume è stato presentato a Potenza, terza tappa italiana dopo Milano e Roma, all’Università degli studi della Basilicata e al teatro Stabile. Una commovente partecipazione di pubblico ci ha fatto capire quanto sia importante la parola, l’unica entità che continua a far vivere anche chi non c’è più e a far parlare di sé oltre il tempo e lo spazio. Quel tempo e quello spazio che tutti abitiamo in consapevolezze più o meno sensate. Ed è proprio questa la questione, dare un senso a ciò che siamo. E artisti come Mango, Pino Daniele, Lucio Dalla hanno dato un senso alla loro e alla nostra vita grazie alle loro PAROLE. Sono loro a trasmettere emozioni, sono loro a farci commuovere fino alle lacrime, quelle che hanno rigato i volti delle persone che hanno partecipato alla presentazione del libro di Mango a Potenza. Dell’evento ne parleremo più diffusamente nel prossimo numero, soprattutto parleremo di Mango poeta e del binomio poesia-musica che ha caratterizzato la sua esistenza. Ma proseguendo il discorso della valenza della parola, subentra il valore dei numeri. I numeri infatti ci vengono incontro dando concretezza alla valenza delle parole. Mi spiego. Le parole messe in sequenza originano frasi, che originano discorsi, che originano storie fino a comporre veri e propri libri. I libri dunque sono fatti di parole e dietro ogni parola, si sa, c’è un uomo di bradburiana memoria. Tanti i libri scritti, è una verità consolidata ormai. E oggi a questo dato possiamo finalmente aggiungere che ci sono tanti lettori. Il dato, e in questo subentra il valore dei numeri, è stato reso noto dall’Ufficio studi dell’Associazione Italiana Editori (AIE) sul mercato del libro 2015. Finalmente si registrano i segni +, più libri in tutti i principali Paesi UE, anche in Italia dove ben 24milioni di persone leggono un libro. Un ritorno alla carta, a svantaggio del digitale, che fa ben sperare in un 2016 ricco di nuove proposte editoriali e di nuovi volumi da sfogliare. Un dato che da solo riempie di speranza e conforta gli sforzi di tutti coloro che si prodigano per la promozione della lettura. Un lampo di luce su spazi di buio.

Eva Bonitatibus

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 Quando esistevano i giornali, mi piaceva tanto leggere i fatti. E trovavo di conforto, quasi alla stessa epoca, si direbbe, quello che si vedeva scritto in quel coltellino svizzero multiuso delle idee che sono i frammenti di Parmenide. L’essere è e non può non essere, il non essere non è e non può essere, si afferma, cito a memoria, in un punto. Oggi non si potrebbe dire. classico1 I fatti. Qualche giorno fa è stata, in sostanza, chiusa la redazione Basilicata del Quotidiano del Sud, un giornale diffuso in Calabria, Campania e Basilicata, appunto. Giornalisti e poligrafici messi in cassa integrazione a zero ore. Azzerata una delle poche fonti di informazione locale, regionale. Una voce in meno a coprire il territorio. Non intendo sermoneggiare sulla libertà d’informazione: mi mancano titolo, capacità e voglia. Provo a dire qualcosa di diverso, e cioè che c’è di peggio, a ben vedere, che chiudere un giornale: peggio è non chiuderlo. Una volta che hai mandato a casa i cronisti locali che bene o male conoscono e riportano i fatti locali, dovresti chiudere quelle pagine. Bianco, pubblicità di mastici per dentiere, necrologi a morire, fai tu. Ma devi chiudere. Non puoi spacciare per informazione locale quella che informazione non è. Come nulla fosse, invece, dopo di ciò, l’edizione Basilicata del quotidiano continua ad essere diffusa. Chi la scrive? Con quali fonti? Con quale attendibilità? Con quale professionalità? I fatti - il mio mantra preferito - i fatti! Il giorno dopo, sulla prima pagina dell’edizione Basilicata del Quotidiano del sud, dominava in taglio medio, ingabbiata con tanto di fotografia, una notizia sul museo del fischietto di Rutigliano. Non mi turba il fischietto, se ne ascoltano tanti, di falsi intellettuali, ma il Rutigliano, che come subito rileva un bravo giornalista radiofonico potenzese, risulta essere, ancor oggi, Comune in Terra di Bari. Il giorno appresso ancora, su quella stessa pagina, il pezzo d’apertura titola Shell, la società presenta nuove istanze per ricerca di idrocarburi in Basilicata. L’articolo è di millequattrocento battute in tutto, poco più di trenta parole sono il redazionale, il resto, malamente virgolettato, è evidente che sia il sapiente comunicato stampa della società interessata. Così si ritiene di fare informazione? E di farla su un tema come il petrolio su un territorio come la Basilicata? Sappiamo che le metodologie per le stime dei costi dell’attività petrolifera comprendono anche la valutazione della docilità delle popolazioni interessate. E la disinformazione calmiera il livello d’allarme sociale, favorisce la docilità. E’ giornalismo? Più in generale, decidere di trattare con tale approssimazione un territorio, e ripeto, parlarne comunque, anziché più decentemente tacere, significa minare quotidianamente l’identità di quel territorio. Sarà un caso? Per ora registriamo soltanto che paiono finiti i bei tempi quando nel blocco sovietico, ad esempio e tanto per onorare la nostra collocazione geopolitica nella tripartizione del mondo in Oceania, Eurasia ed Estasia, le radiotelevisioni, non potendo diffondere notizie sgradite al regime, mandavano concerti di musica sinfonica. classico2 Oggi l’informazione non muore nel silenzio. Il silenzio pare risultare per sé stesso eversivo. La risacca dell’informazione regala sempre più spesso relitti di propaganda. Tra i fatti positivi di questi giorni, annoto invece la notte bianca dei licei classici, in calendario il 15 gennaio. Scuole aperte fino a mezzanotte: letture di Dante, dei classici latini e dei classici greci, concerti, proiezioni, mostre, lezioni. Io l’ho vissuta nel mio liceo di antica appartenenza, incontrandovi miei vecchi compagni di scuola, tutti accompagnandovi i nostri figli, nuovi studenti. Oggi c’è chi considera l’istruzione come un inutile fastidio, anzi un ostacolo verso la formazione di cittadini meno strutturati, attenti e consapevoli. Con il falso obiettivo di avvicinare più presto i giovani al mondo del lavoro (avvicinarceli, mica farceli entrare), li si vorrebbe scoraggiare dall’approfondire gli studi. E gli studi classici, con la loro forte carica identitaria ed il potente contributo alla formazione dello spirito critico, sono per taluni il nemico da abbattere.classico3 Mi accorgo tuttavia che anche parlando d’altro finisco quasi per convergere sui fatti di apertura. Identità territoriale e identità storica. E sì che Parmenide me lo diceva: Indifferente è per me da quale parte incomincio, infatti ritornerò lì di nuovo. Vorrei anche fare gli auguri a Wikipedia per i suoi primi quindici anni, e su di essa spero di poter tornare.

Rocco Infantino

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editoriale quellavita 1

“Quella vita c’h’è una cosa bella, non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce, non la vita passata, ma la vita futura.” (G. Leopardi)

Buon anno! Buon anno a chi comincia il 2016 leggendo un libro appassionato, o a chi comincia cantando una canzone, o a chi comincia dipingendo un orizzonte, o a chi comincia ascoltando la sua musica preferita, o a chi comincia scrivendo la sua storia. Buon anno a chi sta per cominciare un nuovo cammino, a chi ha deciso di cambiare tutto nella sua vita, a chi ha deciso di non cambiare niente, a chi non ha potuto decidere se cambiare qualcosa e a chi non ha voluto decidere se cambiare qualcosa nella propria vita. Che sia l’inizio in ogni caso di un corso nuovo, di un nuovo slancio verso la vita, verso sé stessi e verso gli altri.

La redazione di www.goccedautore.it apre sicuramente il nuovo anno con un grande sorriso stampato sul volto. Il 2015 ci ha visto protagonisti del web, insieme a migliaia di altri magazine e riviste di informazione di ogni tipo, con un entusiasmo ed una determinazione che ci ha portato a grandi risultati. Durante questi 12 mesi abbiamo raccontato attraverso le 22 uscite la vita culturale di un paese, sfogliando insieme a voi libri di ogni genere, proponendovi letture fresche di scaffale, ascoltando musica e facendovi conoscere i musicisti che hanno raccontato la storia della musica. Abbiamo parlato dei vari linguaggi dell’arte, vi abbiamo presentato pittori, artisti e fotografi che hanno votato la propria vita alla bellezza dell’arte. Abbiamo scandagliato tra quelle realtà che hanno avuto il coraggio di investire in attività culturali aprendo librerie, case editrici, biblioteche, fondazioni, parchi letterari, case musicali, gallerie d’arte, progetti culturali. Abbiamo dialogato con gli scrittori, con gli editori, con i musicisti, abbiamo raccolto i loro pensieri ed abbiamo costruito insieme il grande mosaico della cultura. Abbiamo segnalato i concorsi per scrittori, poeti, musicisti e artisti sparsi sul territorio nazionale, abbiamo pubblicato i racconti di aspiranti narratori e dato spazio agli scatti più belli.

Abbiamo riunito le loro voci ed abbiamo formato un coro dal quale è arrivato unanime il consenso verso il nostro progetto. Parlare di cultura da una piccola città di una piccola regione del Sud Italia è stata una sfida sin dal primo momento, ma è stato questo il sale della nostra missione. Abbiamo raggiunto il milione di visualizzazioni in un anno di pubblicazioni e questo numero ci da il conforto necessario per proseguire il nostro cammino e continuare a parlare di libri, di musica e di arte. Perché in fondo noi siamo fatti di questo, sono questi i pilastri della vita, sono questi i fondamenti su cui è stata costruita la civiltà nella quale viviamo. E non possiamo disattendere questo mandato che i nostri ci hanno consegnato. Apriamo dunque la finestra sul nuovo anno continuando a guardare verso l’orizzonte con lo sguardo pieno di speranza e di amore perché “quella vita c’h’è una cosa bella, non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce, non la vita passata, ma la vita futura.

editoriale quellavita 2

Eva Bonitatibus

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Siamo franchi. Sono lì che non so da dove cominciare. Nella testa mulinellano tante cose. Provo a non pensare che è l’ultimo numero dell’anno, che questa finta e reiterata ultimatività carica sempre di responsabilità maggiori, per lo più immotivate. Si sa che dopo, di solito, in questa sperimentata porzioncina dello spaziotempo, sempre viene un primo gennaio successivo, col pomeriggio al cinema a vedere il film che capita. I pensieri della fine dell’anno sono parenti di quelli sulla fine del mondo. Sarà un segno? Esattamente tre anni fa, il 21 dicembre del 2012 per il calendario gregoriano, molti se l’aspettavano, la fine del mondo, o qualcosa di molto simile e comunque di portata planetaria, secondo più o meno accreditate letture della fine di uno dei cicli del calendario Maya. maya1 Peccato, invero, che ci fossimo concentrati su quello e non invece su profezie più spicce e più recenti, che però hanno avuto il cattivo gusto di avverarsi, come la fine del lavoro, teorizzata negli ultimi decenni da molti studiosi, tra i quali per tutti cito Jeremy Rifkin. Altri, specie a ridosso della fine del millennio oggi passato da tre lustri esatti - meglio informati? peggio? -, teorizzavano la fine delle nazioni e pure la fine delle democrazie sovrane. Tant’è. Dunque sto lì, un filo teso perché già molto in ritardo, che voglio dimenticarmi del mondo intero, non voglio scrivere del mondo intero, ma di una piccola cosa. Una libreria al civico 37 della via Domenico Ridola nella città di Matera. Espongo, in breve. La libreria fa parte della storia contemporanea della città, è un riferimento, come dovrebbero essere le librerie, per il fermento culturale locale. Occupa locali in affitto. Matera diventa Capitale europea per la cultura per il 2019. Crescono i prezzi, crescono gli affitti. Maggiori spese, necessità di maggiori entrate. Verosimilmente quei locali sono destinati ad ospitare attività molto più redditizie, non importa di che tipo. Il libraio stesso riconosce che «oggi vengono consumate certamente più pizzette che libri». maya2 Effetto: la libreria dovrà a breve trovare un altro posto. Verrà forse soppiantata da chissacché. Ancora il libraio, compostamente, come ho modo di leggere sulla stampa locale, azzarda: «rimanere in questo posto sarebbe anche un baluardo per non cedere completamente la zona alle sole attività di smercio immediato perché un quartiere è fatto anche da fruttivendoli, cartolerie, librerie che fanno parte della vita cittadina quotidiana». Il fruttivendolo, la libreria, la cartoleria. Per quel che m'è parso di capire, l'affermarsi del progetto culturale di Matera 2019 stava proprio in questo: un'idea di città aperta, ospite di una cultura diffusa, residente, quotidiana. Semplice, essenziale, autentica. Una cultura sedimentata nella storia delle persone e del territorio, e proprio per questo convincente e anche accogliente, inclusiva. Una idea culturale che non si faccia episodio, che non sia posticcia, che non diventi un’insegna luminosa, che non partorisca, al solito e soltanto, per usare un’espressione orripilante, un evento. Una città, Matera, che non è figlia di adatte inquadrature tra facciate di cartone con le scritte Sheriff e Saloon, una città dove ci si vive davvero, e consapevolmente, e non ci si gira uno spaghetti western, non è un teatro di posa. E’ altro. E invece, pare, la città diventa capitale della cultura e alla fine questo comporta che una libreria che sta in una delle vie del centro debba spostarsi più in là. Quante considerazioni, no? Contraddizioni? Tuttavia il mondo intero pare fatto così: si buttano bombe su intere città perché qualcuno non spari nei bar; per superare la crisi i soldi li si danno alle banche, anziché andare lì a prenderseli. Perfino, si pende dalle labbra del Papa quando lui parla di un sindaco che si imbuca alle gite, ma quando fa una terribile enciclica – Lettera Enciclica Laudato si’ Sulla cura della casa comune, leggetela, per favore – pure sul Papa cala un silenzio doppio, il buio più buio. Sono lì, insomma, nel momento in cui comunque finisce che uno si dà da solo del brontolone, dell’esagerato. E lì, da Facebook lasciato incautamente aperto, sul profilo di un amico, compare la notizia. La notiziona. L’immancabile veglione televisivo di capodanno su RaiUno si fa da Matera, si sa, si sa già, un palco enorme, fuori scala, pare, campeggia già quindici giorni prima tra le storiche mura di una delle più belle piazze della città, città bellissima - e sotto? gli ipogei? tutto bene? -. Un fiume di danaro e l’imperterrito trenino, squarciagolando sempre Pe pe pe pe pe pe … Zazueira … Sebastiana … Fio maravilha nos gostamos de voçê ... tetetetetetete! … La notiziona. Lo presenterà Claudio Lippi. Sarà un segno?

Rocco Infantino

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Pubblichiamo volentieri nello spazio dedicato all’editoriale il pensiero espresso dallo studioso e autore di notevoli pubblicazioni di carattere storico e letterario, Giovanni Caserta. La vicenda cui fa riferimento è il divieto di festeggiare il Natale nella scuola primaria dell’istituto comprensivo Garofani di Rozzano, nel Milanese, che ha sollevato non poche polemiche con le conseguenti dimissioni del Dirigente scolastico. La redazione di www.goccedautore.it si associa alla riflessione del Professor Caserta, auspicando che in futuro l’avvedutezza degli uomini prevalga sull’impulsività di determinati atteggiamenti.

editoriale natale 1“Qualche anno fa, chiamato ad illustrare un volume, che raccoglieva liriche e racconti dedicati al Natale, mi trovai di fronte ad una discussione simile a quella che si sta sviluppando in questi giorni. Si trattava del libro di Antonio Giampietro, dal titolo Il Natale dei poeti. La sede era il Sacro Cuore di Matera. Ero fra le suore, con un pubblico tutto cattolico. Mi chiesero che cosa pensassi di un Natale da celebrare oggi nella scuola, quando ormai le classi si possono dire plurirazziali e interculturali. Ci sono cinesi e rumeni, ucraini e albanesi, confuciani e musulmani, ebrei e protestanti… Non mi fu difficile rispondere, partendo proprio dal libro e dai brani, anche molto belli, ivi raccolti. Vi si leggevano Pascoli e Gozzano, Bargellini e Pezzani, Umberto Saba e Salvatore Quasimodo, Gianni Rodari e Rocco Scotellaro, Thomas Merton e Boris Pasternak, tutti di fede e cultura diversa. Per esempio, è noto che Pascoli non era cattolico. Non lo era nemmeno Gozzano. Saba era ebreo.

editoriale natale 2

Eppure avevano celebrato il Natale ed erano tutti raccolti nello stesso volume. Non avevano trovato nessuna difficoltà a stare insieme. Il Natale è la festa in cui nasce un bambino. Poco importa che sia figlio di Dio e che sia nato da Madre Vergine. Tutti quegli scrittori e poeti celebravano il messaggio che quel bambino, non disconosciuto come realmente esistito dagli ebrei, ma nemmeno dai musulmani, aveva portato al mondo. Il Natale ce l’ebbero anche i romani, pagani, che si aspettavano dalla nascita del dio Sole, l’arrivo della luce, subito dopo il solstizio d’inverno, quando il giorno ricominciava a crescere rispetto alla notte. Non è difficile, perciò, celebrare insieme, uomini di tutte le religioni, col Natale, il ritorno della speranza e della fede in un mondo fatto di pace, giustizia e bontà. Anche i musulmani, anche gli ebrei, anche gli atei, possono cantare “tu scendi dalle stelle”; a tutti è opportuno che arrivi il monito alla carità e alla tolleranza. Che poi, in altra giornata, sacra per loro, ragazzi di altra religione celebrino insieme ai compagni cattolici la loro festa, è solo augurabile. Si crea confronto e dialogo. Qualcuno potrà dire che si finirebbe col celebrare troppe feste e troppe religioni. Se così fosse, si potrebbe anche fare a meno della festa della donna, della pace, dell’ambiente, del bambino e via dicendo, perché tutte queste istanze sono raccolte in tutte le religioni, da nessuna della quali ho mai sentito dire che i vecchi vanno buttati nella Gravina, che le donne vanno uccise, che i bambini vanno trucidati, che vanno messe le bombe. Che se qualcuno lo dice, anche in nome della religione, accade solo perché si tratta di folli. Lo stesso nazismo e lo stesso fascismo avrebbero fatto meno vittime, non avrebbero organizzato campi di sterminio e non avrebbero fatto nessuna guerra, se contro di loro si fossero levate le religioni e i loro capi. A partire dal Papa del tempo.”

Giovanni Caserta

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editoriale citt1

Se si guarda dall’alto, seguendo un tratto del suo bordo che digrada verso il fiume, ma comunque nel perimetro prossimo del suo abitato, si può distinguere il profilo irregolare di una macchia nera. Ed è così, credo, che la si interiorizzi, questa città. Un grumo di inespresso attorno al quale s’addensa, o si forma, la sua moderna identità. Io vivo a Potenza. Potenza, Basilicata, Italia. La macchia nera è materiale ferroso, fattore della produzione di una acciaieria del Nord che qui ha un suo stabilimento. Questo coagulo, col suo essere latamente insalubre – esteticamente? sanitariamente? – secondo la gradazione propria di chi abbia derubricato il bisogno di bellezza e ridotto la stessa salute a costo, o peggio a mera burocrazia delle carte in ordine, accettato, tollerato o voluto, sta comunque lì a definire chi siamo. «Si deve dunque convenire che il bromuro prevale sull’inchiostro in tutti i casi in cui la presenza stessa delle cose visibili basti a sé stessa, parli da sola», così si esprimeva il poeta Paul Valéry, delegato dell’Académie française, in un  discorso tenuto alla Sorbona il 7 gennaio 1939 sul centenario della fotografia, quando questa tecnica ancora giovane portava in dote una certa oggettività per forza di cose nuova, per chi utilizzasse un qualunque altro tipo di linguaggio, quello pittorico, quello letterario, nella comunicazione e nelle relazioni. Mi sbaglierò, ma talvolta penso che dobbiamo tornare a imparare a guardare bene le cose per quelle che sono. A vederle. Spesso abbiamo un problema di sguardo e di postura. Preferiamo farcele raccontare, le cose, chinati sul flusso continuo di materiale predigerito dei notiziari, e commentari, che rigurgita finanche dai nostri telefonini, e per ciò stesso sostituiamo pezzi di realtà con pezzi di pseudorealtà nel nostro pensare. Curvi su altrui descrizioni e resoconti, rinunciamo a star dritti, ben su con la schiena, e a fissare con il nostro sguardo, un potente settanta millimetri che non crea aberrazioni nell’immagine, quello che ci sta davanti. La città va guardata. La nostra città, qualunque città. Le case, le fabbriche, le strade. Occorre mettere attenzione a quello che si vede: agli elementi dell’arte dura dell’architettura che del paesaggio urbano sono gli elementi costitutivi; alle strutture materiali che concretano e assecondano le funzioni; agli elementi dinamici di ciò che accade, nella vita delle persone e in una collettività, in questa dimensione. Del resto – sarà azzardato? – architettura e comunità che la forma e poi ne fa dimora, la pietra e la persona, in un continuo evolvere l’una nell’altra, sono soltanto due stati differenti di aggregazione della materia. Noi diamo forma alla città e la città ci forma. Questo travaso continuo è spesso travaso di bellezza. Ma non funziona soltanto con la bellezza. Questo dar forma e prender forma funziona anche con la bruttura. Con l’armonia, quando c’è. Funziona anche, io credo, con la brutalità, con la violenza. Poi magari le persone lungo la vita si spostano, e portano con sé la bellezza e la violenza. «Non c’è nascita che il bambino di qualche giorno non sia condotto davanti l’obiettivo», continuava Valéry in quell’occasione, «tra qualche decina di anni, l’uomo che egli sarà diventato potrà stupirsi … davanti all’immagine di questa creatura di cui ha esaurito il futuro». Fotografiamo, guardiamo. Ci aiuterà a riflettere, ci aiuterà a capire.

Rocco Infantino

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