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Editoriale

IMG 1783Dovremo presto tornare a farci l’abitudine, l’estate arriva. Due notizie e due postille, se permettete. Uno. Qualche giorno fa, il 24 maggio per la precisione, il ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo ha sottoscritto con il direttore generale della RAI, con il presidente di Mediaset, con il vice presidente esecutivo di Sky Italia, con l’amministratore delegato di La7, con l’amministratore delegato di Discovery Italia, un documento denominato Patto per la lettura. Consultandolo, e glissando sulle espressioni oramai consuete che collegano anche le libertà individuali ad esigenze produttivistiche (sicché si deve leggere, tra le altre cose, che «La quota di investimenti destinata al miglioramento del livello culturale della popolazione è strettamente legata alla crescita del Pil e della produttività» e che «Cultura, innovazione e competitività economica sono fenomeni correlati tra di loro»), si apprende che le sue finalità sono quelle di definire strategie e promuovere azioni e iniziative sui temi della lettura. Insomma, il ministero e le maggiori televisioni concordano di darsi una mano per «contribuire a rendere la pratica della lettura un’abitudine sociale diffusa e riconosciuta». Bene. Bravi. Per una volta non sottilizziamo. C’è una vera e propria emergenza sociale nel nostro Paese, tra tante, della quale ci occupiamo persino da queste modestissime colonne, e cioè la forte disabitudine alla lettura, con quello che ciò comporta, questa iniziativa pare affrontare questo tema, quindi: bene, bravi. Del resto, proprio una cosa del genere, se non uguale, è stata promossa nel 2015 per quest’anno anche dalla BBC nel Regno Unito: Get Reading, l’hanno chiamata oltremanica. Due. Il 27 maggio, autorevolissimi componenti del Comitato tecnico scientifico per le biblioteche e gli istituti culturali e del Consiglio superiore dei beni culturali e paesaggistici, che sono, per farla semplice, i massimi organi tecnici e consultivi del medesimo Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, rassegnano le proprie dimissioni. Al di là del dato di stretta cronaca, della goccia che ha fatto traboccare il vaso, tanto più perché si tratta di studiosi, tecnici e professori di primissimo ordine nel Paese - parliamo ad esempio di accademici del calibro di Mauro Guerrini e Giovanni Solimine, di Gino Roncaglia -, il gesto, gravissimo, è stato mosso dalla urgenza di porre una riflessione sul ruolo delle biblioteche statali e sulle prospettive del sistema bibliotecario pubblico italiano, che versa in condizioni molto serie. Su questa situazione, lo stesso Consiglio superiore dei beni culturali e paesaggistici aveva approvato mesi addietro una mozione nella quale si chiedeva che per la prima volta si desse il segnale dell'avvio in Italia di una vera e propria politica bibliotecaria. Tradotto, senza le morbidezze della diplomazia burocratica: il sistema bibliotecario pubblico è allo stremo. In questo quadro, aggiunge la stessa mozione e noi non possiamo tacerlo, andrà dedicata una particolare attenzione al Mezzogiorno. Chissà perché. Questa era la seconda notizia, questo il dato drammatico. Per inciso, informazioni se ne leggono se solo le si cerca, anche nel Regno Unito e proprio in questi mesi, sono all’ordine del giorno le critiche, le proteste, finanche le occupazioni di alcune biblioteche, per il sostanziale depauperamento del sistema bibliotecario pubblico, come nel Surrey, come nel Lincolnshire, perché ormai tante biblioteche sono costrette a chiudere o a vedersi affidate a organizzazioni private esterne ad esse. Noi non siamo malfidati, no, ma non vorremmo che qualche buona iniziativa, adottata al momento e pure utile, facesse velo su una situazione strutturale che mina alle basi un presidio pubblico così centrale per la vita culturale, e quindi, assieme ad altri, per la tenuta democratica, del Paese. Insomma, con il ritorno dell’estate, quelli con la tv accesa incapperanno nella solita pubblicità che invita ad allertare il 115 in caso di emergenza incendi. Se divampa la fiamma, chiamare i vigili del fuoco va bene, certo. Non va invece per niente bene, anzi, l’aver tolto di mezzo, durante l’inverno, il Corpo forestale dello Stato. Postilla numero uno: non se ne può più di sentir dire ogni volta che si tagliano servizi essenziali, si, anche come quelli di cui qui riferiamo, che lo impongono ragioni di bilancio. Il denaro è uno strumento, non ha ragioni proprie. Le ragioni del denaro sono le ragioni di chi lo tiene, o lo stampa, e lo usa come strumento di potere. Postilla numero due: un pensiero di sostegno a quei tanti francesi che da settimane legittimamente manifestano contro provvedimenti governativi evidentemente inaccettabili, e che in questi giorni sono vieppiù impegnati a sperimentare quanto ci possa esser di vero nella relazione tra il “piove” e il “governo ladro”.

Rocco Infantino

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editoriale maternitàdolente 1Ancora sulla mamma. E’ il mese di maggio che lo richiede. E’ il desiderio di esternare ancora una volta il sentimento di gratitudine nei loro confronti. Non sono una mammona, ma sono una mamma e quando diventi madre cambia la tua posizione di figlia. E’ una questione di prospettive, muta lo sguardo ed il pensiero, da centro dell’attenzione diventi polo d’attrazione perché i figli ti gravitano intorno senza mai distaccarsi del tutto. Il pensiero sulle mamme mi è stato sollecitato più volte in queste due ultime settimane grazie alle pagine di alcuni libri: ho incontrato una mamma a cui hanno ucciso il figlio ed ho incontrato un figlio che ha perso una mamma. Ecco, le due prospettive. La prima è la protagonista di una brutta storia accaduta ormai quasi trent’anni fa in Basilicata e ricostruita in un libro presentato alcuni giorni or sono a Potenza. Aspettando giustizia è il titolo, che racchiude già il senso della storia, scritto da Angelo Jannone, colonnello dei Carabinieri in congedo e pubblicato da Secop edizioni. Il romanzo racconta la tragica scomparsa di Luca Orioli e di Marirosa Andreotta, due ragazzi di appena vent’anni, trovati morti nella vasca da bagno di casa della ragazza nel lontano 1988. Da allora non è mai stato trovato il colpevole, il caso venne archiviato come incidente causato da folgorazione e dopo tre decenni la mamma di Luca piange suo figlio senza sapere perché sia morto e chi lo abbia ucciso. Una storia che racconta le omissioni compiute da un’investigazione frettolosa e approssimativa, un libro che descrive le pene patite dai genitori di questo ragazzo. Ed ho conosciuto Olimpia, la mamma di Luca, una donna piccina di statura ma immensa nell’anima. Un angelo in terra perché sopravvivere ad un simile dolore non è umano. E lei ha ancora la forza di lottare, nonostante le bugie e i maltrattamenti e le ingiurie e la menomazione. Si, perché perdere un figlio è una menomazione. E’ come non avere più una parte del proprio corpo. Ma lei è grande perché ha Luca dentro di sé che le da l’energia per andare avanti e lei lo ascolta, lo asseconda, parla di lui ovunque. “E’ un modo per tenerlo in vita”, ha detto. Si commuove, piange, ma non smette di raccontarlo a noialtri che fatichiamo a trattenere il pianto. Il suo dolore diventa il nostro, e l’affetto delle persone, dei ragazzi soprattutto, le asciuga per un po’ le lacrime. E i suoi piccoli occhi celesti tornano a sorridere.

La seconda storia invece è legata ai ricordi di un figlio che ha preso la via del mare alla ricerca dell’armonia interiore. Lui si chiama Roberto Soldatini, è un violoncellista famoso, direttore d’orchestra, compositore e docente di musica, alla sua seconda prova con la scrittura. Sinfonie mediterranee è il titolo del libro presentato a Gocce d’autore la scorsa settimana, edito da Nutrimenti Mare, in cui l’autore racconta le tappe del suo viaggio nel Mediterraneo a bordo della sua barca-casa lunga 15 metri. Una sorta di diario di bordo che svela la bellezza dei luoghi visitati, gli imprevisti della navigazione, il gusto per la sfida. In solitaria assoluta Roberto Soldatini solca i mari per sei mesi e annota i suoi sentimenti e le sue considerazioni nei suoi libri. Riaffiorano i ricordi e si riaprono le ferite. La mamma in quel luogo di tanti anni prima. E’ ancora lì, ad Amalfi, col suo cappotto tortora a guardare le onde che s’infrangono sugli scogli. E la nostalgia prende il sopravvento con tutta la rabbia che sente ancora dentro perché due mesi più tardi un tumore se la porterà via per sempre. Ma lui è un altro angelo sulla terra che sopporta il dolore e va avanti. La sua musica è la sua medicina, il mare la sua culla.

Sono storie di ordinaria sofferenza? Non so, non so se la sofferenza possa definirsi ordinaria. Non si è mai pronti a soffrire, la sofferenza ti coglie impreparato punto e basta. E allora da madre e da figlia mi chiedo: è la lotta per rimanere vivi che ci tiene in piedi, o è la brama di una serenità dimenticata? Anelo un orizzonte di salvezza!

Eva Bonitatibus

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colore verde petrolioTroppo frettolosamente si chiude la discussione sul petrolio, sullo sfruttamento dei giacimenti, sulle condizioni e sulle criticità, per non dire sui disastri, ambientali. Troppo frettolosamente si archiviano gli esiti di un referendum il quale aveva il merito primario di imporre il tema; un referendum evidentemente ostile per la classe dirigente del Paese e finanche preterintenzionale per alcuni dei suoi stessi promotori. Volentieri si passerebbe già a discutere d’altro, giacché persino per la gran parte dei politici di mestiere e senz’altra qualifica - unico mestiere troppo generosamente pagato e che non conosce disoccupazione - i temi e i problemi posti, in una parola, la realtà, sono solo pretesto, in una società palesemente bloccata. Eppure, nelle più avverse condizioni democratiche, quando finanche nonuagenari presidenti emeriti bizantinavano contro lo spirito limpido della espressione del voto popolare, a votare si sono presentati in quindici milioni, ottocentoseimila e quattrocentottantotto. E di questi, più di tredici milioni e trecentotrentamila hanno votato per il SI. Sono cittadini. Sono persone. Evidentemente tuttavia non bastano, tante persone, per proporre una discussione compiuta sui temi dello sfruttamento dell’ambiente. E neanche basterà quello che stancamente, e tardivamente, emerge per via giudiziaria. Non basta quello che si vede già, quello che si sa già, sugli interramenti, sulle reiniezioni, sulle bonifiche finte o mancate, sui rifiuti, sulle falsificazioni, sulle omissioni, sulle irreversibili trasformazioni, sugli avvelenamenti, sulle radiazioni, sugli incidenti mancati, e quelli taciuti, silenziati, derubricati, reiterati e obliterati assieme. E sulle conseguenze, sulle morti, sulle malattie? Occorreva davvero che nella indolente mancata primavera del 2016 drappelli di carabinieri del NOE  s’affannassero in giro per la Basilicata a mettere insieme, finalmente, raccogliticce pile di cartelle cliniche, racimolate non senza sudare, perché solo ora venisse il sospetto, un acuto quanto improvviso lampo di genio, che possa esservi una certa quale relazione tra uno sfruttamento intensivo e soprattutto mal praticato del territorio e la crescita dell’incidenza di malattie soprattutto tumorali tra una popolazione residente troppo esposta? Cionondimeno ormai un numero sempre crescente di persone, di persone, domanda, con strumenti democratici, di avviare una discussione finalmente vera sui temi dell’ambiente. Che non sia un gioco tra politicanti, che non sia un mottetto superficiale e provinciale, che non abbia esiti preconfezionati. È chiedere troppo? È o non è un diritto? Non le si prenda per bucolici, per sognatori, quelle persone, non le si conti come un intralcio marginale e controllabile sulla via del profitto. Non sono figli di una visione pastorale della vita fuori della storia; hanno invece idee serie, praticabili, e non si arrendono a credere che non vi sia alternativa all’attuale modo di sfruttare le risorse disponibili. L’idea che non si diano alternative praticabili, in politica, nell’economia, nell’ambiente, nella scienza, l’idea che fuor di quello che è tutto il resto sia un irresponsabile salto nel buio, è il nocciolo del più becero oscurantismo e nasconde malamente il gioco della conservazione del potere. Sembrano passati secoli sotto questo cielo eppure era appena ieri quando, fiero con il fiocco delle classi elementari, ascoltavo la maestra parlare di madre Patria e di madre Natura. Alla seconda abbiamo domandato troppo. La prima troppo spesso appare matrigna.

Rocco Infantino

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madre natura

Alle madri di tutto il mondo vorrei dedicare questi brevi pensieri. Esposte alle atroci intemperie della vita, le madri sono querce, rocce, vette impossibili da scalare. Sopraffatte dalle angosce delle pene, le madri sono petali, albe e abbracci in cui sprofondare per scalare le creste più impervie. Alle madri che oggi piangono i loro figli vorrei provare ad asciugare le lacrime dicendo loro di trarre forza dalla disperazione per provare a costruire nuove dimensioni. Inconsolabile è il loro dolore, e difficile è trovare le parole giuste. E faccio appello a chi le parole le ha sapute usate per lenire piaghe e ricucire ferite. Pierpaolo Pasolini nella “Supplica a mia madre” scrisse:

E' difficile dire con parole di figlio

ciò a cui nel cuore ben poco assomiglio.

Tu sei la sola al mondo che sa, del mio cuore,

ciò che è stato sempre, prima d'ogni altro amore.

Per questo devo dirti ciò ch'è orrendo conoscere:

è dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia.

Madri che viaggiano in un sol pensiero, i loro volti hanno la purezza delle vite rinfrescate ai mille mattini dei sacrifici. Sacrifici dal sorriso sulle labbra sempre, nonostante il peso sulle spalle e nel cuore. Un macigno grande così, che loro, soltanto loro, sono avvezze a portare. Madri non piangete se i vostri figli hanno scelto una strada diversa, se la loro fragilità è stata più forte, la speranza è che ora la loro anima sia dentro di voi.  

“… Tu sei di tua madre lo specchio,

ed ella in te rivive

il dolce aprile del fior

dei suoi anni…” (William Shakespeare)

Madri vangelo, matrici del paradiso, voi ci avete insegnato a camminare, ci avete nutrito, ci avete detto come si fa ad amare. Ci avete preso per mano e condotto per le strade del mondo. Non piangete ora che siete rimaste da sole. Il corpo è solo un’ombra, è l’ anima che preserva la sua immortalità, la morte è la via che conduce ad una vita eterna diversa da quella terrena. E’ come nelle fiabe, dice la scrittrice statunitense Audrey Niffenegger: sono sempre i bambini che hanno le avventure più belle. Le madri devono restare a casa e aspettare il ritorno dei bambini che sono volati via dalla finestra. E prima o poi, in modi diversi, ritornano nel ventre materno.

Eva Bonitatibus

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Potevamo tacere su questo? Quello che sta anero lucido 1ccadendo nella terra di Basilicata dalla quale scriviamo, se confermato, sarebbe di una gravità estrema. Non ci interessano le vicende piccole di qualche ministro o di qualche intero gabinetto di dubbia statura. Attività petrolifere intensive, eccessive, irrispettose delle riserve naturali, delle vocazioni agricole, della stessa salubrità degli insediamenti umani. Iniezione di veleni nei pozzi, smaltimenti inadeguati di rifiuti tossici e pericolosissimi. In luoghi che ospitano per di più, già da cinquant’anni, la radioattiva eredità di una vecchia produzione del Minnesota. Picchi - connessi? mai sondati? - di malattie tumorali oltre ogni normale statistica. Qui potrebbe trattarsi della devastazione di un intero territorio e del genocidio di una intera popolazione. Consapevoli. Annotati, anzi, nella colonna costi o come effetti collaterali. Abbiamo delle colpe terribili: siamo pochi, eravamo arretrati, ci siamo fidati. Se tutto ciò sarà confermato, o si troveranno e si puniranno gli assassini - usiamole, le parole, le parole esistono -, o assassini dovranno essere considerati tutti: la comunità nazionale, se c’è, perché distratta o disinteressata, chi detiene o rappresenta il potere, nelle sue articolazioni, fino agli ultimi indigeni àscari, fino agli ignavi. Si scoprirebbe che la Basilicata è tenuta in isolamento per precisa volontà: senza strade, senza ferrovie degne, in una perenne condizione di cittadinanza diminuita rispetto ad altri territori, in spregio anche delle garanzie costituzionali. Si dimostrerebbe che abbiamo contro potentati economici sproporzionati per le nostre forze, e magari servi di questi potentati che vengono ancora a spuntarci l’elenco degli animali da cortile. Ciò nel silenzio perfetto di quelli che si sbracciano ogni giorno, anche dalle più alte cariche istituzionali, in favore di altre popolazioni, di altre etnie, di altre vittime di altre ingiustizie lontane. Certo, non dimentichiamo, noi, di essere soltanto una piccola rivista di cultura: orgogliosa, ma senza velleità. E allora. Il prossimo 23 aprile si celebra la Giornata mondiale del libro e del diritto d’autore. Istituita nel 1996, giusto vent’anni fa, dall’UNESCO e nata nel 1926 in Catalogna come “la festa del libro e delle rose”, è ancora oggi un momento importante per riflettere sul valore anche sociale della lettura, e della cultura, come elemento centrale per la crescita individuale e collettiva. Col mondo del potere non ho avuto che vincoli puerili. Pier Paolo Pasolini, nel suo Petrolio, quello che avrebbe dovuto essere il suo romanzo dei romanzi, mette in esergo questa frase di Osip Ėmil'evič Mandel'štam, poeta e prosatore russo e tra le vittime delle purghe staliniane. Noi non dobbiamo avere vincoli puerili con il potere. Chi esercita il potere, che sia quello economico, che sia soprattutto quello politico ed istituzionale, ha un imperativo, indefettibile dovere di verità. Se qualcuno a Potenza o a Roma, indifferentemente, viene a dirci che in un lago i pesci muoiono annegati o che quello ch’è sbagliato, per un governo, è una telefonata di troppo, ma non l’incontrollato dominio che esso accorda a terzi per lo sfruttamento di un territorio, dobbiamo accorgerci che il patto sociale è violato e comportarci da adulti. Abbiamo diritti, abbiamo doveri verso noi stessi. Abbiamo anche il dovere di considerarci, come donne e uomini intelligenti, capaci di immaginare e costruire un mondo diverso, migliore. La nostra civiltà è nata senza il petrolio, prima del petrolio. Senza il petrolio, dopo di esso, un futuro c’è, è tecnicamente possibile. Difficile, forse, ma possibile. Sta a noi. Prima del 23 aprile, e del Maggio dei libri, viene il 17 Aprile, data che si tenta d’affossare nel più oscurantista dei silenzi. La cultura è la nostra arma, sappiamo cosa fare.

Rocco Infantino 

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pericle 1Mi metto nei panni di un povero diavolo, con la radio accesa mentre tiene l’orecchio al primo gloglottio della mòca, o con la tv dai lampi esaltati nella cucina appena appena abitabile. Mi metto nei suoi panni mentre dà le spalle al bancone affollato del bar e sfoglia uno di quei sette o otto giornali di quei due o tre editori padroni, quei fogli già spannocchiati da tanti, che sembrano dirti “solo adesso lo sai?” anziché darti notizie. Sono ancora nei suoi panni al momento in cui dal finestrino rigato di pioggia dell’utilitaria immobile nella coda, con la mente ai fatti propri, guardi montare lungo i marciapiedi, dove ci sono, i pannelli per la pubblicità elettorale. Si vota? Possibile? E per cosa? Mio cognato / cugino / il mio vicino / la maestra di mio figlio non mi ha ancora avvicinato, fatto una telefonata, la solita. Si, fra un mese si vota. Non ne fanno parola radio, giornali e tv, ma si vota. Può darsi che vada come le altre volte, quando hanno dovuto eliminare il ministero dell’agricoltura e ci hanno messo quello delle politiche agricole, o togliere il finanziamento pubblico ai partiti e si sono inventati il rimborso elettorale. Ma si vota. Il referendum c’è, magari pure promosso controvoglia e a cose fatte anche da alcuni che al ricorso intensivo e sostanzialmente senza regole praticate, alle risorse fossili hanno finora dato una mano. Il 17 aprile si vota e il dibattito pubblico sui mezzi di informazione di massa che non siano nicchie nella rete sta, come al solito, su altro. Su altro. Che cos’è diventata, sotto i nostri occhi, questa democrazia italiana, dove l’aggettivo si mangia il sostantivo, ce lo dice pure, secondo l’esperienza comune, questa residente voglia di non pensare, questo domandare persino alla musica, al cinema, alla letteratura, alla comicità, di intrattenerci e basta. E certo loro generoso rispondere. Distrarci. Le schiere di intellettuali che pareva dovessero, loro almeno, tenere il punto, sono evidentemente altrove, l’abbiamo detto altre volte. Chi lo fa il punto sulla realtà? Chi ne parla, si badi, pur senza visioni o conclusioni preconcette? Nel sonno colpevole dei grandi maître à penser la cui celebrata stoffa mostra oggi la grana grossa dell’appartenenza agli apparati, sono proprio quelle che si definivano le persone comuni, talvolta, non infrequentemente e speriamo sempre più spesso, ad impegnarsi. Qualche settimana fa, vado alla presentazione di un libro proprio nel circolo di Gocce d’Autore, con il segreto timore che nutro da una vita di cadere ostaggio del trasognato prosatore di turno e del suo mondo lirico, della sua propria Arcadia, della sua fantasia, insomma, e della sua fuga dalla realtà, cosa che talvolta mi esalta, talaltra mi prostra. Mi trovo davanti un trentaquattrenne concreto, che parla un italiano solido e che ha scritto, si, un romanzo.

pericle 2Ma il romanzo, vivaddio, non è popolato di unicorni. Anzi, racconta di una democrazia senza partiti e senza mezzi d’informazione, di un piccolo Paese ovviamente inventato e presenta in esergo, tanto per esser chiari, un frammento del Discorso di Pericle agli Ateniesi. Vito Daniele Cuccaro, Filodèmia, Eretica Edizioni. Quando nel dialogo con l’autore che segue la presentazione io gli domando quale sia, se ce n’è, il valore politico dell’affrontare certi temi in una forma romanzo, lui lucidamente mi risponde che con un romanzo si raggiunge molta più gente di quella solitamente disposta a occuparsi di politica. Chapeau. Tanto per esser concreti, una buona sintesi del cosa tecnicamente si va a votare il 17 aprile e delle ragionevoli ragioni per cui votare e votare SI, io l’ho trovata nel blog della Società Chimica Italiana, in un intervento a titolo personale dell’autore, che si trova a questi due link, che per impegno civico più che per estro artistico vi riporto qui https://ilblogdellasci.wordpress.com/2016/03/09/referendum-17-aprile-2-parte-cosa-si-decide/ e qui https://ilblogdellasci.wordpress.com/2016/03/07/referendum-17-aprile-1-parte-perche-dobbiamo-dire-no-alle-trivelle/ . Ci piace la rete? Usiamola. E la testa? E quale parola preferiamo tra: cittadini, consumatori e sudditi?  

Rocco Infantino

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Il sapere è un abito bellissimo

editoriale ilsapere 1

Il titolo che ho voluto dare all’editoriale che segna la fine del primo anno di vita della testata giornalistica www.goccedautore.it e l’inizio del secondo l’ho tratta da una celebre frase di Umberto Eco. Lo scrittore scomparso la settimana scorsa, che tutto il mondo ha celebrato ricordandone la figura di intellettuale e ripercorrendone la produzione letteraria, ha segnato la nostra epoca per raffinatezza e compostezza del pensiero. Diceva che “Il sapere non è come la moneta, che rimane fissamente integra anche attraverso i più infami baratti: esso è piuttosto come un abito bellissimo, che si consuma attraverso l’uso e l’ostentazione. Non è così infatti il libro stesso, le cui pagine si sbriciolano, gli inchiostri e gli ori si fanno opachi, se troppe mani lo toccano?” Un amore viscerale per i libri e per la cultura, quella che si costruisce giorno dopo giorno approfondendo la conoscenza, ampliandola, demolendola, ristrutturandola e accrescendola. Sapere quindi è il bene supremo cui l’uomo deve tendere per orientare diversamente la propria esistenza e per garantire la propria libertà, senza compromessi o accordi spuri.

editoriale ilsapere 2

La scelta avvenuta nei mesi scorsi di fondare una propria casa editrice dopo aver lasciato la Bompiani facente parte della galassia Rcs Rizzoli finita poi nelle mani di Mondadori, sottolinea lo spirito libero di Eco e la sua necessità di conservare un’identità. Al cospetto di Mondazzoli (dalla fusione di Mondadori e Rizzoli) è nata La nave di Teseo, questo il nome della casa editrice fondata dal semiologo filosofo e scrittore italiano con  Elisabetta Sgarbi, Tahar Ben Jelloun, Sandro Veronesi e Edoardo Nesi, Furio Colombo, Pietrangelo Buttafuoco, Nuccio Ordine. Un passaggio importante a salvaguardia della miriade di piccole case editrici che popolano e alimentano il mondo del libro in continua evoluzione. L’immagine stessa utilizzata come nome della casa editrice, La nave di Teseo, è la metafora dell’identità che muta con il tempo. Il vascello del mitico re e condottiero ateniese perdeva pezzi durante la navigazione, e ogni pezzo veniva sostituito con un altro, simile ma non identico. Alla fine la nave non era più la stessa, ma ha continuato a navigare fino al nuovo approdo. E il senso è proprio questo: la nostra identità non è immutabile, si modifica nel tempo. Che in termini ancora più semplici significa che per rimanere se stessi bisogna essere disposti a mollare gli ormeggi, ad affrontare l’ignoto, a rischiare, a vivere luoghi sconosciuti, insomma a perdersi per poi ritrovarsi, a smarrirsi senza mai perdere la memoria di ciò che siamo. Per tornare più forti di prima ed avere maggior slancio verso nuovi progetti. Ecco, i nuovi progetti. E’ verso quest’ultimi che dobbiamo tendere con sempre maggiore consapevolezza ed entusiasmo, scegliendo le persone giuste con le quali condividerli e facendo attenzione a non dimenticare mai da dove veniamo e ricordando in primis a noi stessi dove vogliamo andare: L’isola del giorno prima.

Eva Bonitatibus

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amore1Qualche giorno fa, nella mia città è venuta a mancare una signora. Non giovane né tanto anziana, l’informazione locale probabilmente non se ne sarebbe interessata se non fosse che, per le solite vie della banalità del male, la donna era stata travolta da un’automobile su un marciapiede. Poche righe in cronaca e una foto della vittima. Quel volto non mi era nuovo. Debbo tornare indietro di trent’anni. Quasi ragazzi, alcuni amici ed io una volta organizzammo in città una improbabile mostra di opere d’arte varia realizzate dagli studenti rigorosamente durante l’orario di lezione: opere figlie della noia, della distrazione, della fantasia o della protesta, della vacuità, del genio, vandalismo, fate voi. Goliardata. L’esposizione durò per diversi giorni e già dal primo, tra i molti, lei. La signora tornò anche il giorno seguente, quasi verso l’orario di chiusura. Riprese ad osservare qualcuno degli oggetti esposti, poi stette in un canto qualche minuto, finché, fattomi più vicino a lei, potè dirmi: “Posso venire anche domani?” C’è un articolo del The Guardian del 6 febbraio scorso, ripreso da un amico sulla propria bacheca Facebook, inserito, mi pare, in un reportage con il quale quel giornale racconta, attraverso le voci del personale addetto, dei tagli a certi servizi pubblici e del contemporaneo aumento di certa domanda, che parla di quello che sono diventate, o stanno diventando, ad altre latitudini, le biblioteche pubbliche. Ci sono disoccupati di mezza età che ci vanno per farsi aiutare a compilare domande di lavoro on-line, o digitalizzare dei documenti; ci sono genitori che portano bimbi anche molto piccoli e che hanno bisogno non soltanto di attività di prima alfabetizzazione o per lo sviluppo del linguaggio, ma magari domandano di iniziative semplicemente socializzanti e magari gratuite. Così, continua l’articolo, quelle strutture finiscono per ospitare corsi d'arte, tè danzanti, servizi complementari di supporto agli anziani. Diventano insomma luoghi di incontro e contribuiscono così a fronteggiare il crescente rischio di isolamento sociale cui, specie in questi periodi di crisi indotta, sempre più persone sono esposte. Qualcuno arriva a riferire al bibliotecario: “Tu sei l’unica persona con la quale ho parlato per tutto il giorno”. Dove va il nostro mondo? Vuoi un libro? C’è Amazon. Cultura? Socializzazione? Pizza, palestra, salsa, merengue. Sei ricco? Ok. Povero? Caritas. Socializzare non è soltanto convergere in un punto, io credo. Così fosse, basterebbe organizzare più spesso incendi nei grandi hotel. E partecipare alla vita e alla vita culturale di una comunità, dove comunità c’è, non è comprare un prodotto, libro, film, concerto, una o venti volte al mese. Credo sia poter prestare orecchio, e talvolta provare anche la propria piccola voce, in un dialogo continuo. Avere modo, avere luogo. In qualunque condizione sociale o personale si versi. Sempre, comunque. Non mi trovo mai a mio agio a spendere parole importanti, ma se dovessi parlar d’amore in fatto di  cultura, magari direi questo. L’amore non è necessariamente continuità, si danno gesti d’amore tanto assoluti quanto immediati, fulminei ed anzi irripetibili. Proprio così ogni singola opera dell’arte, magari.  Ma in questi fatti, la continuità è una forma di amore.

Rocco Infantino

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