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Giovedì, 18 Aprile 2019 13:02

Sulla sua pelle

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Roma, 23 marzo 2019, è una domenica tiepida e soleggiata, perfetta per uscire con una giacca di jeans. Sono le quindici, io e la mia amica ci prepariamo. La strada che separa casa nostra dalla metro è quasi deserta. In poco tempo arriviamo alla fermata Ionio, usciamo e percorriamo ancora un piccolo tratto a piedi.

 

Siamo al Tufello, più precisamente alla Palestra Popolare che porta il nome di Valerio Verbano. L’occasione è l’evento organizzato dall’associazione Grande come una città, che rientra nella serie di incontri sotto il titolo di "Me 'mpiccio - Storie e immagini di Roma”. L’evento si tiene all’aperto, sul prato che affianca la palestra, quando arriviamo le sedie sistemate per l’occasione sono tutte piene, l’età è varia, ci sono ragazzi, adulti e anche bambini, alcuni dei più giovani si sono sistemati per terra, sull’erba, noi li imitiamo. L’atmosfera è familiare e tranquilla, il palco è piccolo, con sopra semplicemente due sedie ed un tavolino basso, è posizionato in fondo al prato, dà le spalle ai palazzi che circondano lo spazio che ci accoglie. L’ospite di oggi è Alessandro Borghi, uno degli attori più in vista del panorama cinematografico attuale, da poco vincitore del suo primo David di Donatello come attore protagonista per il film Sulla mia pelle. Arriva poco dopo le sedici, si sistema sul palco e saluta affabilmente il pubblico. Prima di iniziare questa piacevole chiacchierata con Borghi, a fare le dovute presentazioni, prendono la parola Luca Blasi, che parla delle iniziative in corso nel municipio e riporta alla memoria la triste vicenda di Valerio Verbano, “giovane antifascista del quartiere ucciso da un commando di tre persone nella sua abitazione il 22 febbraio 1980”, come ricorda la pagina Facebook della Palestra Popolare, l’applauso che segue è fragoroso, anche Borghi applaude, attento a tutto ciò che viene detto. Poi è il turno di Giovanni Caudo, presidente del Terzo Municipio e, infine, prende la parola Christian Raimo, ideatore del progetto Grande come una città. Raimo sottolinea l’importanza di questi incontri e ringrazia per la risposta all’evento di oggi. L’obiettivo è quello di riportare le persone nelle piazze, organizzando incontri di generi più disparati, sottolinea che è importante ritornare ad avere a che fare con altre persone non attraverso i social ma anche e soprattutto dal vivo, attraverso incontri di questo genere. Scopo che in questo momento storico mi sembra essere non solo importante, ma necessario. Entriamo nel vivo dell’incontro: è Mario Sesti, critico cinematografico, a condurre l’intervista con Borghi. «Prima di iniziare volevo dire che ’sta roba è davvero emozionante ragazzi», dice l’attore romano, appena prende parola. Ammette che è più emozionato qui, oggi, con noi, che quanto lo era qualche giorno prima, quando si è trovato al parlamento europeo per la proiezione del film Sulla mia pelle. Film che è anche il primo argomento dell’intervista. Borghi inizia raccontando della preparazione fisica che ha affrontato per poter interpretare Stefano Cucchi. «Il corpo» dice «è lo strumento degli attori», ed è proprio con questo film che lui ne prende consapevolezza, parla di come è passato dal pesare 80 kg a 60 in pochi mesi, racconta di come dimagrire così tanto non sia stato difficile a livello fisico quanto lo è stato a livello mentale. Influisce enormemente sul suo umore, lo rende poco socievole e lo fa arrivare sul set triste; tale stato d’animo alimenta la consapevolezza, da parte sua, di stare raccontando una “storia triste”, poi si corregge: “un dramma”. Borghi definisce la sceneggiatura “fortissima”, ci dice di come essa si insinua profondamente dentro di lui, che arriva sul set completamente svuotato e recita semplicemente seguendo il ritmo del suo fisico, la debolezza, che avrebbe dovuto ricercare tecnicamente, se la ritrova addosso ogni giorno e gli rende quasi naturale interpretare il ruolo di Stefano in modo vero e sincero. Prosegue dicendo che il suo dimagrimento “hardcore”, lo chiama così, avviene in concomitanza con la registrazione de Il primo re, film di Matteo Rovere a cui prende parte, nel ruolo di Romolo. È un passaggio repentino: «sono passato da andare a cavallo, fare a spadate vestito da romano che parlava latino, su una barella, fermo, sei settimane», ci racconta con delicata ilarità nel tono di voce.

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Continuiamo ancora a parlare di Sulla mia pelle, Mario Sesti gli chiede cosa lo abbia spinto a prendere parte a questo progetto, Borghi risponde che una volta letta la sceneggiatura diventa per lui impossibile pensare di non fare il film, film che considera come un regalo che gli è stato fatto. C’è la necessità di raccontare questa storia, necessità che Alessandro ha percepito profondamente, necessità che va oltre il fatto di non avere una sicurezza a livello di incassi al box office. È pienamente consapevole dell’importanza di questo progetto, anche quando esso è ancora in cantiere, è attentissimo nel sottolineare l’enorme lavoro fatto dal regista, insieme a sceneggiatori e produttori, rispettivamente Alessio Cremonini, Lisa Nur Sultan e Olivia Musini. Il modo in cui si pone nei confronti della sceneggiatura sottolinea proprio questo: Borghi in questo caso si ritiene un semplice esecutore di «una cosa scritta benissimo, che c’era il bisogno che fosse vera». Più avanti durante l’intervista gli viene chiesto qual è il suo rapporto con la sceneggiatura, Borghi ammette: «io sono il terrore di tutti gli sceneggiatori d’Italia, loro me la consegnano, io gliela ridò tutta scarabocchiata perché non mi va mai bene niente». Cosa che però non gli succede con Sulla mia pelle, né con Il primo re. Tornando al film su Stefano Cucchi, Borghi è serio e attento a pesare ogni parola. Ci sono, dice, diverse tematiche che caratterizzano questo film. Per prima cosa c’è l’abbandono: Stefano che è sicuro di essere stato abbandonato perché non vede i suoi genitori e, a loro volta, i suoi genitori che ogni giorno cercano di trovare un modo per vedere il figlio, cosa che non gli viene permessa. Poi c’è il giudizio, «che è una parola orribile, non serve a niente», ed è più serio che mai nel pronunciare queste parole, e continua «siamo in un momento in cui è molto semplice da questa parte, puntare il dito su chi sta dall’altra parte». Poi ancora c’è il silenzio, ciò che ti rimane più addosso di questo film, il silenzio, il momento in cui le persone che hanno avuto a che fare con Stefano durante la sua ultima settimana, che sono state più di cento, come lo stesso Borghi ci tiene a precisare, hanno scelto di non parlare, di non chiedere, di non dire “guardate che questo sta a morì”. E, infine, ci sono le etichette, Alessandro è serissimo nell’affermare, a conclusione del suo breve discorso, che Stefano non sarebbe morto se non fosse stato un tossicodipendente, e aggiunge «questo non perché era un tossicodipendente, è morto perché è stato trattato da tossicodipendente, che è una cosa molto diversa». Mario Sesti allora gli chiede «È vero che sei attore perché un agente ti ha visto per strada?» e Alessandro, con la leggerezza di chi sta parlando ad un gruppo di amici, risponde «Si, madonna che culo». Poi racconta: studiava economia, cosa che non voleva assolutamente fare, che «pure se non mi piace la devo fa’ bene, meglio degli altri», breve pausa, «che so’ della vergine, c’ho ‘sto problema». In più intraprende la carriera da pugile, volendo diventare un professionista. Borghi aveva appena diciotto anni, forse non ancora compiuti, quando un giorno, davanti una palestra, quello che oggi è il suo agente da quattordici anni, lo ferma e gli dice che stanno cercando una persona come lui per una parte in Distretto di polizia. «Io non avevo mai pensato di fare l’attore, ve lo dico sinceramente, avevo anche dei discreti problemi con la mia autostima». Alessandro ammette di essere stato titubante, non si fida del suo futuro agente ma, soprattutto perché «c’ho ‘sto problema, non riesco a dì de no alla gente», decide di non lasciargli il numero ma gli chiede il suo, per poterlo richiamare. L’agente però, sulle pagine gialle, trova il numero di casa e contatta i genitori di Alessandro, che a quel punto chiede al padre di inventarsi una scusa, “dì che è morta nonna”, “ma come gli dico che è morta nonna, no”, “allora digli che ho fatto un incidente, che non ci sto”, il pubblico ride fragorosamente. Borghi è perfettamente capace di mantenere alta l’attenzione con il suo savoir-faire e il suo accento romano, a prescindere dell’argomento trattato. La storia continua, alla fine Alessandro va a fare il provino e contro ogni sua aspettativa ottiene la parte, “ma è così facile fa’ ‘sto lavoro?” commenta. Ricorda il primo giorno di set, il 10 agosto 2006, ricorda il grande stupore quando il suo agente gli dice che sarebbe stato retribuito “sei piotte ar giorno”, ricorda l’estrema diffidenza di sua madre a queste parole. Alla fine, come tiene a specificare più volte, Alessandro viene da una famiglia semplice, “di cuore”, di normali lavoratori, che viene da un ambiente popolare: «da lì sono passati quattordici anni e ora sto qui con voi a parla’ di ‘sta roba fondamentalmente». Sesti gli chiede allora quando ha capito che questo lavoro gli piaceva. Alessandro risponde che sul primo set prende consapevolezza che recitare gli risulta semplice. Ritiene che «questo lavoro è strettamente connesso al concetto di libertà», e ancora «il modo per capire se questo lavoro lo potete fare è se mentre lo state facendo state pensando, se state a pensa’ vuol dire che avete sbagliato, se invece vi viene da fare delle cose...». I primi anni li passa ad interpretare unicamente ruoli in fiction televisive, senza disprezzarli, ma avendo bene in mente il fatto che non avrebbe voluto fare questo per sempre. La prima grande opportunità arriva con Suburra, il film, quando Stefano Sollima gli chiede di prendere parte a questo progetto, ed è in questo momento che Borghi capisce che questo lavoro sarebbe stato ciò che avrebbe fatto nella sua vita. Interpreta Numero 8 (che poi sarà Aureliano Adami in Suburra, la serie), ha per la prima volta l’opportunità di fare il cinema che ha sempre visto e amato da spettatore, di cui avrebbe voluto fare parte dal principio di questo percorso. Alessandro poi racconta che la sua grande fortuna sono principalmente le persone che ha incontrato durante il suo percorso. Claudio Caligari è una di queste. A detta di Borghi, Caligari è “l’incontro più importante della mia vita”, fondamentale per la sua crescita, gli insegna in particolare a volere e dovere fare questo mestiere solo e unicamente quando si ha qualcosa da raccontare. Poi Suburra, la serie, la sua visibilità è al massimo. Il film su Cucchi arriva al momento giusto sotto questo punto di vista, l’audience creatasi attorno all’attore romano è parte fondamentale per la buona riuscita del film. Si torna quindi a parlare di Sulla mia pelle. Alessandro aggiunge che si è buttato in questa esperienza con una buona e sana dose di incoscienza, mettendosi da parte e ascoltando le persone che avevano scritto il film, volendo fare unicamente cose sincere. Non ha mai studiato tanto, ammette a questo punto, perché tutto ciò che fa sul set è guidato dal suo istinto, si fida molto di ciò che gli viene naturale fare. Anche nel fare Stefano segue il suo istinto, ammettendo però che le aspettative sono molto alte, l’intera troupe aspetta il suo arrivo sul set, volendo vedere il lavoro da lui fatto nei mesi precedenti. «Mi era rimasta solo la scocca» dice, ritornando brevemente sul discorso del cambiamento fisico; poi ancora il lavoro fatto sulla voce, anche questo è un processo che gli viene spontaneo, quasi naturale. Alessandro ascolta la registrazione del processo, ma non gli basta, trova un documentario su Stefano in cui ci sono alcuni filmati fatti dal padre, sente Stefano dire due parole, ci racconta, quelle due parole iniziano a rimbalzargli in testa. La sua voce stupisce tutti. Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, che lui definisce “una donna incredibile, che si è costruita un’armatura”, chiama Alessandro dopo aver visto il film, “tu sei identico a mio fratello”. Anche il padre di Stefano gli confessa che non riesce a smettere di vedere il film, ogni volta che lo guarda, spera di poter cambiare il finale. Ci avviamo alla fine del nostro incontro, è il momento delle domande da parte del pubblico. Si parla di Non essere cattivo, film a cui Borghi prende parte con Luca Marinelli, che viene definita come una grande storia di amicizia, a tal proposito gli viene chiesto come vive lui l’amicizia. Parla del suo rapporto con Luca, di come, anche se si conoscono appena, quando si rivedono sul set si abbracciano “come se ci conoscessimo da cinquant’anni”. Alessandro dice con gioia che non c’è sentimento più bello dell’amicizia, ammette di non voler semplicemente bene ai suoi amici, ma di esserne profondamente innamorato. L’amicizia è qualcosa che non pianifichi, succede e basta, come l’innamoramento, due persone che si trovano e si capiscono, a prescindere dal tempo trascorso insieme, «tu ad un certo punto conosci uno o una, poi ti svegli dopo una settimana e dici oh ma io con questa non riesco a stacce senza, come faccio». Prendo coraggio e decido anch’io di fare una domanda: gli chiedo quanto è importante secondo lui recitare in dialetto e conservarlo anche nel cinema, qualunque esso sia, considerando che nei suoi lavori recita principalmente in dialetto romano, per Alessandro risulta essenziale parlare un dialetto e portarlo sul grande schermo, qualunque esso sia. Ritiene fermamente che nessuno oggi parli perfettamente italiano nella vita reale, al difuori del contesto lavorativo, ognuno di noi ha le sue sporcature, come lui stesso le definisce, ed è importante portarsele dietro. È importante dare un dialetto al personaggio da interpretare perché è quello che dà un’identità al personaggio che si va a raccontare. Altre domande, Borghi ammette che vorrebbe lavorare con Di Caprio ed essere diretto da Christopher Nolan. Parla della sua collaborazione con Salmo, suo amico, col quale ha girato il video musicale per Lunedì, singolo tratto dal nuovo album del rapper, chiamato Playlist. Si continua, una ragazza chiede “cos’è che non funziona oggi nel cinema italiano”, Alessandro, sorridendo tra divertimento e un pizzico di rassegnazione, ammette che il problema del nostro paese è che «nonostante gli sforzi di alcuni di noi, ancora facciamo prevalentemente film brutti», e continua: «ci stanno una trentina di persone che vogliono fa’ il cinema fatto bene», pausa «n‘altra duecentocinquantamila che vogliono fa’ il cinema fatto male», conclude: «però noi ce la faremo». Si parla brevemente del film Il primo re e del suo regista Matteo Rovere, regista che Borghi è sicuro essere uno dei promettenti sulla scena cinematografica attuale. Il primo re, ci dice, affronta la tematica della fratellanza, perché alla fine, chi vince è chi decide di farlo con gli altri, Borghi è fermamente convinto che nessun uomo è un’isola. In conclusione Borghi presenta brevemente il suo progetto, simile al lavoro fatto con la Palestra popolare Valerio Verbano. L’attore vuole creare un posto, assolutamente gratuito, chiamato “Accademia d’arte libera”, luogo dove le persone possono imparare a recitare, suonare e tanto altro. È il momento dei saluti, Alessandro ringrazia calorosamente il pubblico e si rende disponibile per poter fare qualche foto con il pubblico. Così, quasi alle venti, anche io e Gloria riusciamo ad avere un momento con lui, per scattare una foto e ringraziarlo per il pomeriggio appena passato. È proprio la disponibilità una delle caratteristiche principali di Alessandro Borghi, che oltre ad essere un talentuoso attore, è anche e soprattutto una bellissima persona.  E questo non è a parole che ce lo diciamo, ma lo sentiamo sulla nostra pelle.

Bianca Infantino

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