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Lunedì, 26 Novembre 2018 12:28

Marisa Ingrosso e la storia dell’Itrec in un libro-inchiesta In evidenza

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Verità scioccanti sul nucleare e sulla “filiera atomica” italiana vengono svelate dal libro-inchiesta di Marisa Ingrosso “Sud Atomico” edito da Radici Future edizioni. La giornalista de La Gazzetta del Mezzogiorno, vincitrice del premio Alfiere del Sud per le sue ricerche storiche e del primo Premio Nazionale per la Divulgazione scientifica

bandito dell’Associazione Italiana del Libro (Ail) con il patrocinio del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr), ci racconta in un dialogo serrato le verità emerse dai documenti ufficiali sulle attività dell’impianto nucleare ITREC, situato nel Centro di ricerca Enea-Trisaia di Rotondella, in Basilicata, e utilizzato per la conservazione e la sperimentazione del ritrattamento del combustibile nucleare derivato da un ciclo torio-uranio. L’abbiamo incontrata a Potenza, in occasione della presentazione del libro a Gocce d’Autore, e non abbiamo resistito a rivolgerle qualche domanda sulla genesi e sui contenuti, scottanti, della sua pubblicazione.

Come nasce questo libro-inchiesta?

Diciamo che c’è stato un intersecarsi di casualità. Perché sono una cronista ma anche un topo di biblioteca e, da brava meridionale, ho parenti in Inghilterra e Stati Uniti e studio la lingua inglese da sempre. Inoltre, sulle pagine nazionali de La Gazzetta del Mezzogiorno, mi è capitato più volte di occuparmi dell’eredità atomica del nostro Sud. Ma il lavoro giornalistico è frammentario, avviene su fatti correnti: oggi accade qualcosa, approfondisci, scrivi e finisce lì. Quell’argomento puoi non affrontarlo più per mesi. Va quindi riconosciuto il grande merito dei colleghi del dorso lucano del giornale e del corrispondente Filippo Mele. Sono stati loro a tessere la trama della cronaca con continuità, negli anni.

Poi, nel 2015, un grandissimo intellettuale, il prof. Giorgio Nebbia, il “papà” dell’Ecologia in Italia, divulgatore instancabile e generoso, mi manda una e-mail. Mi invita a scrivere un libro in cui fosse racchiusa tutta la storia dell’Itrec (Impianto trattamento e rifabbricazione elementi nucleari) che, lo ricordiamo, sorge a soli 108 km da Bari e 78 km da Taranto. Ero lusingata ma, onestamente, non ho mai creduto d’essere in grado di scrivere un libro. Così ci penso e aspetto. In cuor mio speravo che lo scrivesse qualcun altro. Invece niente. Poi, una notte, inizio a spulciare l’archivio storico on-line dell’Iaea, l’organizzazione Onu sul nucleare. I documenti ufficiali, quasi tutti in inglese, riportano notizie scioccanti sul nostro Mezzogiorno. Non ho avuto scampo, mi sono messa al servizio di questa storia e ho scritto “Sud Atomico”. L’ho scritto con le parole più semplici possibile, con meno parole possibile (104 pagine) e con le note belle grandi. Il mio editore, Radici Future, ha avuto il coraggio di stamparlo e ha fissato un prezzo davvero politico (con 14 euro, praticamente, compri due fumetti). I cittadini di ogni grado e cultura ora hanno a disposizione uno strumento di consapevolezza. E’ un piccolo, onesto, libro-inchiesta di divulgazione scientifica. Chi vuole capire, oggi può farlo.

Quali attività dovevano svolgersi all’interno dell’Itrec, oltre a quelle nucleari?

L’Itrec nasce con le migliori intenzioni: sviluppare alternative al ciclo Uranio/Plutonio. In Basilicata si dovevano “spremere” le barre del reattore Uranio/Torio di Elk River (centrale del Minnesota, Usa), prelevare il materiale radioattivo più prezioso e usarlo per fabbricare nuovo combustibile nucleare. Però, tre mesi prima che il potentissimo ministro lucano Emilio Colombo inaugurasse Itrec (il 2 maggio 1968), era stata formalizzata la decisione americana di spegnere il reattore Elk River. In pratica, se mi passa la battuta, le migliori intenzioni avevano già le gambe corte. Cosa fare? Ormai l’impianto era pronto e, sin dall’inizio, poteva trattare anche Plutonio. Mi pare ovvio che si andasse avanti e si cercassero alternative. E infatti andò così. Le fonti ufficiali ci dicono che Itrec è stato usato per esperimenti e creazione di prototipi del ciclo nucleare (almeno fino al 1994), ma anche che lì veniva estratto Plutonio puro, il migliore per uso bellico.

Il Centro Enea di Rotondella sorge sugli antichi “siroi”, cavità sotterranee conosciute anche come “fosse di pagani” dove un tempo si conservavano i cereali. Oggi custodiscono l’atomo. Qual è stato il prezzo pagato dalla storia e dal popolo lucano?

Guardi, a leggere gli atti dei simposi di Archeologia si rimane sbalorditi dalla bellezza e ricchezza prodotta dalla popolazione che si insediò lungo il corso del fiume Sinni. Nel 645 a.C. quel rio si chiamava Siris e lì abitavano gli Joni. Quel patrimonio, con le capacità e sensibilità odierne, oggi sarebbe un attrattore turistico fenomenale. Però, se contestualizziamo, ci rendiamo anche conto che distruggere manufatti per far posto all’“atomo” non fu un dispetto. Colombo volle certamente dotare la sua regione di un volano per il futuro. Ripeto, le intenzioni erano le migliori. E poi l’area si prestava anche da un punto di vista climatico e geomorfologico. Stando alle fonti che cito in “Sud Atomico”, ben prima che a Scanzano, era a Trisaia che si voleva impiantare il Deposito delle scorie nucleari di tutto il Paese.

Si parla di eredità atomica lucana, nel corso di questi anni vari incidenti si sono verificati all’interno del Centro. Qual è la sua portata inquinante?

Guardi, già 8 mesi dopo l’inaugurazione di Itrec si verificò il primo incidente. Il primo di una lunga serie. Circa la portata inquinante delle attività nucleari che lì sono state condotte la risposta più seria è: non lo sappiamo. Mi spiego. Esistono dozzine e dozzine di relazioni e dossier ufficiali prodotti da organismi, società e agenzie a controllo statale. Ci dicono, per esempio, che l’acqua di falda è contaminata da cancerogeni che non esistono in natura ma si creano solo nella “filiera atomica”. Il problema però che, fino al 1° agosto di quest’anno, in Italia non era ancora operativo un Ispettorato nazionale per la sicurezza nucleare e la radioprotezione che fosse statutariamente terzo. Ora, le chiedo, se il “controllore” e il “controllato” non sono perfettamente separati, quale credibilità sviluppa il sistema? Eppoi le procedure. C’è un lassismo incredibile. Come quando, nel 2017, la Sogin (la società dello Stato che gestisce lo smantellamento dell’eredità atomica nazionale) avvisa che è avvenuta una perdita radioattiva nei terreni di Basilicata. Gli organi preposti al “controllo” cosa fanno? Si precipitano a verificare, sovrintendere alla caratterizzazione della contaminazione e alla bonifica, assicurandosi personalmente che popolazione e ambiente fossero in sicurezza? No. Stando ai documenti ufficiali, abbandonano il “controllato” a gestire il problema da solo. Gli ispettori si presentano in Basilicata dopo una settimana. Vogliamo dirci che è normale? No, a parer mio non lo è.

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Dai documenti citati, si afferma che il plutonio sia stato trattato in Basilicata. Ma che fine ha fatto il plutonio lucano?

Per rispondere a questa domanda dovremmo vivere in una vera democrazia. Il nostro Paese dovrebbe avere la forza democratica di affrontare se stesso e la propria Storia. Dopo 30 anni, tutto dovrebbe reso pubblico. Gli italiani meritano di sapere la verità. Invece, l’unica verità è che qui la gestione del Segreto di Stato è ancora demandata alle sensibilità del presidente del Consiglio di turno. In subordine, dobbiamo sperare che si presenti quello che il magistrato Nino Di Matteo definì un “pentito di Stato”. Un uomo delle istituzioni che possa fare luce. Fino ad allora, possiamo contare su poche certezze. Oggi sappiamo che il Plutonio è stato estratto. Sappiamo che spostarlo non è un problema giacché è sufficiente un cask, un contenitore schermato. Sappiamo che bastano quantità modiche di questo materiale per cambiare la Storia del pianeta. Per intenderci, la bomba di Nagasaki era imbottita con circa 6 chilogrammi di Plutonio, mica tonnellate. Sappiamo infine che la Magistratura è certa che, in Basilicata, la contabilità nucleare ufficiale fosse tenuta in modo pedestre. Parlando però di cose tanto serie e dall’immenso valore strategico ed economico, non è forse azzardato ritenere che la contabilità non fosse affatto precaria, che ci fosse un registro puntuale e che qualcuno sappia perfettamente cosa, dove, come, quando e perché. Se vivessimo in una democrazia compiuta, lo sapremmo anche noi.

La Sogin, che ha assunto la gestione per la bonifica nel 2003, ha dichiarato che ci vorranno ancora 13 anni per la bonifica ambientale del sito. Tornerà ad essere un “prato verde”?

Non ho elementi per poterle dare una riposta affermativa o negativa. Non ho potuto neppure consultare i piani approvati per lo smantellamento di Itrec. Me l’hanno impedito. Mi hanno sbattuto in faccia il Segreto di Stato.

Anni di omissioni, mezze verità e conclamate bugie sulla vicenda del nucleare ai cittadini lucani e italiani. Qual è il peso delle istituzioni?

Temo che il problema non siano le istituzioni, credo sia peggio. Dopo decenni di menzogne di Stato è venuto meno il patto di fiducia. La gente non si fida più. E questo è un problema per i governanti, perché – come dimostra la pacifica ma fermissima protesta di Scanzano - hanno credibilità zero quando propongono a una comunità di accettare un impianto della “filiera atomica”. Ma è anche un problema per i cittadini. Mi pare che l’Italia non si renda conto che, a maggior ragione in tema di nucleare, una democrazia invalida è un rischio per tutti. Qui parliamo di sostanze che dimezzano la loro pericolosità in migliaia di anni. Per questi materiali 50 anni sono nulla. Sono tossici radioattivamente e chimicamente. E non fanno distinzione tra ricchi e poveri. Ciò che sfugge, forse, è che qui siamo tutti umani. L’industriale, il politico così come il criminale incallito non è organicamente diverso da lei e me. Nessuno vuole ammalarsi. Nessuno vuole figli e nipoti che nascono deformi o malati. Eppure, nonostante abbiamo aree da bonificare lungo tutto lo Stivale e depositi provvisori di scorie nucleari in quasi ogni regione, e nonostante i dati ci dicano che gli italiani prediligono il cibo “made in Italy”, di nucleare non si parla.

Qual è il futuro dei laureati italiani in ingegneria nucleare?

I pochi ingegneri nucleari sfornati dalle nostre Università mi risulta siano richiestissimi. Ma all’estero. Qui il mercato per loro, al momento, è ridotto a lumicino. Ed è un vero peccato la cui responsabilità e soltanto politica. Il referendum del 1987 non obbligava il Legislatore a “spegnere” la ricerca scientifica, assieme alle centrali. Guardi, l’Italia era leader del settore. Eravamo terzi, dopo Stati Uniti e Gran Bretagna. Eravamo una potenza scientifica. Abbiamo inventato prototipi e tecniche le cui evoluzioni oggi sono applicate in tutto il mondo. India e Russia oggi sviluppano reattori Uranio/Torio, cioè proprio nel campo in cui già negli anni Settanta, grazie a Itrec, noi eravamo all’avanguardia. Abbiamo formato le “menti” straniere che hanno fondato il nucleare in molti Paesi. Ora invece siamo ridotti a pagare cifre ciclopiche agli Stati esteri perché svolgano le attività che facevamo noi. Sono anni che preghiamo in ginocchio gli Usa (così emerge dai Wikileaks), affinché si riprendano le barre di Elk River che avremmo dovuto essere in grado di riprocessare noi. E i nostri “cervelli” fanno all’estero ciò che prima facevano a beneficio del nostro Paese. Ci siamo fatti molto male e ce lo siamo fatti da soli.

Dal sogno di un futuro sviluppo ad un presente di cancerogeni e veleni, cosa dobbiamo aspettarci?

Io credo che il passato debba essere noto perché in esso sono custodite le lezioni per il futuro. Le bonifiche, per esempio, sono un’attività industriale molto complessa e interdisciplinare ma oggi giorno quasi tutto è possibile, se si hanno buone regole, sufficienti quattrini e competenze per spenderli bene. E, in proposito, il nostro passato prossimo ci “parla” chiaramente: c’è bisogno di una spinta evolutiva. Su questioni tanto serie, a rilevanza strategica e politicamente trasversali, gli italiani dovrebbero chiedere e ottenere una rigida griglia di norme chiare (possibilmente racchiuse in un nuovo Testo unico), in linea con gli standard internazionali - anche in fatto di trasparenza e separazione tra “controllato” e “controllore” - cui debbono essere applicate le migliori competenze (da selezionarsi a livello internazionale, CV alla mano) e con l’indicazione inequivoca di campi d’azione, procedure, responsabilità e relativo impianto sanzionatorio, ben più severo dell’attuale. Paghiamo cifre enormi per gestire il nostro patrimonio nucleare eppure i risultati sono tanto scarsi che l’Italia è stata deferita alla Corte di giustizia europea proprio in relazione al piano della gestione dell’“eredità” atomica. L’Ue ha ragione, è giunta l’ora di un cambio di passo.

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Eva Bonitatibus

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Eva Bonitatibus

Giornalista pubblicista

I libri sono la mia perdizione. Amo ascoltare le storie e amo scriverle. Ma il mio sguardo curioso si rivolge ovunque, purché attinga bellezza e raffinatezza.

La musica è il mio alveo, l’arte la mia prospettiva, la danza il mio riferimento. Inguaribile sognatrice, penso ancora che arriverà un domani…

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