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Giovedì, 19 Aprile 2018 14:03

Il multiforme ingegno di Antonio Infantino nel libro di Walter De Stradis: In evidenza

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un viaggio tra ricordi, incanti e ricerca

Dialogare infantino

Antonio Infantino, l’uomo, il poeta, il musicista, l’architetto, il filosofo… è stato e rimarrà tra gli artisti che più di altri hanno accolto nel proprio vissuto, il numero più sorprendente di visioni trasversali.

Lucano e cittadino dell’universo, inventore di melodie suggerite dalla radice dell’io, egli, considerato da coloro che hanno avuto la fortuna di conoscerlo come un Maestro, ha lasciato una finestra di racconto attraverso le parole del giornalista e scrittore, Walter De Stradis nel suo volume dal titolo “Nella testa di Antonio Infantino. Un viaggio multidimensionale col genio di Tricarico” (Villani Editore). Con De Stradis abbiamo discusso di incontri e ricordi, di ricerca e di scoperta.

 

Dialogare DeStradis

La sua ultima fatica letteraria pare proprio essere una sorta di operazione-verità su un artista osannato come un Maestro da taluni e ignorato da molti altri. È una interpretazione corretta?

Potrei definirla come una verità putativa, da giornalista ho voluto documentare una parte della sua verità, per così dire soprattutto perché (e il titolo del libro lo testimonia) si trattava di entrare “nella sua testa”. Quando non c’è stato più, mi sono molto intristito e rammaricato; negli ultimi quattro anni, proprio grazie a questo lavoro ci siamo sentiti e visti spesso, mi manca moltissimo. Il maestro era molto felice, incuriosito e ansioso di vedere il risultato finale; ho apprezzato la grande libertà che mi ha consentito, non mi ha mai imposto di scrivere o di omettere alcunché. Non credo che sia stato ignorato, onestamente. Magari, nel corso del tempo, nella sua terra, non ha avuto lo spazio che meritava; non dico nulla di nuovo se sottolineo come in lui abitasse un intero patrimonio storico-culturale, regionale, nazionale e internazionale. In tutto il baillame di Matera 2019, sarebbe stato opportuno assegnargli un ruolo fattivo e non già solo nominale; ciò non è accaduto perché in fondo siamo provinciali ed è pur vero che nemo propheta in patria. Quoto il pensiero di Armando Mango, intervistato sul settimanale che dirigo, che parlava esattamente di come si tenda a promuovere l’esternalizzazione (anche nel settore culturale), piuttosto che guardare alle proprie (talvolta come nella fattispecie) sorprendenti risorse.

Quando ha capito di trovarsi al cospetto di un genio e come è avvenuto l’incontro con lui?

Quando lo intervistai a pranzo! Prima non ero esperto (oggi sono comparsi molti a vantare delle primogeniture sul tema!), ma le avvisaglie erano già contenute nel disco elettronico del 2004. Intuii che la sua immagine era poliedrica rispetto alla proiezione (dell’artista popolare) che suggeriva. Fu una delle interviste più lunghe mai realizzate. Lui era un vulcano! Dentro la testa era contenuto un mondo enorme da ascoltare. Prima che provare a essere uno scrittore, sono un lettore; ho cercato libri su di lui e ho scoperto che non ce n’erano. Il giornalista che è in me non si è lasciato sfuggire la notizia che aveva tra le mani, e così ho scritto il libro, dopo la ricerca di documenti, di testi e di registrazioni e dopo numerose conversazioni e incontri; ho conosciuto molte persone appartenenti al suo circuito e tutti, ribadisco tutti (artisti di rilievo nazionale) hanno manifestato una devozione nei suoi riguardi. Quando incroci questi personaggi, ne subodori la grandezza quando ti trasmettono la voglia di approfondire. Come quando guardi una trasmissione calcistica e ti vien voglia di giocare a calcetto con gli amici! Questo è l’effetto che faceva a me. E poi era simpatico. Ma era pure uno che usava la “dialettica”, che si arrabbiava se riteneva che la domanda che gli ponevo fosse “scema”, salvo ridere subito dopo averlo detto. Era fortissimo.

Come giustifica la scelta del titolo del suo libro?

Antonio non sapeva cosa ci fosse nella sua testa (in senso buono!). Quando lesse il libro, una volta pubblicato mi disse: “Mi piace moltissimo, perché sei riuscito a fotografarmi in certi miei momenti. Se mi rifacessi le stesse domande, sono certo che darei risposte totalmente differenti”. Lui era, nella sostanza, un ricercatore e si abbeverava di continuo a fonti, di volta in volta, diverse. Un “divoratore del mondo” in evoluzione costante. E infine era tra le persone più generose che abbia mai incontrato, tra le più disposte in maniera patriarcale a condividere la sua conoscenza. Se non capivi, imbracciava la chitarra e ti faceva “vedere”.

Quali elementi ha lasciato sul ‘processo creativo’?

A monte del processo creativo c’è la ricerca. In noi stessi. Il più grande mistero è capire cosa siamo. Tutto ciò che è al di fuori è collegato ed egli capiva che gli insegnamenti (questa la mia idea, in merito), i miglioramenti, potessero avvenire attraverso qualsiasi cosa, da un evento cosmico come dalla caduta di una foglia. Era un osservatore intelligente: quante cose hanno filtrato quei suoi occhietti! Se ad Antonio regalavi un libro, lo leggeva! E non è una cosa ovvia. Perché la sua curiosità era inesauribile.

Ritiene possibile che qualcuno possa proseguire, accogliendo il suo esempio?

Un lascito, un’eredità? Sono certo che qualcuno l’abbia già accolta. Sono tanti i gruppi in Basilicata e in Italia, che non sarebbero chi sono, senza di lui. Mi auguro, ma credo che accadrà, che verranno ri-stampati i suoi vecchi dischi; dovrebbe comunque uscire il nuovo disco e il film con la regia di Luigi Cinque dal titolo “The Fabulous Trickster”, sarà presentato in anteprima a Bari il prossimo 27 aprile al Bif&st; auspico infine la pubblicazione di altri libri sulla sua incredibile storia. Di uomo e di artista dal multiforme ingegno.

di Virginia Cortese

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Virginia Cortese

Giornalista pubblicista

Appassionata e onnivora lettrice

Considero i libri come finestre sulla vita, da aprire costantemente per imparare come comportarsi sulle strade del mondo.

I miei libri guida sono La Nausea di Sartre, Amore Liquido di Bauman e Il Libro del riso e dell’oblio di Kundera.

Mi piace contemplare e vivere il Bello, perché sono convinta che sia davvero l’antidoto al male. Adoro l’arte, la corrente espressionistica è senza dubbio quella che mi rappresenta in modo totale, il mio quadro del cuore è Notte Stellata sul Rodano di Van Gogh.

Una visione romantica e di prospettiva sulle cose non può esulare dal ri-conoscersi in un’opera lirica, la mia è La Bohème di Puccini.

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