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Mercoledì, 22 Gennaio 2020 08:52

Giuseppina Mellace racconta “I dimenticati di Mussolini”

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“I dimenticati di Mussolini. La storia dei militari italiani deportati nei lager nazisti e nei campi alleati dopo l’8 settembre 1943” è il titolo del libro scritto da Giuseppina Mellace per la Newton Compton Editori.

Una storia dolorosa e dolente che racconta il triste epilogo dei soldati che rifiutarono di passare con i nazisti all’indomani dell’armistizio firmato dal Generale Pietro Badoglio.

Un dramma umano dalle dimensioni enormi dimenticato da tutti e oggi raccontato con grande lucidità dall’autrice romana non nuova ad opere di tale portata. Documenti e testimonianze fanno di questo lavoro un libro necessario per conoscere le tante verità che la storiografia ufficiale non ha mai rivelato. Storie nella storia, quelle dei tanti militari che furono fatti prigionieri e poi internati e deportati nei campi di concentramento sparsi per l’Italia, la Germania, la Russia, la Polonia, il Giappone. In un lager nipponico ebbe la sua disavventura la famosa scrittrice Dacia Maraini che con la sua famiglia in quegli anni viveva in Giappone per una borsa di studio di antropologia che il padre aveva vinto in una università del luogo. A Giuseppina Mellace, autrice tra gli altri di un saggio sulla tragedia delle foibe, altra pagina di storia sanguinosa e taciuta, premiata per il suo lavoro di ricerca, va il nostro ringraziamento per aver riportato alla luce fatti ed avvenimenti di cui i nostri nonni sono stati protagonisti e di cui non hanno mai più voluto parlare. Chiusi nel loro silenzio, tra l’essere e il nulla, hanno proseguito le loro esistenze cercando di dimenticare.  

Chi sono i dimenticati di Mussolini e perché parlarne oggi?

Furono oltre 650.000 i militari italiani catturati dopo l’8 settembre del ‘43 dai Tedeschi sui vari fronti e deportati nei campi di concentramento in Germania come forza lavoro a costo zero. E’ importante parlarne ancora oggi poiché la memoria rischia di svanire e tutto ciò che è accaduto, il coraggio di quegli uomini che dissero “NO” ai nazisti si potrebbe perdere nel nulla, facilitando il crescente negazionismo.

Una storia poco conosciuta e forse volutamente sottaciuta che rappresenta ancora una ferita aperta. Quale fu il destino di questi soldati?

Dopo la cattura e l’arrivo al campo, Mussolini, che nel frattempo aveva creato la repubblica di Salò, cercò di farseli “restituire” da Hitler per la formazione dell’esercito repubblichino, ma il Führer, non fidandosi più degli italiani, preferì tenerli come schiavi e impiegarli nell’agricoltura e nell’industria. Furono pochissimi coloro che aderirono alle SS o alla RSI, si calcola circa l’1%. D’altro canto né il Re né Badoglio né gli Alleati s’interessarono della loro sorte, troppo impegnati a difendere la Corona e a combattere i nazisti.

Chi si occupò di loro all’indomani del ’43?

Dobbiamo tener presente che l’Italia era divisa in due parti contrapposte e solo coloro che avevano familiari a nord della linea Gotica, potevano ricevere dei pacchi, molto “alleggeriti” da parte dei soldati tedeschi che pure loro soffrivano la fame, dalla Croce Rossa e per gli altri il nulla. La croce Rossa della repubblica di Salò si adoperò con l’invio di vestiario e cibo ma arrivò molto poco a destinazione.

Durante la loro detenzione nei numerosi campi di concentramento sparsi per il mondo, la Convenzione di Ginevra che ruolo ebbe? Venne rispettata?

Hitler non rispettò la Convenzione di Ginevra poiché si appellò al fatto che l’Italia aveva firmato l’armistizio l’8 settembre 1943, ma aveva “dimenticato” di dichiarare guerra alla Germania di cui era sempre alleata! Solo il 13 ottobre dello stesso anno si ebbe la dichiarazione di guerra; quindi abbiamo oltre un mese durante il quale si creò una situazione a dir poco surreale e il capo del Reich poté sfruttare a suo piacimento, trattando i nostri soldati come “traditori” che restò l’epiteto principale adoperato nei campi dai militari del Reich.

Molti di loro non sopravvissero alla fame, al freddo e alla violenza. Per i sopravvissuti il ritorno in patria non fu semplice, perché?

La fame, le malattie e le violenze erano infinite e molti morirono, ma la guerra finì e tutti pensavano di tornare a casa il prima possibile. Ora si ebbe la vera disillusione per questi che erano poco più che ragazzi. Non ci fu un rimpatrio organizzato, la maggior parte di loro tornò a piedi dalla Germania, dalla Russia, dalla Polonia e una volta giunti al confine italiano, il nulla o quasi poiché il nostro Stato e la seguente storiografia si disinteressarono completamente della loro vicenda, relegandoli nell’oblio.

Oggi esistono i “musei della memoria” a ricordarci questo capitolo della storia così dolente. Qual è quello che più degli altri testimonia il passaggio dei nostri “eroi”?

Esistono pochi musei che testimoniano questa tragedia. Indubbiamente il più grande è quello di Padova, dove presenterò a breve il mio libro, ma anche a Roma abbiamo sulla via Labicana, un luogo del ricordo con annessa biblioteca molto utile soprattutto per la didattica della storia.

Chi dovrebbe leggere il suo libro e perché?   

Gli amanti della Storia, chi vuole conservare la memoria poiché solo con essa possiamo sperare di non commettere gli stessi errori e lasciare un mondo migliore ai nostri ragazzi.

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Eva Bonitatibus

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Eva Bonitatibus

Giornalista pubblicista

I libri sono la mia perdizione. Amo ascoltare le storie e amo scriverle. Ma il mio sguardo curioso si rivolge ovunque, purché attinga bellezza e raffinatezza.

La musica è il mio alveo, l’arte la mia prospettiva, la danza il mio riferimento. Inguaribile sognatrice, penso ancora che arriverà un domani…