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Lunedì, 21 Novembre 2016 19:10

Don Marcello Cozzi: ho incontrato Caino ed ho consolato Abele

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Domenico, Emanuele, Francesco, Angela, Luigi e Gaspare sono i protagonisti di Ho incontrato Caino. Pentiti e tormenti di vite confiscate alle mafie, il libro di don Marcello Cozzi edito da Melampo e pubblicato lo scorso settembre 2016.

Presentato per la prima volta a Potenza il 28 ottobre nella sala convegni del Cestrim, il libro racconta le vicende di sei uomini e donne, i “Caino” nascosti in nuove identità, che ricompongono la storia criminale d’Italia. Un libro laico che mette in evidenza tormenti e speranze nella consapevolezza che “ogni uomo è un’infinita possibilità”. Abbiamo chiesto a don Marcello, coordinatore per Libera del servizio antiraket e antiusura e dell’accompagnamento dei testimoni e dei collaboratori di giustizia, di parlarci della sua nuova pubblicazione, in particolare di come sia nato questo libro e lui ci ha risposto così:  

Varie sono le motivazioni. Prima di tutto nell'anno giubilare della Misericordia mi sembrava bello e importante dare un messaggio di speranza su un fronte, quello delle mafie, che di solito lascia pochissimo spazio alla speranza. Qui non si parla di misericordia nel senso classico del termine, e cioè di perdono, ma in un altro senso che spesso in questo anno Papa Francesco ha messo in evidenza, e cioè misericordia come ascolto, accompagnamento e affiancamento senza pregiudizi e senza moralismi.

Inoltre penso sia importante oggi nel nostro Paese raccontare le mafie, raccontando le persone, i loro vissuti, le loro storie. Prima ancora che un fenomeno criminale e sociale le mafie sono azioni e scelte messe in atto da uomini e da donne che come tutti gli altri hanno storie personali, momenti belli o brutti da ricordare, affetti e sentimenti.

Inoltre mi sembra importante parlare sempre più della necessità di confiscare alle mafie non solo i loro beni nel senso delle loro proprietà e i loro soldi ma anche nel senso del bene più importante di cui dispongono, e cioè i loro stessi gregari, i loro uomini e le loro donne.

Le storie raccontate hanno tutte un filo conduttore: parlano di disagio psicologico ma non formulano giudizio. Qual è la chiave di lettura?

Nel servizio che faccio da tanti anni ormai al fianco di queste persone ho cercato sempre di avere un approccio laico, un approccio cioè che mi permettesse non solo di non lasciarmi andare a nessun tipo di moralismo o di "sermone del giorno dopo", ma che nello stesso tempo mi aiutasse a cogliere lo stato d'animo della persona che mi stava dinanzi. Una specie di fotografia, insomma, qualcosa che mi facesse guardare la persona nel suo tormento, con i suoi sensi di colpa, con le sue speranze, senza aggiungere null'altro: nessuna promessa di nessun tipo, nessuna giustificazione, nessuna condanna.

Dietro queste personalità si svela la storia criminale d’Italia. Uno scenario da temere?

Da temere non solo per l'appoggio talvolta incondizionato di queste persone alle battaglie e agli affari dei loro clan: un'obbedienza che veniva esercitata non nel nome del denaro ma semplicemente dell'appartenenza "ad una causa". Ma da temere soprattutto perché in gran parte dei casi mi sono reso conto di trovarmi, pur se dinanzi a nomi famosi, a semplici gregari. Quelli che decidono, quelli che a volte determinano le sorti di tante storie sono altrove e non mi risulta, a parte due o tre, che abbiamo mai avviato una collaborazione. Anche perché non mi risulta che siano mai stati ingabbiati dalle maglie della giustizia.

Si parla di vite tormentate, assassini, spacciatori, trafficanti di armi e di rifiuti tossici, persone coinvolte a vario livello nel malaffare. Sono storie di mafia e di ndrangheta. Chi sono questi uomini?

Sono uomini e sono donne. Spesso figli di mafia, cioè nati in famiglie mafiose e cresciuti a quella scuola e secondo quei valori. Sono persone con vizi, difetti, sentimenti, vite private e affetti come tutti gli altri. Anche loro mettono al mondo dei bambini, anche loro si innamorano, anche loro passano la domenica prendendo un gelato, anche loro credono in un Dio. Si potrebbe dire dunque che sono semplicemente la manifestazione della banalità e della quotidianità del male!!!

Infatuazione e illusione sono due termini ricorrenti nei racconti riportati, perché? a cosa e a chi si riferiscono?

Spesso alla base della vita di un mafioso c'è il mito di uno stile di vita che si vuole emulare e che secondo loro assicura potere, rispetto, onore. C'è anche la ricerca di un'identità, e cioè il voler essere qualcuno, voler contare qualcosa. E poi quando qualcuno apre gli occhi c'è l'impatto traumatico con un mondo inesistente, fatto solo di apparenze, di arricchimenti e sostegno "fraterno" solo fra pochi, e quindi che era tutta un'illusione, solo una grande illusione.

Sono pentiti, collaboratori di giustizia. Cosa significa “pentimento” per queste persone?

Significa entrare dentro se stessi, rendersi conto del male fatto e del tanto sangue che hanno fatto spargere, iniziare a coesistere con un tormento che non li abbandonerà quasi più (a seconda ovviamente dei reati di cui si sono macchiati), convivere con antidepressivi e psicofarmaci per dormire. E poi vivere in stand by, in una sorta di sospensione della loro vita perché sanno da dove vengono e cosa hanno fatto, ma ora che hanno saltato il fosso non immaginano neanche lontanamente cosa ne sarà della loro vita da qui in avanti.

Emerge inoltre uno strano rapporto tra loro e la fede. Qual è il loro concetto di Dio?

Né più né meno uguale al concetto che ha tantissima gente e tanti che magari affollano le nostre chiese la domenica mattina. Un Dio che non c'entra nulla con la vita di tutti i giorni, con le  scelte politiche, economiche, sociali. Il Dio che loro pregano prima o dopo aver spacciato droga o aver ucciso una persona è lo stesso Dio che in tanti pregano dopo aver evaso le tasse, o alzato muri davanti agli immigrati o prestato denaro ad usura. Insomma è il Dio della religione, ma non quello della fede. E le due cose sono completamente all'opposto.

E’ un libro su Caino, ma è anche un libro per Abele?

Parte tutto da lì. Dal dolore e dal sangue versato di Abele, cioè delle tante vittime innocenti delle mafie e della violenza criminale. Parte tutto dalla loro incessante richiesta di verità e di giustizia. Se in tutti questi anni non avessi camminato accanto a queste persone e non avessi ascoltato quel grido di dolore non avrei mai potuto capire la profondità del tormento e della devastazione interiore di Caino quando è davvero pentito.

Cosa ha significato ascoltare queste persone?

Per me è significato avere la conferma che il dolore, la fatica e le sofferenze delle persone, a prescindere da chi hai difronte a te, è la più grande scuola che puoi frequentare, è la lezione che più di altre ti arricchisce ed è l'unica cattedra che ti insegna a vivere. Quando poi si tratta di ex mafiosi, allora è tutto molto più difficile perché davanti a te ti ritrovi spesso persone con le mani insanguinate e che hanno fatto piangere persone innocenti; in questo caso si tratta di ascoltare la sacralità del loro tormento sapendolo distinguere dalle loro responsabilità che sono terribili e resteranno per sempre. Insomma, ascoltare queste persone e il loro tentativo di risalire l'inferno per me significa avere la conferma che davvero ogni uomo è un'infinita possibilità.

Grazie don Marcello!

Eva Bonitatibus

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Eva Bonitatibus

Giornalista pubblicista

I libri sono la mia perdizione. Amo ascoltare le storie e amo scriverle. Ma il mio sguardo curioso si rivolge ovunque, purché attinga bellezza e raffinatezza.

La musica è il mio alveo, l’arte la mia prospettiva, la danza il mio riferimento. Inguaribile sognatrice, penso ancora che arriverà un domani…

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