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Lunedì, 03 Luglio 2017 17:15

Antonella Berni: nella letteratura e nell’arte c’è la salvezza

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Ho conosciuto Antonella Berni lo scorso mese di dicembre.

Dovevo presentare il suo libro dedicato alla prima Santa australiana, Mary MacKillop, un delicato romanzo che racconta la vita di una donna che ha fatto grandi cose in un continente e in un’epoca molto lontani. Delicata è anche lei, Antonella, che mi parla con gli occhi prima che con la voce. Lo spessore emerso dal dialogo intorno alle pagine del libro, mi conferma la percezione avuta incontrandola. Così ho voluto approfondire la conoscenza di questa donna minuta e intensa, che si occupa di comunicazione al di là della scrittura. Oltre ad avere pubblicato due libri, La dentiera di Chanel e L'australiana.

Mary MacKillop, una donna contro le convenzioni, Antonella Berni è traduttrice, esperta di comunicazione, social media manager, blogger. Dal nostro dialogo sono venute fuori tante verità sulla funzione contemporanea della letteratura e delle arti, sulla necessità di costruire una reale rete tra le persone, sull’importanza della lettura. E poi le difficoltà legate al duplice ruolo di madre e lavoratrice: “ricordi le Cronache di Narnia quando i ragazzini passavano dall’armadio ed entravano nell’altra dimensione? Ecco per me è proprio così, devo passare attraverso un armadio ed entrare in un’altra dimensione per poter scrivere”, mi ha confessato. Ma come lei mi dirà più in avanti nell’intervista “per superare le difficoltà serve concretezza ma anche speranza e amore.” Ecco il nostro dialogo…

Cominciamo a parlare dell'ultimo tuo romanzo, L'australiana. Una biografia romanzata dedicata alla santa Mary MacKillop. Come è nato questo progetto?

Il romanzo su Mary MacKillop rientra in un progetto che illumina le esistenze assai particolari di santi meno noti. L’idea, del poeta e scrittore Davide Rondoni, è stata abbracciata dall’editore San Paolo che ha prodotto la collana Vite esagerate. Tredici autori sono stati scelti per scrivere ognuno di una personalità diversa e io ho avuto la fortuna di scoprire Mary MacKillop. Sia l’editore che il direttore di collana hanno lasciato gli autori completamente liberi di seguire la propria voce  per descrivere una vita fuori dal comune. Per questo i tredici romanzi offrono al lettore uno spaccato di personalità differenti narrate da voci diverse tra di loro in un particolare puzzle letterario.

Per me è stato importante il lavoro di documentazione e per fortuna di questi tempi la distanza geografica è stata azzerata dalla tecnologia. Non è stato necessario andare in Australia ma mettersi in contatto con la congregazione delle Sorelle di San Giuseppe del Sacro Cuore di Sydney (congregazione fondata da Mary appunto) e mi sono stati consigliati testi e biografie. Ho consultato anche degli archivi telematici di ricerca per circoscrivere storicamente la vicenda e grazie a Google Earth ho potuto vedere i luoghi nei quali la vita di Mary si è svolta.

Il lavoro di ricerca è durato più di quattro mesi ed è stato affascinante. Un amico australiano giornalista mi ha consigliato anche dei romanzi ambientati nell’epoca in cui è vissuta la santa e questo mi è stato di grande aiuto per capire cosa volesse dire vivere in Australia a metà Ottocento.

In assoluto la cosa che mi ha aiutato di più per delineare il personaggio e comprendere l’atmosfera di quella vita è stato l’epistolario di Mary. Ha scritto migliaia di lettere, alla madre, agli zii, ai fratelli, al mentore padre Woods, ai vescovi incattiviti, scriveva continuamente anche solo per portare una parola di conforto alle consorelle dislocate in località fuori dal mondo, alle prese con la durezza della vita selvaggia di quel continente inospitale.

Scrivere questo romanzo mi è stato utile in diversi modi: da un punto di vista puramente tecnico, perché io preferisco scrivere racconti e il passo del romanzo è diverso, ed è stato un grande esercizio per me. E poi entrare nella vita di un personaggio realmente esistito, per giunta santificato, mi ha fatto pensare e ripensare prima di scrivere qualcosa, anche se si trattava di un romanzo e non di una biografia. Può sembrare banale ma leggere e scrivere della vita di Mary mi ha lasciato molto, due cose in particolare: abbracciare l’impossibile, ossia non scoraggiarsi mai davanti a un ostacolo, e amare incondizionatamente, soprattutto in un momento come questo in cui tutto sembra collassare. Per superare le difficoltà serve concretezza ma anche speranza e amore.

Il tuo rapporto con la scrittura nasce prima però. La dentiera di Chanel è la tua prima raccolta di racconti in cui il filo conduttore che unisce i personaggi è la ricerca di un mondo diverso da quello vissuto. Perché? Qual è il compito della letteratura?

La dentiera di Chanel nasce spontaneamente, per così dire, in opposizione al romanzo sulla vita di Mary, che invece mi è stato commissionato. Non che ci sia una grande differenza, dal mio punto di vista, fintanto che l’editore commissionante non censuri un autore. La mia scrittura è quella, potrei scrivere anche un racconto su un sacchetto di patatine e niente cambierebbe. La dentiera è stato scritto in pochi mesi ma è nato da anni di osservazione “inconsapevole” perché se da un lato mi è sempre piaciuto guardare e conoscere, dall’altro non avevo mai pensato di scriverne. I personaggi nascono dallo scontro delle proprie velleità e la realtà che li circonda in un confronto a volte impari ma mai irrealistico, tranne nel racconto simil-new age Leyla.

Per quanto riguarda il compito della letteratura, ce n’e uno? In un momento come  questo siamo spettatori impotenti del rovesciamento degli equilibri planetari. La nostra generazione ha sentito parlare da nonni e genitori delle guerre mondiali ma ora la guerra è diversa ed entra nelle nostre case parcellizzata attraverso la TV e i social media. Non c’è più una zona franca: vai a un concerto a Parigi e non torni più a casa. I ragazzini vanno al McDonald a Berlino e non tornano più a casa. Senza menzionare il Medio Oriente dove gli attentati non fanno neanche più notizia. Un politologo può dirsi “fortunato” di assistere a questo passaggio ma per noi non è così. Quindi la letteratura, i poeti, gli scrittori ma anche i pittori e gli scultori e i musicisti, devono utilizzare la propria arte per riflettere la realtà e renderla in tutto il suo disordine, il suo orrore. Devono dire la verità. Bisogna scrivere e dipingere e suonare e così via per documentare la follia contemporanea, perché questa follia non diventi normalità. Non ci si deve abituare agli attentati, all’abuso di potere, agli attacchi cibernetici. Perché non diventi normale azzittire la stampa arrestando i giornalisti, appestare il pianeta pensando che domani ci trasferiremo su Marte e ignorare la povertà in cui versa ancora oggi tanta parte della popolazione mondiale. Non è un caso che i Talebani, parallelamente agli attentati, abbiano fatto chiudere le scuole: studiare, leggere, ragionare non è funzionale a una società da manipolare. Nella bellezza della  letteratura, dell’arte c'è la nostra salvezza.

In realtà la scrittura ti appartiene da sempre, essendo un'esperta di comunicazione e social media. Quali sono le esperienze più significative che hai fatto da New York a Bologna?

L’esperienza newyorchese è stata il mio battesimo professionale perché ho potuto avere il mio primo lavoro presso la National Italian American Foundation. È stata una bella esperienza che mi portato in mezzo alla gente più diversa e mi ha concesso uno sguardo meno provinciale rispetto al mio. Di contro New York è una città che ti stritola e non consente le vie di mezzo. Quando sono tornata in Italia, a Milano, mi è sembrato tutto più ridimensionato e silenzioso! La’ ho frequentato un master in comunicazione che mi ha portato a lavorare per l’Associazione Studio Malformazioni come responsabile Ufficio stampa per 5 anni. Da quella esperienza è nata una collaborazione pro bono, che dura tutt’oggi, con un’altra associazione che segue una sindrome rara, La sindrome di Cornelia de Lange. È come una seconda famiglia per me, ho coinvolto anche marito e figli. Dopo Milano ho passato un altro anno a New York, dove mi sono sposata, e quando sono tornata in Italia, questa volta a Roma, ho lavorato nella comunicazione di un’azienda che produceva arredo urbano. Ho conosciuto architetti di spessore (anche qualche archi star come le chiamano adesso) e mi sono divertita sul versante del design. Poi sono nati i miei figli, uno a distanza di un anno dall’altro, e ho smesso di lavorare. Quando ho ripreso fiato ci siamo trasferiti a Bologna e ho dovuto ripensare a come poter essere una mamma presente pur mantenendo attivo l’intelletto. Quindi mi sono iscritta a un corso di scrittura creativa e da lì è nata la mia collaborazione con l’allora Centro di Poesia Contemporanea dell’Università di Bologna. Ho conosciuto tantissime persone di talento che mi hanno ispirato e aiutato, a volte senza saperlo. Gli orari di questo lavoro mi consentivano di stare dietro ai bambini quando tornavano dall’asilo. Giocavamo, cenavamo insieme e poi, dopo averli messi a nanna, potevo immergermi nella scrittura. In questo periodo ho tradotto La mia natura è il fuoco per Rizzoli, sulla vita di Santa Caterina da Siena. La prima santa della serie … Subito dopo è uscito La dentiera di Chanel, che si è classificato terzo al premio del racconto umoristico Colsalvatico. Adesso sono indecisa se scrivere altri racconti o un altro romanzo.

Il Salotto di Penelope, scuola di cucina e catering, è tra gli ultimi tuoi impegni. Un luogo di aggregazione, ma non solo. Da comunicatrice, cosa è importante trasmettere all'esterno al di là dell'attività che vi si svolge?

Il Salotto di Penelope (chiacchiere e cucina) nasce in una delle cucine più storiche di Bologna, quella delle sorelle Simili. È una scuola con servizio catering, dove è possibile imparare svagandosi e divagando. Io stessa l’ho frequentata e ho conosciuto persone interessanti e divertenti. Chi viene qui trova non solo la competenza e la passione delle due chef, Barbara e Valeria, ma anche una zona franca al riparo dalla pressione, un momento di svago in cui è possibile connettersi con altri esseri umani senza usare Facebook, parlando anche della quotidianità e delle difficoltà che tutti possiamo incontrare. Come sempre il cibo è un momento di aggregazione, e anche la sua preparazione lo è. Penso che al Salotto si viva ancora nella tradizione della sfoglia e della parola detta vis à vis e questo è un vantaggio soprattutto per i tanti stranieri che vengono a imparare a fare la pasta. Al di là della comunicazione sui social network la forza del Salotto è nel passaparola e nell’ambiente ampio e accogliente in cui si svolgono le lezioni. L’amore delle due chef per quello che fanno traspare a ogni lezione e questo vale più della pubblicità tradizionale, in termini di ritorno.

Cos'è cambiato nel modo di comunicare oggi?

Da quando ho iniziato a lavorare nella comunicazione c'è stata una rivoluzione forse pari a quella dell’invenzione della stampa da parte di Gutenberg. Milioni di persone possono essere esposti a un messaggio con un click sul computer o sullo smartphone, in questo la globalità è prepotente. Dai “miei tempi” in cui si usava il fax direi un salto in avanti …

La tua attività di scrittrice a tutto tondo (ricordiamo che hai anche un blog) si completa con quella di lettrice. Sei una lettrice attenta e scrupolosa che si nutre di storie altrui per alimentare la propria fantasia. Qual è il valore della lettura?

Non mi stancherò mai di dirlo, senza lettura non c'è e scrittura, non c'è ispirazione, non si allena la fantasia. La lettura dovrebbe essere un’azione quotidiana per tutti, non solo per gli autori.

Recensire libri ti porta ad avere uno sguardo più profondo della realtà. Quali sono i criteri che adotti per promuovere o stroncare un'opera?

Amo la bella scrittura che porta una voce originale. Detesto le opere preconfezionate dagli editor delle grandi case editrici (ma ne sono rimaste?) che ci propinano degli autori mediocri che, guarda caso, vendono migliaia di copie. Anche in questo c'è una diseducazione alla buona scrittura, spesso la mediocrità viene data in pasto alle masse quando poi viviamo nel paese del bello e dell’estetica. Ma interessa più a qualcuno? Si scrive come si parla, quindi male e in modo volgare.

Dunque cos'è per te la scrittura?

Per me la scrittura è un modo per entrare in comunione con altre persone attraverso una storia, fosse pure breve. Diventa un filtro per mostrare una realtà altra ed entrare in un mondo diverso dal proprio.

Quali sono i tuoi auspici?

Mi posso augurare che i giovani leggano, leggano e leggano non solo per sopperire a un preoccupante deperimento linguistico ma anche per scoprire mondi diversi stando seduti sul divano di casa. Vale anche per i meno giovani.

Eva Bonitatibus

Biografia:

Antonella Sacchetti Berni dopo la laurea in Lettere si trasferisce a New York dove lavora per un paio di anni. Una volta in Italia si occupa di comunicazione e traduzioni, tra Roma e Milano. Frequenta il corso di scrittura creativa (scuola Flannery O’Connor) di Milano, e il master di traduzione letteraria dell’Università di Bologna. Nel 2006 inizia a pubblicare su riviste letterarie i primi racconti e nel 2007 esce la sua traduzione sulla vita di Santa Caterina da Siena, La mia natura è il fuoco (BUR). Nel 2008 il racconto La dentiera di Chanel è finalista al Premio Colsalvatico di Tolentino dedicato al racconto umoristico. Nello stesso anno viene pubblicata l’intera raccolta di racconti nel libro omonimo da Raffaelli Editore. Collabora con Il Salotto di Penelope, Bologna, in qualità di social media managing e organizzazione di eventi. Nel 2016 pubblica il romanzo L’Australiana, Edizioni San Paolo.

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