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Giovedì, 18 Gennaio 2018 16:43

“La mia narrativa nasce dal confronto tra il mondo di ieri e quello di domani”

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Dal confronto tra il mondo di ieri e quello di domani nasce la narrativa di Giuseppe Lupo, autore prolifico di saggi e romanzi, che ci ha abituato a vivere nell’incanto delle storie.

E’ sua la bellissima affermazione secondo cui “i libri sono come arche di Noè: custodiscono e preservano tutte le storie dell’umanità che altrimenti andrebbero disperse”. Lo abbiamo incontrato a Potenza in occasione della presentazione del suo nuovo romanzo, Gli anni del nostro incanto, Marsilio editore, lo scorso mese di dicembre. Una storia bellissima ambientata nell’Italia del boom economico i cui protagonisti sono un’intera famiglia, quella ritratta in copertina, e un’intera nazione. Un libro che induce alla riflessione sui temi del tempo perduto, della memoria e dell’identità, ma anche sul ruolo della storia ai giorni nostri. Ne è emerso un dialogo interessante e profondo con l’autore, di cui è nota la squisita affabilità. Buona lettura!     

La copertina del libro, a differenza di quanto accade solitamente, è già la prima pagina del romanzo. Qual è il suo potere?

Il potere della copertina è molto suggestivo perché rappresenta la storia di una famiglia nella Milano degli anni ’60 che sta venendo da un luogo e sta andando verso un altro luogo. Tutta la storia del romanzo comincia e finisce dentro quella foto, attorno alla quale ho costruito il passato e il futuro della famiglia ritratta. E’ insomma una foto simbolica che rappresenta la spensieratezza e l’incanto di quel nucleo familiare.

Affida alla forza del racconto (elemento ricorrente nella sua narrativa) il recupero di una memoria che è collettiva e privata allo stesso tempo, attraverso un viaggio che parte dall’82, anni dei famosi mondiali di calcio, per tornare indietro ai primi anni ’60. E’ la storia di un tempo perduto?

Quel tempo è perduto perché è diventato memoria, identità. La ragazza che racconta nel libro deve ricostruire tutto ciò che la madre le ha dato quando l’ha aspettata, quando l’ha messa al mondo. La storia di questa famiglia è intima e privata, ma allo stesso tempo diventa la storia di una nazione intera che subisce e vive le trasformazioni esattamente come quella famiglia.

Un periodo che rappresenta anche l’incontro e lo scontro tra le generazioni, tra speranza e terrore, tra incanto e disincanto, tra il boom economico e la bomba a piazza Fontana…

Gli anni ’60 sono stati i più importanti del ‘900, che a suo modo è stato il secolo più importante per l’intera umanità e quindi anche della nostra nazione. Sono stati gli anni in cui democraticamente tutti hanno potuto vivere nel benessere e godere del benessere, cioè degli strumenti che il benessere ha messo a disposizione e che banalmente sono rappresentanti dai frigoriferi, dalle cucine Salvarani, dai televisori e dalle Cinquecento. Anni brevi, veloci, intensi, durati pochissimo e altrettanto velocemente sono mutati negli anni del disincanto, negli anni ’70, quando l’Italia improvvisamente scopre una violenza inaudita dopo la strage di piazza Fontana del 1969.  

E’ il romanzo di una civiltà e di un’epopea in cui probabilmente tutti erano felici. E Milano svolge un ruolo da protagonista, esattamente come i personaggi. Che Milano è?

La Milano del romanzo è una città di luci che mette a disposizione di tutti coloro i quali vengono dalle periferie, non solo geografiche, la possibilità e la speranza di un riscatto che significa vivere dentro il progresso e dentro la modernità. C’è spesso una domanda che Louis rivolge a sua moglie Regina: “che ci siamo venuti a fare noi a Milano” e la risposta che trova è: “per essere all’altezza di questi anni”. Solo arrivando a Milano si poteva dunque essere all’altezza di quegli anni e se quella famiglia fosse rimasta a vivere al Meridione o nel Veneto non avrebbe potuto vivere nell’incanto che Milano metteva a disposizione.

La perdita della memoria di Regina, tra le protagoniste della storia, è una metafora sul senso di smarrimento in cui è caduta la nostra Italia?

Regina, la mamma di questa famiglia e protagonista di questo romanzo, smarrisce la memoria nel momento in cui vede la fotografia inaspettata della sua famiglia. Quella foto ha il potere di farle perdere la memoria e di ridestarla in un momento di amnesia totale. E questo spiega perché Vittoria, la figlia, le pone continuamente sotto gli occhi questa immagine. La foto è la chiave di tutto il libro ed è la chiave della memoria di questa donna, una donna che ha smarrito se stessa allo stesso modo in cui l’Italia intera come Nazione ha smarrito la sua memoria. Noi oggi non ricordiamo, se non perché ricade l’anniversario di quegli anni, che abbiamo avuto una stagione di incanto.

E’ anche un libro sul diritto all'oblio?

In effetti questa donna ha smarrito la memoria, ma nello stesso tempo il lettore è posto di fronte al dubbio che Regina non voglia ricordare. Probabilmente perché l’esercizio del ricordare suscita un sentimento di grande malinconia che provoca sofferenza.

Come mai ha scelto di affidare la voce narrante ad una donna?

Ho pensato che fosse più giusto affidare ad una voce narrante femminile la storia di questa famiglia e di questa Italia, perché lo sguardo femminile è più puntiglioso, particolareggiato. Dal momento che bisognava mettere la madre, sprofondata nel pieno dell’amnesia, nelle condizioni di ricordare, lo sguardo maschile sarebbe stato uno sguardo generico. Una donna è capace di guardare i particolari, le minuzie di quella foto: una fibbia, il cinturino di un orologio, i lacci di una scarpa, gli orecchini, la borsa, elementi che sono in grado di suscitare qualcosa che la faccia ritornare in sé.

I capitoli sono concatenati, formano una collana all'interno del libro che da un ritmo alla lettura. L’ultima parola del capitolo precedente attribuisce il titolo al capitolo successivo…

Ho usato questa tecnica che usavano i poeti trovatori del Medioevo (i cantastorie) perché è una maniera molto semplice per dare al lettore l’impressione di un continuo, qualcosa che non finisce con la fine del capitolo ma che continui nell’inizio dell’altro. Per cui tutti i capitoli sono concatenati o incatenati tra loro come se fosse un’unica storia fatta di tanti episodi o di tante fotografie.

Tempo e letteratura, che rapporto c’è?

Tempo e letteratura viaggiano all’unisono. Non ci potrebbe essere nessun racconto se non ci fosse la percezione del tempo che passa. Non a caso quando raccontiamo lo facciamo quasi sempre al passato, quasi mai al presente. Lo faceva Cesare nelle guerre galliche ma lui raccontava al presente perché voleva dare l’impressione dell’immediatezza. Non c’è tempo che non sia raccontabile e non c’è nulla che possa essere raccontato se non quando quel determinato tempo è passato. E’ impossibile dividere la nozione di tempo dalla dimensione letteraria del racconto.

Dal mondo arcaico dei suoi precedenti libri a quello moderno dell'opera in questione. Come mai questo passaggio?

In realtà anche i libri precedenti non raccontavano solo il mondo arcaico, ma anche il mondo che si confronta con la realtà. Nell’Americano di Celenne ho raccontato l’impatto di un emigrato con la New York degli anni ’20, in Ballo ad Agropinto ho raccontato la fuga di disperati meridionali verso una Milano che cominciava a promettere una vita sbarluscenta, L’ultima sposa di Palmira è il racconto di un paese distrutto dal terremoto e ricostruito da un falegname sopra i pannelli dei mobili. Non ho mai voluto raccontare solo il tempo passato, ho sempre cercato di raccontare il passato in confronto con il tempo futuro. Cioè questa continua dimensione tra il mondo di ieri e il mondo di domani, e il confronto tra questi mondi ha determinato la mia narrativa. E’ il motivo conduttore di sempre.

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Biografia

Giuseppe Lupo è nato in Lucania (Atella, 1963) e vive in Lombardia, dove insegna letteratura italiana contemporanea presso l’Università Cattolica di Milano e Brescia. Per Marsilio ha pubblicato L’americano di Celenne (2000; Premio Giuseppe Berto, Premio Mondello, Prixdu premier roman), Ballo ad Agropinto (2004), La carovana Zanardelli (2008; Premio Grinzane Cavour-Fondazione Carical, Premio Carlo Levi), L’ultima sposa di Palmira (2011; Premio Selezione Campiello, Premio Vittorini), Viaggiatori di nuvole (2013; Premio Giuseppe Dessì; tradotto in Ungheria), Atlante immaginario (2014) e L’albero di stanze (2015; Premio Alassio-Centolibri, Premio Frontino-Montefeltro, Premio Palmi). È autore di numerosi saggi e collabora alle pagine culturali del «Sole 24 Ore» e di «Avvenire».

Eva Bonitatibus

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Eva Bonitatibus

Giornalista pubblicista

I libri sono la mia perdizione. Amo ascoltare le storie e amo scriverle. Ma il mio sguardo curioso si rivolge ovunque, purché attinga bellezza e raffinatezza.

La musica è il mio alveo, l’arte la mia prospettiva, la danza il mio riferimento. Inguaribile sognatrice, penso ancora che arriverà un domani…

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